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	<title>Cecilia Actis, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 01 Jun 2018 09:26:17 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Istantanee di Africa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jun 2018 06:23:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[istantanee]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scorci di un paese dove il cielo è orizzonte e mai confine, dove si cammina, pazzi e felici, lungo le strade di terra, dove essere madre assume un significato diverso. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto" style="text-align: center;">
<p><em>&#8220;Il lusso della scelta, il mondo che rimane una questione aperta&#8221;</p>
<p></em></p>
</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">19 anni, nome di fiore, si prende cura di 4 bambine tra i 5 e i 9 mesi e altri 6 che ne hanno 12 o qualcuno di più. Ride quando le dico che non ho mai dato il latte con il biberon o cambiato un pannolino: &#8220;Da voi non ci sono bambini orfani?&#8221;.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Orfanotrofio di Tosamaganga, Tanzania centrale. 65 bambini tra gli 0 e i 6 anni, 4 malati di AIDS, tutti orfani di madre, morta durante il parto, con un padre che non può, non sa o non vuole prendersi cura di loro.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">
<p>&#8220;I papà non possono dare il latte ai bambini quindi li portano qua&#8221;, mi racconta Violette, figlia di un mondo in cui la crescita dei bambini è affidata interamente alle donne che, ai nostri occhi incapaci di astenersi da giudizio, sembrano spesso troppo fredde o troppo distaccate per essere madri. Ma chi lo sa cosa vuol dire essere madre in Africa?</p>
<p>Anga.</p>
</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Il cielo. Che non smette di farsi guardare. Le nuvole attaccate alla terra.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Il cielo, tutto intorno. Sconfinato: senza confini. Immenso. Maestoso.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Respiro per i polmoni.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Luce per gli occhi.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">
<p>Infuocato al tramonto, stellato di notte, fa da orizzonte &#8211; mai da frontiera &#8211; a questa terra rossa.</p>
<p>Regole non scritte.</p>
</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">
<p>Sul dalladalla &#8211; mezzo di trasporto locale, un minivan con 9 o 12 sedili e una effettiva capacità di 30 passeggeri tra quelli seduti e i tanti in piedi &#8211; affollatissimo da togliere il respiro, con la testa piegata di lato per l&#8217;altezza sproporzionata alle possibilità del mezzo, una signora mi tocca la schiena e mi dice di passarle il mio zaino, che lo tiene lei sulle sue gambe perché tanto è seduta. La ringrazio e glielo passo.</p>
<p>Il vecchio che trasporta cose.</p>
</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Nella città di Iringa da molti anni un tanzaniano sui 60-70 anni ogni giorno cammina per le strade della città trasportando oggetti che trova in terra o nei container di spazzatura a cielo aperto dispersi nei quartieri cittadini. Un casco da moto, una radio, una cintura stretta sui fianchi a cui ha attaccato una lunga corda che trascina altri oggetti che strisciano per terra dietro di lui come un cane fedele al suo padrone. Tubi, pneumatici, schermi di computer, cesti di vimini, sacchi di iuta, pezzi di plastica scartati nei cantieri.</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">
<p>Un tempo autista di bus o di camion, ora trascinatore di cose a causa di una maledizione lanciata da qualche suo parente con l&#8217;intervento di uno stregone. Mi dicono sia diventato così: pazzo e felice di trascinare oggetti per strada. La stregoneria abita i villaggi africani.</p>
<p>I bambini.</p>
</div>
