ConLeTueParole

In vista del 24 Settembre 2025 alle 18, alla libreria Stella Maris, dove si parlerà d’istruzione 

Siamo sicurə che il sistema scolastico ci aiuti davvero a sviluppare un pensiero critico e prepararci al futuro?
Questo è uno degli interrogativi chiave di “Una cosa che non parla”, il nuovo libro di Giuseppe Nibali (2025), con il contributo di Alessandro Barbero.

Un dialogo tra studentə e insegnanti su ciò che si è perso nella scuola: l’ascolto, la crescita personale, la curiosità e l’apprendimento oltre il libro di testo.

Ci siamo posti l’interrogativo anche noi.

Oggi le scuole sono aperte, sì, ma molte ieri si sono fermate – o hanno rallentato – in favore di uno sciopero a sostegno degli accadimenti nella Striscia di Gaza. Un gesto, una manifestazione di solidarietà e di presenza. Una scelta consapevole di chi ha potuto ragionare criticamente intorno ad una delle tematiche che sta scuotendo il mondo e ha voluto intervenire, muoversi. Riguardo a questa capacità critica, questo mercoledì, il 24 settembre, la libreria Stella Maris di Cuneo ospiterà un dialogo incentrato su questo tema in cui a parlare troviamo l’insegnante e giornalista Giuseppe Nibali, che presenta il suo libro ” Una cosa che non parla” , l’insegnante di Lettere del Liceo De Amicis di Cuneo Nazareno Garelli, la psicoterapeuta Maura Anfossi e, infine, la nostra presidente Denise Arneodo.

Il loro incontro, che sarà alle 18 – a cui siete tutti caldamente invitati – toccherà uno dei capisaldi della struttura della nostra nazione: l’istruzione. 

Ogni anno, a settembre, ma direi già anche nel mese di agosto, con l’imminente ritorno sui banchi, tutti i centri commerciali d’Italia – e non solo – diventano delle bacheche di zaini, diari, portapenne, quaderni ad anelli, matite, biro, bianchetti, gomme, compassi, righelli, squadrette, portalistini e via dicendo. Le città tornano a gonfiarsi di ragazzine e ragazzini che attraversano le strade, si raggruppano di fronte agli ingressi e nelle piazze. Su quelle stesse strade il traffico, dopo la pausa di riflessione della stagione estiva passata, rimette a dura prova la pazienza italiana ad ogni incrocio. Ma, al di là anche degli aspetti più concreti, il rientro a scuola chiama in causa una valanga di interventi, riflessioni e pensieri di professionisti e non che si interrogano sull’andamento del nostro sistema scolastico. Voti, maturità, orari, bocciature sono piccoli punti di un elenco enorme che troviamo scritto sulle lavagne italiane ogni anno, e che forse, dalla riforma Gentile a questa parte, intende ragionare sul funzionamento del nostro sistema. Senza stare a chiederci più di tanto se questo marasma di dibattito porterà dei frutti o meno, noi, come redazione di 1000 Miglia, abbiamo deciso di dare il nostro contributo. E allora pure noi, come Giuseppe Nibali, ci siamo fatti quella domanda che sta lassù, in alto, in cima a questo articolo. Nella speranza che anche un marasma caotico riesca a dare frutto. Soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo.

La scuola italiana è abbastanza brava a trasmettere nozioni, diciamo di sì e pensiamo al fenomeno dei “cervelli in fuga”.

Però oggi è innegabile sottolineare come sia necessaria una svolta: certo, le nozioni è giusto che ci siano e possono anche mantenere un ruolo di priorità all’interno del processo di apprendimento delle future leve, ma serve spazio per la libertà. Sì, c’è bisogno di una libertà di scoprire il mondo intorno a sé attraverso le nozioni imparate sui banchi senza rimanere imprigionato dalle stesse. Ma, soprattutto, c’è bisogno che ciascuno di noi impari a conoscere dove cominci la propria libertà e dove finisca, cioè, dove comincia la libertà di un altro. Il pensiero critico deve essere atto ad evitare lo sviluppo di preconcetti nei confronti della realtà e di chi la vive. Sarebbe importante una scuola capace di trasmettere nozioni discutibili, o, come direbbe il buon filosofo novecentesco Popper, falsificabili. 

Forse intendo dire che la scuola potrebbe insegnarci anche che possiamo sbagliare, e che una conoscenza non è sempre definitiva, non è sempre perfetta. Perché la verità è un concetto complesso. Come il mondo e chi lo vive. La scuola potrebbe soltanto provare ad avvicinarcisi, con cautela, rispettando ogni libertà.

