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	<title>Fotogramma Archives - 1000miglia</title>
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		<title>Intrecci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jun 2018 13:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[armenia]]></category>
		<category><![CDATA[fatma]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio armeno]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra l'erba secca della campagna turca una ragazza vede scritta su un muro la parola genocidio. Poche lettere che per lei non vogliono dire nulla, ma che nascondono il dolore e la sofferenza di un popolo represso nel silenzio. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fatma ha tredici anni e i capelli crespi, di un arancione scuro, un po’ sbiadito, che tiene legati in tante trecce sottili lunghe fino al fondo della schiena. Vive a Iskenderun, una cittadina nel sud della Turchia, insieme alla mamma, al papà e alla sorella.<br />
Ogni volta che torna da scuola, percorrendo a piedi la strada sterrata che attraversa il paese, raccoglie un sasso, una molletta, una monetina o qualsiasi altro piccolo oggetto che trova per terra. Uno solo, mai di più. Lo libera dalla polvere che lo avvolge e lo guarda con attenzione fino a quando arriva a casa. Entra in camera sua, prende la grande scatola che tiene sotto il letto e lo mette lì dentro, immerso tra le cianfrusaglie raccolte i giorni precedenti.<br />
Oggi ha trovato un’orecchino a forma di fiore. L’ha visto brillare ai piedi del muro di una vecchia casa distrutta ed è subito corsa a vedere cosa fosse. Era bellissimo, luccicava. Mentre lo afferrava  ha notato che sulla parete ormai scrostata dell’abitazione c’erano delle scritte nere. Gran parte dell’intonaco si era sgretolato, si intravvedevano solo poche parole sbiadite.<br />
Rimaneva leggibile una data, 24 aprile, ma al posto dell’anno c’erano solo mattoni crudi. Più in basso, coperta dall’erba secca, si vedeva ancora una parola: <i>soykirim</i>, genocidio.<br />
Tornando a casa Fatma si era rigirata l’orecchino tra le mani mentre ripeteva a voce bassa quelle otto lettere. Era arrivata davanti alla porta dell’abitazione, era entrata continuando a sillabare la parola con le labbra e, anzi che andare subito in camera, si era diretta verso la cucina.<br />
«Mamma devo chiederti una cosa», aveva detto avvicinandosi alla donna china su un vecchio tavolo di legno, intenta a tagliare alcune verdure.<br />
Lei aveva posato il coltello e aveva sollevato il viso verso la figlia.<br />
«Ho trovato un’orecchino mentre tornavo da scuola» e lo aveva posato sul tavolo, spingendolo verso la madre.<br />
«Sembra prezioso Fatma», le aveva risposto sorridendo, «è per questo che sei così pensierosa?Non devi preoccuparti, puoi tenerlo! La signora che lo ha perso se ne sarà sicuramente dimenticata».<br />
«Non è per l’orecchino. Mentre lo raccoglievo ho letto su un muro questa parola, <i>soykirim</i>, non so cosa vuol dire. A scuola non l’ho mai sentita».<br />
«Io neanche… Non lo so Fatma, non l’ho mai vista prima. Sarà una parola che hanno scarabocchiato dei ragazzi o magari hai letto male tu. Cosa importa?<br />
Ora vai a posare il tuo nuovo orecchino in camera e poi vieni a darmi una mano, tuo padre sta per arrivare e non ho ancora finito di preparare pranzo».</p>
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		<title>Camila</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 May 2018 22:40:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[camila]]></category>
		<category><![CDATA[figlio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una storia di tenerezza e di violenza, che fa venire i brividi e sussulti al cuore. Camila e il suo bambino, intrecciati in una separazione piena di dolore. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Come sta la bambina?»<br />
«È andato tutto bene, non preoccuparti. È in camera, vuoi vederla?»<br />
«Sì, grazie. Volevo farle vedere il neonato prima di portarlo alla sua nuova famiglia.»<br />
Entrarono insieme nella stanza dell’ospedale.<br />