<div dir="auto" style="text-align: justify;">Le urla, i colori, i vestiti. Il loro palese bisogno di affetto, di una mano stretta, di un sorriso, di uno sguardo che accompagni la discesa da uno scivolo. I vestiti che sanno di pipì, la pelle unta di olio, i funghi che crescono tra i capelli rasati. L&#8217;amore: credi di essere tu a stringerli al petto e invece sono loro che sorreggono te &#8211; ti sei aggrappata. L&#8217;amore: pensi di dare e invece ricevi.</p>
<p>Ringrazio per la foto <strong>Chiara Ragno</strong>.</div>
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		<title>Il ragazzo dei carrelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Mar 2018 10:51:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[carrelli]]></category>
		<category><![CDATA[ragazzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I ragazzi dei carrelli hanno una voce e una storia. Hanno radici e ali. Coraggio di sicuro. Tutto questo racchiuso in un nome. Tutti hanno un nome.   </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sta di fianco ai carrelli della Coop perché <em>non sempre trovo da lavorare, è difficile</em>.</p>
<p>Jeans blu, felpa nera e cappellino colorato con la visiera nera.</p>
<p>Risata coinvolgente &#8211; saluta tutti, soprattutto chi cammina di corsa.</p>
<p>Cerca di racimolare qualche euro fuori dal supermercato.</p>
<p><em>Ciao. Posso fare qualcosa per te? </em></p>
<p>Ciao. Da dove arrivi?</p>
<p><em>Nigeria.</em></p>
<p>Da che città?</p>
<p><em>Perché, conosci le città della Nigeria? </em></p>
<p>No, in effetti no.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È in Italia da 5 o 6 anni, ma il suo italiano è ancora incerto.</p>
<p><em>Da noi c’è guerra, lo sai? </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scambiamo due parole, mi chiede che faccio, gli chiedo che fa, poi lo saluto. Mi incammino verso la macchina.</p>
<p><em>Aspetta, come ti chiami?</em></p>
<p>Cecilia. Tu?</p>
<p><em>Senty. </em></p>
<p>Ciao Senty.</p>
<p><em>Ciao Cecilia.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È prezioso dare un nome.</p>
<p>Quanto ci sembrerebbe più umana questa benedetta immigrazione se potessimo chiamare ogni donna, uomo, ragazza, ragazzo, bambina, bambino con il proprio nome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Classe 1923: un frigo vuoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Feb 2018 12:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[1923]]></category>
		<category><![CDATA[grazie]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[salvezza]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[Tristezza]]></category>
		<category><![CDATA[uomo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Classe 1923: Eugenio - Genio per gli amici - ci racconta la sua storia, fatta di sacrifici, coraggio e dolcezza.  </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi 95 anni di vita e passi lenti come i ricordi che sbiadiscono. Non sa cosa ha mangiato a pranzo ma gli anni della guerra sono scanditi da date e racconti puntali e precisi.<br />
Il frigo non rende giustizia al personaggio: qualche yogurt, tanto latte e un Bisolvon sciroppo presente tutto l’anno nello scompartimento più in alto del frigo <em>per prevenzione: da bambino ho preso una brutta bronchite e mia madre mi ha mandato ad Andora per guarire con l’aria di mare</em>. Ma i pranzi sono sempre fuori casa con gli amici. La sera, un po’ di latte con i biscotti dopo aver preparato la cena al gatto, che si chiama Cip o Ciop, non l’ho mai capito, teoricamente <em>Ciop è morto qualche anno fa, lui è Cip</em>.</p>
<p>Nasco nel 1923 – e subito capisco che non sarebbe bastato un pomeriggio di ascolto.</p>