Giacomo

La scuola in Italia ha punti di forza e punti di debolezza. Tra le cose che mancano mi viene in mente la possibilità di conoscersi, e non solo di conoscere. Andare a scuola vuol dire, inevitabilmente, studiare e ripetere, imparare si, ma spesso senza trovare uno spazio per l’utilizzo pratico di quel sapere. Così il sapere acquisito rimane chiuso all’interno della mente della studentessa o dello studente fino alla prova, al risultato, e poi può essere tranquillamente dimenticato. Mancano quegli spazi di ascolto, quei momenti importantissimi in cui si impara per davvero a dire cosa si pensa, a discutere, a creare una propria opinione e condividerla con altri. Mancano i momenti dedicati al dibattito, alla riflessione, che sono quelli che più contribuiscono alla crescita di un/una giovane. Quei momenti in cui ci si siede in cerchio, senza i banchi e senza fogli, usando solo i propri occhi, le parole che escono dalla bocca, le orecchie aperte, essenziali per sviluppare la capacità di ascolto, e si condivide. Si parla della propria visione del mondo, a cosa serve ciò che si è imparato, chi si vuole diventare: non è davvero importante l’argomento quanto lo è il fatto che tutti parlino, che tutti si ascoltino, che tutti imparino a dire la propria senza vergogna, ma soprattutto, con fiducia nella comprensione e nel rispetto di chi si ha accanto. Questa, per me, potrebbe essere un’idea di scuola che ci aiuta davvero a prepararci al futuro. 

Annalisa

Il sistema scolastico viene spesso presentato come il pilastro della formazione delle nuove generazioni, il luogo in cui si sviluppano competenze, pensiero critico e strumenti per affrontare il futuro. Ma la realtà appare più complessa. Le lezioni frontali, cuore della didattica tradizionale, hanno certamente un valore: trasmettono conoscenze, offrono un quadro storico e teorico di riferimento. Tuttavia, se restano confinate a un flusso unidirezionale di nozioni, rischiano di soffocare la capacità degli studenti di interrogare, immaginare, mettere in dubbio. Il pensiero critico si sviluppa davvero quando la lezione diventa dialogo, quando ci si chiede collettivamente “cosa ne pensiamo di questo evento?”, “quali alternative erano possibili?”, “quali limiti ha questa interpretazione?”. Perfino le risposte confuse o “sbagliate” possono essere preziose, perché costringono a rimettere in discussione ciò che il potere, o la tradizione, hanno già stabilito come verità.

Ma non si cresce soltanto attraverso i contenuti. La scuola educa anche tramite la sua stessa struttura sociale: le classi costringono a confrontarsi con lo sconosciuto, a convivere con chi è diverso, a misurarsi con i conflitti. In questo senso, l’istituzione scolastica riproduce dinamiche politiche e sociali: si impara a organizzarsi con i rappresentanti di classe o d’istituto, a contestare decisioni prese dall’alto, a immaginare piccole forme di democrazia quotidiana.

Eppure, questa dimensione potenziale rimane troppo spesso irrealizzata. Nella mia esperienza, ciò che prevale è la disillusione: più burocrazia che partecipazione, più imposizione che dialogo. La scuola non riesce a essere fino in fondo un laboratorio di cittadinanza critica, e non sempre prepara davvero al futuro. Tutto dipende dalla qualità e dalla sensibilità degli insegnanti: alcuni riescono a stimolare la curiosità e la riflessione, ma molti altri, stando ai racconti raccolti e vissuti in prima persona, finiscono per riprodurre modelli gerarchici, rigidi, scarsamente orientati alla crescita personale.

Per questo, rispondere alla domanda se la scuola ci prepari o meno è inevitabile: no, non lo fa in maniera completa. Non garantisce lo sviluppo di un pensiero critico né una reale preparazione al futuro, se non in misura frammentaria e fortemente variabile. È difficile pensare di affidare una responsabilità così grande unicamente a insegnanti lasciati a gestirsi in autonomia, spesso senza strumenti né formazione adeguata. Il rischio è che le generazioni crescano senza quelle competenze che più servono in una società complessa: la capacità di interrogare, di immaginare alternative, di costruire insieme il cambiamento.

Alessia

Conletueparole – Settembre 2025

Settembre è un mese che abbraccia sentimenti contrastanti. La fine della spensieratezza estiva cozza contro la ripartenza delle necessarie attività quotidiane (scuola, lavoro, studi, etc). Poi c’è il caldo che cede terreno al clima autunnale più mite e le giornate tornano ad accorciarsi.

