9 Maggio 2025 | Frammenti di storia
Come ogni 25 Aprile, eccoci qua a difendere questa giornata dagli attacchi di chi, ancora oggi, lo definisce un giorno divisivo. Ma davvero, 82 anni dopo la caduta del fascismo, è così difficile definirsi antifascisti?
Quest’anno, al Festival di Sanremo, a Roberto Vannacci, deputato al Parlamento Europeo per la Lega, è stata posta una domanda semplice: “Lei si definisce antifascista?”. La risposta è stata netta: “No, nella maniera più assoluta. Il fascismo è finito 80 anni fa, è un periodo storico. Come nessuno si definisce antisessantottino, antinapoleonico o antigiacobino, non vedo perché bisogna definirsi antifascisti” (Il Sole 24 Ore, 2025). Non è il solo a pensarla così. Altre importanti figure istituzionali come Ignazio La Russa, attuale presidente del Senato, hanno pubblicamente evitato di definirsi antifascisti (Il Tempo, 2019).
Eppure, forse vale la pena ricordare cos’è stato davvero il fascismo. Secondo l’enciclopedia Treccani, fu un regime dittatoriale instaurato da Mussolini tra il 1922 e il 1943, periodo caratterizzato dalla soppressione delle libertà democratiche, violenza politica, nazionalismo esasperato e controllo autoritario della società. Un modello che ha ispirato regimi totalitari in tutta Europa e oltre: dalla Germania alla Spagna, dal Portogallo alla Romania, fino all’Argentina.
Il fascismo, sì, è un periodo storico, ma i suoi valori, quei valori, non sono morti. Sono stati adattati, riciclati e riproposti ovunque si tenti di soffocare la democrazia. Oggi li vediamo nel regime di Erdogan in Turchia, dove l’opposizione viene incarcerata e le manifestazioni represse nel sangue. Li riconosciamo dell’Ungheria di Orban, che ha cambiato la Costituzione per controllare la magistratura e i media. Li osserviamo nella Russia di Putin, dove la libertà di stampa è ormai un lontano ricordo e chi dissente finisce in carcere o peggio ancora, assassinato. Anche negli Stati Uniti di Trump si vedono segnali inquietanti: studenti arrestati per le proteste pro-Palestina, università minacciate di tagli ai fondi, se non si conformano a nuovi decreti esecutivi contro la cosiddetta “ideologia woke”. Il fascismo non torna con camicie nere e marce su Roma, torna con il controllo dell’educazione, con la repressione del dissenso, con il culto della personalità e il nazionalismo esasperato. Quindi sì, generale Vannacci: il fascismo appartiene a un’epoca storica, ma i suoi echi risuonano nei regimi autoritari di oggi. E proprio per questo essere antifascisti è necessario. Ieri, oggi e domani.
Un’altra falsità che circola con insistenza è che essere antifascisti significhi essere comunisti. Un’accusa tanto superficiale quanto infondata. È vero che le Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista, hanno avuto un ruolo importante nella Resistenza, ma furono solo una parte di un movimento molto più ampio, coordinato dal Comitato di Liberazione Nazionale, che riuniva comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali e democratici del lavoro.
Tra i leader della resistenza vi erano sì figure come Palmiro Togliatti, poi segretario del Partito Comunista Italiano, ma anche cattolici come Alcide De Gasperi ed Enrico Mattei, fondatore dell’ENI. Fu grazie a uomini e donne di diverse idee politiche, uniti dall’antifascismo, che nacque la nostra Costituzione, fondata su valori opposti a quelli del regime. Come ricordava Pietro Calamandrei nel suo celebre discorso: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.