<p><em>Nel 1925 mio padre morì in Francia dove lavorava. Io ero con mia madre, tutto quello che avevo era lei. Nel ’27 ci siamo trasferiti da Roata Lerda a via Roma. Mia mamma lavava i panni per gli alberghi di via Armando Diaz, faceva la “lessìa” con dei grandi catini di legno, la cenere e l’acqua calda. Per lei era più comodo vivere a Cuneo perché si spostava tutti i giorni a piedi da Roata Lerda. Non so come mai non usasse la bicicletta. È venuta anche mia nonna a vivere con noi. La casa era formata da una grande stanza con una stufa al centro e tre letti, uno più piccolo per me. Un giorno stavo preparando il riso per pranzo e credevo che dovesse diventare rosso con la cottura, non sapevo si dovesse aggiungere il sugo, avevo solo 4 anni e lo avevo sempre visto al pomodoro. Vedendo che rimaneva bianco, mi sono messo a piangere a dirotto e ho spiegato a mio nonna la situazione. È stata la prima volta in cui l’ho vista ridere.</em></p>
<p>Dopo la morte della nonna nel ’29, la mamma chiede aiuto al Municipio perché non riusciva a mantenerlo. Le viene concesso di mandarlo nell’orfanotrofio di via Amedeo Rossi. Un periodo difficile, segnato dalla lontananza dalla madre e dai vermi che non passavano.</p>
<p><em>I ragazzi più grandi uscivano sempre la sera calandosi dalle finestre con delle corde. Io vedevo tutto perché la mia camera dava sul corridoio dove c’erano quelle finestre. Il direttore un giorno mi ha chiesto di dirgli da dove scappavano i ragazzi e in quale momento della serata. Io ho fatto finta di non sapere nulla. Gli ho detto che avevo paura e mi coprivo la faccia con le coperte. Allora il direttore come punizione per il mio silenzio mi mandò da un barbiere che mi rasò i capelli. Appena tornato in orfanotrofio, tutti i ragazzi più grandi vennero a ringraziarmi e a dirmi di rivolgermi a loro se avessi avuto bisogno di qualcosa.</em></p>
<p>Eugenio – Genio per gli amici – voleva studiare a tutti i costi. Dopo l’orfanotrofio si trasferisce nel seminario dei padri della Consolata di Favria Canavese. Nel 1942 torna a Cuneo per conseguire l’esame del ginnasio del liceo classico e scopre di dover partire per la leva obbligatoria. Il 10 settembre finisce con gli esami e parte per fare il soldato.</p>
<p><em>Pensa che per dare l’esame mi sono dovuto iscrivere al Partito Fascista. Senza la tessera non mi avrebbero fatto sostenere l’esame e io cosa dovevo fare?</em></p>
<p>Il pomeriggio stesso dell’esame viene assegnato al 2° battaglione Alpini di Borgo.</p>
<p><em>A gennaio del ’43 sarei dovuto partire per la Russia perché toccava alla classe del 1923. Ma è arrivato l’ordine di prepararci per un’altra destinazione, vista la disfatta nel freddo della Russia. Il 23 febbraio 1943 siamo saliti in tradotta con destinazione Gorizia. Da lì ci saremmo poi spostati in Slovenia e in Iugoslavia.</em></p>
<p>Resta a cavallo tra i due paesi fino a fine agosto, quando il suo reggimento è inviato vicino a Trento. È lì che si trovava l’8 settembre, il giorno dell’armistizio e del caos, quando lui e i suoi compagni hanno ascoltato alla radio durante la libera uscita serale il proclama di Badoglio. Nessuno sapeva più cosa fare, dove andare.</p>
<p><em>Ci avevano detto di radunarci al campo base e di aspettare l’arrivo dei tedeschi, che probabilmente avrebbero allestito un campo di prigionia per noi. Io sono tornato all’accampamento, ho cercato il mio zaino che era già stato tagliato con la baionetta da qualcuno: avevo dentro dei libri di grammatica latina e un dizionario, che ho trovato per terra rovinati. Sono andato nel magazzino, ho preso due paia di calze nuove e mi sono incamminato per tornare a casa.</em></p>
<p>Durante il viaggio si libera degli abiti militari e li scambia con i vestiti delle persone che vivevano nelle case incontrate lungo il percorso. Si uniscono a lui alcuni compagni di viaggio, con cui arriva fino a Gorgonzola, dove decide di salire sul treno direttissimo Venezia-Milano, trovando posto in prima classe, in un treno completamente affollato di sbandati che facevano ritorno a casa.</p>