Tu, come vivi il tuo settembre?

Io dall’ultimo settembre delle superiori mi sento cambiato. In quel mese, di quell’anno, che era l’ultimo che avrei passato fra le mura del liceo di Cuneo per sei giorni a settimana, c’è stato un fuoco incrociato di sentimenti e sensazioni che ancora adesso faccio fatica a capire bene. Gioia e noia per il ritorno alla quotidianità da studente delle superiori. Nostalgia, sicuramente, per il finire di quell’esperienza scolastica. Paura, anche, per l’ignoto futuro. Un po’ come ha sottolineato Annalisa nel suo pezzo.
Settembre è una pentola dove non sai cosa puoi trovarci dentro. Potresti pensare alle patate raccolte durante l’estate, bollite, ma anche al brodo di carne con cui mangerai quei noiosi fili di pasta che mia nonna chiamava capelli d’angelo: i cavei d’angel, in piemontese. Non è un mese incasellabile nel ciclo delle stagioni. Giulia ha fatto bene a ricordarlo, che è il mese delle possibilità, perché settembre, se vogliamo, è tutto e non è niente. Offre delle opportunità, e non possiamo sottovalutarlo, come ha precisato Alessia. Per questa ragione, può essere meraviglioso e terribile, settembre, quindi sublime. Come ogni cambiamento d’altronde. 

 

Settembre è un mese che porta con sé sentimenti contrastanti. È quel confine sottile tra la leggerezza dell’estate e il peso dei doveri che tornano a bussare alle nostre porte. Le giornate si accorciano, il sole cede gradualmente il passo a un’aria più mite e fresca, e insieme al cambio di stagione arriva anche un cambiamento interiore: un lento riassestarsi, un ritorno a ritmi più strutturati dopo la spensieratezza estiva. Se l’estate è il tempo della condivisione — amici, parenti, incontri e serate che sembrano non finire mai — settembre segna invece il ritorno all’individualità. È il momento in cui ci si ritrova faccia a faccia con se stessi, con le responsabilità lasciate in sospeso e con gli impegni rimandati tra una vacanza e l’altra. Ci si ritrova a rimettere ordine tra le carte accumulate sul tavolo, tra i messaggi non letti e i progetti sospesi, quei “ne riparliamo a settembre” che ora diventano urgenti, reali, ineludibili. Per chi lavora, settembre significa tornare alle riunioni e ai compiti che erano stati accantonati, riprendere contatti e decisioni rimaste sospese. Per chi studia, è il ritorno tra i libri, agli appunti lasciati a prendere polvere durante le vacanze, ai programmi di studio da riorganizzare, agli esami imminenti che richiedono concentrazione e disciplina. Ogni gesto sembra riprendere il suo ritmo naturale, ma con una consapevolezza nuova: si sente che nulla può più essere rimandato, tutto va affrontato. E poi ci sono i buoni propositi settembrini, quei desideri di stabilità e cambiamento che sorgono con forza dopo l’abbandono della spensieratezza estiva. È come se settembre ci sfidasse a mettere ordine nella nostra vita: nei pensieri, nelle abitudini, nei rapporti. Ci spinge a fare i conti con ciò che siamo e con ciò che vogliamo diventare, con la precisione silenziosa di chi sa che il tempo passa inesorabile, ma che offre anche l’occasione di ricominciare. Settembre non ha il clamore di gennaio, né l’euforia di giugno: è un nuovo inizio più discreto, più intimo, che richiede pazienza e attenzione. È il mese dei piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, costruiscono la stabilità che l’estate ci aveva fatto dimenticare. È un invito a rallentare, a riflettere e a riappropriarsi della propria vita, prima che l’autunno entri del tutto e con sé porti la sua malinconia e il suo fascino. In fondo, settembre è un mese di equilibrio, di bilanci e di preparazione. Un mese che ci insegna che tornare alla realtà non è una sconfitta, ma un’opportunità per ricominciare più forti, più consapevoli e, forse, più vicini a noi stessi.

Alessia A.

