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	<title>Giulia Pelassa, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>MONUMENTS MEN: LE DONNE E GLI UOMINI CHE SALVARONO IL PATRIMONIO CULTURALE EUROPEO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 14:26:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Accanto alle terribili immagini della guerra in Ucraina che da settimane occupano le prime pagine dei nostri giornali, capita talvolta di scorgere foto che ritraggono operatori museali nell’atto di nascondere e mettere al sicuro le opere d’arte ucraine.</p>
<p>L’arte è uno dei mezzi attraverso i quali si costruisce l’identità di una nazione, è il patrimonio di quest’ultima, testimonianza della sua storia ed è dunque necessario proteggerlo.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Accanto alle terribili immagini della guerra in Ucraina che da settimane occupano le prime pagine dei nostri giornali, capita talvolta di scorgere foto che ritraggono operatori museali nell’atto di nascondere e mettere al sicuro le opere d’arte ucraine. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’arte è uno dei mezzi attraverso i quali si costruisce l’identità di una nazione, è il patrimonio di quest’ultima, testimonianza della sua storia ed è dunque necessario proteggerlo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Un video realizzato dall’Associated Press riporta le parole del direttore del Andrey Sheptytsky National Museum di Leopoli, Ihor Kozhan, preoccupato per la salvaguardia del patrimonio custodito in quella che è la principale collezione d’opere della cultura ucraina con ben 170.000 oggetti. Negli ultimi giorni, in una lotta contro il tempo, il museo ha chiuso le porte ai visitatori ed è stato disallestito per mettere le opere al sicuro nel caso di un attacco russo alla città.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nel vedere queste fotografie, la mente mi ha riportato alla seconda guerra mondiale e alla missione dei Monuments Men, gruppo formato da oltre trecento membri tra restauratori, archivisti, storici dell’arte, archeologi e direttori di musei che tra il 1943 e il 1951 si occuparono di prelevare e preservare le opere di un’Europa devastata dai combattimenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La Mffa ovvero la Monuments, Fine Arts and Archives nacque nel 1943 da un’intesa tra America e Inghilterra con l’approvazione del presidente Roosevelt dopo l’ennesimo bombardamento tedesco che rischiò di distruggere per sempre il cenacolo di Leonardo al quale seguì poche settimane dopo un bombardamento a Pompei. Nella sua invasione e occupazione europea Hitler e i suoi funzionari ordinarono ai soldati di razziare le opere d’arte dei paesi conquistati, le quali sarebbero poi confluite al termine della guerra, con la vittoria del Terzo Reich, nel Führermuseum, che si sarebbe dovuto costruire a Linz.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tra le tante missioni di recupero d’opere d’arte rubate dai nazisti, una delle più importanti è sicuramente quella della miniera di salgemma di Altaussee, in Austria dove i nazisti avevano raccolto all’incirca 6500 opere di vario genere. In questo deposito i Monuments Men ritrovarono opere come la “Madonna con Bambino” scolpita da Michelangelo e sottratta alla Chiesa di Nostra Signora di Bruges; “L’Astronomo” di Jan Veemeer proveniente dal Louvre e il “Polittico dell’Agnello Mistico” dipinto da Jan van Eick e custodito nella cattedrale di Sint Baafs di Gand.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Queste operazioni di salvataggio riguardarono anche l’Italia dove risalendo la penisola a partire dalla Sicilia, la missione di una squadra di Monuments Men trovò la collaborazione di funzionari e di civili italiani che aiutarono a riscoprire un grande numero di quadri e di oggetti depredati dai nazisti. Questi italiani sono ricordati con il termine “Identity Men e Women” ovvero donne e uomini che a rischio della vita si resero protagonisti di un’opera straordinaria di salvataggio del grande patrimonio artistico nazionale italiano ed europeo. Il loro compito fu fondamentale anche alla fine della guerra nel far rinascere la nostra vita culturale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’augurio è che la stessa cosa accada alle opere d’arte ucraine e che al termine della guerra i funzionari dei musei nazionali continuino la preziosa opera di salvataggio iniziata in questi giorni e permettano la rinascita culturale ucraina proprio come fecero i nostri Identity man and women. </span></p>
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		<title>DUE PROGETTI FOTOGRAFICI RICORDANO IL TERRIBILE INCIDENTE DELLA COSTA CONCORDIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jan 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gandolfi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due progetti fotografici riportano in vita dei pezzi della costa concordia per non farci dimenticare la tragedia</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La sera del 13 gennaio 2012 la nave da crociera Costa Concordia naufragò nei pressi dell’isola del Giglio a seguito di una serie di errori di varia natura mentre eseguiva “l’inchino”, manovra compiuta nelle vicinanze di insediamenti costieri per salutare la terra ferma. Sulla nave c’erano 3.208 passeggeri e 1.023 membri dell’equipaggio, 32 persone morirono e molte altre furono ferite. Negli scorsi giorni l’Italia intera ha celebrato il decimo anniversario dalla tragedia e per l’occasione in questo articolo riproporremo due interessanti progetti fotografici che hanno restituito nuove immagini sulla vicenda.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il fotografo italiano </span><i><span style="font-weight: 400;">Alessandro Gandolfi</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha raccontato attraverso una serie di scatti in still-life la storia di alcuni oggetti, da lui trovati nel corso degli anni, collegati all’incidente. Si tratta di una ricerca che ha prodotto il lavoro fotografico “</span><i><span style="font-weight: 400;">The Concordia Project</span></i><span style="font-weight: 400;">”</span><span style="font-weight: 400;"> ad oggi visibile sul sito della sua agenzia </span><i><span style="font-weight: 400;">Parallelozero</span></i><span style="font-weight: 400;">.  