Oggi parliamo di cinema, ma non di quello impegnato e tecnicamente ineccepibile. Escludendo la sfilza di cinecomics degli ultimi anni e i cinepanettoni, il cerchio si restringe sul catalogo degli originali Netflix. Tuttavia, questa volta incredibilmente si tratta di un prodotto che nonostante i suoi limiti riesce a sorprendere. Il film in questione è The Dirt (2019), disponibile in lingua originale sottotitolato in italiano.

The Dirt è la storia dei Mötley Crüe, una delle band hair metal di punta di quei favolosi ed esageratissimi anni ‘80. Proprio questi due aggettivi ben riassumono la natura della band, dedita ad eccessi sfrenatissimi, a tratti quasi surreali. Il film si ispira all’omonima biografia della band e ne riprende i principali avvenimenti, aggiungendo un pizzico di finzione necessaria alla sceneggiatura: citiamo, ad esempio, la divertentissima idea della rottura della quarta parete per aggiungere velocemente dettagli del film difficilmente, o addirittura non, rappresentabili.

Il film riprende in un certo senso le intenzioni e la struttura di Bohemian Rapsody, biopic sui Queen uscito nelle sale lo scorso 29 novembre, regalandoci tuttavia un’esperienza maggiormente genuina e priva di molti filtri. Qui la band viene presentata in maniera piuttosto fedele alla realtà, nei pregi e nei difetti di ciascuno dei membri grazie anche alla discreta bravura del cast, tra cui spiccano Iwan Rheon e Machine Gun Kelly. Mentre Bohemian Rapsody ha voluto proteggere l’immaginario collettivo di Freddie Mercury evitando di esporre eccessivamente dettagli della sua vita privata, The Dirt mostra con fierezza la quotidianità dei Mötley Crüe composta essenzialmente di alcol, cocaina, sesso non protetto e scarsa empatia verso il prossimo.

Nonostante lo stile di vita farcito di comportamenti condannati dal pensiero comune, i protagonisti riescono comunque a suscitare sufficiente empatia al punto di farci invidiare la loro immensa libertà d’azione, non sempre priva di conseguenze. L’immagine della band si completa nel look androgino e sfrenatissimo, fatto di quintali di trucco, capelli cotonati e pantaloni di pelle attillati, tutti elementi che ancora oggi riescono a destare egregiamente scompiglio.

Sebbene i Mötley Crüe siano noti primariamente per i lori eccessi, bisogna riconoscere loro anche la discreta impronta che han lasciato nella musica di quegli anni. La band infatti ha collezionato la bellezza di 25 dischi di platino e altrettanti dischi d’oro. Il successo deriva sostanzialmente da una serie di fattori concomitanti favorevoli, come il groove preciso e potente di Tommy Lee, i riff robusti di Mick Mars, la voce di Vince Neil, che ricorda a prima vista un primo David Lee Roth, e la direzione artistica di Nikki Sixx. Insomma, possiamo dire che ognuno avesse qualcosa da mostrare.

La musica dei Mötley Crüe non aveva nessuna velleità di dimostrare una presunta superiorità artistica. Lo scopo era quello di colpire la pancia dello spettatore offrendo contenuti che esaltassero tutto ciò che la vita reale normalmente non può offrire. Talvolta gli eccessi raggiunsero più volte anche gli spettacoli sul palco: dalle bottiglie di Jack Daniel’s sgolate in pochi secondi alla famosissima performance di Tommy Lee chiuso in una gabbia a suonare un assolo di batteria a testa in giù, opportunamente assicurato, ovviamente.

Le cose andarono a gonfie vele per una decina d’anni, ma verso l’inizio degli anni novanta i Mötley Crüe, come tutta la scena hair metal del resto, furono travolti dall’impetuosa onda del grunge. La rivolta sfarzosa ed esagerata del metal fu rapidamente sostituita dal nichilismo e dal minimalismo stilistico del grunge e per tutte le band del panorama hair metal ci fu poco da fare. I Mötley Crüe cominciarono così il loro lento declino discografico. The Dirt non dimentica di mostrare anche questo aspetto, regalando esaltanti momenti musicali come non si vedevano dall’uscita di “Tenacious D e il plettro del destino”, di cui presto parleremo. Se per alcune scene non ricordasse la schiettezza visiva di Trainspotting, consiglierei la visione di The Dirt a qualunque ragazzino che si chieda cosa sia stata la musica rock e metal negli anni ‘80. Sia mai che a qualcuno torni voglia di imbracciare una chitarra e fingersi invincibile nella propria cameretta con lo stereo a palla.

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