 

Settembre per me (e credo per molt*) si traduce con nostalgia. Però quella bella, quella degli strascichi dell’estate di Luglio e di Agosto. Quello che rimane del caldo, delle vacanze lontano da casa, dei pomodori e delle pesche mature e del mare. Quello del sentimento di nuovi inizi sconosciuti, di quel limbo che collega il “dolce far niente” con la ripresa della “vita ordinaria”. Questo Settembre però è diverso per me. Non ci sarà una ripartenza di lezioni e di vita universitaria; a dir la verità non so cosa ci sarà. E questa è una sensazione che non ho mai provato prima, il non sapere a cosa vado incontro perchè non c’è nulla di organizzato, nulla di programmato, semplicemente Settembre, con i suoi cieli tersi, quell’aria un po’ fresca, quelle gite in montagna scampando i temporali, quei gelati che fanno già venire i brividi di freddo. Settembre quest’anno mi fa un po’ paura, mi mette un po’ sull’attenti, mi sembra di dover per forza aver qualcosa da fare eppure, paradossalmente, sento anche che mi sussurra di stare tranquilla, perchè tutto andrà bene. Settembre mi culla come una mamma con la sua bambina, mi canta con voce calda e dolce che anche io riuscirò a trovare la mia strada, se rimarrò fedele a chi sono.

Annalisa P.

 

Una delle canzoni che più mi ha segnato nel corso della mia vita è dedicata al mese di Settembre. Non a caso, una frase mi è sempre rimasta impressa nella mente: “è una vita che provo a capire Settembre, ma non fa per me”. Mi ha sempre colpito, linguisticamente, che Settembre non sia un mese da vivere, un periodo che passa in sordina e che si confonde nel veloce passare dell’anno. Inverno, primavera, estate, le stagioni sono qualcosa che accadono e che riferiamo a determinati eventi: inverno vuol dire Natale, primavera vuol dire allegra attesa del caldo e della rinascita, estate vuol dire vacanze. Per Settembre, invece, si fatica a dare una connotazione: non si può dire che sia autunno, ma nemmeno estate. Non accade niente di rilevante che scandisca il tempo della nostra vita. Ricomincia la scuola, ricomincia la vita quotidiana, certo, ma cosa ci lasciamo dietro? Spensieratezza, noia? Comunque sia, una certa libertà di disporre del nostro tempo. A settembre si perde qualcosa, ma si riacquista qualcos’altro. Qualcosa di bello o di brutto? Dipende.; Settembre è il simbolo del cambiamento, in cui la sensazione di una vita che finisce si mescola con una che ricomincia. Settembre è un mese simbolico, in cui le foglie sono al massimo del loro splendore, ma già cadono. Settembre non è solo un mese, è uno stato d’animo: la nostalgia della tediosa serenità estiva, l’eccitazione di un futuro grigio, incerto, ma carico di possibilità.

Giulia Z.  

ConLeTueParole – Agosto 2025

Quante volte ci siamo detti: “quest’estate stacco tutto”? Lo abbiamo promesso agli amici, scritto nei gruppi, magari anche postato sotto qualche foto di un tramonto: tempo di detox, tempo per me. E poi?
Poi arriva davvero, l’estate. Le giornate si allungano, le chat si riempiono di programmi e inviti e mentre fuori il sole picchia, dentro di noi qualcosa continua a correre. A voler fare, vedere, postare, raccontare.
Nella redazione di 1000miglia ci stiamo chiedendo se questa storia del “riposo” non sia, in fondo, l’ennesimo mito da smontare. Perché anche quando dovremmo rallentare, ci sentiamo comunque sotto pressione. Sotto pressione di vivere bene, vivere forte, vivere abbastanza da meritare uno scatto in più.

In redazione le teste si muovono lente — non solo per il caldo (non tutti hanno l’aria condizionata, e qui il pensiero genera sudore) — ma perché il tempo libero, d’estate, sembra quasi sospeso. Eppure, anziché sentirci più leggeri, spesso ci sentiamo più fragili. Ci chiediamo se ci stiamo perdendo qualcosa, se stiamo usando bene il nostro tempo, se i nostri “giorni vuoti” valgano quanto le spiagge piene di chi sta lontano. E poi c’è Instagram, che ti mostra le vacanze degli altri mentre tu sei fermo in ufficio, o peggio: in pausa ma senza voglia di fare nulla.

Ci siamo accorti che anche il tempo libero ormai si porta dietro un compito. Non basta riposare: devi anche dimostrare che ti stai godendo tutto. Che stai facendo qualcosa di memorabile, o quantomeno condivisibile.
E allora abbiamo iniziato a farci qualche domanda seria, tra una riunione online e un caffè troppo caldo. Che significa davvero “rilassarsi”, oggi? È possibile non fare nulla senza sentirsi in colpa? Perché anche mentre spegniamo le notifiche, c’è una parte di noi che continua a chiedersi cosa si sta perdendo altrove?

È da qui che nasce questa riflessione. Dal bisogno di guardarci in faccia, anche solo attraverso uno schermo, e dirci che no, forse non siamo i soli a sentirci fuori tempo, fuori scena. 

