8 Febbraio 2016 | Photologia, Vorrei, quindi scrivo
Se lo incontri per strada non gli daresti due lire. Se ci scambi qualche parola inizi ad apprezzarlo. Se gli consegni carta e penna e gli chiedi un ritratto rimani a bocca asciutta. O per lo meno questo è l’effetto che ha avuto su Barack Obama. O che il ritratto di Obama ha avuto sugli elettori prima delle elezioni a Presidente degli Stati Uniti d’America.
Dal prossimo 26 febbraio le migliori opere di Shepard Fairey saranno ammirabili in una galleria privata in via Saluzzo a Torino. La mostra “Printed Matters” sarà formata da serigrafie su carta, stampe su legno, stampe serigrafiche su metallo e i collage.
Le creazioni di Fairey oggi sono conservate da molti importanti musei contemporanei: il Museum of Modern Art di New York, il Museum of Contemporary Art San Diego, il Los Angeles County Museum of Art e il Victoria and Albert Museum a Londra.
Uno street artist che spopola oltreoceano cercherà di lasciare il proprio segno anche in Italia, con la certezza di essere già riuscito a lasciare il segno nella propria vita. Passando dalla street all’essere lo street artist di Barack Obama ritraendo il Presidente della Casa Bianca con la scritta “Hope” al fondo per la campagna elettorale del 2008. Forse tra qualche giorno anche a Torino si vocifererà con un sibilo “Yes, we can”.
5 Febbraio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
http://https://www.youtube.com/watch?v=saDjNndz_y8
Hanno parlato di ogni sua sfumatura, ne hanno delineato ogni sfaccettatura e hanno sviscerato ogni suo singolo aspetto, ma nonostante gli innumerevoli sforzi che si sono compiuti per cercare di apprezzarne la bellezza, la diversità per molti viene ancora vista come un ostacolo.
La diversità è il luogo di ritrovo per sentirsi tutti uguali, il bivio prima di tante strade, la meta di un viaggio colmo di contraddizioni. Un pretesto per allontanarsi, uno per ritrovarsi.
Ma non uno per discriminarsi.
Ylenia
23 Gennaio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Amo i collegamenti nascosti. Ok, si, l’ho detto e non mi pento. In fin dei conti perché dovrei pentirmene? Non ho preso in giro nessuno, non ho nemmeno offeso nessuno, forse i collegamenti diretti, ma se ne faranno una ragione. Quelli nascosti sono i migliori, sono lì sotto i nostri occhi, non ce ne accorgiamo fino a che una epifania non ce li porta alla luce. Che bagliore! Si fa per dire ovviamente, ma eccone un esempio che mi è molto caro, un video che collega della semplice carta a dei pannelli solari, passando per la matematica. Un chiaro esempio che dietro al banale può nascondersi l’immenso. Buona visione.( sono presenti i sottotitoli in italiano)
12 Gennaio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Una delle poche certezze del relativismo sterile nel quale viviamo è la sete di informazione che pervade ognuno di noi al fine di sentirsi realmente parte del mondo. Questo desiderio si mostra ogni giorno nello sfogliare ossessionatamene un giornale leggendone solo i titoli, nel guardare il telegiornale più volte, nel seguire il radio giornale non appena si è seduti in auto e nello sfogliare in modo assiduo le innumerevoli testate online quasi a non sentirsi mai totalmente appagati. Si vuole avere notizia di ogni movimento del proprio vicino di banco, di quale voto ha ricevuto il compagno in un compito in classe o di cosa il direttore ha comunicato privatamente al collega della scrivania a fianco.
Qui non si tratta di conoscere quanto succede a solo titolo informativo. Qui c’è da saziare un vuoto interiore. Un vuoto che non riempito lascia irrequieti.
I nostri antenati latini già avevano colto quest’aspetto che appare per lo più dimenticato. La parola informazione, infatti, deriva dal latino informatio(-nis), dal verbo informare, nel significato di “dare forma alla mente”. Ovvero dare forma a quell’insieme di funzioni superiori del cervello che ci permettono di vivere da umani, cioè da uomini in quanto tali. Quindi dare forma alla mente è cogliere quanto comunicato dall’ambiente esterno. Di certo è un’opera che solo singolarmente si può iniziare a realizzare su stessi. Solo decidendo di cogliere gli input ambientali e facendoli propri si comincia a formare la mente personale. L’informazione è capire, conoscere, criticare. E’ rendersi conto delle coordinate spazio temporali in cui si vive. L’informazione è anche sognare, realizzare. L’informazione è amare se stessi.