Camila, dodici anni, era rannicchiata nel letto con gli occhi chiusi. Si accorse, però, che era arrivato qualcuno, aprì gli occhi e alzò lo sguardo. Quando vide l’uomo slanciato, in piedi alla destra di quello con il camice, che teneva fra le braccia un bambino, si mise subito a sedere e sgranò gli occhi.<br />
«Vuoi tenerlo?», le chiese lui.<br />
«Sì, posso?»<br />
Lui si avvicinò e le posò delicatamente tra le braccia il piccolo, sorridendole: «Fai attenzione».<br />
Anche Camila sorrise, con le braccia scosse da tremiti sottili e gli occhi fissi su suo figlio.<br />
«Si chiama Rafael, va bene?» gli chiese la bambina.<br />
«Sì, certo. Ora però devi lascarmelo.» Disse lui mentre si protendeva verso di lei, pronto a prendere il bambino.<br />
«Aspetta, devo dargli una cosa.»<br />
L’uomo prese il neonato dalle braccia di Camila e lei scese dal letto. Si chinò su uno zaino che era appoggiato lì vicino, contro la parete bianca, e si rialzò tenendo in mano due teli sottili che servivano per ripararsi dal sole.<br />
Sollevò lo sguardo verso quel viso adulto e glieli mostrò.<br />
«Ho fatto questi per lui. Li ho ricamati io, perché si ricordi che sua madre gli ha dato tutto quello che poteva.<br />
Tieni, dalli alla famiglia in cui andrà.»<br />
Lui si chinò verso la bambina, lei appoggiò i teli sul neonato e poi rimase ferma ad osservare i due uomini che uscivano dalla stanza.<br />
Quando la porta si fu chiusa alle loro spalle l’uomo con il camice bianco appoggiò una mano sulla spalla dell’altro e con gli occhi fissi sul bambino gli chiese: «Ma chi è il padre?»<br />
La domanda riecheggiò nel corridoio vuoto mentre i due ripresero a camminare.<br />
Dopo qualche passo la risposta arrivò a bassa voce, sussurrata e tremante: «Il padre di Camila».</p>
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		<title>Tristezza d&#8217;oro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Apr 2018 05:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[oro]]></category>
		<category><![CDATA[Tristezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono diversi tipi di oro. Oro di moneta, oro di tristezza. Ma che comunque, brilla. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="Corpo" style="line-height: 150%;">Verona, 11 marzo 2018</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Un uomo si inginocchia sull’asfalto e posa una valigia davanti a sé. La gente gli passa vicino, devia per non urtarlo, procede veloce senza accorgersi della sua presenza, rallenta per osservarlo meglio, continua a camminare; nessuno si ferma.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Lui apre la valigia e, dopo aver tirato fuori uno specchio, alcuni travestimenti, un cappello, un colletto voluminoso e dei trucchi, la richiude. Posa gli oggetti su quel ripiano improvvisato e inizia a prepararsi.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Si china e intinge le dita nella tempera oro. Sistema l’angolatura dello specchio consumato, chiude gli occhi e si spalma il colore sul viso, poi sul collo e sulle mani. Li riapre per controllare il risultato, si saggia la pelle con le dita e muove i polsi fino a rendere elastico lo strato di colore. Si infila il colletto bianco, un bel sorriso divertito, un paio di pantaloni dorati e una camicia e rimette il resto nella valigia. Poi ci sale sopra e allunga la mano che regge il cappello verso i passanti.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Sta così, fermo e sorridente, per qualche ora. Sotto il sole del primo pomeriggio, in mezzo al chiacchiericcio della strada.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Quando qualcuno rallenta lui fa un inchino e sorride ancora di più. Ogni tanto qualche monetina tintinna cadendo sulle altre nel capello. E allora inchini ancora più profondi, fino a sfiorare l’asfalto con la mano.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">Quando si fa sera, le strade diventano silenziose e il vento freddo, lui scende dalla sua valigia. Svuota il cappello nella mano e mette le monete in tasca, si toglie il colletto e i vestiti, li piega con cura e li posa, insieme al sorriso, nella valigia.</p>
<p class="Corpo" style="line-height: 150%; text-align: justify;">
