Ci sono quei nomi propri di città, persone, indirizzi, che vivono nell’anonimato per secoli e poi, un giorno, decidono di entrare nella mente di tutti e di non uscirne mai più, suscitando emozioni sempre forti anche a decenni di distanza. Ci pensi un attimo e sono subito lì, via Fano, lo svincolo per Capaci, Ustica. Ma, perché no, anche Wittenberg, Waterloo, Portella della Ginestra. Nomi dati dall’uomo così, che sembrano nati per essere storia ma che in realtà non lo erano, prima che qualcuno o qualcosa decidesse di renderli immortali.

Lo stadio Heysel fu immaginato e costruito a Bruxelles alla fine degli anni Venti dello scorso secolo, dal Belgio che aveva voglia di sport ad alti livelli e che voleva darsi uno stadio degno degli eventi che desiderava vivere. In più di cinquant’anni di storia ospitò tre finali di Coppa dei Campioni, tre di Coppa delle Coppe e la finale dell’Europeo di calcio del 1972 tra Germania Ovest ed Urss. Era già storia quello stadio ma decise di diventare tragicamente leggenda, proprio come i nomi sopracitati, il 29 maggio 1985.

Quella notte gli occhi di tutto il mondo erano ancora una volta puntati sull’Heysel, pronto ad ospitare la quarta finale di Coppa dei Campioni della sua storia. Di fronte il Liverpool, squadra storicamente abituata a giocare ad alti livelli in Europa, e la Juventus, che da poco era riuscita a togliersi qualche soddisfazione internazionale ma che, spinta dalla famiglia Agnelli, puntava al trofeo più ambito.

Attesa trepidante, voglia di vivere il grande calcio, ma poi fu tragedia. I tifosi del Liverpool non erano appassionati di tutti i giorni: erano gli hooligans della Kop, la più terribile tifoseria del mondo, figlia del lavoro duro nel porto della città e di quella tradizione d’Oltremanica che, proprio negli anni Ottanta, vedeva il calcio come arena del Ventesimo secolo e come occasione per sfogare frustrazioni e disagi successivi alla crisi di fine anni Settanta. Una sorta di lotta di classe sfogata sugli spalti, un modo per rispondere alla crudezza della vita in età thatcheriana, coltivando nel frattempo ideologie al limite, tra odio verso l’altro e disprezzo dei ceti più abbienti. Proprio quegli hooligans decisero di fare come sempre anche quel giorno: assalti e provocazioni costanti al tifo italiano presente in una fetta dello stadio, con la voglia di impaurirlo, magari di scagliare anche qualche pugno, come quasi nell’ordinario. Lì, il fattaccio: i giovani ragazzi italiani che, spaventati, si ammassarono lungo il muro delimitante il settore, la mancanza di controlli da parte delle autorità e quel muro che crollò, portando con sé la vita di trentanove appassionati, morti sul colpo o schiacciati dalla massa inferocita che cercava di scappare, terrorizzata. Trentanove morti per un gioco, per una partita di calcio.

Tutto drammaticamente assurdo. Già, da non crederci. Fortunatamente nel Regno Unito proprio Margaret Thatcher sarà la prima a porre un freno, con severe limitazioni all’interno degli stadi, catapultando il mondo britannico nel futuro e riducendo in modo deciso la violenza tra tifosi, primi, del resto, a vivere il calcio senza barriere.

Che mondo lontano, verrebbe da dire. Ci sono, poi, però, i numeri. Freddi, forti, clamorosamente efficaci senza grandi spiegazioni. Trentatré anni dopo l’incubo Heysel la conta del calcio italiano recita diciassette. Diciassette come le vittime, tifosi, semplici appassionati, ragazzi giovanissimi, poliziotti, provocate dalla violenza per il pallone. Da Nazzareno Filippini, ferito ed ucciso dopo Ascoli-Inter del 9 ottobre 1988, a Ciro Esposito, morto cinquanta giorni dopo essere stato colpito da un proiettile prima di Fiorentina-Napoli, il 25 giugno 2014.

Cosa abbiamo imparato dall’Heysel? A piangere di quel che fu ed a commettere gli stessi drammatici errori? Una decina di giorni fa, Sean Cox, guarda caso tifoso del Liverpool, è stato accoltellato da alcuni ultras della Roma prima della semifinale di Champions League tra le due squadre, lottando tra la vita e la morte a lungo. Ancora il Liverpool, questa volta come vittima. A quasi trentatré anni dall’Heysel la pillola sportiva di questo mese si ferma e si limita a chiedersi se questa chiusura del cerchio non debba e possa rappresentare l’occasione per cambiare una volta per tutte. Perché la storia non possa più appropriarsi di alcuni nomi e renderli drammaticamente leggendari.

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