1000miglia crede fortemente nell’idea che i giovani siamo molto migliori di quanto si pensi. Non bisogna però cadere in una rappresentazione ideologica nell’altro senso. I ragazzi possono lasciare il segno solo se si informano di se stessi, conoscono se stessi. In altre parole, solo se iniziano ad amare se stessi, a prendere consapevolezza dell’ambiente esterno in cui vivono e attraverso le proprie capacità trasformano gli input ricevuti in vita quotidiana attiva. Se non ci fosse questa volontà di guardare il mondo esterno con occhi da sognatore, certi dei propri talenti e limiti, si annienterebbero quelle molteplici vie (pluralismo) percorribili da ognuno per rendere il mondo migliore di come lo si è trovato. L’esistenza di queste vie non determina la chiusura verso l’altra persona, anzi, il contrario. Porta a una piena apertura di se stessi verso l’altro e a una conoscenza sincera dell’altro perché si mostra così la verità più grande: la persona stessa con le sue esperienza, credenze e convinzioni.
L’informazione, quindi, è alla base della vita umana. E’ base per quei giovani che amano la propria giornata e nel cuore conservano, oggi, un sogno per il domani. L’informazione pluralistica è dispari. Infatti ammette una varietà di personalità, idee e opinioni così ampia che permette di affiancarsi con empatia ai propri amici, famigliari o a chiunque si incontri per strada, sicuri che il modo di presentarsi dell’altro è verità. Ossia che l’altra persona non è null’altro che se stessa perché sa chi è.
Non è facile intraprendere questo percorso, sopratutto per un’associazione giovane come 1000miglia, composta da ragazzi ai primi anni di università. Però è bello. E’ meraviglia avere il desiderio di annunciare che esiste una bellezza giovane che intende parlare dei giovani, informare per continuare a sognare. Una piccola forza giovanile che non vuole diventare cultura, ma vuole infondersi nelle varie culture perché ognuno possa informare il mondo della propria esistenza, cioè dire al mondo: “Sì, io esisto e di me tu, mondo, non ti dimenticherai.”
Luca Lazzari
PS: essere dispari nell’anno della misericordia è vivere con gioia nello stanco vivacchiare quotidiano. E la cosa sorprendente è che la misericordia non è solo per i credenti (http://www.profduepuntozero.it/2015/12/08/la-misericordia-non-e-solo-per-i-credenti/)
3 Gennaio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
http://https://www.youtube.com/watch?v=FkitFVoxofw
L’americana Susan Cain, abile scrittrice e brillante avvocato, pubblica nel 2012 il libro intitolato “Il potere degli introversi”. In una società che ci persuade, fin dai nostri primi passi all’interno di essa, a credere che la modalità giusta di porci al mondo è l’estroversione, Susan ci dice che dobbiamo avere il coraggio di mantenerci noi stessi e di preservare l’attitudine di molti alla introversione. Dalla solitudine, infatti, sono nate le più memorabili rivoluzioni.
Ylenia Arese
27 Dicembre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Un gioco, a mio parere, per essere considerato un capolavoro sotto tutti gli aspetti deve riuscire a “toccare le corde dell’anima” del gamer. Mi spiego: esso deve diventare parte stessa della vita della persona, deve essere recepito come un’esperienza compiuta e deve essergli d’aiuto nella vita. Vi sono pochi titoli che, a mio modesto parere, possono fare ciò e voglio portare alcuni esempi di videogames che mi porterò sempre dietro. Uno dei tanti che mi ha insegnato com’è il mondo, la vita reale e come si svolgono le interazioni tra persone è stato “Final Fantasy XI”. Questo titolo è un j-rpg ovvero un gioco di ruolo di stampo giapponese (da non confondere con i gdr occidentali che presentano caratteristiche diverse, come si può osservare ad esempio in Fallout) che presenta meccaniche di gioco semplici, che anche un bimbo di 9 anni potrebbe comprendere, dunque è facilmente accessibile a tutti, ma esso rappresenta con queste sue meccaniche un’interpretazione semplicistica del mondo e da ciò un bambino può intuire com’è che è strutturata la “realtà esterna”.