Il claim dell’iniziativa è “A dieci anni dal naufragio la Costa Concordia non esiste più. Ma di quella tragedia rimangono oggetti sparsi per l’Italia: reliquie che raccontano una storia”. Si parla quindi di reliquie</span><span style="font-weight: 400;"> conservate dagli abitanti del Giglio, dai soccorritori e da alcuni passeggeri della nave in ricordo di quella terribile notte.  Ogni oggetto fotografato è accompagnato da una breve storia. Uno dei più interessanti è sicuramente l’orologio indossato quella notte dal capitano Francesco Schettino con il quale si apre l’intera narrazione. Quest’ultimo ancora ad oggi segna la mezzanotte e 14 minuti del 13 gennaio, pochi istanti prima che la Costa si inabissasse sull’intero lato di dritta. A fermare il contatore dell’orologio sarebbe stato, secondo il racconto di alcuni testimoni, la caduta di Schettino che tentando di raggiungere il ponte oramai divenuto come una parete verticale urtò violentemente con il polso un corrimano. Tra gli altri oggetti che costituiscono il reportage troviamo programmi della crociera, scialuppe di salvataggio, oggetti personali dei passeggeri come scarpe, vestiti, telefoni e molto altro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Un secondo lavoro è quello del fotografo </span><i><span style="font-weight: 400;">Jonathan Danko Kielkowski</span></i><span style="font-weight: 400;">, il quale decise di voler vedere con i propri occhi ciò che restava della nave salendo clandestinamente a bordo mentre quest’ultima si trovava nel porto di Genova, dove centinaia di operai lavorarono per smantellarla e alleggerirne lo scheletro. Una domenica mattina all’alba ha quindi raggiunto la nave a nuoto e salendo a bordo ha realizzato nel corso di mezza giornata una serie di interessanti scatti degli ambienti della nave confluiti poi nel lavoro “</span><i><span style="font-weight: 400;">CONCORDIA</span></i><span style="font-weight: 400;">” pubblicato da White Press. In un’intervista a Vice Italia Kielkowski ha rivelato il motivo di questa sua operazione clandestina, poiché non gli fu mai concessa l’autorizzazione di scattare queste fotografie, ovvero l’estrema importanza di documentare le tracce del disastro mentre esse erano ancora visibili. Una delle immagini più inquietanti di questo progetto è sicuramente quella che ritrae i corridoi della nave occupati da molti oggetti personali dei passeggeri abbandonati durante la fuga e il grande teatro e ristorante in cui tutto il mobilio giace riversato sul pavimento e incrostato dal residuo dell’acqua marina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quelli di Kielkowski e Gandolfi sono quindi due lavori molto significativi che hanno portato alla luce in modo diverso la storia di questa terribile tragedia affinché ne esistano ancora tracce visibili. </span></p>
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		<title>PIERO SIMONDO. LABORATORIO SITUAZIONE ESPERIMENTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Dec 2021 15:53:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Piero Simondo. Laboratorio situazione esperimento. Questo il titolo della mostra che la città di Alba ospiterà fino al 12 dicembre, dedicata al suo concittadino Piero Simondo. L’esposizione di Alba realizzata in collaborazione con l’Archivio Simondo è il primo approfondimento monografico su questo importante artista che fu tra i principali fondatori dell’Internazionale situazionista e intimo amico del celebre Pinot Gallizio. </p>
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<p><i><span style="font-weight: 400;">Piero Simondo. Laboratorio situazione esperimento</span></i><span style="font-weight: 400;">. Questo il titolo della mostra che la città di Alba ospiterà fino al 12 dicembre, dedicata al suo concittadino Piero Simondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nato a Cosio di Arroscia in provincia di Imperia nel 1928, Piero Simondo frequentò l’Accademia Albertina di Torino dal 1949 come allievo di Felice Casorati. I suoi primi lavori furono ceramiche astratte, esposte nel 1952 ad Alba, patria dell’amico Pinot Gallizio che lo introdusse alla pittura. Nel settembre del 1955 fondò ad Alba con Jorn e Gallizio il Laboratorio di esperienze inerenti al </span><span style="font-weight: 400;">Movimento internazionale per </span><span style="font-weight: 400;">una</span><span style="font-weight: 400;"> Bauhaus immaginista</span><span style="font-weight: 400;">. La sua attività artistica fu fondamentale nel panorama artistico contemporaneo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’esposizione di Alba realizzata in collaborazione con l’Archivio Simondo è il primo approfondimento monografico su questo importante artista che fu tra i principali fondatori dell’Internazionale situazionista e intimo amico del celebre Pinot Gallizio. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La splendida cornice della chiesa romanica di San Domenico ospita questa importante mostra curata dal critico Luca Bocchino, </span><span style="font-weight: 400;">direttore scientifico del Muda-casa museo Jorn di Albissola Marina. Attraverso un vasto repertorio di opere, di documenti e oggetti appartenuti all’artista, Bocchino offre una panoramica sulla produzione artistica dai primi anni Cinquanta fino agli anni Novanta del Novecento. Quadri tridimensionali, materici si alternano a sculture e composizioni polimateriche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’esibizione di Alba è in realtà solo una piccola parte dell’ampio progetto espositivo immaginato dall’Archivio Simondo, la cui seconda tappa è Torino, più precisamente l’Accademia Albertina.  La retrospettiva antologica sull’artista si articolerà tra il Piemonte e la Liguria tra il 2021 e il 2022 attraverso i seguenti appuntamenti: Casa Ramello, a San Maurizio Canavese, una mostra antologica al MuDA Casa Museo Jorn di Albissola Marina e due </span><i><span style="font-weight: 400;">spin-off</span></i><span style="font-weight: 400;"> al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e a Cosio di Arroscia nello Spazio Piero Simondo (estate 2022).</span></p>
