13 Ottobre 2025 | Fattore umano
Io dal 7 ottobre 2023 sono sempre stato in silenzio. Un po’ perchè ero disinformato, un po’ per paura, un po’ perché non è nel mio stile.
Ghali ha fatto una riflessione interessante attaccando il rap italiano e i suoi artisti non schierati: “il silenzio dei rapper ha ucciso il genere. Ne è rimasto solo lo stile, il suono, la forma” (https://www.instagram.com/p/DPW2VUvjDKS/?igsh=MWJxcDZtbmNtYXdoNA==). È interessante, perché oltre a combaciare col mio caso – per cui mi sono sentito, anche giustamente, aggredito in parte – introduce una riflessione sui caratteri di una forma d’arte e sul loro sviluppo in una fase storica, sociale e politica particolarmente delicata. Il genere, soprattutto in Italia, ha sempre avuto una componente socio-politica di spinta dal basso verso l’alto – o comunque in contrasto con l’establishment delle istituzioni e dei centri culturali tradizionali – da buona controcultura come spesso si è ed è stato definito. Oggi però, come vuole sottolineare Ghali, sembra taciturno. Il che può far saltare fuori il tema dell’impegno attivo nell’arte, della natura impegnata che l’arte può o non può assumere, deve o non deve assumere. Un tema ispido, sì, anche interessante, appunto. Ma non è dove voglio arrivare.
Nel momento in cui scrivo questo pezzo sono in pigiama, nel letto. Ieri sera (per me venerdì 3 ottobre 2025, giornata di due scioperi nazionali, uno generale, annunciato già da settimane da S.I. Cobas, e uno indetto mercoledì dai sindacati CGIL e USB contro l’abbordaggio israeliano della Global Sumud Flotilla) sono uscito di casa per bere e quindi stamattina ho anche un po’ mal di testa. Non sono stato in piazza, nei cortei, con tutti quanti. “Non è proprio nel mio stile”, mi sono sempre detto. “Ti rimane solo quello!” avrebbe pensato Ghali di me, fosse al corrente della mia condotta. Ma a me non piace gridare, parlo sempre a voce bassa: mi sono trasferito a Roma da una settimana e la gente mi chiede spesso di ripetere quello che dico perché parlo sempre a voce bassa. Al posto di stare in piazza ho scrollato Instagram, sì. A questo punto – dopo aver ammesso che un po’ mi vergogno del mio comportamento – vorrei invece concentrarmi sui contenuti che mi ha propinato Instagram; e non mi riferisco all’algoritmo, ma proprio alle persone. Molti dei conoscenti che seguo hanno reso esplicita la loro posizione sulla questione. Sulla guerra, sul genocidio, sui bambini, su Gaza, eccetera. Le pagine di informazione e i giornali hanno raccontato la questione. I content creator hanno detto la loro, anche quando non erano tenuti a farlo e, forse, proprio per quel motivo. Diversi artisti hanno preso posizione, chi con un timido sommovimento nei live, chi con papiri sulle stories che per spirito autolesionista ho letto da cima a fondo. Molti di loro, tra le altre cose, hanno fatto notare quanti follower abbiano respinto questo loro gesto “schierato” e li abbiano attaccati con fantomatiche offensive come: “non credevo fossi uno di loro…” o “pensa a fare musica e stai zitto!!!” e compagnia bella.
In questo momento, quando le polarizzazioni, effettive o apparenti che siano, si stanno pericolosamente dilatando, mi viene in mente Tedua che in Telefonate nel 2016 diceva tipo: “So che siamo nati dalle costole, ma di conseguenza non so / come mai venga l’odio e l’istinto / di far di tutta l’erba un fascio / o cercare il pelo nell’uovo per quello che faccio”. Non ricordo a cosa si riferisse il rapper, ma con lui è sicuramente d’accordo un mio professore di filologia e linguistica romanza il quale parlava della complessità dei fenomeni linguistici appartenenti a un certo sistema linguistico di un certo territorio e sosteneva che, seppur fosse necessario stabilire delle griglie per comprendere meglio questi fenomeni, era anche necessario ricordarsi di quanto ogni singolo fenomeno poteva avere la sua natura convulsa e irrazionale. Resa complessa dal fatto di non essere classificabile in maniera completa, valida e totalmente condivisa dall’insieme degli studiosi. “Poi, qui non si parla solo di linguistica. Vale anche per tutto il resto” aggiunse alla fine della spiegazione.
Perciò, schematizzando in una maniera decisamente poco completa e valida, nell’attuale panorama dell’opinione pubblica italiana, su un polo troviamo una fetta di persone che puntano il dito e accusano a destra e a manca l’appartenenza a pensieri politici vari – tornati decisamente di moda dopo decenni – lamentandosi di non poter vivere normalmente la loro vita a causa delle manifestazioni a favore di un popolo che non è quello italiano.
