«Come sta la bambina?»
«È andato tutto bene, non preoccuparti. È in camera, vuoi vederla?»
«Sì, grazie. Volevo farle vedere il neonato prima di portarlo alla sua nuova famiglia.»
Entrarono insieme nella stanza dell’ospedale.
Camila, dodici anni, era rannicchiata nel letto con gli occhi chiusi. Si accorse, però, che era arrivato qualcuno, aprì gli occhi e alzò lo sguardo. Quando vide l’uomo slanciato, in piedi alla destra di quello con il camice, che teneva fra le braccia un bambino, si mise subito a sedere e sgranò gli occhi.
«Vuoi tenerlo?», le chiese lui.
«Sì, posso?»
Lui si avvicinò e le posò delicatamente tra le braccia il piccolo, sorridendole: «Fai attenzione».
Anche Camila sorrise, con le braccia scosse da tremiti sottili e gli occhi fissi su suo figlio.
«Si chiama Rafael, va bene?» gli chiese la bambina.
«Sì, certo. Ora però devi lascarmelo.» Disse lui mentre si protendeva verso di lei, pronto a prendere il bambino.
«Aspetta, devo dargli una cosa.»
L’uomo prese il neonato dalle braccia di Camila e lei scese dal letto. Si chinò su uno zaino che era appoggiato lì vicino, contro la parete bianca, e si rialzò tenendo in mano due teli sottili che servivano per ripararsi dal sole.
Sollevò lo sguardo verso quel viso adulto e glieli mostrò.
«Ho fatto questi per lui. Li ho ricamati io, perché si ricordi che sua madre gli ha dato tutto quello che poteva.
Tieni, dalli alla famiglia in cui andrà.»
Lui si chinò verso la bambina, lei appoggiò i teli sul neonato e poi rimase ferma ad osservare i due uomini che uscivano dalla stanza.
Quando la porta si fu chiusa alle loro spalle l’uomo con il camice bianco appoggiò una mano sulla spalla dell’altro e con gli occhi fissi sul bambino gli chiese: «Ma chi è il padre?»
La domanda riecheggiò nel corridoio vuoto mentre i due ripresero a camminare.
Dopo qualche passo la risposta arrivò a bassa voce, sussurrata e tremante: «Il padre di Camila».

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