<p> </p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/piero-simondo-laboratorio-situazione-esperimento/">PIERO SIMONDO. LABORATORIO SITUAZIONE ESPERIMENTO</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>“L’arte cambia la mente delle persone, le persone cambiano il mondo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Oct 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[artiste]]></category>
		<category><![CDATA[attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le donne afghane, che nell’ultimo ventennio hanno ricoperto un importante ruolo nella ripresa economica e culturale del paese, sono le prime vittime delle restrizioni imposte dai talebani e dalla loro assidua applicazione della legge coranica. In questo contesto, l’arte diventa più che mai utile per lanciare un messaggio, per richiamare l’attenzione del pubblico in modo chiaro e incisivo su alcune tematiche.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Lo scorso 15 agosto 2021 Kabul, capitale dell’Afghanistan, è nuovamente caduta in mano ai Talebani, i quali intendono restaurare l’Emirato islamico e abbattere quanto fatto dai governi occidentali negli ultimi vent’anni. </span><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le immagini di questo evento drammatico hanno in poco tempo fatto il giro del mondo puntando l’attenzione su quest’importante avvenimento storico. Fotogrammi strazianti, che sembrano provenire da un altro mondo, ci mostrano un clima di terrore: migliaia di civili afghani in fuga, strade disastrate in cui rimbombano urla e spari, talebani che cancellano le tracce della vita occidentale della città bruciando bandiere e molto altro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tra queste, un’immagine significativa è quella che mostra un gruppo di talebani nell’atto di oscurare strappando o ricoprendo manifesti pubblicitari ritraenti donne. Sono foto forti che evidenziano come in pochi giorni siano stati spazzati via i numerosi passi in avanti dell’emancipazione femminile afghana, cancellati proprio come quei poster.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le donne afghane, che nell’ultimo ventennio hanno ricoperto un importante ruolo nella ripresa economica e culturale del paese, sono le prime vittime delle restrizioni imposte dai talebani e dalla loro assidua applicazione della legge coranica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In questo contesto, l’arte diventa più che mai utile per lanciare un messaggio, per richiamare l’attenzione del pubblico in modo chiaro e incisivo su alcune tematiche. Nel secolo della digitalizzazione in cui il flusso degli stimoli visivi è costante, nessuno può sfuggire ad immagini come quella della fotografa yemenita Boushra Y. Almutawakel “Mother, Daughter, Doll”, risalente al 2010, ma attuale più che mai.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Almutawakel da sempre cerca di raccontare la sorte di migliaia di donne che in ogni angolo del mondo rischiano di essere annientate da contesti politici e religiosi estremi. In questi sistemi terrificanti, le donne non solo temono di perdere la vita e la libertà, ma ciò che maggiormente soffrono è l’idea di essere cancellate dal mondo e dalla storia. In questo la fotografia “Mother, Daughter, Doll”, che correda questo articolo, è più che mai esaustiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Sono molte le artiste che hanno sfruttato la loro posizione privilegiata per attirare l’attenzione su questa particolare tematica.  </span><a href="https://www.instagram.com/wahidyfarzana/?hl=it"><span style="font-weight: 400;">Farzana Parween Wahidy</span></a><span style="font-weight: 400;">, per esempio, è una fotografa di fama internazionale, cresciuta sotto il potere talebano, che è costretta a frequentare la scuola segretamente nascondendo i libri sotto il burka. Questa sua resilienza ha fatto sì che  diventasse, nel 2004, la prima fotogiornalista afghana a lavorare con un’agenzia internazionale.  I suoi scatti mirano a ritrarre la vita delle donne afghane nella loro quotidianità così come i problemi legati al mostrare il proprio volto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Anche Shamsia Hassani, afghana e autrice di molti graffiti, è un’importante figura di riferimento in questo contesto. Hassani ha commentato l&#8217;ingresso dei talebani a Kabul con la sua illustrazione dal titolo “Death to darkness”, pubblicandola sul suo profilo Instagram.  Il suo lavoro, in aperta sfida al regime talebano, offre un esempio positivo di lotta e coraggio al femminile che mostra quanto, seppure i vent’anni d’emancipazione femminile e di progresso sembrino un lontano ricordo dopo l’arrivo dei talebani, la resistenza delle donne afghane non sia stata annientata, ma resa ancora più resiliente. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ed è con questo messaggio dell’artista che voglio concludere l’articolo di questo mese “L’arte cambia la mente delle persone, le persone cambiano il mondo”. </span></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/larte-cambia-la-mente-delle-persone-le-persone-cambiano-il-mondo/">“L’arte cambia la mente delle persone, le persone cambiano il mondo”</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Peter Greenaway: quando il cinema é arte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2021 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
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		<category><![CDATA[Film]]></category>
		<category><![CDATA[Peter greenaway]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo riporta un'attenta descrizione analitica dell'arte e dell'uso dei colori nei film del regista Peter Greenaway. </p>
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<p>Peter Greenaway, classe 1942, è uno dei più importanti cineasti contemporanei. I suoi film, conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo, brillano per ricchezza formale.</p>