Sull’altro polo, invece, sta chi vuole farsi sentire e allora scende in piazza, posta, scrive e così via, per le motivazioni le più diverse e naturali, anche contraddittorie forse, ma pur sempre naturali. La cosa che però mi ha colpito di questo polo sta nella fluviale potenza che ha raggiunto: ogni età, ogni genere, ogni nazionalità, ogni colore della pelle, ogni orientamento sessuale, ogni religione, ogni squadra del cuore e ogni simbolo zodiacale. Forse in tutta la mia vita non ho mai visto immagini di piazze così piene. Ho ventidue anni e non avrei mai pensato di vedere quest’Italia mobilitarsi in questa maniera. E al di là di qualsiasi schiera, io mi sento un po’ orgoglioso di un popolo che finalmente prende posizione, scende in piazza, dice la sua per una causa. Lo pensavo più fatiscente, questo popolo. Contento di essermi sbagliato.
Chiudo questo flusso citando l’estratto di un’intervista che un creator che seguo ha postato nelle stories. Il reel (https://www.instagram.com/reel/DPUep4Mjf7B/?igsh=dm50NHg2dzB1OGNh) è della pagina di Radio Delta 1, stazione radio regionale del centro-sud Italia, e dentro si vede questo signore anziano – un certo Giorgio di Ancona, 94 anni – in mezzo a una folla di persone, credo seduto su una sedia a rotelle, forse su quella di un bar, non si capisce, che è paonazzo in viso e ha qualche riga di lacrima che gli corre verso il mento e, con una voce spezzata, ma piena di un entusiasmo vitale dice: “quando l’umanità si ribella di fronte a un genocidio così vuol dire che l’umanità ha incominciato a capire che il mondo bisogna cambiarlo”. Respira, singhiozza, mentre parla. Poi aggiunge: “Io non ci sto per la nazionalità, ci sto per la difesa dell’umanità[…], la difesa dei diritti degli uomini”. “Tutti!” esclama infine slanciando il braccio in orizzontale, come a voler spingere via una persona antipatica in discoteca, quasi irragionevole in un gesto così spontaneo. Tutti, ecco, siamo tutti nati da una costola, lo diceva anche Tedua. Credo che pure Giorgio sia d’accordo con Tedua.
Io invece mi sono alzato dal letto e ho finito questo pezzo, alla fine. Giudicatemi come vi pare, io non sono sceso in piazza e sono stato in silenzio finora, però adesso ho scritto questo pezzo.
Peace, I’m out.
23 Settembre 2025 | ConLeTueParole
In vista del 24 Settembre 2025 alle 18, alla libreria Stella Maris, dove si parlerà d’istruzione
Siamo sicurə che il sistema scolastico ci aiuti davvero a sviluppare un pensiero critico e prepararci al futuro?
Questo è uno degli interrogativi chiave di “Una cosa che non parla”, il nuovo libro di Giuseppe Nibali (2025), con il contributo di Alessandro Barbero.
Un dialogo tra studentə e insegnanti su ciò che si è perso nella scuola: l’ascolto, la crescita personale, la curiosità e l’apprendimento oltre il libro di testo.
Ci siamo posti l’interrogativo anche noi.
Oggi le scuole sono aperte, sì, ma molte ieri si sono fermate – o hanno rallentato – in favore di uno sciopero a sostegno degli accadimenti nella Striscia di Gaza. Un gesto, una manifestazione di solidarietà e di presenza. Una scelta consapevole di chi ha potuto ragionare criticamente intorno ad una delle tematiche che sta scuotendo il mondo e ha voluto intervenire, muoversi. Riguardo a questa capacità critica, questo mercoledì, il 24 settembre, la libreria Stella Maris di Cuneo ospiterà un dialogo incentrato su questo tema in cui a parlare troviamo l’insegnante e giornalista Giuseppe Nibali, che presenta il suo libro ” Una cosa che non parla” , l’insegnante di Lettere del Liceo De Amicis di Cuneo Nazareno Garelli, la psicoterapeuta Maura Anfossi e, infine, la nostra presidente Denise Arneodo.
Il loro incontro, che sarà alle 18 – a cui siete tutti caldamente invitati – toccherà uno dei capisaldi della struttura della nostra nazione: l’istruzione.
Ogni anno, a settembre, ma direi già anche nel mese di agosto, con l’imminente ritorno sui banchi, tutti i centri commerciali d’Italia – e non solo – diventano delle bacheche di zaini, diari, portapenne, quaderni ad anelli, matite, biro, bianchetti, gomme, compassi, righelli, squadrette, portalistini e via dicendo. Le città tornano a gonfiarsi di ragazzine e ragazzini che attraversano le strade, si raggruppano di fronte agli ingressi e nelle piazze. Su quelle stesse strade il traffico, dopo la pausa di riflessione della stagione estiva passata, rimette a dura prova la pazienza italiana ad ogni incrocio. Ma, al di là anche degli aspetti più concreti, il rientro a scuola chiama in causa una valanga di interventi, riflessioni e pensieri di professionisti e non che si interrogano sull’andamento del nostro sistema scolastico. Voti, maturità, orari, bocciature sono piccoli punti di un elenco enorme che troviamo scritto sulle lavagne italiane ogni anno, e che forse, dalla riforma Gentile a questa parte, intende ragionare sul funzionamento del nostro sistema. Senza stare a chiederci più di tanto se questo marasma di dibattito porterà dei frutti o meno, noi, come redazione di 1000 Miglia, abbiamo deciso di dare il nostro contributo. E allora pure noi, come Giuseppe Nibali, ci siamo fatti quella domanda che sta lassù, in alto, in cima a questo articolo. Nella speranza che anche un marasma caotico riesca a dare frutto. Soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo.