Quest’anno, a causa del funerale di Papa Francesco, è stato imposto lutto nazionale per cinque giorni, ragion per cui è stato richiesto di festeggiare il 25 aprile in maniera “sobria”. In molte città è stato vietato di cantare Bella Ciao. Alla cerimonia delle fosse Ardeatine in tanti stavano intonando il canto, ma Il ministro degli esteri Antonio Tajani si è rifiutato (Ansa, 2025). Bella Ciao, che come riportato da alcune fonti non era nemmeno diffusa durante la Resistenza, deriva da un canto popolare (The Vision, 2019), diventato un inno universale di ribellione e libertà solo dopo il Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1964. Bella Ciao è stata cantata durante la Primavera Araba, nelle proteste in Cile contro Piñera, in Piazza Tahrir a Baghdad nel 2020 contro l’influenza di Iran e Stati Uniti e nelle manifestazioni contro Erdoğan nel 2013 (The Vision, 2019). Bella Ciao oggi non è solo il simbolo della Resistenza italiana, ma voce di solidarietà con chi, ancora oggi, vive in condizioni di oppressione.
Da Vanacci, a Ignazio La russia, da Tajani a Giorgia Meloni, forse è il momento di intonare Bella Ciao e di celebrare il 25 aprile, perché se oggi siete alla guida di un governo democratico, è grazie ai partigiani.
È quindi vero che il 25 aprile è una giornata divisiva: perché se non ti riconosci nell’antifascismo, non potrai mai sentirti parte della celebrazione. E se non si è antifascisti, si è fascisti. Non ci sono via di mezzo, o altri modi per dirlo. Quindi sì, festeggiamo il 25 aprile come giorno diviso e accettiamolo con orgoglio. Divisivo dovrà pur essere, se ci divide tra fascisti e antifascisti, tra chi appoggia i governi autocratici di oggi e chi no. A chi ogni giorno difende le libertà, e chi, invece, continua a sopprirmerle lentamente.
25 Maggio 2021 | Vorrei, quindi scrivo
Le tensioni tra Israeliani e Palestinesi, nate dopo la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e da allora mai terminate, sono nuovamente cresciute in questi giorni, innescate da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa della recente crisi.
La disputa riguarda Sheik Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est che ha una storia controversa: un tempo era un frutteto in cui alcune famiglie palestinesi si erano trasferite costruendo delle case moderne per sfuggire al caos della città vecchia di Gerusalemme. In questo quartiere, però, abitava anche una piccolissima comunità ebraica, in corrispondenza della tomba di Simeone il Giusto. Con la prima guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata per il mancato riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dei Palestinesi e degli Stati della Lega Araba, questo quartiere venne fatto evacuare. Gerusalemme est, alla fine di questa guerra, passò sotto la giurisdizione della Giordania, mentre l’altra parte della città era controllata da Israele.
Nel 1956, in seguito all’approvazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ventotto famiglie palestinesi si stabilirono nel quartiere di Sheik Jarrah; esse erano parte di un gruppo più ampio formato da centinaia di migliaia di palestinesi espulsi dall’esercito israeliano nella guerra del ’48 che causò la fuga di un milione di Palestinesi dai territori arabi occupati dagli Israeliani.
Nei primi anni ’60 del ‘900 queste famiglie raggiunsero un accordo con il governo giordano, che le avrebbe rese ufficialmente proprietarie delle case. L’accordo, però, non venne mai ufficializzato perché Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e la striscia di Gaza, durante la famosa guerra dei sei giorni nel 1967; questa occupazione fu condannata dall’ONU e per la liberazione di questi territori sempre lottò l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sorta nel 1964 con lo scopo di creare uno Stato palestinese. Secondo gli accordi internazionali di Oslo del 1983, Israele avrebbe dovuto restituire ai palestinesi tutti i territori occupati nel 1967, che sarebbero passati sotto il controllo e l’autogoverno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al giorno d’oggi, però, è ancora sotto il controllo militare d’Israele.
