Vento

Alcune settimane fa Internazionale ha pubblicato un grazioso e interessante articolo sull’autenticità della personalità, rilevando che in questi mesi è molto difficile trovare un modo di essere in cui ci si senta a proprio agio, perché si è costantemente attirati ora da una posizione ora dall’altra. Presumibilmente ciascuno, nell’ultimo periodo, sta tentando faticosamente di capire quello che ci sta accadendo, e così prova a costruire una propria opinione, una giustificazione dell’esistente, un qualsiasi espediente per dare un senso a tutto questo. Eppure è davvero molto raro che si riesca in questo tentativo, ed è per un motivo molto semplice: l’incostanza della natura umana.

L’ha insegnato Montaigne con i suoi Essais, dove scrive: «siamo dappertutto vento. E per di più il vento, più saggiamente di noi, si compiace di mormorare, di agitarsi, e si contenta delle funzioni sue proprie, senza desiderare la stabilità, la solidità, qualità non sue». L’essere umano è vento: mutevole, inafferrabile, fluido. Tentiamo di inserire la nostra personalità in certe categorie, ricerchiamo la coerenza, la solidità e, soprattutto, la continuità dei pensieri e dei sentimenti. Questo è certamente possibile e in qualche modo anche doveroso, ma ci si fa solo del male a colpevolizzarsi per aver mutato un pensiero o per essere indecisi su questioni grandi e troppo recenti, come quella su cui riflettiamo da mesi. Si cambia idea magari dopo aver letto un articolo o dopo aver conosciuto una scoperta scientifica oppure semplicemente ci si rende conto che fino a un dato momento si agiva in modo inautentico, servendosi di pensieri di cui non si era poi tanto convinti.

Le persone si trasportano a vicenda ora verso una costa ora verso l’altra, si mescolano, oscillano da una posizione all’altra: ci si influenza reciprocamente, e questo è inevitabile. Nel mutamento costante è bene trovare una propria dimensione di verità e di autenticità, consapevoli, però, che magari l’autenticità di oggi sarà inautenticità domani.

“Cogitare” aude!

«La pigrizia e la viltà sono le causa per cui tanta parte degli uomini, dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione estranea (naturaliter maiorennes), rimangono ciò nondimeno volentieri per l’intera vita minorenni, per cui riesce facile agli altri erigersi a loro tutori. Ed è così comodo essere minorenni!

Se io ho un libro che pensa per me, se ho un medico che decide per me sul regime che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione»

(Kant, Che cos’è l’Illuminismo)

La libertà è un bene che oggi, in alcune parti del mondo, abbiamo la fortuna di poter dare per scontato, ma quando possiamo considerarci davvero liberi?

Kant in Che cos’è l’Illuminismo tratta della condizione di quelli che egli chiama “minori”, soggetti che, dalla comodità del nido in cui si ritrovano, rifiutano qualunque tipo di responsabilità, delegando ogni decisione ai cosiddetti “tutori”. Il filosofo inizia la sua trattazione dando la sua semplice, ma eloquente, definizione di “Illuminismo”: «l’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso». Esso è dunque un processo dinamico, l’uscita da una condizione per fare il proprio ingresso in un’altra. Tale condizione è quella della minorità, descritta da Kant come incapacità di avvalersi del proprio intelletto senza la guida di un altro; il minore è capace di pensare, ma non autonomamente, e tale condizione è imputabile a lui stesso, poiché non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza della decisione e del coraggio di fare uso del proprio intelletto senza essere guidato da un altro. Per Kant l’emancipazione coincide dunque con l’autonomia, ovvero il darsi da sé la propria legge, senza restare sotto la tutela e la guida di altri, e sembra non capire perché la maggior parte degli uomini sia incline a questa condizione e non se ne ribelli, ritendendo fondamentale un’auto-emancipazione che permetta di uscire dalla tutela, di usare la propria intelligenza mirando ad una liberazione che è individuale. Liberarsi è una questione solo di volontà, tutto dipende dal fatto che i soggetti non fanno buon uso di un patrimonio liberante che i realtà già possiedono: i minori VOGLIONO e PENSANO, ma vogliono rimanere minorenni, e pensano solo entro i limiti imposti dal tutore, non autonomamente. La comoda inerzia che tiene gli uomini dentro la caverna della minorità è per Kant vincibile dai soggetti che si trovano in questa condizione. Non ha dubbio che gli ostacoli interni siano superabili e nessun dubbio che esista una condizione migliore a quella della minorità: le tenebre possono piacere solo a schiavi inconsapevoli e a bambini viziati, ma vale sempre la pena uscire.