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/tristezza-doro/">Tristezza d&#8217;oro</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Briciole di case</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Mar 2018 14:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[allah]]></category>
		<category><![CDATA[bombardamenti]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il bambino si mette a correre verso di lui, sulla cresta della montagna. Lo raggiunge con pochi passi e gli dice agitato: «Stanno bombardando la moschea devi venire subito!»</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una piccola mano, sporca di polvere rossa e fango, si stringe intorno ad una sporgenza nella parete di roccia, le dita affondate nei solchi tra le pietre. Si tendono i muscoli dal polso alla spalla, si irrigidisce il collo, il bambino digrigna i denti e sale di qualche metro in più verso l’alto.<br />
Quando si sente stabile, ancorato alla roccia, si ferma per riprendere fiato. Appoggia la testa contro la parete e cerca di calmare il respiro affannoso. Si guarda intorno: sotto di lui si snoda una terra di sabbia e rovine, l’aria trasporta il rumore di spari ed esplosioni.<br />
Poi alza lo sguardo e riprende a salire. La roccia ruvida sfrega contro le sue gambe, ma alla cima dell’altura non manca molto.<br />
Le mani si aggrappano a solchi sempre più in alto fino a che, sollevando il braccio per spostarlo all’appiglio successivo, il bambino trova la cima. Fa forza e si tira sù. Appoggia il ginocchio sulla terra rossiccia e si alza in piedi.<br />
Sull’altura c’è un uomo, mitragliatrice sulle spalle e sguardo perso verso l’orizzonte.<br />
Il bambino si mette a correre verso di lui, sulla cresta della montagna. Lo raggiunge con pochi passi e gli dice agitato: «Stanno bombardando la moschea devi venire subito!»<br />
«Non dovevi salire fino a qui, è pericoloso», gli risponde l’uomo senza voltarsi.<br />
Il bambino lo afferra per un braccio e lo scuote: «Hai capito? Stanno distruggendo la moschea, devi andare a combattere!»<br />
«Non serve combattere quando vengono lanciate bombe dal cielo; calmati»<br />
Il bambino gli lascia andare il braccio con rabbia: «Non puoi lasciare che bombardino la casa di Allah. Se distruggono la sua casa lui poi dove va a vivere?»<br />
«Allah non ha bisogno di case»<br />
Il bambino rimane per un po’ in silenzio, in piedi accanto all’uomo a guardare il fumo che sale verso il cielo fino a confondersi con le nuvole.<br />
Poi gli chiede: «Perché non vai ad aiutare gli altri?»<br />
Nessuna risposta.<br />
Il bambino si china, raccoglie una sassolino e lo lancia nel vuoto di fronte a lui. Dopo un paio di secondi la pietra sparisce, senza fare rumore, sembra che non abbia mai toccato terra, che si sia semplicemente dissolta nella caduta.<br />
«Anche della moschea rimarranno solo più pietre e sassi vero? Come quelli che si vedono da qua»<br />
«Temo di sì Alì, ma tu devi preoccuparti delle case degli uomini, sono loro che ne hanno bisogno. Allah è qui per prendersi cura di noi, non siamo noi a dover proteggere lui»</p>
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		<title>Ladri di parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jan 2018 15:32:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una signora con un cappotto rosso camminava a passo svelto verso l’ingresso di un grande edificio di vetro e acciaio da cui si intravvedevano le stampatrici all’opera. Aveva degli stivali neri con il tacco che facevano un rumore secco, ritmato, ogni volta che appoggiava il piede per terra. Tac, tac, tac.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Una signora con un cappotto rosso camminava a passo svelto verso l’ingresso di un grande edificio di vetro e acciaio da cui si intravvedevano le stampatrici all’opera. Aveva degli stivali neri con il tacco che facevano un rumore secco, ritmato, ogni volta che appoggiava il piede per terra. Tac, tac, tac.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Sollevò lo sguardo verso la scritta sopra la porta, quasi per controllare se fosse proprio nel posto giusto. E sembrava che sì, quello fosse proprio il luogo verso cui era diretta, perché senza esitare avanzò verso l&#8217;entrata. Tac, tac, tac.