La scuola italiana è abbastanza brava a trasmettere nozioni, diciamo di sì e pensiamo al fenomeno dei “cervelli in fuga”.
Però oggi è innegabile sottolineare come sia necessaria una svolta: certo, le nozioni è giusto che ci siano e possono anche mantenere un ruolo di priorità all’interno del processo di apprendimento delle future leve, ma serve spazio per la libertà. Sì, c’è bisogno di una libertà di scoprire il mondo intorno a sé attraverso le nozioni imparate sui banchi senza rimanere imprigionato dalle stesse. Ma, soprattutto, c’è bisogno che ciascuno di noi impari a conoscere dove cominci la propria libertà e dove finisca, cioè, dove comincia la libertà di un altro. Il pensiero critico deve essere atto ad evitare lo sviluppo di preconcetti nei confronti della realtà e di chi la vive. Sarebbe importante una scuola capace di trasmettere nozioni discutibili, o, come direbbe il buon filosofo novecentesco Popper, falsificabili.
Forse intendo dire che la scuola potrebbe insegnarci anche che possiamo sbagliare, e che una conoscenza non è sempre definitiva, non è sempre perfetta. Perché la verità è un concetto complesso. Come il mondo e chi lo vive. La scuola potrebbe soltanto provare ad avvicinarcisi, con cautela, rispettando ogni libertà.
Giacomo
La scuola in Italia ha punti di forza e punti di debolezza. Tra le cose che mancano mi viene in mente la possibilità di conoscersi, e non solo di conoscere. Andare a scuola vuol dire, inevitabilmente, studiare e ripetere, imparare si, ma spesso senza trovare uno spazio per l’utilizzo pratico di quel sapere. Così il sapere acquisito rimane chiuso all’interno della mente della studentessa o dello studente fino alla prova, al risultato, e poi può essere tranquillamente dimenticato. Mancano quegli spazi di ascolto, quei momenti importantissimi in cui si impara per davvero a dire cosa si pensa, a discutere, a creare una propria opinione e condividerla con altri. Mancano i momenti dedicati al dibattito, alla riflessione, che sono quelli che più contribuiscono alla crescita di un/una giovane. Quei momenti in cui ci si siede in cerchio, senza i banchi e senza fogli, usando solo i propri occhi, le parole che escono dalla bocca, le orecchie aperte, essenziali per sviluppare la capacità di ascolto, e si condivide. Si parla della propria visione del mondo, a cosa serve ciò che si è imparato, chi si vuole diventare: non è davvero importante l’argomento quanto lo è il fatto che tutti parlino, che tutti si ascoltino, che tutti imparino a dire la propria senza vergogna, ma soprattutto, con fiducia nella comprensione e nel rispetto di chi si ha accanto. Questa, per me, potrebbe essere un’idea di scuola che ci aiuta davvero a prepararci al futuro.
Annalisa
Il sistema scolastico viene spesso presentato come il pilastro della formazione delle nuove generazioni, il luogo in cui si sviluppano competenze, pensiero critico e strumenti per affrontare il futuro. Ma la realtà appare più complessa. Le lezioni frontali, cuore della didattica tradizionale, hanno certamente un valore: trasmettono conoscenze, offrono un quadro storico e teorico di riferimento. Tuttavia, se restano confinate a un flusso unidirezionale di nozioni, rischiano di soffocare la capacità degli studenti di interrogare, immaginare, mettere in dubbio. Il pensiero critico si sviluppa davvero quando la lezione diventa dialogo, quando ci si chiede collettivamente “cosa ne pensiamo di questo evento?”, “quali alternative erano possibili?”, “quali limiti ha questa interpretazione?”. Perfino le risposte confuse o “sbagliate” possono essere preziose, perché costringono a rimettere in discussione ciò che il potere, o la tradizione, hanno già stabilito come verità.
Ma non si cresce soltanto attraverso i contenuti. La scuola educa anche tramite la sua stessa struttura sociale: le classi costringono a confrontarsi con lo sconosciuto, a convivere con chi è diverso, a misurarsi con i conflitti. In questo senso, l’istituzione scolastica riproduce dinamiche politiche e sociali: si impara a organizzarsi con i rappresentanti di classe o d’istituto, a contestare decisioni prese dall’alto, a immaginare piccole forme di democrazia quotidiana.
Eppure, questa dimensione potenziale rimane troppo spesso irrealizzata. Nella mia esperienza, ciò che prevale è la disillusione: più burocrazia che partecipazione, più imposizione che dialogo. La scuola non riesce a essere fino in fondo un laboratorio di cittadinanza critica, e non sempre prepara davvero al futuro. Tutto dipende dalla qualità e dalla sensibilità degli insegnanti: alcuni riescono a stimolare la curiosità e la riflessione, ma molti altri, stando ai racconti raccolti e vissuti in prima persona, finiscono per riprodurre modelli gerarchici, rigidi, scarsamente orientati alla crescita personale.
Per questo, rispondere alla domanda se la scuola ci prepari o meno è inevitabile: no, non lo fa in maniera completa. Non garantisce lo sviluppo di un pensiero critico né una reale preparazione al futuro, se non in misura frammentaria e fortemente variabile. È difficile pensare di affidare una responsabilità così grande unicamente a insegnanti lasciati a gestirsi in autonomia, spesso senza strumenti né formazione adeguata. Il rischio è che le generazioni crescano senza quelle competenze che più servono in una società complessa: la capacità di interrogare, di immaginare alternative, di costruire insieme il cambiamento.
