7 Giugno 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Facendo distrattamente scorrere il dito sulla bacheca di facebook, inciampo nel link di un articolo. Lo apro e scopro che è la lettera di un papà, che denuncia il cartello affisso in un oratorio salesiano, riferito ad un campo estivo: Possono iscriversi anche allievi di altre scuole, purché “normali” e previo colloquio.
La frase si commenta da sé. Non so se sia più fastidioso l’avverbio Purché, come a sottolineare una condizione sine qua non, un requisito fondamentale, o la parola Normali, usata per descrivere questa irrinunciabile caratteristica. Forse il peggio non sono le parole, ma le virgolette, che sembrano suggerire che sì, non è la parola più corretta da usare, ma insomma, ci siamo capiti, per noi Normali è chiarissimo cosa significhi Non-Normali.
Ma non è solo una questione di a parte parole e punteggiatura, che anzi rischiano di far cadere nel tentativo, goffo e un po’ ipocrita, di nascondere con il linguaggio problemi che la realtà mostra chiaramente.
L’errore di quel cartello è prima di tutto concettuale: l’errore sono i bambini disabili non ammessi ad un campo estivo.
Inutile negare che un bambino con una disabilità può comportare una gestione delle attività, degli spostamenti, dei pasti più complessa. In alcuni casi, la comunicazione e l’integrazione possono risultare difficili. Probabilmente c’è bisogno di più persone, più attenzione, più tempo. Ma questa valutazione non considera alcuni aspetti fondamentali.
Grazie al mio percorso di studi e a quello che spero diventi il mio lavoro, ho avuto la fortuna di conoscere molti splendidi bambini con diverse forme di disabilità. In alcuni casi ho avuto occasione di vederli rapportarsi fratelli, compagni di scuola, amici. Ed è l’averli visti con altri bambini che mi fa pensare che quel cartello sia un limite, ed esprima una valutazione miope e superficiale.
L’inserimento di un bambino con disabilità in una comunità di pari è, innanzitutto, positivo per il bambino stesso. Non solo per la possibilità di confrontarsi e relazionarsi, che non sempre è offerta a questi piccoli al di fuori dell’ambiente scolastico. Hanno bisogno di altri bambini, della loro capacità di notare le differenze per poi passare oltre, mettendo tutti sullo stesso piano. “Non è giusto, tu hai la carrozzina e se andiamo in cortile non ti devi stancare” è stata una delle frasi che ho sentito, una di quelle che ad un adulto non sarebbe mai venuto in mente di pronunciare, probabilmente la più sincera ed inclusiva mai pronunciata.
L’importanza del rapporto con i pari è spesso citata, quando si parla di integrazione di bambini con esigenze speciali. L’aspetto meno considerato è quello per cui il confronto con una situazione di disabilità può essere utile, bello e formativo anche per il gruppo di bambini in cui il disabile viene inserito. Li spinge a notare situazioni diverse da quelle in cui vivono, a prestare attenzione a certi bisogni particolari, insegna loro che in un gioco ognuno può svolgere un ruolo diverso in base alle proprie possibilità e ai propri limiti.
Ciò di cui ci si dimentica, quando si parla di inclusione, è il fatto che essa dev’essere un processo che coinvolge tutte le parti. Finché ci si limita a pensare all’integrazione come ad una proposta terapeutica, quasi ad un favore che la comunità fa al diverso, sia esso una persona con disabilità, uno straniero, persino un nuovo collega sul lavoro, si perderà la componente di opportunità che il gruppo può cogliere.
L’integrazione dovrebbe essere vissuta come un percorso che avviene in entrambi i sensi: la comunità e chi vi si inserisce dovrebbero integrarsi ed accogliersi a vicenda, modificandosi entrambi, come goccia d’inchiostro che si diffonde in un bicchiere d’acqua.
Sfruttando entrambi le possibilità che l’altro offre.
27 Novembre 2015 | Senza categoria, Vorrei, quindi scrivo
Non so quanti cuneesi capitino, più o meno abitualmente, nella stazione di Torino Porta Nuova. Immagino che, tra studenti e lavoratori pendolari, universitari fuori sede, liceali che cercano i fatidici “saloni dell’orientamento” per capire cosa fare della propria vita post-diploma, viaggiatori vari ed eventuali, molti di voi si siano accorti della presenza di un pianoforte. Nell’atrio, di fronte all’ingresso della metropolitana, in quello spazio che, per chi arriva a Torino in treno, rappresenta un po’ la porta d’accesso alla città.
E chiunque può sedersi e suonare.
Un pianoforte è di per sé poetico. Crea quell’atmosfera piacevole e armonica, dà l’idea che tutto sia nel posto giusto. E forse, semplicemente, questo basta per mitigare il caos frenetico della stazione, fatto di corse, annunci di ritardi e imprecazioni, persone da salutare e biglietti da comprare ad una macchinetta che porca miseria non dà resto.