C’è un rovesciamento della metafora dei pesi: le catene, che dovrebbero essere pesantissime, sono qui la condizione più comoda, mentre la libertà, che solitamente è descritta come “alata”, è qui più una sciagura, poiché essere adulti e autonomamente pensanti è molto più scomodo di essere minori. Il fascino della minorità sta nella serie di sgravi ed esoneri che si possono ottenere semplicemente delegando ad altri il compito di assolverli al proprio posto. 

«È dunque difficile per ogni singolo uomo lavorare per uscire dalla minorità, che è divenuta per lui una seconda natura, egli è perfino arrivato ad amarla e per il momento è realmente incapace di valersi del suo proprio intelletto non avendolo mai messo alla prova. Regole e formule, questi strumenti meccanici di un uso razionale, o piuttosto di un abuso delle sue disposizioni naturali, sono i ceppi di una eterna minorità: anche chi riuscisse a sciogliersi da essi non farebbe che un salto malsicuro sia pur sopra i più angusti fossati, poiché egli non avrebbe l’abitudine a siffatti liberi movimenti»

(Kant, Che cos’è l’Illuminismo)

Della minorità i minori vedono per lo più il godimento, il confort, il delegare: non esistono per loro alternative più desiderabili di questa. L’uscita dallo stato di minorità è una forma di sapere, e le catene che tengono i minori in quella condizione sono dunque per Kant catene dell’ignoranza. 

Avere il coraggio di pensare (“cogitare” aude) è l’unico modo sicuro che abbiamo per essere liberi: la libertà non è una condizione data e pronta all’uso, ma va guadagnata e salvaguardata con l’esercizio di un libero pensiero capace di scioglierci dalle catene dell’ignoranza e permetterci di essere soggetti liberi che si muovono in un mondo in cui pensare liberamente è un dovere ed un diritto fondamentale. Ci vuole molto coraggio per pensare, ma ne vale sempre la pena.

«Pesare è disobbedire, disobbedire alle proprie certezze, alla propria comodità, alle proprie abitudini. E se ci si disobbedisce, è per non essere “traditori di noi stessi»

(F. Gros, Disobbedire)

 

Denise Arneodo

Diritti umani

«Il fine ultimo [dello Stato] non è dominare né tenere a freno gli uomini con la paura e renderli di diritto di un altro, ma, al contrario, liberare ciascuno dalla paura, affinché viva, per quanto è possibile, in sicurezza, cioè affinché conservi nel migliore dei modi il suo diritto naturale ad esistere e ad operare senza danno né suo né degli altri. Il fine dello Stato, dico, non è cambiare gli uomini da esseri razionali in bestie o automi, ma, al contrario, fare in modo che essi si servano della libera ragione, e non combattano con odio, ira o inganno, né si comportino l’uno verso l’altro con animo ostile.
Il fine dello Stato, dunque, è la libertà».

(B. Spinoza, Tractatus theologico-politicus, 1670)

Quest’anno si contano trecentocinquant’anni dalla pubblicazione del Tractatus di Spinoza, testo divulgativo, ma formidabile. Sul finire del Seicento si preparava nelle menti degli intellettuali quel gran fermento che conduce alla definizione del liberalismo politico moderno, il cui padre viene generalmente ravvisato in John Locke: il potere politico deve garantire innanzitutto i diritti naturali e inviolabili dell’individuo, tra cui la vita e la libertà. Lasciando però da parte le questioni di carattere strettamente politologico, si può trovare un tesoro nella citazione di più ampio respiro appena riportata.