Alessia
5 Settembre 2025 | ConLeTueParole
Settembre è un mese che abbraccia sentimenti contrastanti. La fine della spensieratezza estiva cozza contro la ripartenza delle necessarie attività quotidiane (scuola, lavoro, studi, etc). Poi c’è il caldo che cede terreno al clima autunnale più mite e le giornate tornano ad accorciarsi.
Tu, come vivi il tuo settembre?
Io dall’ultimo settembre delle superiori mi sento cambiato. In quel mese, di quell’anno, che era l’ultimo che avrei passato fra le mura del liceo di Cuneo per sei giorni a settimana, c’è stato un fuoco incrociato di sentimenti e sensazioni che ancora adesso faccio fatica a capire bene. Gioia e noia per il ritorno alla quotidianità da studente delle superiori. Nostalgia, sicuramente, per il finire di quell’esperienza scolastica. Paura, anche, per l’ignoto futuro. Un po’ come ha sottolineato Annalisa nel suo pezzo.
Settembre è una pentola dove non sai cosa puoi trovarci dentro. Potresti pensare alle patate raccolte durante l’estate, bollite, ma anche al brodo di carne con cui mangerai quei noiosi fili di pasta che mia nonna chiamava capelli d’angelo: i cavei d’angel, in piemontese. Non è un mese incasellabile nel ciclo delle stagioni. Giulia ha fatto bene a ricordarlo, che è il mese delle possibilità, perché settembre, se vogliamo, è tutto e non è niente. Offre delle opportunità, e non possiamo sottovalutarlo, come ha precisato Alessia. Per questa ragione, può essere meraviglioso e terribile, settembre, quindi sublime. Come ogni cambiamento d’altronde.
Settembre è un mese che porta con sé sentimenti contrastanti. È quel confine sottile tra la leggerezza dell’estate e il peso dei doveri che tornano a bussare alle nostre porte. Le giornate si accorciano, il sole cede gradualmente il passo a un’aria più mite e fresca, e insieme al cambio di stagione arriva anche un cambiamento interiore: un lento riassestarsi, un ritorno a ritmi più strutturati dopo la spensieratezza estiva. Se l’estate è il tempo della condivisione — amici, parenti, incontri e serate che sembrano non finire mai — settembre segna invece il ritorno all’individualità. È il momento in cui ci si ritrova faccia a faccia con se stessi, con le responsabilità lasciate in sospeso e con gli impegni rimandati tra una vacanza e l’altra. Ci si ritrova a rimettere ordine tra le carte accumulate sul tavolo, tra i messaggi non letti e i progetti sospesi, quei “ne riparliamo a settembre” che ora diventano urgenti, reali, ineludibili. Per chi lavora, settembre significa tornare alle riunioni e ai compiti che erano stati accantonati, riprendere contatti e decisioni rimaste sospese. Per chi studia, è il ritorno tra i libri, agli appunti lasciati a prendere polvere durante le vacanze, ai programmi di studio da riorganizzare, agli esami imminenti che richiedono concentrazione e disciplina. Ogni gesto sembra riprendere il suo ritmo naturale, ma con una consapevolezza nuova: si sente che nulla può più essere rimandato, tutto va affrontato. E poi ci sono i buoni propositi settembrini, quei desideri di stabilità e cambiamento che sorgono con forza dopo l’abbandono della spensieratezza estiva. È come se settembre ci sfidasse a mettere ordine nella nostra vita: nei pensieri, nelle abitudini, nei rapporti. Ci spinge a fare i conti con ciò che siamo e con ciò che vogliamo diventare, con la precisione silenziosa di chi sa che il tempo passa inesorabile, ma che offre anche l’occasione di ricominciare. Settembre non ha il clamore di gennaio, né l’euforia di giugno: è un nuovo inizio più discreto, più intimo, che richiede pazienza e attenzione. È il mese dei piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, costruiscono la stabilità che l’estate ci aveva fatto dimenticare. È un invito a rallentare, a riflettere e a riappropriarsi della propria vita, prima che l’autunno entri del tutto e con sé porti la sua malinconia e il suo fascino. In fondo, settembre è un mese di equilibrio, di bilanci e di preparazione. Un mese che ci insegna che tornare alla realtà non è una sconfitta, ma un’opportunità per ricominciare più forti, più consapevoli e, forse, più vicini a noi stessi.
Alessia A.
Settembre per me (e credo per molt*) si traduce con nostalgia. Però quella bella, quella degli strascichi dell’estate di Luglio e di Agosto. Quello che rimane del caldo, delle vacanze lontano da casa, dei pomodori e delle pesche mature e del mare. Quello del sentimento di nuovi inizi sconosciuti, di quel limbo che collega il “dolce far niente” con la ripresa della “vita ordinaria”. Questo Settembre però è diverso per me. Non ci sarà una ripartenza di lezioni e di vita universitaria; a dir la verità non so cosa ci sarà. E questa è una sensazione che non ho mai provato prima, il non sapere a cosa vado incontro perchè non c’è nulla di organizzato, nulla di programmato, semplicemente Settembre, con i suoi cieli tersi, quell’aria un po’ fresca, quelle gite in montagna scampando i temporali, quei gelati che fanno già venire i brividi di freddo. Settembre quest’anno mi fa un po’ paura, mi mette un po’ sull’attenti, mi sembra di dover per forza aver qualcosa da fare eppure, paradossalmente, sento anche che mi sussurra di stare tranquilla, perchè tutto andrà bene. Settembre mi culla come una mamma con la sua bambina, mi canta con voce calda e dolce che anche io riuscirò a trovare la mia strada, se rimarrò fedele a chi sono.