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Rimase però sulla soglia: un uomo vestito di nero, in divisa, le bloccava la strada.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">«Ha bisogno di qualcosa signora?»</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">«Evidentemente sì, altrimenti non sarei venuta. Le sarei grato se mi facesse passare, ho una certa urgenza.»</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">L&#8217;uomo rimase ancora qualche secondo fermo, interdetto, ma ormai era palese che la loro tacita sfida fosse stata vinta da quella signora con il cappotto rosso. Sconfitto, si fece da parte lasciando passare la donna che si diresse verso la segreteria, al fondo del corridoio.Tac, tac, tac.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Arrivata davanti alla lunga scrivania, che correva da un lato all&#8217;altro della stanza, si bloccò. Batté i piedi sul pavimento e si schiarì la voce cercando di attirare l&#8217;attenzione delle due segretarie che erano chinate sullo schermo di un computer, concentrate su qualcosa che da dietro la scrivania non si vedeva. Tac, tac, tac.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Alzarono lo sguardo contemporaneamente verso la signora che, sfilandosi i guanti dalle mani, disse: «Sono venuta a ritirare il mio pacco». Una delle due ragazze, capelli scuri un po&#8217; crespi, occhi neri, fisico asciutto, rivolse uno sguardo smarrito all’altra: non capiva cosa ci facessero lì quella signora e la sua richiesta così inappropriata, non era un ufficio postale il loro.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">L&#8217;altra, invece, riconobbe subito la donna con il cappotto rosso e intuì il motivo per cui era venuta. Lo capì con la chiarezza delle cose che non si vogliono vedere, ma che ad un certo punto, anche se abbiamo cercato di evitarle, di coprirci gli occhi, di guardare a terra, ci si piazzano davanti. Capì e impallidì. Parlò velocemente, in prenda all’ansia: «Non so di che pacco stia parlando. Tra poco arriveranno gli studenti, alle dieci iniziano le lezioni, la prego di andarsene, non posso esserle di aiuto».</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">La signora, invece, rimase immobile e rispose con tranquillità: «Può eccome. Non uscirò di qui senza il mio pacco. E non mi guardi così cara, di cosa ha paura? Non è stata colpa sua se per anni qualcuno ha cercato di tenere nascosto questo segreto, se hanno rubato le mie storie. Ora su, vada a prendermi quello che mi spetta».</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Quando ebbe finito di parlare si sbottonò il cappotto e si sedette su uno dei divani. Tac, tac, tac.</p>
<p class="CorpoA" style="text-align: justify;">Aspettava calma, abbandonata sui cuscini, certa che le prove sarebbero state inconfutabili.</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/4925-2/">Ladri di parole</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Chi vince ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 12:30:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni]]></category>
		<category><![CDATA[progetto "Habitat"]]></category>
		<category><![CDATA[Vincere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La battaglia di Giovanni viene vinta giorno per giorno, da tre anni. E da uno la sua vita è una vita vera. Questo un frammento della sua storia. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cuneo, 24 novembre 2017</p>
<p>Il numero 49 era incollato sullo stipite della porta verniciata di grigio come tutte le altre lungo il corridoio. Le pareti intorno erano beige, scrostate in alcuni punti. La porta a sinistra, la 48, era socchiusa: si sentiva una musica ritmata e si intravvedeva un uomo sulla cinquantina, jeans sbiaditi e canotta, che cantava di fronte ad uno schermo. Al suono della canzone se ne aggiungevano altri, provenienti dagli appartamenti vicini. C’era rumore, ma si riuscivano lo stesso a distinguere i passi di qualcuno che si avvicinava e che, arrivato davanti al numero 49, posò a terra un vassoio avvolto in una carta rosa. Si affacciò alla porta accanto e disse: «Ho lasciato qualcosa da mangiare per Giovanni»<br />