L’idea di Spinoza potrebbe sembrare contro-intuitiva o contraddittoria: la libertà del popolo è vantaggiosa per la conservazione del potere politico, perché se lo Stato rende prigionieri i cittadini, questi, prima o poi, si ribelleranno al sovrano. C’è di più: inevitabilmente la paura porta alla ribellione, dunque alla violenza e, non raramente, alla morte. Lo Stato deve proteggere i cittadini con fiducia e rassicurazioni, evitando di instillare paura nei loro cuori.
La paura è forse il sentimento che più avvicina l’essere umano agli altri animali: è una passione che si fa strada davanti al pericolo e che causa talvolta la paralisi, ma più spesso l’aggressività, difficilmente gestibile a livello politico. In quanto passione, la paura depotenzia l’individuo e perciò dev’essere superata attraverso l’esercizio libero della ragione: si arriva così alla convinzione che lo Stato debba incentivare la libertà di pensiero, il ragionamento incondizionato, l’esercizio intellettuale; tutte cose che, nella prospettiva spinoziana, sono le medicine più efficaci contro la morsa della paura.

Il terrorismo mediatico a cui da decenni ormai la società è sottoposta è uno strumento miope a cui ricorrono il potere economico e poi quello politico. Ed è un mezzo che cancella con un colpo di spugna tutti i geniali progetti degli Illuministi, che sognavano una società libera, razionale, fondata sulla cooperazione tra gli uomini e sul rispetto dei diritti naturali e inviolabili dell’individuo. Oggi si tende a dare per scontati i diritti riportati sulle Costituzioni di diversi paesi del mondo. Ma è un grande errore illudersi che questi diritti vengano sempre rispettati e ovunque garantiti. Ascoltando i racconti dei nostri nonni, l’impressione è che un tempo la libertà fosse di gran lunga maggiore e migliore di quella del nostro secolo: lo spazio privato è stato sempre più inglobato in quello pubblico, lo spazio per l’esercizio della libertà è diventato sempre più controllato e sempre più ristretto. Si sono fatti passi in avanti in molti casi, ma in altri si è tornati molto indietro (ma questo, d’altronde, è il meccanismo con cui funziona la Storia).
Nell’anno del 350o anniversario dell’opera spinoziana, sarebbe cosa giusta rispolverare le prime dichiarazioni dei diritti umani, diritti che gli Illuministi definirono, con un coraggio eccezionale e invidiabile, naturali e, per questo, inviolabili.

Amore e orientamento sessuale

«E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. È per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare».
(Platone, Simposio)

L’amore è un sentimento dalle innumerevoli sfumature: in un mondo che cerca di dare risposta e lasciare spazio a quelle manifestazioni dell’amore che, per molto tempo, non hanno avuto la possibilità di esprimersi (come l’amore omosessuale), si stanno cercando giustificazioni nuove a “problemi” che in realtà non avrebbero mai dovuto essere tali.
Platone nel Simposio, trattando il tema della natura di Eros, porta alla luce una considerazione dell’amore omosessuale che mostra come nella Grecia antica questo fosse trattato e discusso senza il timore di cadere nell’ambito del “moralmente scorretto”.

Nel racconto del mito dell’androgino egli narra di un tempo in cui esistevano tre generi umani, i quali erano tutti compositi: il maschile (composto di due maschi), il femminile (composto di due femmine) e l’androgino (composto di un maschio e di una femmina). Tali esseri erano rotondi e con due facce, erano forti, veloci e molto intelligenti e, soprattutto, erano eterni. Questa loro forza, unita all’ambizione che li caratterizzava, li rese però una minaccia per l’ordine delle cose e per gli dei dell’Olimpo, i quali avrebbero voluto eliminarli come avevano fatto con i loro nemici precedenti. Zeus si rese però conto del fatto che eliminare gli uomini sarebbe stata una rovina per gli dei, i quali esistevano soltanto in virtù della devozione che gli esseri umani dimostravano nei loro confronti e dei sacrifici che praticano per servirli, e di conseguenza decise di non ucciderli, ma con una saetta li divise in due, indebolendoli infinitamente.  Da quel momento, infatti, gli uomini cominciarono a vagare in cerca della loro metà perduta, senza la quale si ritrovarono deboli e incompleti. Una volta ritrovata la metà smarrita gli uomini però morivano in un continuo abbracciarsi e stringersi che non sarebbe mai riuscito ad emulare la loro unione precedente, caratterizzata dall’eternità. Per questo Zeus, impietosito da tanta sofferenza, concesse agli uomini la possibilità di riprodursi, affinché l’eternità individuale perduta potesse essere loro restituita a livello non più del singolo, ma almeno della specie.