Annalisa P.
Una delle canzoni che più mi ha segnato nel corso della mia vita è dedicata al mese di Settembre. Non a caso, una frase mi è sempre rimasta impressa nella mente: “è una vita che provo a capire Settembre, ma non fa per me”. Mi ha sempre colpito, linguisticamente, che Settembre non sia un mese da vivere, un periodo che passa in sordina e che si confonde nel veloce passare dell’anno. Inverno, primavera, estate, le stagioni sono qualcosa che accadono e che riferiamo a determinati eventi: inverno vuol dire Natale, primavera vuol dire allegra attesa del caldo e della rinascita, estate vuol dire vacanze. Per Settembre, invece, si fatica a dare una connotazione: non si può dire che sia autunno, ma nemmeno estate. Non accade niente di rilevante che scandisca il tempo della nostra vita. Ricomincia la scuola, ricomincia la vita quotidiana, certo, ma cosa ci lasciamo dietro? Spensieratezza, noia? Comunque sia, una certa libertà di disporre del nostro tempo. A settembre si perde qualcosa, ma si riacquista qualcos’altro. Qualcosa di bello o di brutto? Dipende.; Settembre è il simbolo del cambiamento, in cui la sensazione di una vita che finisce si mescola con una che ricomincia. Settembre è un mese simbolico, in cui le foglie sono al massimo del loro splendore, ma già cadono. Settembre non è solo un mese, è uno stato d’animo: la nostalgia della tediosa serenità estiva, l’eccitazione di un futuro grigio, incerto, ma carico di possibilità.
Giulia Z.
23 Maggio 2024 | Music Pills
Il nome di Arthur Schopenhauer (1788-1860) è abbastanza noto per chiunque abbia avuto la possibilità di sfogliare, almeno una volta nella vita, un manuale di filosofia del liceo. Ma non per forza è richiesta una preparazione liceale per conoscerlo, data l’influenza detenuta dalle sue opere sul pensiero occidentale moderno e contemporaneo. Uno dei temi per cui viene maggiormente ricordato è indubbiamente il pessimismo, divenuto iconico, per certi versi, anche nella cultura di massa.
Nel Mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer introduce il concetto di Velo di Maya, mutuato dai Veda, complesso di testi sacri della religione induista. Con esso, il filosofo tedesco vuole riferirsi alla parete invisibile che divide noi, che stiamo in una realtà sensibile e illusoria (tecnicamente, fenomenica), dalla dimensione della verità che sta dietro a questo Velo, (noumenica, secondo la distinzione kantiana, ma non scenderemo in ulteriori dettagli teoretici), dove risiede l’essenza vera delle cose. Per Schopenhauer, la realtà in cui stiamo è ingannevole, non diversa da quella dei sogni.
Il cinque aprile di quest’anno è uscito MĀYĀ, il secondo album in studio del produttore milanese Simone Benussi, in arte Mace, classe 1982.
Mace cresce nell’ambiente hip-hop del capoluogo lombardo, dove inizia a muoversi praticando l’arte del writing. Poco dopo, ha inizio la sua attività di produttore musicale, che lo porta a un sodalizio artistico con il rapper Jack The Smoker. Il duo, noto col nome di La Créme, rilascia nel 2003 il disco d’esordio L’alba, oggi considerato un caposaldo del genere in Italia. Successivamente, Mace si stacca dalla sfera hip-hop avvicinandosi ai generi funk ed elettronica. In un lungo percorso che lo porta anche fuori dallo Stivale (Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone, Australia), il produttore accumula una vastissima esperienza musicale e non, capace di incidere vistosamente sul suo immaginario e sul suo bagaglio artistico.
Una volta rientrato in Italia, Mace torna a collaborare con gli artisti della scena rap. Tra gli altri, meritano di essere citati almeno “Chic”, l’iconico singolo che ha lanciato la carriera di Izi, rilasciato nel marzo 2016 e prodotto con Shablo, oppure “Pamplona”, hit estiva del 2017 di Fabri Fibra con i Thegiornalisti. Dopo altre svariate collaborazioni, nel 2021 Mace si prepara a rilasciare il suo primo disco da solista, OBE, anticipato dal singolo, decisamente riuscito (ad oggi sei dischi di platino), “La canzone nostra”, con Blanco (letteralmente scoperto e lanciato nella scena da Mace) e Salmo. Il disco riscuote un buon successo in Italia, e verrà seguito, l’anno successivo, da Oltre, un progetto controcorrente, composto da sole strumentali che oscillano tra la musica elettronica e la musica psichedelica.
Arriviamo quindi al 2024. Tra febbraio e marzo escono due nuovi singoli: “Non mi riconosco” (con Centomilacarie e Salmo) e “Ruggine” (con Chiello e Coez). Bisogna aspettare i primi di aprile perché veda la luce MĀYĀ, il nuovo album, composto da sedici tracce e arricchito da numerose collaborazioni del mondo urban e pop italiano.