Come già citato in precedenza un altro gioco che rimarrà sempre nel mio cuore è Fallout, uno dei più bei gdr mai prodotti della Bethesda. Grazie alle molteplici e continue scelte che devono essere affrontare dal giocatore, che si suddividono quasi sempre in buone, cattive e neutre, egli può comprendere la sua indole. Inoltre può proiettare se stesso o chi vorrebbe essere in questo titolo immedesimandosi in un personaggio, che risulta essere plasmato, da colui che detiene il controller, fin dalla sua nascita. Insomma si può essere essi stessi oppure chi si vorrebbe essere e tutto ciò può cambiare la trama è condurre ad uno dei tanti finali previsti. Un altro titolo che ho ammirato molto è “Halo”, sopratutto il terzo e il prequel “Halo Reach”.
I videogiochi possono anche insegnare. Con ciò non si vuole affermare che i videogame possano sostituirsi ad insegnanti e libri, ma che si possano affiancare ad essi. “God of War” ad esempio è utile poiché insegna la mitologia greca essendo ambientato nella Grecia del 400 a.C. “Dante’s Inferno” invece immerge il giocatore nell’Inferno descritto da Dante, con relativi personaggi e mostri presenti nella Divina Commedia. Giocandoci il bambino e/o ragazzo impara indirettamente nozioni di cultura generale come gli dei dell’Olimpo e i relativi miti ad essi collegati o i nomi e le pene che vi sono nell’ inferno dantesco. “Nazi-Zombie”, modalità multiplayer contenuta all’interno dei vari “Call of duty” 5,7 e 9 invece stimola la collaborazione tra i vari membri della squadra: è impossibile sopravvivere a ondate sempre crescenti di non morti da soli. In questo modo il videogiocatore socializza con le altre persone anche di nazionalità diverse e si diventa così “amici”. In questo modo il videogiocatore impara che la collaborazione è un elemento fondamentale se si vuole riuscire in un’ impresa.
Alcuni videogiochi riprendono anche filoni letterari come ad esempio la letteratura distopica o fantascientifica. Un esempio di gioco distopico è “Wolfenstein: the new order” nel quale si immagina come sarebbe il mondo se la Seconda Guerra Mondiale fosse stata vinta dai tedeschi. La situazione politico-sociale è la stessa presentata da Orwell in 1984: una società oppressa da un controllo soffocante, continue rastrellazioni, nessuna libertà di pensiero e di opinione e il potere in mano ad un singolo partito politico; questi sono gli elementi che legano questo testo al videogame. Un gran numero di giochi invece riprendono l’altro filone, ossia quello fantascientifico come ad esempio “Halo”, che è ambientato nel 2264, un futuro in cui l’uomo ha colonizzato metà dell’universo, oppure “Killzone”, ambientato nel 2100 circa in un mondo iper-tecnologico.
Si può affermare infine che il videogioco, al di là del suo scopo primario, il divertissment, presenta dei lati “oscuri”, visibili solo se si ha un certo grado di maturità e cultura. Esso non è né totalmente negativo né totalmente positivo. Presenta aspetti costruttivi, come la spinta alla collaborazione, e distruttivi, come ad esempio i videogiochi il cui unico scopo è distruggere o uccidere per il puro piacere di farlo.
Bisogna comunque sempre ricordare che i videogiochi rimangono videogiochi e non sono realtà. Confondendo videogioco e realtà si rischia di perdere l’inibizione che le regole sociali e comportamentali ci impongono per vivere in una comunità di persone. Nel videogame infatti non si è costretti a seguire regole ma queste le crea il videogiocatore stesso.
A mio parere videogiocare è bene, ma con coscienza e moderazione al fine di non confondere realtà e finzione, e di interpretare (in modo personale) il messaggio che essi ci voglio trasmettere.
Daniele Dutto