<p><em>Ad un certo punto il treno si ferma e salgono i tedeschi che stavano cercando noi sbandati. Una signora, seduta vicino a un suo amico, mi dice di infilarmi sotto il loro sedile: loro si sarebbero messi i giubbotti sulle gambe in modo da nascondermi. Il piano funziona: sale un comandante delle SS, io lo vedevo da uno spiraglio, chiede ai passeggeri dove siano diretti e se ne va. Alla stazione di Milano continuo a seguire la signora, che mi porta con sé fino a Biella, dove abitava. Una volta giunto lì, ricordo solo di aver dormito per un giorno intero. Quando mi sono svegliato, una ragazza stava medicando i miei piedi, pieni di piaghe dovuti ai tre o quattro giorni di cammino continuo. Poi mi hanno dato abiti nuovi, una cartella con dei libri scolastici ed un biglietto del treno per Cuneo. Dopo la guerra sono tornato a Biella con mia moglie per cercare quella signora e ringraziarla per il suo aiuto, ma non sono stato capace di ritrovare la casa. E questo mi rincresce ancora oggi.</em></p>
<p>Dopo il ritorno a Cuneo dalla mamma e un periodo di lavoro presso la Stipel, matura la scelta di prendere la via delle montagne insieme ai partigiani. È una mattina di gennaio del ’44 quando decide con un amico di andare a piedi fino a Valgrana, dove si unisce ad un gruppo di circa sessanta partigiani. Qualche giorno dopo assiste e prende parte all’eccidio di Valgrana, ma si mette in salvo con il suo gruppo ritirandosi verso Cervasca. Il suo comandante era stato ferito alla gamba da un proiettile di rimbalzo quindi si fermano per circa un mese in una borgata di case abbandonate sopra Vignolo.</p>
<p>Torna per qualche mese a Cuneo ma, dopo esser stato catturato dai repubblichini, scappa e trova nuovamente rifugio tra i monti, questa volta in Valle Stura, dove rimane fino alla fine della guerra. A questa parte della sua Resistenza appartengono i ricordi più dolorosi, accompagnati da una voce spezzata e qualche lacrima che riga il viso stanco.</p>
<p><em>Eravamo oltre il colle della Lombarda, sul lato francese delle montagne. Attraverso la strada e vedo un gruppo di nove tedeschi dirigersi verso di noi, seduti sui muli e pieni di armi. Io subito grido: Angelo, ci sono i tedeschi, scappa! Loro ci vedono e iniziano a spararci addosso. Io, il mio amico Angelo e il brigadiere dei carabinieri ci siamo nascosti in un canale dove eravamo protetti dalle raffiche dei mitra tedeschi. Siamo saliti di corsa fino al distaccamento dove c’era una mitragliatrice Breda con uno di guardia che però non si era reso contro dell’attacco e non aveva aperto il fuoco. Io e il brigadiere abbiamo preso l’arma e ci siamo spostati nel vallone ma appena ci siamo fermati i tedeschi non c’erano più.</em></p>
<p>Mi racconta dei compagni morti e del ferito caricato su un camion insieme ai cadaveri e trasportato a Vinadio.</p>
<p><em>I due ragazzi meridionali avevano 19 anni. Uno dei due quel giorno avrebbe dovuto rimanere in punizione legato al palo al distaccamento ma il comandante gli ha detto di scendere in città con noi. Avevano con sé un mitra cecoslovacco con un piccolo difetto: se la piastrina dei proiettili non era perfettamente diritta, si inceppava. Così deve essergli successo e i tedeschi li hanno individuati: li abbiamo trovati con due buchi enormi nella schiena. Gli altri due ragazzi invece avevano dei colpi di proiettile nel petto, sparati a bruciapelo dai tedeschi che hanno usato le loro stesse pistole.</em></p>
<p>Il peso di questi racconti mi porta a pensare alla spensieratezza della mia vita.<br />
Non ho mai dovuto interrompere gli studi per il servizio militare, non ho mai dovuto smettere di inseguire i miei obiettivi per il rischio di essere imprigionata, non ho mai dovuto camminare per quattro giorni di fila per non essere catturata dai nemici, non ho mai neanche avuto nemici. Non ho mai raccolto i cadaveri di quattro miei amici, non ho mai dovuto sparare ad un essere umano.</p>
<p>E non è tanto l’ascoltare questi ricordi faticosi a farmi male – qualsiasi racconto di un’esperienza di dolore genera empatia e condivisione del peso – quanto più il pensiero che siano ancora eventi quotidiani per migliaia di ragazze e ragazzi nati dalla parte sbagliata del Mediterraneo, vissuti in questo stesso momento in cui io respiro, in questo preciso istante in cui tu stai leggendo.</p>