<p>Ogni singolo elemento della sceneggiatura è studiato in modo minuzioso, attraverso un’attenta operazione di labor limae per il quale le scene sono date dalla sovrapposizione di più livelli di significato. In questo contesto le inquadrature possono essere lette come vere e proprie opere d’arte dove l’attenzione al dettaglio e alla composizione generale è altissima. Il legame con l’arte non è casuale: Greenaway, da sempre appassionato alla pittura e al disegno, studia al Walthamstow College of Art, contro il volere dei genitori. Sono proprio questi anni di formazione giovanile che influenzeranno poi fortemente la futura attività cinematografica del regista. Oltre ai numerosi riferimenti ad opere d’arte, le sue sceneggiature pongono una particolare attenzione all’uso del colore, protagonista indiscusso dell’intera produzione cinematografica.</p>
<p>In passato i registi consideravano l’introduzione del colore nelle pellicole un’azione interessante, avente come scopo l’arricchimento della narrazione di una componente drammatica più che un’accurata rappresentazione del reale. Nel cinema del XX secolo, con l’emergere delle avanguardie cubiste e futuriste, i colori iniziarono ad essere introdotti nel cinema con una finalità diversa, ovvero causare un forte impatto estetico e simbolico. Sono le teorie sui colori di artisti come Kandisky e Picasso ad influenzare il cinema di inizio secolo. Come è evidente in molte opere di Kandisky, il colore viene utilizzato per generare sensazioni nello spettatore quali disperazione, confusione, euforia e sogno.</p>
<p>Così come in pittura, anche nel cinema di Greenaway il colore elimina il realismo per lasciare ampio spazio al simbolismo che si avvale dei gradienti rendendoli mezzi espressivi. In molti dei suoi film il regista utilizza la psicologia dei colori per trasmettere in modo più diretto le emozioni ed i cambiamenti di luogo e di azione. In questo modo essi divengono la dimostrazione simbolica e palese di ciò che ci viene raccontato.</p>
<p>In un’ intervista di Ania Krenz al regista Greenway dice: «<em>I was trained as a painter and colour is very important in painting. And colours hardly seem to interest filmmakers at all or very superficially. Almost like a sort of IKEA-habitat interior design quality. But not structurally because the colour coding is so significant. You know, emotionally and suggestively and associatively and historically. And I wanted to be able to use that language in a very rich way. But I needed to say: &#8220;Look, people! Look, look, look! This is about colour</em>!&#8221; <em>so deliberately I used these devices about people changing to fit their environment&#8230; as an attempt to get people to look. Because most people do not use their eyes. Most people are visually illiterate».</em></p>
<p>Prendendo in considerazione il film “<em>I misteri del giardino di Compton House</em>”, vediamo come per il cinema di Greenaway i colori abbiano un importantissimo significato. Ambientato nel ‘600 il film tratta la storia del paesaggista Mr. Neville incaricato dalla signora Herbert, moglie di Mr. Herbert, proprietario di Compton Anstey, di realizzare dodici disegni della casa e del giardino. I disegni sono realizzati per essere regalati dalla moglie al marito che nel frattempo ha lasciato la splendida abitazione per recarsi a Southampton. Attraverso questo regalo la moglie sembra voler ricomporre il rapporto matrimoniale in crisi, approfittando dell’assenza del padrone di casa. Inizialmente l’artista, ignaro del complotto di cui sarà vittima, accetta di buon grado il lavoro ed espone esose richieste alla donna, che accetta per contratto di concedere all’artista favori sessuali. Con il procedere della narrazione l’omicidio di Mr. Herbert farà assumere nuovi significati alle vedute ritratte dal disegnatore che scoprirà di essere stato strumento di una congiura.</p>
<p>Nel film i colori predominanti sono il bianco ed il nero dei disegni che si contrappongono al verde dei giardini. Inizialmente, il bianco ed il nero indicano la differenza sociale tra il disegnatore ed i suoi committenti ma, con l’evolversi delle scene, i colori assumono una connotazione diversa. Il bianco indica la vanità e l’ipocrisia delle classi dominanti verso cui il disegnatore aspira fin dall’inizio della vicenda. Mr. Neville indossa spesso il bianco con l’intento di somigliare ai nobili ma in questo modo causa la sua stessa caduta.</p>
<p>Diversamente, l’utilizzo del verde nel film è estremamente complesso e vario. Esso indica il paesaggio del giardino nel quale vengono disseminate le prove dell’omicidio ma è anche indice del perpetuo cambiamento della natura. Una natura che è qui molto artificiale poiché trasformata in una serie di statue alberate da giardino. Un’artificialità che fa in qualche modo anche riferimento a quella classe dominante che tramite la sua apparenza ed ostentazione, rappresentata dall’eleganza del giardino e della tenuta, incanta e distrugge il disegnatore. All’inizio del film, la raffigurazione del verde è allettante ma quest’iniziale sensazione va a scemare mano a mano che lo spettatore intuisce gli indizi di quanto sta per accadere. Infine, il finale del film ha un’ambientazione notturna. Il disegnatore, sempre nel suo abito bianco, è seduto davanti alla statua equestre del giardino che sta disegnando quando improvvisamente si trova circondato dai nemici.  Il bianco del suo vestito qui arriva a contrastare l’oscurità della notte come ad indicare l’opposizione tra l’innocenza, l’ingenuità del disegnatore contro l’oscurità e la malvagità dei suoi aggressori.</p>
<p>In conclusione, Greenaway, data la propria educazione artistica, sfrutta la conoscenza e la familiarità dell’uso del colore in arte per farlo proprio ed applicarlo ai suoi film nei quali diventa un ulteriore strato simbolico alla già ricca rappresentazione.</p>
<p>L’uso dei colori è quindi fondamentale per accentuare la conoscenza.</p>
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		<title>CINQUE MOSTRE DA VISITARE IN PIEMONTE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
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		<category><![CDATA[Sandretto Re Rebaudengo]]></category>
		<category><![CDATA[WILLIAM KENTRIDGE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si può riprendere a sognare con queste cinque mostre piemontesi: da non perdere!</p>