L’uomo all’interno dell’appartamento annuì senza smettere di cantare.<br />
Passò quasi mezz’ora prima che si sentissero altri passi nel corridoio.<br />
Era una donna giovane, vestita con abiti sportivi, che si avvicinò al 49, aprì ed entrò, lasciando il vassoio lì dov’era, sullo zerbino. Uscì poco dopo stringendo tra le mani un sacco nero della spazzatura e chiuse la porta dietro di sé allontanandosi verso l&#8217;uscita della palazzina.<br />
Erano quasi le cinque quando arrivò Giovanni. Aveva le cuffie alle orecchie e faceva oscillare la testa a ritmo di musica. Frugò per qualche secondo nelle tasche, tirò fuori le chiavi e entrò al numero 49. Prima di chiudere la porta dietro di sé si chinò a raccogliere il vassoio. Tenendolo in mano con attenzione fece qualche passo verso il tavolo che si trovava sulla sinistra della disordinata cucina e, spostando alcuni CD abbandonati lì sopra, lo posò. Sollevò la carta rosa che ricopriva la confezione e intravvide focaccine, pizzette, qualche biscotto e un paio di pezzi di torta di mele. Ne prese una fetta canticchiando la canzone che aveva ancora nelle orecchie. Mentre andava verso il divano si inciampò in un filo dimenticato per terra, probabilmente il carica batterie di qualcosa, e cadde tra i cuscini. Sorrise. Si sistemò e, sollevando qualche rivista e un cumulo di capi di abbigliamento, prese in mano un joystick. Accese la televisione e iniziò la prima partita. Era in svantaggio: era appena incominciata e già avevano ucciso il suo compagno. Era rimasto solo e i suoi avversari lo inseguivano su tortuose stradine che mano a mano di materializzavano sullo schermo. Gli sparavano. Le dita si muovevano rapide da un tasto all&#8217;altro per evitare i colpi e per fuggire il più in fretta possibile. Prese una scala che saliva, poi svoltò a sinistra, si girò per sparare qualche colpo e cercare di liberarsi di qualcuno dei suoi nemici. Ne uccise alcuni e continuò a correre. Ancora qualche metro e poi si voltò di nuovo, non era più molti. Nascondendosi dietro ad un muretto colpì quelli rimasti. E vinse.</p>
<p><em>Giovanni, 29 anni, vive solo da tre e da uno non prende più farmaci. Dopo aver passato gran parte della sua vita in comunità di riabilitazione psichiatrica, grazie al progetto “Habitat”, ora ha una vita normale. Guadagna tra i 300 e i 400 euro al mese per una borsa lavoro. Alcuni operatori lo vanno a trovare un paio di volte a settimana, gli riempiono la dispensa e lo aiutano a riordinare l‘appartamento. Giovanni ha vinto la sua battaglia contro la psicosi, superando ogni aspettativa.</em></p>
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		<title>Attese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Nov 2017 12:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[attese]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[rivelazione]]></category>
		<category><![CDATA[speranza]]></category>
		<category><![CDATA[strada]]></category>
		<category><![CDATA[Tram]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torino, 21 settembre 2017 Due ragazzi, stretti tra il finestrino del tram e gli altri passeggeri, parlano tra di loro. Hanno entrambi occhi scuri, dello stesso colore della loro barba che sale ispida dal collo al mento fino ad arrivare alle guance. Luca è il più alto, ma non fosse per questo dettaglio si assomigliano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Torino, 21 settembre 2017</p>
<p>Due ragazzi, stretti tra il finestrino del tram e gli altri passeggeri, parlano tra di loro.<br />
Hanno entrambi occhi scuri, dello stesso colore della loro barba che sale ispida dal collo al mento fino ad arrivare alle guance.<br />
Luca è il più alto, ma non fosse per questo dettaglio si assomigliano molto.<br />
«Ci arrivi a schiacciare?»<br />
Uno dei due infila la mano tra le spalle di due anziane signore e si tende fino a raggiungere il pulsante rosso, preme.<br />
Una manciata di secondi, una curva e poi il tram si ferma. Le mani si stringono intorno alle maniglie e alle sbarre, si tendono i muscoli per rimanere saldi al proprio posto, per resistere alla frenata.<br />
«Mi scusi, permesso»<br />
