Patagonia, 8-9 settembre 2018

Nuda è la steppa. Candide venature di neve solcano gli scuri pendii collinari. I guanachi rivolgono sguardi afflitti dagli ostacoli alla sopravvivenza. Brilla ancora nell’occhio della mente il penetrante riflesso dei raggi rossi dell’alba sul granito. La vertiginosa parete e il profilo tagliente del Cuernos Principal non cedono spazio all’elaborazione di pensieri nuovi mentre il mio corpo stremato scivola silenziosamente via sul sedile di un autobus solitario immerso nella cruda asprezza di un paesaggio immenso, scolpito dai venti, limato dai ghiacci e baciato da un sole esangue.

In poche ore sono nuovamente a Puerto Natales, variopinta cittadina cilena sulle sponde della baia Last Hope Sound. Era stata resa celebre dal Milodonte, animale preistorico di cui furono rinvenuti alcuni resti in una caverna nei pressi dell’abitato. Ne venni a conoscenza leggendo “In Patagonia” di Bruce Chatwin, per il quale il Milodonte rappresentò un pretesto per intraprendere quell’assurdo viaggio da cui trassi ispirazione.

Decido di proseguire oltre. Ho sete di esperienze, chilometri da percorrere, luoghi da scoprire. Salgo su una piccola corriera e mi ritrovo così alla frontiera argentina. Poi il mio pollice s’alza in su, proteso verso la carreggiata nella fredda aria di una sera settembrina finchè vengo caricato su un minivan Ford. Le ruote battono l’asfalto umido ed ombroso in una serie di dolci curve declinanti fino ad un distributore di benzina di Rio Turbio, desolata e fatiscente cittadina di frontiera dove ho intenzione di passare la notte.

Prendo parte al teatro di ombre generato dalla luce gialla dei lampioni nel buio di una realtà dimenticata dal mondo, ma viva. Il dinamismo e la vitalità dell’atmosfera sono taciti testimoni di come queste persone siano state temprate dalle difficoltà riuscendo a trarne tenacia e fermezza a proprio beneficio. Il nostro spirito di adattamento è per questo straordinario e ci migliora in quanto persone, se solo gli si concedono le circostanze per poterci plasmare.

Trovare una sistemazione per la notte si rivela essere una sfida ardua. Giungo alla porta dell’unico albergo indicatomi, dove un uomo in stivali di pelle e ricoperto di segatura mi offre una stanza, nonostante l’attività sia al momento chiusa. Tiro un sospiro di sollievo e mi ritengo fortunato per l’intreccio di imprevedibili eventi che in questa lunga giornata mi hanno portato un altro passo avanti nel mio accidentale viaggio.

Mi sveglio con l’audace prospettiva di percorrere centinaia di chilometri in autostop. Sottolineo audace perché é domenica mattina e la città é deserta, così diversa alla luce del sole. La madre del proprietario dell’albergo, dopo avermi inaspettatamente preparato la colazione, mi suggerisce un’alternativa per proseguire e solo dopo un po’, per ostacoli linguistici, comprendo ciò che vuol darmi ad intendere.

Persuaso dai suoi consigli, cerco la fermata degli autobus e, dopo averla raggiunta, acquisto il biglietto per El Calafate, con un cambio previsto a La Esperanza, pugno di costruzioni erette nel punto di biforcazione dell’unica strada che, rettilinea e solitaria, si srotola sul manto ocra della steppa da Rio Gallegos, sulla costa argentina, alle Ande. Il viaggio durerà circa cinque ore ma non ne faccio un dramma. Un europeo, qua, si accorge ben presto della necessità di dover reinterpretare completamente la propria concezione di quel che é distante: le centinaia di metri diventano chilometri e i chilometri diventano decine o centinaia di chilometri.

Mi si avvicina presto un uomo spigliato che incalza un discorso in un inglese ammirevole, assoluta rarità per quel che é stato finora. Ariel, così si chiama, ha accompagnato sua moglie Lorena e sua figlia Akemi, di pochi anni, alla stazione di Rio Turbio per il loro rientro a Buenos Aires. Loro infatti vivono nella capitale e lui, per ragioni lavorative, a Puerto Natales. Più di duemilacinquecento chilometri li separano, ma sono incredibilmente affiatati. Si rivelano immediatamente essere persone di una qualità rara, estremamente piacevoli ed umili. I loro sguardi e i loro sorrisi mi arrivano diritti alle corde più delicate e sensibili dell’anima, facendomi sentire a casa.

Colmiamo piacevolmente l’attesa del bus parlando a lungo di tutto quel che ci passa per la mente, percependo le ore come fossero minuti. Poi domando l’origine del nome Akemi; mi dicono che é giapponese e significa “il miglior fiore”. Allora mi si inarca in viso un sorriso e penso che anche da quell’arida e remota terra che é la Patagonia possono nascere fiori meravigliosi.

L’attesa é terminata, é dunque ora di ripartire. Dopo alcune decine di chilometri, percorrendo la leggendaria Ruta 40 che solca integralmente l’Argentina da nord all’estremo sud decorrendo parallelamente al confine cileno, scorgo ad ovest, all’orizzonte, il Macizo del Paine, che i miei occhi ormai ben hanno appreso a riconoscere. Volgo così il mio ultimo e riconoscente saluto a quella terra che così disinvoltamente mi ha accolto e stravolto di emozioni.

Foto e testo a cura di Federico Landra

 

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