Molti conoscono Richard Benson come un chitarrista pessimo, un personaggio fastidiosamente arrogante e sempre pronto ad urlare incazzato come un orango in gabbia. Effettivamente, dall’analisi superficiale del comportamento di Benson questi elementi appaiono inconfutabili e non si può altrettanto negare che il suo successo nel web abbia posto le sue radici proprio nel suo modo grottesco di fare spettacolo. Quindi, se Richard Benson è in sostanza un fenomeno da baraccone, cosa dovrebbe spingerci a parlare nuovamente di lui?

In un pomeriggio di cazzeggio di fine estate l’algoritmo di Youtube fece apparire un video del buon Benson, precisamente uno spezzone del suo tutorial per chitarra elettrica girato per una distribuzione VHS della fine degli anni 90. Il video in sé non era una novità per me e come di consueto cominciai a scrollare i video correlati alla ricerca di qualcos’altro da guardare. Dopo qualche minuto di ricerca, sobbalzato tra un video e un altro, mi apparve una monografia bensoniana di più di mezz’ora, che scopro successivamente essere solo la prima di cinque parti. La sua visione completa mi ha introdotto a un Richard Benson sorprendentemente eclettico incoraggiandomi a rispolverare più particolari della sua storia. Per darvi una vaga idea del contenuto della monografia senza annoiare eccessivamente, ve ne fornisco uno stringente riassunto:

Richard Benson nasce da una famiglia di origini britanniche e sviluppa fin da ragazzino una passione sconfinata per la musica. Celebre è l’episodio in cui narra la scoperta dei Beatles a casa di una compagna di scuola, momento da lui considerato la genesi del suo amore illimitato per la musica rock. La gioventù di Richard si muove tra band e locali della scena romana anni ’70 (come Il Buon Vecchio Charlie) fino agli anni’80, decennio in cui gode di fama e partecipazioni a film e trasmissioni tv locali (l’immagine di copertina è tratta da una sequenza di Maledetto il giorno che t’ho incontrato di Carlo Verdone in cui interpreta il conduttore di Jukebox all’idrogeno, un’immaginaria trasmissione musicale). Tuttavia, gli anni ‘90 aprono la rovinosa caduta di Benson sia a livello personale (culminata con il tentativo di suicidio nel 2000) sia a livello di performance live, dove la percezione del pubblico si concede sempre di più ad un’ottica trash e denigratoria. Negli ultimi anni Venti grazie ad internet Benson allarga nuovamente il suo bacino di utenza amplificando tuttavia anche la sua fama di cantautore trash.

La parabola di Richard Benson, oltre a essere una storia affascinante, è esemplare sotto molti aspetti, per anni rimasti oscurati dalla percezione di Benson su internet. Nonostante i suoi crescenti disagi personali, Benson ha continuato negli anni a dedicarsi alla sua missione di vita: fare e divulgare musica. La sua straordinaria passione era già evidente negli anni d’oro della sua carriera attraverso la sua carriera didattica in quel di Roma e trasmissioni tv quali Ottava Nota in cui, con un linguaggio per l’epoca tecnico e avanzato, introduceva i suoi ascoltatori alle novità musicali internazionali e nostrane. La sua passione non smise di brillare nemmeno dopo la metamorfosi degli anni ‘90 in cui Richard cambiò sensibilmente il suo modo di fare spettacolo. Tutto ciò fu dovuto solo in parte a scelte personali dell’artista: i malori fisici (artrosi, alopecia) e psicologici (depressione) portarono a un suo generale deperimento. Nel giro di poco tempo non riuscì più a mantenere il personaggio bizzarro, ma comunque rispettabile, costruitosi negli anni precedenti e fu costretto a riplasmarlo secondo i canoni di una nuova e crescente moda: il trash. Fare schifo diventò rapidamente un imperativo per Benson e in alcune esibizioni arrivò anche a farsi lanciare cibo e oggetti addosso. Ancora non è chiaro quanto Richard abbia accettato consapevolmente la sua metamorfosi ed al momento risulta difficile avere conferme dallo stesso a causa del peggioramento del suo stato di salute mentale.

Un altro aspetto che rende Benson immortale e unico nel suo genere è il sempre vago confine tra persona e personaggio. Accusato di raccontare montagne di frottole, nel corso degli anni – proprio grazie allo stesso internet responsabile del suo massacro – sono emerse testimonianze che affermano quanto lui raccontò in interviste e trasmissioni (la sua origine britannica, le sue svariate donne e altri aneddoti sparsi). Nonostante qualche certezza in più, è ancora difficile definire un netto confine. Richard Benson è un uomo dotato di una sensibilità artistica fin troppo rara in Italia e nel suo scimmiottare la cultura rock lascia sempre una genuina scia di verità. Benson è un Andy Kaufman nostrano prestato al mondo della musica e simbolo di una controcultura il cui aspetto viene deriso poiché troppo difficile da accettare e comprendere. Capire Benson richiede infatti un enorme sforzo empatico con cui poche persone provano a confrontarsi, spaventate dalla loro mancanza di mezzi per farlo. Ed ecco che inevitabilmente si cede allo sfottò e al riso, le uniche meschine armi a nostra disposizione per difenderci dall’ignoranza dei sentimenti. La grande frode comica di Benson è un tesoro che è stato a lungo abbandonato a sé stesso e trafugato ripetutamente da chi non sapeva riconoscerne il valore. Se al medesimo destino dovessero essere lasciate anche altre sincere espressioni d’arte, come diceva il buon Richard, dovresti spaventarti.

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