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<p> </p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Vista la recente riapertura dei musei e delle mostre, nella rubrica di oggi parleremo delle cinque esposizioni d’arte in Piemonte assolutamente da non perdere.</span></p>
<p> </p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>VIAGGIO CONTROCORRENTE. ARTE ITALIANA 1920-1945 (Torino-GAM)</b></li>
</ul>
<p> </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La GAM di Torino ha inaugurato una mostra dedicata all’arte italiana tra la fine della Grande Guerra e il termine della Seconda Guerra Mondiale. Attraverso opere provenienti dalla collezione del museo, dalla Galleria Sabauda e dalla significativa collezione privata dell’Avvocato Giuseppe Iannaccone di Milano, l’esposizione ripercorre una parte della nostra storia nazionale e mette in evidenza il ruolo curativo dell’Arte, quale veicolo di guarigione attraverso la bellezza. Tra i vari artisti in mostra compaiono i grandi nomi di Renato Guttuso, Emilio Vedova e Lucio Fontana. </span></p>
<p><br /><br /><b></b></p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>LE CORBUSIER. VIAGGI, OGGETTI E COLLEZIONI (Torino – Pinacoteca Agnelli)</b></li>
</ul>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><span style="font-weight: 400;">Pinacoteca Agnelli</span><span style="font-weight: 400;"> ha inaugurato ad aprile la mostra “</span><span style="font-weight: 400;">Le Corbusier. Viaggi, oggetti e collezioni</span><span style="font-weight: 400;">” dedicata all’architetto padre del Movimento Moderno.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">L’esposizione organizzata dalla Pinacoteca Agnelli in collaborazione con la </span><span style="font-weight: 400;">Fondation le Corbusier</span><span style="font-weight: 400;"> di Parigi si sviluppa al terzo piano della Pinacoteca e ripercorre la vita di Le Corbusier attraverso oggetti derivanti dal restauro del suo appartamento parigino, disegni parte del suo prezioso archivio cartaceo e fotografie.</span><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli oggetti in mostra sono i famosi</span><span style="font-weight: 400;"> “objets à réaction poétique”, oggetti a reazione poetica, capaci di stimolare il processo creativo del celebre architetto.</span></p>
<p><br /><b></b></p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>ASTI, CITTÀ DEGLI ARAZZI (Asti – Palazzo Mazzetti)</b></li>
</ul>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Palazzo Mazzetti apre le sue porte al pubblico per una nuova</span><span style="font-weight: 400;"> mostra interamente dedicata all’astigiano e alla sua manifattura locale.</span> <span style="font-weight: 400;">A partire dalla sua storia, da alcuni grandi personaggi che l’hanno resa nota attraverso i prodotti d’eccellenza dell’arte del telaio, la città ripercorre con 21 arazzi il grande passato artigiano che la caratterizza.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">La mostra rendere omaggio all’attività di Ugo </span><span style="font-weight: 400;">Scassa</span><span style="font-weight: 400;"> e di Vittoria </span><span style="font-weight: 400;">Montalbano</span><span style="font-weight: 400;">, due delle più prestigiose manifatture astigiane della città a partire dagli anni Sessanta del Novecento</span><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><br /><b></b></p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>PRIMA CHE IL GALLO CANTI (Guarene – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo)</b></li>
</ul>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo celebra il suo 25 anniversario con l’esposizione “Prima che il gallo canti” curata da Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt. Tramite una selezione di opere significative di artisti internazionali dalla collezione della Fondazione si ripercorre la storia collezionistica di questa istituzione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il titolo della mostra, “Prima che il gallo canti”, deriva dal titolo dall’omonima opera di Cesare Pavese che contiene due novelle di Cesare Pavese, Il Carcere e La Casa in Collina, raccolte insieme e pubblicate nel 1948. L’esposizione si riallaccia ad alcuni temi trattati nelle due novelle. Le opere esposte indagano il ruolo dell’arte nella contemporaneità con uno sguardo al presente e ai nuovi orizzonti del futuro.</span></p>
<p><br /><b></b></p>
<ul>
<li aria-level="1"><b>WILLIAM KENTRIDGE. RESPIRARE (ALBA – CHIESA DI SAN DOMENICO)</b></li>
</ul>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allestita presso la Chiesa di San Domenico ad Alba, la mostra è volta a promuovere nel territorio cuneese la conoscenza dei lavori artistici presentati dal Museo di arte contemporanea di Rivoli. Protagoniste dell’esposizione sono le opere come </span><i><span style="font-weight: 400;">Breathe</span></i><span style="font-weight: 400;"> (Respira, 2008) e </span><i><span style="font-weight: 400;">Shadow Procession</span></i><span style="font-weight: 400;"> (La processione delle ombre, 1999) di William Kentridge, noto artista internazionale. Per quanto datate queste opere sono più che mai attuali legandosi a molte vicende della contemporaneità.</span></p>
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		<title>Da che Arte stai? 10 lezioni sul contemporaneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 14:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[arte contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso febbraio è uscito in libreria per Rizzoli il nuovo libro di Luca Beatrice “Da che arte stai”. Già autore di altre pubblicazioni nell’ambito dell’arte contemporanea Luca Beatrice è critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino. Non si tratta di un manuale tradizionale di storia dell’arte ma di una serie di focus sui [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;">Lo scorso febbraio è uscito in libreria per Rizzoli il nuovo libro di Luca Beatrice “<em>Da che arte stai</em>”. Già autore di altre pubblicazioni nell’ambito dell’arte contemporanea Luca Beatrice è critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di un manuale tradizionale di storia dell’arte ma di una serie di focus sui movimenti e personaggi cardine del mondo dell’arte del XIX secolo, un argomento spesso complicato e difficilmente comprensibile. Ma veniamo al dunque elencando qui di seguito alcuni degli elementi più interessanti di questo libro.