Quarantadue anni fa l’Italia ed il mondo perdevano uno dei loro più grandi letterati, uno dei simboli del Dopoguerra nello Stivale. Il 2 novembre 1975 moriva nell’idroscalo del Lido di Ostia Pier Paolo Pasolini. Una morte tanto tragica quanto misteriosa, sulla quale, a più di quattro decenni di distanza, non è ancora stata fatta luce.
Figura complessa, amata, odiata e spesso trattata con sospetto dai contemporanei, con i quali aveva però un aspetto in comune: lo sfrenato amore per il pallone. Del calcio, però, Pasolini non amava solo ed esclusivamente il tifo di squadra, il gioco in sé, l’attaccamento ad una maglia. Ne amava la sua rappresentazione del reale, il suo modo di raccontare il reale con un linguaggio equiparabile a quello della stessa letteratura.

“[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.
Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto (…)”
“(…) Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.
Per spiegarmi, darò – anticipando le conclusioni – alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un “prosatore realista”; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un “poeta realista”. Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante.
Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da “elzeviro”.
Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul “Corriere della Sera”: ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.
Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”.                                               (“Il Giorno”, 3 gennaio 1971)

Da lì una lunga narrazione di quel che il calcio sapeva raccontare dei popoli, del loro modo di intendere la vita in modo prosastico o poetico, del loro modo di battagliare nel sociale attraverso il pallone. Il calcio era la cultura popolare e la cultura popolare era il terreno ideale per la lotta politica che avesse come principale obiettivo quello di dare voce agli ultimi, ai diseredati.
Giocò come attaccante a Casarsa negli anni Quaranta, il paese materno nel Friuli del Dopoguerra, e nei campi battuti di Roma, dove molti amici giurano di averlo conosciuto per la prima volta mentre rincorreva un pallone su terreni il cui fondo era in carbon fossile.
Un giorno, due anni prima di morire, incrociò sulla sua strada colui che divenne uno dei grandi del giornalismo italiano: Enzo Biagi. Il bolognese, che al tempo scriveva per La Stampa, gli fece una lunga intervista, nella quale seppe riassumere in due uniche battute tutto Pasolini:

Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?
«Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri».
“La Stampa”, 4 gennaio 1973

Il calcio come società che si racconta e come terreno di lotta contro le convinzioni e le convenzioni degli italiani, l’amore per il “suo” Bologna, tifato ogni domenica in prima fila. Ecco Pier Paolo Pasolini, in un video conclusivo che lo vede impegnato in un’anacronistica intervista ai giocatori rossoblù (nel 1964!).

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