Ma non è solo l’incontro tra armonia e caos, a rendere speciale un pianoforte in una stazione. Perché se ti fermi ad ascoltare chi suona, o anche solo dai un’occhiata mentre passi di fretta, ti rendi conto che sono moltissime le cose che quel pianoforte ha da dirti.
Innanzitutto, la musica che senti passando ti ricorda che, solo perché hai preso il treno delle 6.54, e stai andando a lezione, e hai decisamente troppo sonno per farlo, non significa che al mondo esistiate solo tu, il treno delle 6.54 e l’aula in cui ti rinchiuderai. C’è un mondo fuori da tutto questo, e la prova che quel mondo c’è sta nel fatto che qualcuno, a quell’ora del mattino, si è seduto a suonare.
Ma se per qualche mattina, oltre ad ascoltare la colonna sonora che qualcuno ti sta offrendo, lanci uno sguardo a quel qualcuno, ti accorgi che spesso a suonare è una persona che, se l’avessi incontrata per strada, mai ti saresti immaginata seduta ad un pianoforte. E allora ti scrolli di dosso quello stereotipo (e forse, anche qualcuno degli altri) del pianista elegante e raffinato, con il frac e i guanti bianchi, e rimani incantato da quel clochard, o da quel ragazzo con la cresta e la giacca di pelle, e dalle loro mani che corrono sui tasti.
Che corrono, o che inciampano. Ecco un’altra cosa che ha da dire il pianoforte di Porta Nuova. Oltre ai tanti che stupiscono perché suonano, con totale disinvoltura e senza spartiti, qualunque cosa, da Beethoven ai Coldplay, ci sono anche persone che si avvicinano timide, e sfiorano qualche tasto a caso, o provano Fra Martino. Li senti, e sorridi, se come me non ti intendi di musica, perché sai che tu non avresti mai il coraggio di farlo, chissà perché. Ma forse sorridi anche se ti intendi di musica. Perché una persona che si lancia senza paracadute in qualcosa, eroica o banale che sia, conquista la nostra simpatia.
Ma il dono più grande che il pianoforte fa alla stazione di Porta Nuova, è accorciare il tempo. O meglio, dare alle persone uno strumento per farlo. Sciopero delle ferrovie. Arrivi in stazione, cerchi sul tabellone il tuo treno pregando che non sia stato cancellato. Il treno dovrebbe partire tra due minuti, ma il binario non è ancora indicato. Compare “5′” nella colonna “ritardo”. Poi 10′, poi 20’…poi scompare tutto, sostituito dalla scritta “CANCELLATO”. Ma tu ormai te lo aspettavi. Ti siedi e aspetti.
L’ultima volta che mi è capitato, un ragazzo suonava “Can you feel the love tonight” al pianoforte. Mi sono fermata, rassegnata ad aspettare un’ora sperando nel treno successivo, e intanto intorno al pianoforte si era creato un piccolo gruppo di persone. Il pianista continua con tutte le canzoni Disney che ricordo, e quando attacca “Let it go”, una ragazza aspetta che le prime note le diano coraggio, poi si alza e inizia a cantare. Più tardi, chiacchierando, ho scoperto che il pianista è un medico indonesiano e sta seguendo un master a Torino, e la cantante viene della California, ha un tatuaggio del Re Leone e sta lavorando in Italia come baby sitter. Un’altra ragazza si alza, chiede al pianista se conosce una canzone, e la musica ricomincia. Il piccolo pubblico canticchia con lei, chi a bassa voce, chi “facendo il coro”. Il treno dell’ora dopo è cancellato, e anche quello dopo ancora. Ma intanto si alternano pianisti e cantanti, e un po’ del mio nervosismo se ne va. Chiacchiero con chi si trova nella mia stessa situazione, mi chiedono di dove sono, cosa faccio nella vita, la ragazza californiana e la sua amica mi dicono che il prossimo weekend andranno alle Cinque Terre e mi offrono di andare con loro.
Arrivo a casa alle nove di sera. «Sì mamma, c’era sciopero. Avevo finito lezione alle quattro, e sono stata tre ore a Porte Nuova. Ma è stato meno peggio del previsto.». Il pianoforte ha fatto, ancora una volta, una piccola magia.
27 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Cari adulti, anzi, cari bambini degli anni ’50, ’60, ’70, ’80. Voi che, da quanto raccontate, andavate a dormire dopo Carosello. Che siete cresciuti leggendo le strisce dei Peanuts, che c’eravate quando i Beatles si sono sciolti e avete visto nascere i Queen.
Voi che, in molte occasioni, non resistete alla tentazione di osservare i bambini e gli adolescenti di oggi, e di paragonare i primi anni della vostra vita ai loro, decretando quasi sempre che la vostra infanzia è stata “migliore”, più sana ed autentica di quella che si vive oggi.