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo il testo risponde molto bene alla tanto temuta domanda “Ma quando comincia l’arte contemporanea?” Generalmente l’inizio del contemporaneo viene fatto coincidere nei manuali di scuola con la Rivoluzione Francese del 1789. Una data per noi troppo lontana e che poco ci sa di contemporaneità. Il vero inizio sarebbe quindi riconducibile all’invenzione della fotografia e alla sua prima applicazione al mondo dell’arte. La tecnica fotografica costituisce una vera e propria cesura con la storia dell’arte precedente. Essa introduce infatti la possibilità di catturare in modo perfetto la realtà sottraendo alla pittura la sua componente di ricerca scrupolosa della verosimiglianza per innestare una riflessione più attenta sui suoi linguaggi. Questo avviene per la prima volta con l’impressionismo che per primo esce dagli atelier per dipingere en plein air ragionando sulla luca e struttura del dipinto e non più sulla sua fedele aderenza alla realtà. Si tratta del principio dal quale scaturisce il grande motore dell’arte contemporanea giunto fino a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro focus sono le avanguardie storiche. Il termine avanguardia deriva dal gergo militare e viene comunemente utilizzato per definire i soldati combattenti delle prime file. In campo artistico si parla di avanguardie a partire dal ‘900, esse in meno di vent’anni diventano le protagoniste indiscusse del mondo artistico. Da manuale il primato spetta all’Espressionismo tedesco che fa la sua comparsa nella Germania del 1905, mentre come Beatrice mette molto bene in evidenza la prima avanguardia italiana è il futurismo che nasce il 20 febbraio 1909 con la pubblicazione del <em>Manifesto futurista</em> su Le Figaro.  I suoi protagonisti furono Boccioni, Balla, Depero e non solo.</p>
<p style="text-align: justify;">Venendo alle lezioni dedicate alla scoperta degli artisti, alcuni dei ritratti più interessanti sono sicuramente quelli dedicati all’arte delle donne. Spesso quando si parla di donne nell’arte il primo nome che appare nella mente di tutti è Frida Kahlo, personaggio molto popolare al giorno d’oggi, culto della cultura pop, ma la cui prima mostra fuori dal Messico avvenne solo nei recenti anni ’80. Ma oltre a Frida c’è un altro grande mondo fatto di importanti nomi di donne la cui attività ha fortemente cambiato il sistema dell’arte. Parliamo di Marina Abramović e Barbara Kruger. La prima, famosissima per le sue performance, pone al centro delle sue riflessioni il proprio corpo di cui indaga la resistenza e i limiti. La Kuger invece studia con la sua opera le dinamiche comunicativa, in particolare i rapporti tra immagine e parola scritta e il mondo della comunicazione consumistica con il suo famoso “<em>I shop therefore I am</em>” derivante inglese dell’affermazione cartesiana “<em>Cogito ergo sum</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione si tratta di una lettura interessante che scardina e semplifica molti interrogativi del contemporaneo. Lettura leggera adatta ad ogni tipo di pubblico, anche coloro che vogliono approcciarsi per la prima volta a questo interessante mondo.</p>
<p> </p>
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		<title>L’IMPRESSIONISTA: BERTHE MORISOT</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Mar 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Berthe]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
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		<category><![CDATA[pittrice]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Berthe Morisot è una pittrice impressionista che ha dipinto le donne scostandosi dai canoni imposti dai colleghi uomini.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nell’articolo di oggi parleremo di Berthe Morisot, pittrice troppo spesso relegata alla semplice definizione di “</span><i><span style="font-weight: 400;">donna dell’impressionismo</span></i><span style="font-weight: 400;">”. Un’accezione, quest’ultima, che pone in primo piano il suo essere donna e poi  successivamente esponente di uno dei momenti salienti dell’arte del XVIII secolo nel quale ebbe un ruolo di estrema rilevanza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Berthe nasce nel 1841 in una ricca famiglia della borghesia francese. Fin da bambina i genitori ne riconoscono la vocazione artistica e ne supportano la carriera. Berthe e la sorella Edma, anch’essa pittrice già in giovane età, si formeranno entrambe presso lo studio di Jean-Baptiste-Camille Corot e in seguito il padre affitterà loro un piccolo studio in cui portare avanti la passione per la pittura. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La Morisot apparteneva ad una società in cui il ruolo della donna era ancora fortemente relegato alla dimensione domestica e, pur condividendone alcuni ideali, si pone controtendenza ad essa. Ricerca la sua indipendenza attraverso la pittura e non rispetta nel suo lavoro i canoni imposti dai colleghi che come lei appartengono all’impressionismo. Le sue pennellate non sono quelle di Monet, di Pissarro o di Degas. Il suo tratto è molto più frammentario, interrotto e indefinito rispetto a questi ultimi. Come è ben visibile nell’opera </span><i><span style="font-weight: 400;">Giovane donna in grigio sdraiata </span></i><span style="font-weight: 400;">il corpo dipinto sembra svanire, mescolarsi con l’arredo e con altri elementi della scena in una nuance omogenea che ne offusca i lineamenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">I suoi soggetti prediletti sono le donne, protagoniste della tela non per la loro sensualità o  per i loro corpi ammalianti, ma per il loro semplice essere donne. Quelle della Morisot sono </span><i><span style="font-weight: 400;">femmes</span></i><span style="font-weight: 400;"> comuni, madri e mogli, ma il suo modo di rappresentarle pone l’osservatore, o forse dovremmo dire l’osservatrice, in diretta relazione con esse innescando una sorta di immedesimazione. È come se guardando l’opera lo spettatore diventasse doppiamente protagonista, colui che osserva e colui che viene