Si fanno largo tra i gomiti, tra le mani ancora serrate intorno ai corrimani, tra i corpi della gente e scendono.<br />
«Ha detto che sta arrivando».<br />
Luca si aggiusta la giacca, china la testa e tira sù la cerniera. Si incammina a passo svelto per la strada e si volta indietro per controllare che l&#8217;altro lo segua.<br />
«Non è lontano da qui, se andiamo veloce dovremmo fare in tempo»<br />
Abbassa la cerniera e riapre il giubbotto.<br />
«Fa caldo. Tu stai bene così?»<br />
Nessuna risposta. Rimangono in silenzio per un po’, si sente solo il ritmo veloce del loro respiro. Poi Luca si volta di nuovo: «Secondo te come sarà?»<br />
Ora camminano uno di fianco all&#8217;altro, anche se ogni tanto devono dividersi per oltrepassare un gruppo di anziani o una scolaresca.<br />
«Chissà cosa dirà, se è proprio come ci hanno raccontato».<br />
Cala di nuovo il silenzio, fino a che Luca si gira all’improvviso e afferra per il braccio il compagno e quasi gli urla contro.<br />
«Smettila di essere arrabbiato. Non poteva tenerci, lo capisci? È stato meglio così per noi».<br />
Continua a parlare, ad agitare le braccia, a controllare l’orologio.<br />
Poi ad un tratto si ferma in mezzo alla strada: «Io non lo so se abbiamo fatto bene a decidere di incontrarla, ok? Tu però se vuoi puoi non venire. Torna indietro. Ma io vado, ho passato questo anni a chiedermi chi fosse, come fosse fatta, se mi somigliasse o no, ora non torno indietro».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli Invisibili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2017 15:22:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[Invisibili]]></category>
		<category><![CDATA[Movicentro]]></category>
		<category><![CDATA[ombre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cuneo, 5 settembre 2017 Un calcio colpì con forza la schiena avvolta in un coperta gialla usurata. «Arrivano» L&#8217;uomo socchiuse gli occhi e si girò su un lato facendo scricchiolare il cartone sotto di lui. Il vetro che aveva davanti, illuminato dalla luce pallida del mattino, rifletteva l&#8217;immagine delle decine di biciclette legate alla rastrelliera, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cuneo, 5 settembre 2017</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un calcio colpì con forza la schiena avvolta in un coperta gialla usurata.</p>
<p style="text-align: justify;">«Arrivano»<br />
L&#8217;uomo socchiuse gli occhi e si girò su un lato facendo scricchiolare il cartone sotto di lui. Il vetro che aveva davanti, illuminato dalla luce pallida del mattino, rifletteva l&#8217;immagine delle decine di biciclette legate alla rastrelliera, del marciapiede rossiccio e della ringhiera che lo delimitava, interrotta da una scalinata. Sul vetro si vedevano anche ombre scure muoversi frettolose alle spalle dell&#8217;uomo ancora coricato. Gli altri erano già tutti in piedi a raccogliere le loro cose.</p>
<p style="text-align: justify;">«Arrivano», gli disse di nuovo con voce roca il vecchio che lo aveva svegliato, mentre gli passava accanto, stringendo tra le mani raggrinzite due sacchi neri della spazzatura, pieni fino all&#8217;orlo. Cinque o sei uomini si muovevano rapidi intorno a lui, correndo da una parte all&#8217;altra, chinandosi, afferrando, raccogliendo, in un silezio soffocato.<br />
Scostò la coperta e si alzò.<br />
Poco distante, tra le ruote delle bici, c&#8217;erano un paio di ciabatte nere con la suola rossa, se le infilò rapidamente nei piedi scalzi e corse verso la ringhiera. Afferrò i jeans scuri e la maglietta appesi al corrimano polveroso, erano ancora umidi. Mentre tornava dove aveva lasciato le sue coperte, un ragazzo, correndo verso le scale, gli tirò una spallata facendogli perdere l&#8217;equilibrio. Cadde su una delle tante bici, ma fu un attimo, e poi era di nuovo in piedi, chianato sulla sua borsa di plastica verde, per cercare di stipare più cose possibili. Buttò dentro i vestiti e le coperte e piegò i lunghi pezzi di cartone che erano rimasti a terra. Raccolse rapidamente alcune scatole di cibo scaduto che erano ancora sparsi sul marciapiede e li spinse negli angoli della borsa che erano rimasti liberi. La appoggiò, ormai piena, contro la parete di vetro, di fianco alle striscie di cartone.</p>