Forse l’estate non è più quel tempo sospeso in cui ci si ritrova. O forse sì, ma bisogna imparare a farlo in modo nuovo, più vero, più nostro.
E magari, insieme, possiamo trovare un modo per stare bene anche nei giorni che non raccontiamo. Anche nei momenti senza foto. Anche quando non succede niente — e va bene così.

Da qualche anno vivo un rapporto difficile con i social, in particolare con Instagram. Non l’ho mai considerato strettamente necessario, ed è per questo che è difficile per me capire se è un bene per me usarlo, e se si come. 

In estate ho più tempo libero rispetto al resto dell’anno, in quanto studentessa universitaria. Però mi sono chiesta spesso se davvero posso definirmi libera, soprattutto da quella necessità fortissima di postare le cose più belle (o le foto più belle?) che ho vissuto o che ho visto. Spesso mi rendo conto che pubblico delle immagini per me belle esteticamente o che mi ricordano di un’esperienza positiva che ho vissuto. Ma la maggior tempo che “trascorro” su Instagram non è per pubblicare le mie foto (e quindi le cose che vissuto, le mie esperienze di vita), bensì per vedere le foto (e le esperienze) degli altri. E mi sono resa conto che la maggior parte delle volte “esco” dall’app con un senso di magone, di invidia, di tristezza, insomma con delle sensazioni non così positive. A vedere le cose che postano gli altri, mi viene naturale e istintivo confrontarle con quello che sto vivendo io. Magari una mia conoscente si trova in un posto bellissimo, io sul divano dopo una brutta giornata. E allora vedere un’immagine del genere mi fa sentire peggio, perché confronto quello che penso essere la sua vita, con la mia in quel momento. Il problema è che non è un confronto equo, quello tra un’immagine e la mia vita quotidiana, reale, in un certo momento.

Annalisa

Quando ho sentito parlare per la prima volta di FOMO ho pensato che fosse un fenomeno psicologico che non mi riguardava. Da persona introversa, ho sempre sentito l’esigenza di ricaricare le mie batterie sociali prendendomi del tempo per me, piuttosto che forzandomi a mille attività in compagnia che, seppur piacevoli, non mi riposavano. Quest’estate sento che qualcosa è cambiato: sarà che ho iniziato a lavorare, ma percepisco diversamente il mio tempo. Gli anni scorsi, quando ero ancora all’università, il mio tempo libero mi apparteneva e potevo decidere liberamente quando riposarmi e quando andare in vacanza. Adesso è diverso: parte del mio tempo è necessariamente dedicato al lavoro, che pure mi piace, mentre il tempo delle ferie è condensato in pochi giorni l’anno. Certamente, ho tempo di leggere, di vedere film e di fare tante altre attività rilassanti. Ma ora, il tempo con gli amici, il tempo per divertirmi e staccare completamente la testa, anche solo per un po’, dov’è? Ho iniziato a provare invidia per i miei amici che frequentano ancora l’università: ogni giorno postano storie dal mare, dalla montagna o dai musei, ritrovano amici in comune che anche io non vedo da una vita, festeggiano la laurea di quell’amico di lunga data che io non posso più andare a trovare quando e come mi va. Ogni giorno mi appaiono le storie dei miei amici che riescono ancora ad andare in vacanza quando desiderano, senza dover vivere l’ansia di sfruttare ogni minimo secondo dei pochi giorni di ferie. Quest’estate sento forte la paura che il lavoro risucchi il mio tempo libero. Provo una forte ansia di voler fare sempre di più e al contempo invidia per i miei amici che sui social mostrano tutto quello che non ho più il tempo di fare. So che i social sono un falso specchio della vita delle persone, ma come non provare frustrazione vedendo le foto del mare mentre tu sei in ufficio? Mi aiuta l’introversione, perché anche se volessi fare tutte le cose che ho ansia di fare, non potrei: alla fine della giornata non riesco a non crollare sul divano sfinita e stressata da tutti gli stimoli avuti nella giornata. Che alla fine l’introversione sia la cura alla mia strana forma di FOMO?

Giulia Z.

Questa estate è strana perchè mi sono laureato e mi sono successe tante altre cose belle. E sicuramente quando sto bene come in questo momento tendo a sentirmi più portato ad esprimermi anche attraverso i social. Quindi faccio cose, riprendo momenti e decido di darli in pasto a chi mi segue. Il principio però non è ostentare, onestamente, ma condividere. So perfettamente che chi mi segue bene o male, chi più chi meno, mi vuole bene, o se non mi vuole bene, non gliene frega un cazzo di quello che posto. A questo punto, a me interessa il parere solo di chi mi vuole bene, e accetto questi “giudizi” perchè so (o spero) che vengono fatti con una certa cura. 