osservato. Si tratta di pitture intime, ricche di profondità dove la donna non esiste nella sua dimensione di oggetto dello sguardo maschile, ma come animo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Uno dei soggetti preferiti della pittrice fu la sorella Edma. Quest’ultima si sposò nel 1869 abbandonando definitivamente la carriera artistica. Edma sarà sempre un punto di riferimento per Berthe, il  suo metro di paragone e modello. Nella società ottocentesca avere una sorella era un’occasione di socializzazione, di creazione di un forte legame di amicizia e la separazione era spesso fonte di dolore. È proprio questo ciò che accade a Berthe quando, lontana dalla sorella, inizia a dipingerla sempre più spesso, in ogni occasione d’incontro possibile. La raffigura come donna elegante, raffinata, come madre, moglie. Tutte qualità a cui aspirare. Sappiamo che Berthe si sposerà solo nel 1874. Con il passare degli anni, Edma diventerà sempre più una figura evanescente, un qualcosa di perso. Con il matrimonio e la successiva nascita della figlia Julie Berthe abbandonerà questa sua parentesi pittorica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Fu apprezzata dai suoi stessi colleghi, in particolar modo da Manet, suo cognato, che ne conserverà in camera da letto tre opere; fin da subito sarà fonte di ispirazione per molte altre pittrici come Joan Mitchell che ne seguì le orme divenendo esponente della seconda generazione dell’espressionismo astratto. Troppo spesso dimenticata, Berthe Morisot è una figura che ancora oggi ha molto ancora da raccontare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><br /><br /></p>
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		<title>MONACO 1937. Una mostra d&#8217;arte &#8220;degenerata&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Feb 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[1937]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Monaco 1937</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In questi giorni di inizio anno, quando spinti dalla volontà di ricordare quanto avvenne nei campi di sterminio nazisti ripensiamo agli scempi commessi meno di 100 anni fa nella nostra Europa, dobbiamo fermarci e riflettere su quali furono le cause, ma soprattutto i mezzi che portarono una nazione colta ed istruita come la Germania ad appoggiare e condividere una tale disumanità. Come i sociologi contemporanei bene spiegano, una delle macchine che permette il funzionamento di un tale regime è spesso la propaganda. Questo fu certamente quanto avvenne in Germania dove il Ministro per l’istruzione e la propaganda, Joseph Goebbels mise a punto un piano di esaltazione del regime che comprendeva la stessa arte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’arte, che noi tutti siamo abituati ad associare all’idea di libertà, di espressione dell’essere, fu spesso nel corso della storia ingabbiata e strumentalizzata divenendone un mezzo di propaganda. Proprio quella disciplina, ci verrebbe da dire priva di regole, fu sovente sfruttata per fini vili come appunto l’istigazione all’odio. Il regime nazista se ne adoperò per incitare attraverso le immagini il popolo alla celebrazione della razza, ma per fare ciò dovette tagliare le ali alla libertà d’espressione di questa disciplina millenaria e come lo fece? Eliminando tutte quelle opere considerate degenerate e allontanandone gli artisti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma vediamo gradualmente quali furono i passi che portarono a tutto ciò. Nel 1936 il pittore Adolf Ziegler, simpatizzante del regime, venne posto da Goebbels a capo della </span><i><span style="font-weight: 400;">Reichskammer der Bildenden Künste </span></i><span style="font-weight: 400;">ovvero la “Camera del Reich per le Arti Visive”, un’istituzione che aveva come fine la promozione dell’arte tedesca considerata conforme ai principi del Reich.  Ziegler non era l’unico ad appoggiare questa strumentalizzazione del linguaggio visivo, bensì era appoggiato da molti teorici e pittori, ad oggi di poco conto, come Wolfgang Willrich, autore del testo “</span><i><span style="font-weight: 400;">Kunsttempels</span></i><span style="font-weight: 400;">“ ovvero “Pulizia del tempio dell’arte”. Per Willrich questa disciplina sarebbe dovuta diventare un mezzo di espressione della pura razza tedesca. Instaurò quindi una profonda critica all’arte contemporanea, che venne gradualmente sottoposta alla censura. Ziegler impose un controllo che, esteso agli stessi musei, causò il sequestro delle opere non ritenute conformi ai principi del Reich. I direttori dei musei consegnarono le opere e i pochi che tentarono la strada dell’opposizione vennero successivamente privati della loro carica. Hitler ordinò che alcune delle opere confluissero in una grande mostra, la tristemente conosciuta “Mostra di Arte degenerata” che venne inaugurata a Monaco il 19 luglio 1937. L’ingresso fu gratuito per attirare una vasta fetta di pubblico a cui inculcare l’idea che quell’arte dei più grandi maestri contemporanei del ‘900, fossero opere degenerate, rifiuto della società nonché “corruzione dello spirito”. Monaco fu la prima tappa d’approdo per l’esposizione che successivamente arrivò in 11 città tedesche come Francoforte, Amburgo, ma anche austriache Vienna. I visitatori furono migliaia al punto che ancora oggi può essere ricordata tra le mostre storiche con maggior numero di visitatori di tutta Europa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Vi starete domandando dove finirono quadri e statue dopo l’esposizione; ebbene furono nascoste in un deposito di Berlino nel quale restarono fino al 20 marzo 1939, per poi essere bruciate. Possiamo contare oltre 1300 capolavori andati perduti di artisti del pari di Pablo Picasso, Piet Mondrian, Amedeo Modigliani, Otto Dix, Marc Chagalle, Paul Klee, Vasilij Kandiskij, Umberto Boccioni e Carlo Carrà e moltissimi altri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il regime nazista cercò non solo di annientare l’uomo internandolo nei campi di concentramento, limitando la sua libertà fisica, non lasciando spazio all’opposizione, alle idea non conformi alla regola dettata dal Reich ma tentò tanto nel mondo dei prigionieri che in quello dei liberi di annientare la facoltà intellettuale, la spiritualità dell’uomo facendo dell’arte e di tutti i suoi mezzi un rogo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Oggi più che mai è importante ricordare, come lo stesso Primo Levi ci insegna, che </span>«<span style="font-weight: 400;">questo è stato» e che nonostante il recente passato ci risulti lontano più che mai, ancora ad oggi ci sono esempi di regimi che limitano la libertà dell’uomo, fisica e d’espressione.</span></p>