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		<title>Viola, una badante vegetariana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2017 11:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[badante]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Romania]]></category>
		<category><![CDATA[sacrificio]]></category>
		<category><![CDATA[Viola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa racconta un frigo pieno di verdure? Ricordi e storie di viaggi, debiti, sacrificio e amore, concentrati in una chiacchierata con Viola, una badante che ci ha aperto la sua cucina e una porticina sulla sua vita.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Frutta, verdura e maionese. Un frigo essenziale quello di Viola, badante rumena di 46 anni, a Cuneo da 7.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Io compro le cose da mangiare ma mangio solo quando mi ricordo. Se mi alzo la mattina alle 5 per andare a lavorare mangio per non cadere giù, come si dice. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mandarini, banane, insalata confezionata, cipolle, limoni, verza, peperoni e carote. 3 o 4 barattoli di maionese. Una confezione di pesce. Una bottiglia di Coca-Cola e una di spumante.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sono vegetariana da 26 anni. Quando ero giovane mi sentivo sempre stanca. Non ero più grassa di adesso, solo 3 o 4 kg in più, ma avevo il colesterolo alto. Per stare meglio ho deciso di cambiare alimentazione. Mangiavo male perché quando dovevamo fare gli straordinari al lavoro i capi ci portavano pizza e energizzanti. Ma questo non mi faceva bene. Anche perché era tutti i giorni così. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Viola arriva in Italia nel 2002, <em>quando dalla lira siete passati all’euro. </em>Dopo svariati lavori in fabbriche italiane e tedesche in Romania nella sua città Sibiu, trova lavora in un hotel di Firenze grazie alla sorella. Si trasferisce lì per tre mesi e poi torna a casa. Fa avanti e indietro molte volte perché all’epoca non era possibile rimanere per più di tre mesi consecutivi in Italia. La Romania non era ancora nell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Mio marito si è indebitato con una banca perché ha chiesto un prestito per ristrutturare la casa di sua mamma. Per prendere i soldi ha messo come garanzia la casa dove viviamo, che però è della mia famiglia. Io ero d’accordo perché volevo aiutare mia suocera. Però erano davvero tanti soldi. Adesso mancano ancora più di tre anni di pagamenti e se non paghiamo ogni trimestre, la banca si prende la casa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Intrappolata dai debiti del marito. Consapevole ma pur sempre in gabbia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho sempre trovato lavoro in Romania e ho sempre cercato di lavorare tanto. Anche in Italia l’ho sempre trovato. Però ho rifiutato quando mi hanno chiesto di andare a letto con qualcuno. </em></p>
<p style="text-align: justify;">No aspetta. Cosa? Ti hanno chiesto di prostituirti?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sì certo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi dimentico sempre che noi cuneesi siamo capaci di far finta che alcuni fenomeni semplicemente non esistano. Tipo la prostituzione. Ma anche le nostre strade sono popolate di ragazze nigeriane o est europee, e così alcune case in Cuneo vecchia. E le nostre strade sono popolate di altrettanti clienti di queste ragazze. Ma è talmente tipico pensare che sia qualcosa che non ci riguarda che mi stupisco di questa offerta di lavoro che ha ricevuto. Ah, dolce ingenuità sabauda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ho incontrato delle persone che mi hanno detto: Conosco un lavoro molto pagato ma prima devi venire a letto con me. E io gli ho detto: No grazie, vai, questa è la strada. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Ha fatto per tanti anni la badante. Mi viene da chiederle se le piace come lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Dipende dalle persone. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi racconta della signora Maria, che era malata di Alzheimer e aveva bisogno di due badanti perché non camminava più e non dormiva mai. La malattia della signora l’aveva resa violenta con loro. A volte le prendeva a schiaffi. Spesso le insultava o le sgridava. Ma c’era anche una parte più tenera e ogni tanto si lasciava scappare dei complimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Con me è andata diversamente perché la signora mi ha presa come una bambina quindi mi mandava a scuola, mi metteva a fare i compiti oppure a cantare. Lei cantava benissimo e io le sembravo solo una ragazzina.</em> <em>Durante il mio primo giorno la signora doveva andare in bagno e io dovevo portarla. Allora l’ho presa dalla poltrona, l’ho messa sulla carrozzina e l’ho accompagnata.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma hai improvvisato i movimenti?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>No perché in Romania facevo volontariato con persone anziane e con persone disabili quando uscivo dal lavoro. Ad un certo punto l’altra badante è tornata in Romania perché non ce la faceva più. La signora Maria la sgridava sempre. Allora sono rimasta io, 45kg, da sola con la signora in una villetta di più piani per 8 mesi. Sono stata fortunata perché riuscivo a calmarla e a tranquillizzarla. Le tagliavo i capelli, le facevo la tinta: era una signora bellissima e molto curata. Di notte aveva paura e urlava di continuo. Io andavo da lei e le parlavo per farla calmare. Ogni tanto mi insultava e mi diceva: Sei una zingara. Io facevo finta di non aver sentito e le dicevo: Cosa? Allora lei mi diceva: Sei brutta! E io ci scherzavo su, le rispondevo ridendo: Ah grazie!! Ma sapevo che era dovuto alla malattia, non aveva senso prendersela. Anche perché poi dopo dieci minuti mi diceva: Che bella che sei! </em></p>
<p style="text-align: justify;">Ora Viola fa diversi lavori. Quasi tutte le mattine si occupa di un anziano, alcuni pomeriggi guarda dei bambini oppure fa le pulizie. Non ha molto tempo libero. Ma quello che ha lo trascorre principalmente da sola.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quando vengo a casa dal lavoro cosa faccio? Pulizia, per non annoiarmi. La domenica vado a messa, ogni tanto vado a fare la spesa, faccio delle passeggiate con la musica nelle orecchie. Sono una persona solitaria, ma ero così anche in Romania. Mi manca la mia famiglia, certo, soprattutto i miei bambini, anche se ormai non sono più bambini perché hanno 20 e 25 anni. Se vedi, in casa non ho nessuna foto perché sono malinconica. Io li chiamo sempre, parlo con loro,  ma cerco di sopravvivere alla distanza per non uscire di testa. In fondo sono qui per un lavoro e non mi ha obbligato nessuno. Sono forzata a restare perché non si può giocare con una banca. E adesso anche mia figlia è all’università. Mio figlio grande l’ha già finita, ora lavora e mi aiuta. Ma io non voglio chiedergli soldi. Ha 25 anni, sono io che dovrei aiutare lui, non il contrario. Però io faccio sacrifici perché sono bravi, se lo meritano. Studiano e si impegnano. Io posso tornare anche domani in Romania e trovare subito un lavoro però là non guadagno abbastanza: è questo il problema. È difficile stare qua però mi va bene di fare un sacrificio per la mia famiglia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Penso alla parola che ha ripetuto più spesso.<br />
Sacrificio: dal latino “sacrum facere”- fare un atto sacro. Questo è esattamente quello che fa Viola. Una vita di corsa, poco cibo e poche ore di sonno, 4 o 5 lavori insieme per saldare il debito del marito e far studiare i suoi “bambini”. Ho conosciuto Viola come badante ma scopro ora che è innanzitutto e soprattutto una mamma.</p>