Ma l’amore non è mera riproduzione, perché solo dall’unione delle due parti dell’androgino ricongiunte può nascere una nuova vita, infatti per Platone l’amore contempla anche tutte quelle unioni che non sono finalizzate alla creazione di una prole: l’amore è un sentimento di mancanza e di ricerca continua della propria metà mancante che si genera anche tra persone dello stesso sesso: in particolare il filosofo esalta l’unione tra maschio e maschio (rispecchiando il tipico maschilismo che caratterizza la Grecia antica), in quanto considerata unione generatrice di arte, andando al di là del piacere del corpo per raggiungere un piacere dell’anima.

L’amore nasce da una mancanza, dall’incompletezza che caratterizza gli uomini, ed è quindi un sentimento peculiare solo di essi, e non degli dei che, in quanto perfetti, non mancano di nulla. Eros stesso non è un dio, ma un demone nato durante il banchetto per la nascita di Afrodite dall’amore tra Poros (espediente) e Penia (povertà): proprio dalla natura della madre Eros erediterà un’eterna incompletezza, che lo spingerà alla continua ricerca del bello al di fuori di sé.

Amare significa dunque semplicemente essere umani, essere mancanti di un qualcosa che non possiamo riscontrare in noi stessi, ma solo in qualcuno a noi predestinato e compatibile: non importa il sesso di questo qualcuno, quanto la sensazione di completezza che genera in ciascuno. L’amore non si esaurisce nell’orientamento sessuale, ma è un sentimento che va ben oltre, un senso di vuoto mai completamente riempito, e qui sta la natura dell’amore, che è in parte una condanna e in parte il dono più grande che potesse esserci fatto.  

Viviamo in un secolo in cui la tecnologia e la ricerca scientifica fanno ogni giorno passi da gigante, eppure cerchiamo, con scarso successo, risposte ad interrogativi che tali non sono, ma rappresentano situazioni perfettamente naturali e non problematiche che già gli antichi avevano inteso come tali. In un mondo di esseri incompleti quali siamo, di mele a metà che vivono alla ricerca della propria parte mancante, non possiamo fare altro che celebrare l’amore in tutte le sue forme in quanto sentimento che completa l’uomo in senso letterale, e gli permette di essere la versione migliore di sé.

Denise Arneodo

Violenza e alterità

«La violenza può essere limitata e posta sotto il controllo della ragione. È questo forse il motivo per cui, come molti altri, credo nella ragione; e mi definisco un razionalista. Sono razionalista perché vedo la sola alternativa alla violenza in un atteggiamento di ragionevolezza».

(Karl Popper, Utopia e violenza, 1948)

Limitarsi a immaginare la violenza come un gesto fisico sarebbe un disonesto raggiramento del problema. Perché la violenza è una disposizione interiore, prima di tutto, e si dirige contro ciò che viene percepito diverso; dunque il problema della violenza è inevitabilmente connesso a quello dell’alterità. Il germe della violenza, che così spesso nasce nei cuori di ognuno, sta nella personale convinzione di essere dalla parte giusta, di avere le carte in regola, di non stare sbagliando. Eppure lo sbaglio è una possibilità: l’alterità è cosa bella perché ci rivela la possibilità di poter essere diversi da ciò che si è, ed è per questa sua capacità che la diversità va sempre esaltata, mantenuta e preservata, qualunque sia la posta in gioco. Quante volte si sente dire che una società giusta è quella in cui tutti si comportano bene – vale a dire: in cui tutti si comportano come io ritengo sia bene. Ma una società giusta è quella che custodisce con avidità e orgoglio la possibilità del diverso, comprendendo le ragioni dell’alterità e abbracciando l’idea che ci possa essere un altro modo di vivere.