<p style="text-align: justify;">In quell&#8217;istante, due ragazzi corsero giù dalle scale, lasciandolo solo sul marciapiede ormai vuoto. Si guardò intorno, gli occhi che guizzavano da una parte all&#8217;altra. Non c&#8217;era nesuno. Si chinò ancora una volta, frugò senza sosta tra i sacchi neri abbandonati, tra le scarpe incastrate nei raggi delle ruote delle bici, finchè trovò un paio di scarpe da ginnastica bianche sotto una pila di cartone. Le strinse al petto con una mano, con l&#8217;altra afferrò i manici della borsa verde e affrettando il passo scese anche lui le scale.<br />
Arrivato al fondo, si infilò nel sottopassaggio e si diresse verso un angolo riparato dalla penombra. Sistemò le sue cose in un affranto del muro, vicino ad altri sacchi e ad altre coperte e si diresse verso la fine del tunnel. Salì le scale riemergendo in superficie e sparì tra le strade ancora silenziose.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cielo si schiariva ad ogni minuto, preparandosi all&#8217;arrivo del sole e facendo risplendere la costruzione di vetro che copriva le scale da cui era appena emerso l&#8217;uomo. Sopra la scalinata spiccavano quattro quadrati colorati con la scritta <em>Movicentro</em>.</p>
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		<title>6724.85 ¥</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jun 2017 15:33:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[yen. soldi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sul display della cassa del supermercato la scritta in verde indicava 6724.85 ¥. Le piccole dita di un bambino divisero rapidamente il denaro già contato dal resto che gli rimaneva sul palmo della mano: una banconota da mille yen, una moneta da dieci, una da cinquecento e pochi altri spiccioli. Il bambino alzò lo sguardo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sul display della cassa del supermercato la scritta in verde indicava 6724.85 ¥. Le piccole dita di un bambino divisero rapidamente il denaro già contato dal resto che gli rimaneva sul palmo della mano: una banconota da mille yen, una moneta da dieci, una da cinquecento e pochi altri spiccioli. Il bambino alzò lo sguardo verso la nonna e scosse la testa.<br />
La donna anziana allora, rivolgendosi alla cassiera, chiese: “Mi scusi, possiamo lasciare la torta?”<br />
Le sue dita, così fragili da sembrare di carta stropicciata, tirarono fuori la torta ancora ben confezionata da uno dei sacchetti di plastica e la posarono sul banco, sporgendosi poi per mettere nelle mani della cassiera qualche banconota con sopra alcune monete.<br />
Finì di riempire i sacchetti e, voltandosi, incontrò gli occhi neri a mandorla di una bambina che dal basso si fissarono in quelli della nonna: “Ma la torta era l’unica cosa che volevo.”<br />
La donna si chinò fino ad arrivare all’altezza della nipote: “La prossima volta Haruna, va bene? Quando potremo permettercela”<br />
“Anche l’ultima volta hai detto così” e diede le spalle alla nonna. Si sollevò sulle punte dei piedi e afferrò alcune delle borse della spesa. Stava per allontanarsi quando il bambino le si avvicinò prendendogliele dalle mani: “Non arrabbiarti, non era buona quella torta. Compreremo qualcos’altro.”<br />
La nonna annuì con un sorriso, sfiorando i capelli scuri e lisci della bambina e si incamminarono tutti e tre verso l’uscita.<br />
Il cliente successivo posò davanti alla cassiera un confezione di plastica contenente vari tipi di sushi e una bibita e indicò la torta abbandonata sul bancone: “È buona?”<br />
“Sì molto”<br />
“Prendo anche quella allora”<br />
Pagò in fretta, si allontanò dalla cassa a grandi falcate e con pochi passi raggiunse la bambina che, per mano alla nonna, stava parlando vivacemente. Le sfiorò una spalla e, prima ancora che lei si fosse girata, tese le braccia verso di lei. In mano aveva la torta.<br />
“Questa è per te”<br />
Sul volto di Haruna si spalancò un sorriso, la pelle ambrata si infossò ai lati della bocca e la bambina allungò a sua volta le braccia verso l’uomo di fronte a lei. Poi con un movimento rapido ma silenzioso le riportò vicino al corpo e, improvvisamente timida, chiese: “Posso?”<br />