L’aspetto che va sottolineato, riguardo alle collaborazioni, è il modus operandi scelto dal produttore per lavorare insieme agli altri artisti. Puntando a uno spontaneo tentativo di musica comunitaria, Mace ha deciso di riunire, per diverse settimane, in una villa nei dintorni di San Gimignano (SI), un’équipe di quindici strumentisti, coinvolgendo anche più di venti autori. Il frutto di questa esperienza condivisa è un album in cui ogni artista riesce a calarsi perfettamente sia nella propria prospettiva che in quella della guida spirituale del gruppo (si guardino i video postati dall’artista sul proprio profilo Instagram ufficiale: @macemilano). Mace si fa così sacerdote di una comunità che, muovendosi come un singolo organismo, riesce ad attraversare il velo di esperienza sensibile che separa dal livello successivo di verità. Fuori dal riferimento alla filosofia, ciò che salta fuori dal disco è la genuina intenzione del suo creatore di andare oltre le logiche del mercato musicale – un mainstream corrotto nella sua inarrestabile tendenza all’omologazione – e portare con sé sia i suoi collaboratori che i suoi ascoltatori. Così Mace in un’intervista a Rolling Stones : «Volevo che la mia musica fosse un’esperienza collettiva, mangiavamo e dormivamo nello stesso posto. Avevo come riferimento la musica di fine anni ’60, primi anni ’70 e mi sono chiesto: come facevano i dischi in quel periodo? Perché un disco dei Funkadelic è così speciale, non solo a livello tecnico? Perché da come interagiscono gli strumenti tra di loro si capisce che hanno suonato tanto insieme e oggi questa cosa manca».
E la ricerca di collettività arriva ad accordare ogni singolo filo del tappeto musicale cucito puntigliosamente dal produttore: nulla ha scampo, dai più fini dettagli strumentali alla scrittura dei testi. «Sono mezzo psicologo e mezzo compositore. Mi piace parlare molto con gli artisti prima di registrare, un po’ perché la parte bella del lavoro è conoscersi e un po’ perché quello che ci diciamo influenza il loro lavoro sui testi» ha affermato, sempre a Rolling Stones. Esemplari, a mia detta, possono essere i testi di “Solo un Uomo” (scioccante nella sua essenzialità, di mano dell’emergente Altea, la cui voce si inserisce sinuosamente nella melodia), o di “Meteore” (in particolare la strofa di Izi, ben ritrovato dopo un lungo silenzio musicale):
Solo un uomo (feat. Altea)
[Strofa 2]
La carne cede allo smarrimento
Preda indifesa dell’inganno
[Ritornello]
Sei solo un uomo
Sei solo un uomo
[Strofa 3]
Siamo caduti tutti nella tua trappola
Di giorno tessi, di notte poi fai pratica
E non ti volti a guardarmi annegare
Non sono offesa
Perché sarò piuma
E poi sarò pietra
Perché sarò piuma
E poi sarò pietra
Meteore (feat. Gemitaiz, centomilacarie, Izi)
[dalla strofa 3: Izi]
Siamo tutti fuori in ‘sta scatola ermetica
Oggi esco coi fiori e la tuta mimetica
Viviamo in guerra, l’amore ci uccide
Se mi ami davvero, ora abbassa il fucile
E invece che dirmi di essere felice
Piuttosto tu insegnami come si fa
‘Sta vita mi lascia il tuo buco nel petto
Se tu vuoi riempirlo, mo spara il proiettile, sparami in fronte
E’ interessante indagare il modo in cui i featuring e Mace si siano allineati lungo rette parallele, pur ognuno rimanendo nel proprio ambito e nel proprio stile musicale: In particolare, riguardo al tema della trascendentalità, intesa come elevazione da una condizione terrena, immanente – un superamento del velo di Maya, per riferirsi ancora alla filosofia; esso è uno dei filoni portanti del concept del disco: se da una parte troviamo le sonorità trap di “Praise the Lord”, che conducono l’argomento verso la sfera di alterazione dei sensi in contrapposizione alle pratiche della fede cristiana, dall’altra troviamo il ritornello di “Strano deserto”, cantato da Cosmo, che apre sontuosamente la strada a un drop elettronico dal sapore mistico, quasi ascetico.
A chiusura del tutto, abbiamo “Il velo di Maya” – qui esplicitato nel titolo dallo stesso autore –, una traccia di otto minuti in cui un impasto di suoni, rumori e melodie si accolgono spontaneamente gli uni dentro gli altri, secondo le visionarie idee del maestro, trascinando l’ascoltatore in un panorama che sembra davvero essere al di là della illusoria percezione sensoriale (a riguardo, si veda anche l’uso delle sostanze psichedeliche, ammesso e giustificato in più occasioni da Mace stesso).
Per concludere, cito il passo di una recensione ben riuscita di Rapteratura.it : “L’ascesi musicale di Mace buca il velo, l’arte conduce noi tutti oltre le parvenze illusorie”. A più livelli, il produttore sembra voler offrire ai suoi ascoltatori una vera direzione alternativa: al mercato musicale, alla superficiale quotidianità, alla realtà che spesso si fa troppo arida, cioè quando “Tutto ciò che ci rimane è fantasia / La mia pelle ricoperta è fantasia / Le pareti che si sciolgono è magia / Smetto di rеsistere, mi perdo” (Cosmo, in “Strano deserto”).