Invece, per quanto riguarda la fruizione delle condivisioni degli altri, ricevo, capto. Di nuovo, se sono persone a cui voglio bene, mi interessa sapere cosa fanno e magari mi sento contento delle loro vicende. Se invece non mi interessano, mi interessa poco cosa combinano. E questo per me vale 365 giorni l’anno. D’estate vedo tante spiaggie, sì, ma non è che durante il resto dell’anno succedano meno cose. Si va in vacanza anche ad aprile, a settembre, a dicembre. Io guardo curioso o disinteressato, dipende dalla luna. Tanto so che spegnendo lo schermo troverò qualche cosa di vivo di fronte al mio sguardo.

Giacomo

L’estate è l’estate per il caldo o per la leggerezza che porta con sé? E quel senso di serenità è un riflesso di ciò che provavamo da bambini, quando l’estate era il momento di staccare, di passare intere giornate a non fare nulla, ad annoiarsi, a giocare, al mare, in montagna, nel salotto o nel giardino; diventava la stagione dello “stare”. Di quella condizione, tanto amata e narrata dagli americani, del “dolce far niente”.

E oggi? Che siamo cresciuti e che spesso di dolce, nel fare nulla, ci sono i sensi di colpa per lo studio tralasciato, il timore di star sacrificando emozionanti vacanze in strepitose isole iperturistificate e l’invidia per chi invece su queste isole ci è andato.

E quindi oggi? Stesa sul divano, dedita a scrollare le storie Instagram, a immaginare le vite degli altri mi chiedo quando arriverà il mio turno di “staccare la spina”. Di dimenticarmi il telefono in valigia e stappare la crema solare, senza il bisogno viscerale e inconscio di aprire Instagram, per un secondino, giusto per dare un’occhiata.

Per cui voglio fare una proposta a me e a chi mi sta intorno, proviamo a realizzare questo sogno: un’estate vuota di paragoni e piena di confronti reali, sinceri (e qualche partita a beach volley perché della spiaggia non ci stancheremo mai).

Alessia R.

Alla fine, ognuno di noi ha un’estate diversa da raccontare. C’è chi la vive con ansia, chi con nostalgia, chi con invidia, chi con gratitudine. C’è chi prova a staccare e non ci riesce, chi si rifugia nel silenzio, chi cerca il mare dentro a un pomeriggio qualunque. Eppure, in tutte queste voci — le nostre — qualcosa si intreccia. Una domanda comune, una fatica condivisa, un desiderio che forse ci unisce più di quanto pensiamo: quello di sentirci liberi di vivere l’estate (e il tempo, in generale) a modo nostro.

Liberi dal confronto costante, dai filtri, dalle aspettative. Liberi di non essere sempre “al massimo”.
Perché il tempo non si misura solo in cose fatte o in posti visitati, ma anche nei respiri che ci concediamo, nei momenti in cui smettiamo di guardarci da fuori e iniziamo a sentirci da dentro.
Forse non serve per forza staccare tutto. Forse basta iniziare a guardarci con più tenerezza. A restare presenti, anche nei giorni lenti, anche quando non succede niente.
Anche quando non abbiamo nulla da postare, ma tutto da sentire.

 

ConLeTueParole – Luglio 2025

Quante domande ti sei fatto oggi? Io credo di arrivare almeno a duecento solo di questa mattina, tutte nella mia testa, con risposte fittizie e ulteriori dubbi aperti.
E invece, quante domande hai fatto oggi alla tua combriccola? Alle persone a te vicine, quelle con cui “ti fai i viaggi”, con cui ti perdi tra le parole, tra i silenzi e i concetti troppo complicati o astratti per essere racchiusi in poche e semplici frasi.
Ecco, nella redazione di 1000miglia abbiamo deciso che ci piace farci domande, scoprire come i volti, che vediamo durante le riunioni a distanza, vivano quesiti che ci tormentano.
Non è stato facile, decidere che si, forse vogliamo “scoprirci” un po’, renderci un po’ più vulnerabili davanti a questo muro di dubbi che ci troviamo davanti (qualcuno la chiama giovinezza, ma a noi piace pensare che si trattino di dubbi esistenziali).
Per cui siamo partiti da una cosa che ci accomuna più o meno tutti, chi più chi meno; siamo partiti dal territorio che abbiamo condiviso, gli spazi che abbiamo attraversato e che continuiamo ad animare: Cuneo e la sua provincia, i suoi angoli più insospettabili, le collettività più silenziose, circondata dalle montagne che ne custodiscono le tradizioni e limitano le azioni.
Siamo partiti da un dato: le province si stanno spopolando, i giovani preferiscono le grandi città.
Appresa questa informazione ci siamo sentiti divisi. Molti di noi ormai hanno lasciato i paesi della provincia cuneese per sparpagliarsi tra le metropoli italiane ed estere, medie e grandi città a chilometri e chilometri di distanza, ma ancora manteniamo la testa tra questi campi, in queste valli e tra le cime delle montagne (ormai non innevate, maledetto cambiamento climatico; prossima domanda di redazione?). Ci siamo resi conto che una delle poche cose che ci permette di rimanere legati a questo territorio, insieme, è proprio questo piccolo spazio redazionale: come? Perchè? Cosa ci apporta e cosa dà a chi ci sta intorno?
Nel tentare di rispondere a queste mille domande che ci sono venute in mente ne abbiamo formulata una come si deve, di quelle da proporre nelle interviste importanti, per cui: perché è importante portare avanti progetti come 1000miglia e come agisce sulla comunità?