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		<title>I furti nell&#8217;arte: non solo la Gioconda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Pelassa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jan 2021 16:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Potevo farlo anch'io]]></category>
		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
		<category><![CDATA[madonna di Munch]]></category>
		<category><![CDATA[Munch]]></category>
		<category><![CDATA[Rembrandt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una panoramica tra i furti di quadri illustri nei musei di tutto il mondo, a partire da quello della Gioconda, nel 1911.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutti avremo sentito parlare, almeno una volta, del celebre furto della “</span><i><span style="font-weight: 400;">Gioconda</span></i><span style="font-weight: 400;">“di Leonardo Da Vinci scomparsa dalle sale del Louvre nel 1911 ad opera dell’ex-impiegato del museo Vincenzo Peruggia, convinto che l’opera, sottratta da Napoleone, appartenesse a pieno diritto all’Italia. Fu questo fatto a fare dell’opera l’icona che essa rappresenta oggi. L’articolo di questo mese sarà quindi dedicato ad altri noti furti di opere d’arte che influenzarono le sorti della storia dell’arte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il “sequestro” della Monna Lisa fu il primo mai registrato nella storia dei musei e ne inaugurò una fitta serie di cui il più bizzarro è forse quello del “</span><i><span style="font-weight: 400;">Ritratto di Jacob de Gheyn III</span></i><span style="font-weight: 400;">” del pittore olandese Rembrandt. L’opera di piccole dimensioni, 29,9 per 24,9 centimetri, raffigurante il noto incisore Jacob de Gheyn fu rubato ben quattro volte a partire dal 1966 e proprio per questo motivo è anche conosciuto come “il Rembrandt d’asporto”. Nel 1981 il dipinto fu prelevato dalla Dulwich Picture Gallery di Londra e recuperato a bordo di un taxi da un funzionario di polizia inglese. In un&#8217;altra occasione, poco dopo il rientro in sede dell’opera, essa fu nuovamente rubata da un ladro che calandosi dal lucernario del museo la prelevò e fuggì prima del tempestivo arrivo della polizia. Ma quello che rende ancora più stravagante le vicende dell’opera è costituito dai ritrovamenti; sotto la panchina di un cimitero in un’occasione e su di una bici un’altra. Il tutto sempre in anonimato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il 22 agosto 2004 due uomini armati fecero irruzione in pieno giorno nel museo Munch di Oslo dove di fronte ai visitatori allibiti rubando due opere di Munch: “</span><i><span style="font-weight: 400;">L’urlo</span></i><span style="font-weight: 400;">, e “</span><i><span style="font-weight: 400;">La madonna</span></i><span style="font-weight: 400;">”, opera meno nota ma di uguale importanza nel repertorio dell’artista. Il valore della refurtiva, 92 milioni di euro, accelerò notevolmente le indagini che dopo due anni permisero di recuperare le opere. Riguardo al colpevole poco si seppe. Il principale sospettato nel corso delle indagini fu il rapinatore David Toska che condannato a 19 anni di carcere in seguito ad una rapina in banca, aveva promesso la restituzione delle opere a fronte di una diminuzione della pena. Da allora il museo norvegese ha aumentato sempre di più il suo sistema di sicurezza al punto da essere considerato un vero e proprio bunker, impossibile da espugnare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Uno degli artisti più colpiti da questo tipo di avvenimenti è Van Gogh. Nel dicembre 2002 alcuni ladri entrarino nel Van Gogh Museum di Amsterdam riuscendo a rubare due quadri, il cui valore ammontava a circa 100 milioni di dollari: &#8220;</span><i><span style="font-weight: 400;">La spiaggia di Scheveningen durante un temporale</span></i><span style="font-weight: 400;">&#8221; e &#8220;</span><i><span style="font-weight: 400;">L&#8217;uscita dalla chiesa protestante di Nuenen&#8221;.</span></i><span style="font-weight: 400;"> Per moltissimo tempo qualsiasi tentativo di ritrovare le opere risultò vano e solo molti anni dopo, il 25 settembre 2016, i dipinti furono rinvenuti. Si trovavano a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, dove la Guardia di Finanza li trovò appesi alle pareti di casa del boss narcotrafficante Raffaele Imperiale. Una sorte meno fortunata tocco ad un&#8217;altra opera dell’artista olandese, “</span><i><span style="font-weight: 400;">I papaveri</span></i><span style="font-weight: 400;">” che nel 2010 sparì dal museo Mohamed Mahmoud Khalil al Cairo, dal quale era già stata rubata un’altra volta nel 1977 e ritrovata molti anni dopo. Ancora ad oggi non è ancora stata recuperata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Molti sono i quadri e statue rubati non ancora rinvenuti come: “</span><i><span style="font-weight: 400;">Il concerto</span></i><span style="font-weight: 400;">” di Vermmer, “</span><i><span style="font-weight: 400;">Il piccione con piselli</span></i><span style="font-weight: 400;">” di Picasso, “</span><i><span style="font-weight: 400;">La natività di San Francesco e San Lorenzo</span></i><span style="font-weight: 400;">” di Caravaggio e molte altre per le quali sono state offerte anche ingenti somme di denaro come ricompensa. Come la “</span><i><span style="font-weight: 400;">Gioconda</span></i><span style="font-weight: 400;">“ ci insegna forse un giorno, se saremo abbastanza fortunati, potremmo vedere nuovamente alcune di queste opere dopo un breve periodo trascorso sulle pareti della casa di qualche patriota ex-dipendente museale o di un narcotrafficante.</span></p>
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