2 Aprile 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Francesco Stasi (aka Kid Yugi) è un rapper emergente classe 2001, originario di Massafra, un centro di circa trentamila abitanti della provincia di Taranto. Il suo nome è comparso sulle bocche degli appassionati del genere dopo l’uscita del disco d’esordio, The Globe, avvenuta il 4 novembre 2022 per Universal. L’album aveva colpito positivamente il pubblico per il suo estro lirico fin dal titolo, che già denotava una forte tendenza alla citazione. Yugi, come dichiarato in un’intervista a Billboard, voleva richiamare infatti il teatro a cielo aperto messo in piedi dalla compagnia di William Shakespeare nel 1599, con l’intento di porlo a confronto con la cosiddetta “vita di strada”, topos lirico costante nei testi di genere rap. “Queste strade sembrano teatri / ‘sto sipario non vuole abbassarsi” sono i versi che chiudono “Hybris” (sì, la stessa hybris dell’Iliade), la prima traccia di The Globe. E i riferimenti al teatro non si fermano alla prima traccia: “Grammelot”, “King Lear” e “Il ferro di Čechov” sono i titoli di alcuni pezzi del primo album che testimoniano l’affiatamento del rapper con alcuni elementi o testi fondamentali del teatro moderno (rispettivamente: la tecnica teatrale onomatopeica messa in atto, tra gli altri, da Dario Fo; la nota tragedia di Shakespeare e la pistola (o fucile) di Anton Čechov, il principio narrativo ideato dall’autore russo per cui un’arma, presente in una messa in scena, prima o poi deve aprire il fuoco).
Il primo marzo di quest’anno Kid Yugi ha rilasciato la sua seconda fatica, I Nomi del Diavolo, declinando in ciascuna traccia dell’album i diversi nomi e volti che può assumere il male. Per farlo Kid Yugi attinge a letteratura (la copertina, il pezzo “Il Signore delle Mosche”), musica (“Paganini”), mitologia (“Lilith”, “Lucifero”), ma anche alla realtà (“Denaro”, “Ilva”), mostrando il ventaglio di identità che nel suo immaginario il diavolo può incarnare. Ciò non deve però far pensare a un album “satanista”, anzi: come dichiarato nell’intervista a teatro rilasciata per Esse Magazine, il diavolo da lui immaginato non assume una forma totalmente maligna, ma lascia aperto lo spiraglio per una tensione verso il bene.
Al di là di scelte o limiti artistici che possono caratterizzare più o meno piacevolmente il lavoro del rapper pugliese, ciò che è nuovamente interessante per le orecchie degli ascoltatori è il numero di pregnanti citazioni a cui Yugi riesce a dar vita. Come fa notare una pagina IG di divulgazione sulla musica hip-hop, TastieraCapitale (https://www.instagram.com/tastieracapitale?utm_source=ig_web_button_share_sheet&igsh=ZDNlZDc0MzIxNw==), la dote particolare di Yugi è quella di accostare elementi di campi d’interesse culturale apparentemente opposti nel giro di poche rime, senza che questo risulti forzato o poco credibile per i suoi fini. Un esempio lo troviamo in una serie di versi autocelebrativi tratti da “Yung 3p 4”, la nona canzone de I Nomi del Diavolo.
La mia merda è culto, il mio zoccolo duro sono i papaboys
Non è trap, è voglia di far sesso come Sigmund Freud
Dieci K al mese, spingo come un Boeing
(Kid Yugi – “Yung 3p 4”)
Tralasciando qualsiasi giudizio morale, fuorviante nell’analisi di certi testi musicali (questo discorso è lungo, complesso, più di quanto si possa pensare, e non è questa la sede per discuterne), possiamo notare ciò che è stato segnalato sopra: il cliché per cui i trapper hanno meno problemi “a rimorchiare” non è espresso dal rapper in maniera diretta, ma passando attraverso Sigmund Freud, il più noto studioso di psicanalisi del ‘900, che riservava a desideri inconsci di tipo sessuale le cause di certe inclinazioni individuali(es. complesso di Edipo). Nel frattempo troviamo attacchi ironici alla religione («il mio zoccolo duro sono i papaboys») o ostentazione di una ormai agiata condizione economica («Dieci K [= diecimila euro] al mese, spingo come un Boeing»). Il suo immaginario è questo, e a trascinarlo avanti sulle basi musicali è la sua voce possente, forse talvolta poco orecchiabile, ma di certo veemente, sia per i contenuti d’impatto comunicati, sia per il timbro grave che la caratterizza.