Questa è la soluzione che Popper pare delineare quando afferma che la violenza può essere sconfitta solo mediante la ragione: nella tradizione filosofica la ragione è la facoltà umana che analizza e dialoga, che cerca soluzioni, osservando in profondità e senza mai fermarsi alla superficie delle cose. È evidente che la ragione ha limiti imposti dalla dimensione emotiva e impulsiva dell’essere umano: si arriva a un punto in cui non si ha più fiato per dialogare, in cui viene spontaneo difendere la propria idea – e forse è giusto che sia così, perché se ci si sentisse sempre in difetto ogni scrittore poserebbe la penna sulla scrivania. Si incontrerà molte volte un diverso che proprio non si è capaci di comprendere, un diverso magari opposto. Ma la riflessione di Popper suona come un monito e indica una stella a cui tendere, un tesoro da custodire: di fronte a quell’opposto, il non violento non punta il dito, non giudica, ma afferma la propria idea sempre con il beneficio del dubbio. Sempre. Magari la voce del dubbio è debole, appena accennata, ma deve esserci. Sempre.
Questa riflessione, come ogni volta che si esalta l’accoglienza, può portare a chiedersi se allora si debba accogliere anche l’intollerante, il non accogliente. Popper passa oltre questa domanda, sostenendo che il dialogo e l’uso della ragione sono possibili solo quando si è in due a desiderare un’accoglienza reciproca. Quando si ha l’impressione di parlare con un irragionevole, allora forse non resta che «scuotersi la polvere dai sandali»; con un cuore aperto, però, che sa di dover comunque comprendere la realtà del diverso.

In un mondo liquido, come lo definì Bauman, in cui si fatica a trovare un punto d’appiglio, la tentazione è duplice: il relativismo dei valori e il dogmatismo. Siccome entrambi gli atteggiamenti generano violenza, la soluzione, come insegnò il sapiente Aristotele, è il giusto mezzo: la via maestra è l’amore per il pluralismo.

L’artista non è geniale

San Francesco diceva che «chi lavora con le mani è un operaio. Chi lavora con le mani e la testa è un artigiano. Chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista». Stimola la convinzione che fare arte presupponga un ricorso alla testa, cioè a un rigoroso metodo razionale, perché il pensiero più comune, influenzato probabilmente dal Romanticismo, è che l’artista sia un talentuoso illuminato dall’alto; così lo scrittore diventa il genio che appunta cose su un taccuino usurato, il musicista il poveraccio che riversa il proprio dolore esistenziale nella musica, il filosofo colui che non ha nulla di meglio da fare che stare sul divano a pensare, ispirato da una qualche forza sovrannaturale. Sulla carta d’identità di uno scrittore, di un musicista o di un pittore, alla voce «professione» viene scritto «libero professionista», e non «scrittore», «musicista» o «pittore». D’altronde non può essere diverso, se l’artista è immaginato come l’eletto da Dio che non ha bisogno di faticare per produrre qualcosa. In che modo, però, quel «libero professionista» fa riferimento a un’identità precisa?

Il sentire comune considera l’attività artistica non come un lavoro, ma come un passatempo. E invece per imparare a scrivere occorrono pratica e fatica; per imparare a pensare occorre studiare e saper utilizzare la mente con disciplina e rigore. È evidente che l’esperienza e lo studio, per arrivare a comunicare bellezza, devono radicarsi in un talento, perché ogni mestiere e ogni scelta di vita presuppongono una predisposizione e un’attitudine naturale: come non tutti possono diventare muratori, così non tutti possono diventare artisti. Tuttavia dall’uovo non nasce nessun pulcino se l’uovo non viene covato: chi ha le potenzialità per divenire artista dovrebbe coltivare quella capacità innata per rendere possibile il passaggio dalla potenza all’atto.

Gioverebbe se questo tempo ritornasse a guardare all’arte e alla pratica del Pensiero con serietà, con partecipazione e interesse, con rispetto. Perché la bellezza può salvare il mondo, ma a due condizioni: che il mondo dell’arte venga costruito e custodito, e che si coltivi dedizione per gli artisti, i quali, come ha detto papa Francesco pochi mesi fa, «per mezzo della strada della bellezza ci indicano la strada da seguire».

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