Noi, i bambini degli anni 90 e tutti i nati nel nuovo millennio, vi sentiamo spesso affermare come, sotto mille punti di vista, qualche decina d’anni fa si crescesse meglio, più responsabili, più socievoli, con un’educazione più severa e più efficacie.
Quando eravate piccoli voi non c’era internet da cui copiare i compiti. Di certo Wikipedia ha aperto un mare di possibilità a noi studenti moderni, ma non provate a convincerci di non aver mai fatto un “copia e incolla” ante litteram da un’enciclopedia o da un articolo di giornale.
Non c’erano intolleranze alimentari, bevevamo tutti dalla stessa bottiglietta e non era un problema per nessuno, tornavamo a casa con le ginocchia sbucciate e nessuno se ne preoccupava. Prendete un gruppo di bambini di oggi e lasciateli liberi dall’influenza dei genitori per un pomeriggio. Perderanno tempo a cercare dei bicchieri? Smetteranno di giocare per disinfettare una ferita? Se sono obbligati a farlo è quasi sempre a causa di un genitore. E proprio quel genitore fa parte della generazione dei “bambini sani e non iperprotetti” degli anni ’50, ’60, ’70, ’80.
Nessuno era dislessico, disgrafico o iperattivo. C’erano semplicemente quelli che a scuola non brillavano, e nessuno andava dallo psicologo per questo. Chi era lento a leggere faceva un lavoro che non lo richiedesse, mica bisogna essere tutti medici o avvocati. Anche oggi c’è chi a scuola non brilla. Ma ci sono anche bambini con un disturbo specifico dell’apprendimento, ed è troppo facile dirsi che se la caveranno anche così. Guardate un bambino disgrafico mentre scrive. Che conosce e ripete a voce alta le lettere che compongono una parola ma non riesce a ricordare che forma abbiano, oppure lo ricorda ma non sa fare movimenti abbastanza precisi da scrivere i grafemi correttamente. Dategli un’occhiata, e pensate se davvero lo si può definire solo “lento a scrivere”.
Guardate l’ambiente in cui un bambino di oggi nasce e si trova a vivere, sforzatevi di osservarlo uscendo dal vostro punto di vista, dai vostri ricordi splendidi, forse (e giustamente) un po’ idealizzati. Cercate di vedere l’infanzia di oggi anche nei suoi aspetti positivi. Perché sì, voi avete passato più tempo all’aria aperta, e sì, non comunicavate con gli amici se non faccia a faccia. Ma questa non è una sfida generazionale.
Apprezzate, e lasciateci apprezzare, le possibilità che crescere in questi anni ci ha dato e ci dà. Non spingeteci a vivere la maggiore attenzione che c’è nei confronti di certi disturbi, la possibilità di comunicare con ogni parte del mondo, la nostra capacità di ragionare davanti ad un computer, come qualcosa di negativo.
Lasciateci sfruttare ciò che il terzo millennio ha da offrire, così come voi avete fatto con gli anni in cui “eravate piccoli”. E se tra qualche decennio ci lamenteremo dell’infanzia del 2040, spero che qualche nuovo bambino ci farà vedere il suo punto di vista.
3 Ottobre 2015 | Vorrei, quindi scrivo
“Pies para qué los quiero si tengo alas pa’ volar”.
(“Cosa me ne faccio di voi piedi se ho le ali per volare”).
Questo si chiede Frida Kahlo, pittrice messicana nata all’inizio del 1900, nel diario in cui ci apre le porte della sua vita. Una vita non sempre felice, una vita che l’ha fatta soffrire, una vita che le è spesso stata d’ostacolo, una vita che l’ha obbligata ad affrontare dolori e umiliazioni, ma una vita, sempre e comunque, vissuta al massimo e amata con tanto coraggio.
Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn nasce a Coyoacàn, Messico, nel 1907, anche se nel corso degli anni disse di essere nata nel 1910, anno dell’inizio della Rivoluzione messicana, di cui si sentiva figlia. Fin dalla nascità soffrì di spina bifida (all’epoca scambiata dai medici per poliomelite) e a questo dolore fisico se ne aggiunsero presto altri. All’età di diciott’anni, infatti, venne coinvolta in un incidente tra un autobus e un tram a seguito del quale fu costretta a letto col busto ingessato per diversi anni e che la costrinse, nel corso della sua vita, a sottoporsi a 32 interventi chirurgici. Inoltre, durante l’incidente, una sbarra di metallo le attraversò il ventre e questo le causò, negli anni a venire, numerosi aborti. Gli anni passati a letto, però, non furono infruttuosi; iniziò infatti a dipingere (soprattutto autoritratti grazie ad uno specchio che i genitori le avevano messo sul soffitto del letto a baldacchino) e, una volta ricominciato a camminare (pur con difficoltà), portò questi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca, che ne rimase meravigliato e che, oltre a presentarle i personaggi artistici più rilevanti di quel periodo, la fece entrare nel Partito Comunista Messicano, contribuendo ad aumentare il fuoco ribelle e indipendente già presente nell’animo di lei. Qualche anno dopo, nel 1929, i due si sposarono, ma questo matrimonio aggiunse altre sofferenze nella vita di Frida a causa dei frequenti tradimenti di lui. Ma uno dei più grandi dolori per la pittrice fu quello di non aver avuto figli, a causa del famoso incidente. A questi dolori emotivi possiamo aggiungere le molte difficoltà fisiche a cui andò incontro, quali l’amputazione di una gamba a causa della gangrena e l’embolia polmonare che la uccise, a soli 47 anni, nel 1954. Nonostante tutto e, anzi, forse anche grazie a questi ostacoli, il suo talento per la pittura crebbe a dismisura, e così anche la sua produzione artistica. In ogni dipinto lei raffigura la sua realtà e il suo mondo, narrandoci il suo dolore ma anche la sua incredibile forza e il suo enorme coraggio. A causa della particolarità dei suoi dipinti e dei molti simboli presenti, venne definita da André Breton “una surrealista creatasi con le proprie mani”, ma lei, che del Surrealismo diceva: “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri sicuro di trovare le camicie”, non si sentiva rappresentata da nessun movimento artistico e affermava di dipingere, molto semplicemente, quella che era la sua realtà e, quindi, la sua vita.
Frida Kahlo ci ha narrato tutta la sua esistenza nel suo diario ma, soprattutto, tramite i suoi numerosi dipinti. Fu una donna che venne spezzata, come succede purtroppo ancora oggi, sia nel fisico che nell’animo. Fu una donna che, sin da giovane, visse attivamente la politica e la storia del suo Paese, fu una donna che seppe sempre come rialzarsi, fu una donna che, nel suo diario, dopo l’amputazione della gamba, scrisse: “spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più”. Un grido di dolore, più che comprensibile, da parte di una donna che venne ferita, calpestata, umiliata, tradita, derisa, quasi uccisa dall’uomo che amava, dal mondo in cui viveva e dalla sua stessa esistenza. Ma un grido di dolore che viene smentito, solo otto giorni prima della morte della pittrice, da un dipinto, ancora una volta diario dell’animo di Frida, in cui lei dipinge una sorta di natura morta con frutti tropicali e in cui, con il coraggio e la vitalità che la caratterizzavano, molto semplicemente scrive:
“VIVA LA VIDA”.
Cecilia Dutto
26 Luglio 2015 | Vorrei, quindi scrivo
Noi, i Terrestri, l’abbiamo chiamato Kepler-452b. Kepler, come il telescopio spaziale della Nasa che l’ha scoperto. Poi un numero ed una lettera, senza significato per la maggior parte delle persone che lo leggono. Un codice che di certo non dice nulla delle particolarità che hanno reso questo pianeta così interessante ai nostri occhi.
Kepler-452b ha un diametro maggiore rispetto a quello della Terra, ed è più antico, ma orbita intorno ad un astro con caratteristiche molto simile al Sole, ad una distanza che coincide con quella tra il nostro pianeta e la sua stella. In altre parole Kepler-452b è, come è già stato definito, un “cugino” della Terra.
Non è il primo pianeta scoperto ad essere simile al nostro. E si trova a 1400 anni luce dalla Terra. Questo lo rende, con i mezzi che abbiamo a disposizione, irraggiungibile per un essere umano. Eppure in questi giorni ha esercitato una certa attrazione sui nostri pensieri.
Perché? Di certo è un’interessante scoperta scientifica, ma forse Kepler-452b ci dà un’altra possibilità, invita la nostra fantasia anche in un altro modo. Dà alla Terra l’opportunità di guardarsi allo specchio, di osservare le sue condizioni dall’esterno. Questo “cugino” potrebbe fare da modello al nostro pianeta. Possiamo osservare Kepler-452b, che è un miliardo e mezzo di anni più antico, per capire quale sarà il destino della Terra? Ha ospitato forme di vita? Ne potrebbe ospitare?
Insomma, forse questo misterioso pianeta non ci interessa solo per le caratteristiche che ha, ma anche perché ci sembra che possa rispondere a qualche domande sulla Terra, su noi stessi. Un po’ come quando, guardandoci allo specchio di sfuggita, catturiamo un’angolatura del nostro viso che non siamo abituati a vedere. Qualcosa che riconosciamo in noi, ma che non aderisce esattamente alla nostra idea. Qualcosa che, con il suo essere simile ma non identico, e in questo caso anche molto lontano, sembra celare le nostre risposte.