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		<title>«Cerco un po’d’Africa in giardino»: essere cuneesi nel mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Dec 2017 09:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[autobus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un esperimento: prendere due città a caso nel mondo e confrontare alcune delle loro particolarità. Due città che non hanno nulla in comune, tranne me. Cuneo, nel cuore del Piemonte, e Iringa, nel cuore della Tanzania centro meridionale, sono posti che ho abitato, luoghi in cui ho vissuto. E ora mi ritrovo a cercare un po’ di Africa qui in Italia, mentre, quando ero [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un esperimento: prendere due città a caso nel mondo e confrontare alcune delle loro particolarità. Due città che non hanno nulla in comune, tranne me.</p>
<p style="text-align: justify;">Cuneo, nel cuore del Piemonte, e Iringa, nel cuore della Tanzania centro meridionale, sono posti che ho abitato, luoghi in cui ho vissuto. E ora mi ritrovo a cercare un po’ di Africa qui in Italia, mentre, quando ero là, mi scoprivo spesso alla ricerca di un po’ di Italia in Africa. Dopotutto, prima di fare proprio qualcosa di molto diverso da quello<br />
a cui si è abituati, si tende sempre a ricercare ovunque ciò che sa di casa. Qualcosa che ci faccia sentire appagati come sanno fare solo le montagne che incoronano Cuneo nelle limpide giornate invernali, quando la nebbia tenta di nascondere le cime innevate ed i raggi di sole la sfidano con arroganza. Camminando nel centro di Cuneo mi sento innanzitutto<br />
molto sola. Ho i miei spazi. Posso muovermi liberamente, senza scontrarmi con qualcuno ogni tre passi. A Iringa questa sensazione si prova solo a qualche kilometro fuori dal centro città. La gente, in centro, si riversa in strada, e se deve passare non chiede il permesso. Semplicemente passa. E saluta. Da quando sono a Cuneo, accolgo sempre con grande stupore i saluti di chi non mi conosce, ma mi dice ciao. Se per sei mesi la normalità è stata accennare qualche parola in swahili per augurare una buona giornata, adesso la normalità è passare accanto alle persone, come se la loro vita non mi riguardasse. Come se non avessi bisogno di un loro saluto. Come se, ormai, sentire di appartenere ad una comunità cittadina fosse un concetto medievale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mercato è il luogo in cui avviene la vita, in Africa. È il luogo massimo del ritrovo, è dove si incontrano gli altri.<br />
I mercati hanno un luogo fisso, con le stesse persone negli stessi banchetti, sempre. I prodotti venduti sono cibo e, in alcuni casi, utensili per la cucina o vestiti, ma solo nei mercati più grandi. In quelli di quartiere o di villaggio si trovano soltanto frutta e verdura. Le verdure sono perfettamente ordinate una sull’altra, per comporre piramidi di pomodori o di carote. I frutti sono minuziosamente posti uno accanto all’altro, arancia su arancia, avocado vicino ad avocado fino a formare una composizione circolare in un cesto di vimini. C’è cura nei prodotti esposti. Devono essere accattivanti, e poi si può discutere del prezzo. Va contrattato, non c’è niente da fare. Per quanto poco tu possa conoscere la lingua locale, in questo caso lo swahili, i numeri sono la prima cosa utile da imparare per non essere in una situazione di svantaggio nei confronti dei venditori. Il caos è una prerogativa del mercato, sia esso a Iringa o a Cuneo. Ma il caos di Iringa è un caos coinvolgente. Ti senti parte della vita che scorre, ti senti riempito dai colori delle stoffe che indossano le signore che vendono i propri prodotti. Forse perché sei ospite, forse perché sei bianco e sei guardato da tutti, forse perché tutti sanno che hai più soldi di un comune venditore di piselli e vogliono che tu, quel giorno, compri da loro. E sentirsi parte della vita che scorre nel mercato ha un significato preciso. Vuol dire che il giorno in cui hai deciso di cucinare le melanzane alla parmigiana e fai la spesa nel mercato del quartiere – se così si può definire – in cui vivi, che proprio quel giorno è sprovvisto di melanzane, finirai con l’attirare l’attenzione di tutto il mercato per trovare l’unico banchetto che ha qualche melanzana da parte.</p>