“Certo, è tua”<br />
Prese la torta con delicatezza, tenendola con entrambe le mani e quando questa scivolò leggermente da un lato fu subito pronta a riportarla in orizzontale, prima che si schiacciasse contro i bordi della scatola. La guardava con gli occhi spalancati, con lo stesso sguardo carico di gratitudine che, alzando la testa, rivolse all’uomo ancora chinato verso di lei.</p>
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		<title>Maschera Bianca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eleonora Numico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 May 2017 20:57:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotogramma]]></category>
		<category><![CDATA[Geisha]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[maschera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Girò lentamente la testa, ora lo specchio rifletteva la parte destra del collo e del viso. Passò il pennello sulla pelle lasciando una scia di cera profumata e inclinando ogni tanto il capo all’indietro per raggiungere ogni punto. Dopo che ebbe spalmato la cera su tutto il viso, allungò le braccia fino a raggiungere la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Girò lentamente la testa, ora lo specchio rifletteva la parte destra del collo e del viso. Passò il pennello sulla pelle lasciando una scia di cera profumata e inclinando ogni tanto il capo all’indietro per raggiungere ogni punto. Dopo che ebbe spalmato la cera su tutto il viso, allungò le braccia fino a raggiungere la schiena e dipinse di bianco le spalle, fino alle scapole, lasciando due spicchi di pelle scoperta dietro il collo.<br />
Con un pennello sottile ripassò di rosso le labbra e di nero le sopracciglia.<br />
Avvolse il kimono di seta intorno al corpo e uscì nel giardino.<br />
L’aria era fredda e umida, un passo dopo l’altro si incamminò su uno dei sentieri di pietra che si aggrovigliavano tra gli alberi intorno al padiglione e che erano ricoperti da una patina di acqua scivolosa.<br />
Già sulla soglia del padiglione l’odore dell’erba e della pioggia si mischiava a quello dell’incenso.<br />
In fondo alla stanza, sul pavimento di legno, era adagiato il corpo di una donna. Un uomo era chinato su di lei, intento a lavare il viso cereo con un panno bianco.<br />
Si avvicinò ancora e si inginocchiò.<br />
Davanti a lei il corpo della donna era coperto con una stoffa azzurra sottile, su cui serpeggiavano fili argentei. Soltanto il viso era scoperto, con i capelli sciolti che ricadevano sul cuscino.<br />
L’uomo intanto continuava a pulire il corpo e a cospargerlo con olii profumati. Quando ebbe terminato prese con delicatezza da sotto la stoffa le mani rigide della donna e gliele unì sul petto.<br />
La geisha chinò la testa fino a sfiorare con la fronte quelle mani e stette ferma, con gli occhi chiusi.<br />
In piedi vicino alla soglia un bambino le guardava.<br />
L’uomo prese un pennello e stava per appoggiarlo sulla pelle della donna quando la geisha chiese: “Permette?”<br />
Gli sfilò la cipria bianca dalle mani e iniziò a coprire il viso della donna.<br />
L’uomo la fissava, gli occhi seguivano ogni suo gesto. Le parole gli uscirono in un soffio, come se temesse il suono della sua stessa voce: “La conosceva bene?”<br />
“È stata la mia <em>sorella maggiore</em>, la geisha che mi ha insegnato ad essere un donna d’arte. Quand’ero un’apprendista era lei a truccarmi.”<br />
La donna finì di dipingere la pelle della geisha, le acconciò i capelli in uno chignon intorno a cui appoggiò dei piccoli fiorellini bianchi, poi fece scivolare un piede in avanti e si alzò.<br />
Quando uscì dal padiglione, sul mobile basso nell’angolo a destra, stava ormai cadendo sul portaincenso la cenere del terzo bastoncino bruciato.<br />
Uscendo prese per mano il bambino che fino a quel momento aveva aspettato attonito all’inizio del padiglione. I suoi lineamenti infantili si confondevano con quelli della donna che giaceva fredda sul pavimento di legno alle sue spalle. La geisha gli strinse la mano e lo portò via con sé.</p>
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