All’ultimo Salone del Libro stavo vagando con una mia amica nel padiglione Oval, quello dei grandi editori che ha anche un bosco dentro, quando ci siamo fermati allo stand di Chora e Will dove un mucchio di gente era accumulata sugli sgabelli e su appoggi di fortuna ad ascoltare in cuffia Vera Gheno. Lei è una linguista. La voce è forte come quella di chi sa cosa dire e come dirla, tesa verso una fruizione degli strumenti della linguistica con l’obiettivo di avere un impatto sulla realtà delle persone. Gheno è convinta che basti un semino inculcato nella testa di chi ci sta intorno, parola o gesto che sia, per riuscire a dare il proprio contributo nel definire gli orizzonti del nostro mondo.
Ecco, vorrei dire lo stesso riguardo a quello che fa 1000Miglia. Siamo pochi, abbiamo poche risorse, ma io credo che il nostro poco possa essere seme buono nel caso in cui anche una sola persona si senta diversa – anche inconsapevolmente – rispetto a com’era prima.

Giacomo

Negli ultimi anni (o forse da sempre?), sempre più giovani lasciano le province per trasferirsi nelle grandi città. Questo esodo silenzioso è dettato spesso dalla mancanza di opportunità lavorative, dalla scarsità di spazi culturali e dalla sensazione diffusa che, per costruire un futuro, serva andare altrove. Le aree interne e i piccoli centri si svuotano, e con le persone se ne vanno anche energie, idee, possibilità. La provincia diventa così, nell’immaginario collettivo, un luogo da cui partire piuttosto che un luogo in cui restare o tornare. Per questo trovo fondamentale portare avanti progetti come 1000miglia. Perché offrono quello che normalmente manca: un tempo e uno spazio dove potersi incontrare davvero. Dove si può parlare di sé senza filtri, costruire relazioni autentiche, riattivare legami, mettere in comune interessi, vissuti e domande. È uno spazio che non è solo “culturale”, nel senso classico del termine, ma profondamente umano. In questi contesti ci si sente visti, accolti. Si ha la sensazione di far parte di qualcosa, e non di essere semplicemente “di passaggio”.
Un altro aspetto che considero importante è che questi progetti non parlano solo a chi partecipa direttamente ma anche a chi guarda da fuori — chi assiste, chi ne sente parlare, chi inciampa in un frammento. Infatti, si entra in contatto con una dimensione diversa del vivere la provincia. Una dimensione spesso invisibile, ma ricchissima, fatta di idee, visioni e relazioni che normalmente restano ai margini del discorso pubblico.
Va riconosciuto che la presenza di spazi istituzionali pensati per i giovani è, di per sé, un valore. Avere luoghi fisici e iniziative promosse da enti pubblici o amministrazioni locali rappresenta un tentativo concreto di contrastare l’isolamento e creare occasioni di socialità. Tuttavia, questi spazi — se sono presenti — spesso risultano frammentati, poco aggiornati rispetto alle reali esigenze del pubblico a cui si rivolgono e costruiti senza un confronto profondo con chi dovrebbe viverli. L’offerta è rigida, legata a modelli consolidati che faticano a rinnovarsi e a dialogare con i linguaggi, i bisogni e le trasformazioni dei fantomatici “giovani d’oggi”. In questi contesti, progetti come 1000miglia si propongono non come una sostituzione, ma come un’aggiunta necessaria: uno spazio aperto, non vincolato da logiche di consumo, capace di accogliere soggettività diverse e costruire senso a partire dall’ascolto e dalla partecipazione. È proprio in questa complementarità che sta la sua forza: non contrapporsi, ma affiancarsi, ampliando le possibilità di espressione, confronto e appartenenza.
Partecipare a progetti come 1000miglia è qualcosa che ci riguarda da vicino. Non solo perché ci offre un’occasione per esprimerci, per sentirci parte di qualcosa, ma anche perché rappresenta una forma di impegno collettivo. Prenderne parte significa contribuire a costruire spazi più aperti, più accessibili, capaci di raggiungere anche chi, per tanti motivi, non si sente rappresentato altrove. È un gesto che fa bene a noi, ma che può fare bene anche agli altri. A volte basta poco per far sentire qualcuno meno solo, meno fuori posto. E forse è proprio da qui che può partire un’idea diversa di provincia: non come luogo da lasciare, ma come terreno fertile per creare nuove possibilità. Per alcuni sarà un modo per restare, per altri potrebbe diventare, un giorno, anche un motivo per tornare.