Attualmente ci sono trentotto famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah rischiando lo sfratto e che, a partire dalla guerra dei sei giorni, si ritrovano in diversi processi giudiziari contro i gruppi di coloni israeliani che rivendicano l’appartenenza di quei territori allo stato d’Israele per la presenza della tomba di Simeone il Giusto. La legge israeliana, inoltre, lavora a favore dei coloni, perché consente agli Israeliani di rivendicare i territori che sostengono di aver posseduto in passato. Lo stesso diritto è negato, però, ai Palestinesi. Nel 2020 i ritmi degli sfratti in questa zona sono quadruplicati.
Il 2 maggio 2021 la Corte Suprema israeliana ha comandato a cinque famiglie di evacuare le loro case di Sheik Jarrah entro il 6 maggio. I Palestinesi di conseguenza sono scesi in piazza a protestare. Queste proteste, però, sono state represse molto violentemente dall’esercito israeliano, il quale ha risposto con tre raid in una moschea, nella quale è entrato sparando proiettili di gomma e granate assordanti. È così cominciata una vera e propria opera di distruzione delle moschee presenti nel dipartimento palestinese del centro storico di Gerusalemme. Inoltre, siccome erano gli ultimi giorni del Ramadan, oltre ad attaccare, l’esercito israeliano ha vietato l’ingresso ai Palestinesi nelle moschee.
Dopo queste settimane di proteste, Hamas, il movimento di resistenza palestinese islamico, vincitore delle elezioni del 2006 nei territori dell’Autorità nazionale Palestinese, ha reagito lanciando razzi verso Israele, il quale ha risposto brutalmente con raid aerei e bombardameti sulla striscia di Gaza, territorio palestinese con la più alta densità di popolazione; questo territorio, inoltre, non ha né un porto né un aeroporto e i suoi confini sono strettamente controllati dai militari israeliani. Il presidente israeliano Netanyahu ha dichiarato che intensificherà i raid aerei su Gaza, nonostante sappia che questo provocherà centinaia e centinaia di vittime tra i civili. Intanto le forze segrete israeliane, che sono le più potenti del mondo, riescono ad intercettare ogni razzo lanciato da Hamas. Dalla scorsa settimana ad oggi sono 17.000 i Palestinesi sfollati.
Nonostante la violenza di Israele, numerosi osservatori hanno visto il coinvolgimento di Hamas come un elemento decisivo per aumentare le tensioni: «in un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, ha alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e ha superato quella che il governo israeliano considera una “linea rossa”, cioè la sicurezza degli Israeliani che abitano a Gerusalemme e a Tel Aviv» scrive Il Post.
I Palestinesi, soprattutto quelli della striscia di Gaza, vivono una situazione drammatica da decenni, subiscono da anni un durissimo embargo e non hanno alcuna possibilità di fuga. Sul confine di Israele e su quello egiziano, oltre alla presenza di forze armate, muri di cemento e filo spinato sbarrano le frontiere. Allo stesso tempo in Israele permane uno stato di militarizzazione che comprende il servizio di leva obbligatorio. Queste due situazioni, quindi, si autoalimentano a vicenda, sfociando in periodici scontri e continue tensioni.
Ciò che è evidente è che ancora una volta le vittime sono e saranno i civili. I morti palestinesi sono già più duecento, mentre quelli israeliani sono dieci. I raid israeliani hanno gravemente danneggiato anche la rete di fornitura elettrica nella città di Gaza, lasciando diversi settori della città completamente al buio, creando numerosi problemi anche all’interno degli ospedali, che non riescono a garantire i servizi medici adeguati. Anche i pozzi, i serbatoi di acqua calda, le reti di distribuzione di acqua e le stazioni di pompaggio hanno subito danni significativi. A Gaza in meno di dieci giorni almeno sessanta bambini sono stati uccisi, altri quattrocento sono stati feriti e almeno quaranta scuole vengono utilizzate come rifugi. Dietro le bombe che cadono su Gaza e Tel Aviv c’è l’ignobile gestione israeliana della questione di Gerusalemme est e, più in generale, degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi.
Fonti:
@il_post
@fanpage.it
@randa_ghazy