L’analisi di TastieraCapitale è acuta nell’evidenziare tale pregio della penna di Kid Yugi, e la sua riflessione porta me a farne una riguardo alla definizione stessa di citazione. Essa assume infatti valore quando ciò che viene ripreso dal modello precedente non è semplicemente un richiamo letterale, ma ottiene un nuovo significato, più ricco, dato dall’autore della citazione tramite le connessioni testuali sorte nel suo pensiero, tra il momento di lettura del modello precedente e il momento di scrittura. Kid Yugi si dimostra un maestro nel far fruttare l’intertestualità, un concetto affine alla memoria letteraria su cui i filologi del XX secolo hanno riflettuto a lungo. Se l’intertestualità, secondo il critico letterario francese Roland Barthes (1915-1980), prevede che ogni testo (letterario e non) possa essere interpretato in molteplici modi da ogni singolo lettore capace di tessere con esso nuove relazioni testuali, anche allontanandosi dalle iniziali volontà dell’autore, allora possiamo capire come il rapper di Massafra sia un lettore particolarmente fertile, in grado di esemplificare, tramite i suoi testi, la teoria letteraria dello studioso francese (per info in più a riguardo: https://www.eroicafenice.com/salotto-culturale/il-dialogo-intertestuale-dalle-origini-ad-oggi/ ). Ma non solo testi, perché Kid Yugi guarda, ascolta, respira; film, musica, ma anche la vita stessa, sono elementi, frutto della sua esperienza individuale, che vanno ad impilarsi nel suo vasto bagaglio di conoscenze. Quando scrive, poi, riversa questo bagaglio sulla pagina, forgiando il suo stile impregnato di citazioni.
Per qualche altro esempio, basti guardare la copertina de I Nomi del Diavolo, dove il rapper si trova su un «un trono demoniaco circondato da fanatici che si dimenano per toccarlo e quasi soppiantarlo dallo status raggiunto, omaggio alla celebre opera di Michail Bulgakov (Il maestro e Margherita, ndr) che rimanda alla scena del ballo di Satana», come indicato sapientemente in questo articolo di rapteratura.it (“I Nomi Del Diavolo”: l’Apocalisse di Kid Yugi è in terra – Rapteratura). Oppure si ascolti “Lilith”, brano in cui Yugi, attraverso il riferimento alla religione mesopotamica, descrive la propria amante come il demone femminile associato alla tempesta, portatrice di sciagure e morte. O, ancora,“Paganini”, che già dal titolo rivela un richiamo al celebre violinista di epoca romantica Niccolò Paganini, noto anche per la leggenda di un misterioso patto con il diavolo allo scopo di ottenere, in cambio dell’anima, il talento musicale. In questo brano, prende forma la visione violenta e contemporaneamente erudita tipica della scrittura del rapper di Massafra, che si avvale persino, a fini autocelebrativi, di riconoscere la complessità dei propri testi («Il mio slang indecifrabile, sembra latinorum»).
Sei dolore senza limiti, zoodiaci di lividi
La stanza degli spiriti, la danza delle Silfidi
L’affetto di Misery, le fiamme degli inferi
Il canto delle sirene nei tuoi occhi limpidi
(Kid Yugi – “Lilith”)
Dieci mitra in sincro, sembreranno il chorus
In un live al Forum, Yugi ultimo shōgun
Questa merda è il mio tesoro, lo difendo come Gollum
Pressione addosso, salvo la mia terra come Goku
Voglio comprarmi un Panzer, non voglio una Lotus
Terzo occhio è quello di Horus, Fat Man sull’Atomium
Questa non è trap, puoi definirla un Horcrux
Non ho mai preso il Valium, San Cosimo era opium
Il mio slang indecifrabile, sembra latinorum
Torno a casa su un nastro di Möbius, rap magnum opus
(Kid Yugi – “Paganini”)
Menzione speciale va fatta anche a “Ilva” (perlopiù, anche remix di un brano originale del cantautore tarantino Fido Guido), in cui il rapper mette mano a una denuncia sociale nei confronti dell’omonimo stabilimento delle acciaierie di Taranto, noto per i problemi di inquinamento – e non solo – provocati alla città pugliese e ai dintorni.
Si vede da lontano una nuvola tossica
Una terra rossa e la mia gente che soffoca
Quaggiù la vita quanto costa? Voglio una risposta
Se tutto quello che ci uccide lo chiami risorsa
(Kid Yugi – “Ilva (Fume Scure rmx)” feat. Fido Guido)
Se dovessimo vedere l’insieme del sapere umano come il suolo di un qualsiasi ambiente naturale, potremmo considerare Kid Yugi come un individuo che getta semi sul terreno, facendo crescere in profondità delle radici tanto solide da tenere insieme ogni strato sedimentato sotto la superficie, e dando contemporaneamente luce a una nuova forma di vita. Sono gli alberi ben radicati, infatti, che impediscono a un versante in pendenza di non franare: così il rapper di Massafra lega gli strati di conoscenza accumulati nel suo patrimonio culturale, dando loro nuova linfa vitale nella forma musicale.
Per questo, forse mi viene da pensare che Kid Yugi non sia solo un grande scrittore, ma più che altro un formidabile raccoglitore – lettore o osservatore, poco cambia – in grado di conservare le lezioni dei propri modelli ed evolverle, attuando anche un’opera di divulgazione verso i propri ascoltatori. Lo ha fatto con il teatro a cielo aperto di The Globe e si è ripetuto magistralmente con I Nomi del Diavolo, un progetto che ha il sapore di una vera e propria monografia sulle sfaccettature del male quotidiano. Perché va tenuto bene in mente che Kid Yugi non ha usato i propri riferimenti per sfuggire alla realtà di tutti i giorni, ma li ha piuttosto sfruttati per raccontarla con ancora più consapevolezza.