Alessia

Se da un lato è giusto e necessario viaggiare, sperimentare e allargare le proprie prospettive, dall’altro bisogna anche prendere coscienza che non tutto il mondo è fatto a nostra misura. Capita che la nostra città di appartenenza spesso sia chiusa, bigotta, pigra e che, per questo motivo, molti gio-vani ricerchino la grande metropoli, dove le persone sono meno giudicanti e le opportunità più variegate. Capisco le motivazioni che portano un giovane a trasferirsi in una grande città: ma d’altro canto è nelle piccole comunità, dove molte conquiste non sono ancora scontate, che inventare, costruire, cambiare e comunicare hanno veramente la possibilità di cambiare le cose e di avere effetti visibili sulle persone. È più facile instaurare un dialogo quando si è in pochi, è più formativo dibattere quando vivi in un ambiente che può non pensarla come te, anche se nessuno nega che sia difficile e talvolta demoralizzante; ma abbiamo la grandissima facoltà di costruire attivamente il tessuto sociale delle nostre città. E possiamo farlo attraverso l’associazionismo: per questo credo che una realtà come 1000miglia sia in grado di dialogare efficacemente con il tessuto cittadino, proprio perché si pone a portata di tutti, senza pregiudizi, ma con una grande voglia di aprire e arricchire il nostro tessuto sociale. Trasferirsi in una grande città, dove la società ha già le misure che tu desideri, è confortante, certo. Ma lavorare per far cambiare idea anche solo al tuo vicino di casa, credo sia molto più soddisfacente perché ti dà la misura di come noi possiamo trasformare attivamente la società.


Giulia

In conclusione, 1000miglia si configura come uno spazio di possibilità, un laboratorio collettivo che nasce da una tensione comune: quella tra il desiderio di partire e il bisogno di restare legati alle proprie radici. È un progetto che prende forma a partire da domande genuine, spesso scomode, che trovano nella condivisione – tra amici, redattori, concittadini – un terreno fertile per generare pensiero, comunità e senso.
Le voci raccolte testimoniano posizioni diverse ma complementari: chi è partito e continua a portarsi dentro la provincia cuneese come punto di riferimento affettivo e culturale; chi resta e ogni giorno si confronta con le difficoltà di un territorio che rischia di svuotarsi; chi vede in queste terre un luogo ancora capace di cambiamento, proprio perché più lento, più prossimo, più umano.
1000miglia agisce quindi come un ponte tra le città e la provincia, tra il desiderio di altrove e la cura dell’origine. Non si limita a raccontare, ma genera relazioni, accende riflessioni, produce senso dove spesso il silenzio prende il sopravvento. È uno spazio in cui la cultura non è un fine, ma un mezzo: per vedersi, riconoscersi, costruire legami e – soprattutto, e speriamo – sentirsi meno soli. Nel contesto cuneese, troppo spesso percepito come periferico e immobile, una realtà come questa ha un valore prezioso e quasi raro: è un atto di presenza, un esercizio di immaginazione sociale e un invito a credere che anche nei luoghi “minori” si possa innovare, creare, trasformare. Non con grandi risorse o proclami, ma con il lavoro quotidiano di chi sceglie di esserci, di fare comunità e di dare voce alle domande – e alle possibilità – che ancora resistono.

Ricevi i nostri aggiornamenti

Ricevi i nostri aggiornamenti

Iscriviti alla newsletter di 1000miglia per non perderti nemmeno un articolo! Una mail a settimana, tutti i martedì.

Grazie per esserti iscritto!