<p style="text-align: justify;">E va proprio così: i venditori iniziano ad urlarsi da un banco all’altro, chiedendo se qualcuno ha le melanzane quel giorno oppure no. E ti prendono letteralmente per mano e ti portano da un angolo all’altro del mercato-labirinto in cui sei finito fino a trovare il ragazzo che, secondo il vicino di banchetto del venditore a cui ti sei rivolto per primo, ha le melanzane. E così le compri, per altro andate anche un po’ a male, e puoi cucinarti la parmigiana quella sera stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche il mercato di Cuneo ha il suo fascino. Attira persone da tutto il Comune, e non solo. I pullman di francesi che ogni martedì approdano nell’altipiano non mancano mai. E quindi si cammina tra i diversi banchi <img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-4670 alignright" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-300x200.jpg" alt="" width="488" height="325" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-300x200.jpg 300w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-768x512.jpg 768w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-1024x683.jpg 1024w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-610x407.jpg 610w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2-1080x720.jpg 1080w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto2.jpg 1800w" sizes="(max-width: 488px) 100vw, 488px" />sentendo parlare un po’ italiano, un po’ piemontese e un po’ francese. Se penso al mercato mi vengono in mente le giornate estive dell’adolescenza, in cui andarci in bici era una specie di rituale di passaggio verso il mondo dei grandi. E provare vestiti su vestiti, tutti uguali da un banco all’altro, e non trovarne neanche uno che stesse bene. Passeggiare in via Roma scortati sui due lati dai banchi dei venditori trasmette un senso di protezione, nonostante anche lì ci sia del caos, ma è un caos piemontese, stazionario, ordinato, rispetto alla corrispondente versione africana. E se proprio si vuole evitare il contatto con la marea di gente che si riversa in via Roma nei martedì di sole autunnale, basta camminare sotto i portici. Vanto sabaudo, elemento tipico piemontese, porto franco per i camminatori seriali nei giorni di pioggia. Anche i portici sono un luogo di incontro, e sono quanto di più lontano esista da una città tanzaniana come Iringa. I portici nascono dall’esigenza di edificare abitazioni sopra le botteghe, sviluppando verticalmente la vita sociale, che andava a mano a mano crescendo, costruendo piani su piani negli edifici di via Roma, prima, e corso Nizza, poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i mezzi di trasporto meritano un confronto. La prerogativa dei pullman nelle ore di punta, sia a Cuneo sia a Iringa, è l’essere sempre completamente pieni. Da non riuscire a muoversi e respirare. Nei pullman arancioni si sta schiacciati, ma si respira. A Iringa i pullman sono dei pulmini con nove sedili dietro e due davanti, di fianco al guidatore. I posti totali sono 12, autista compreso, ma mediamente si sta sopra in 25. Le regole della fisica non valgono per gli spazi africani. In posti dove mai avrei immaginato potesse starci un essere umano, gli africani riescono a farne stare almeno due e un sacco da 25 kg di patate. Ovviamente si rinuncia al proprio spazio vitale. E si rinuncia alla comodità e a qualsiasi possibilità di movimento. Se sei seduto, tre volte su quattro qualcuno ti appoggia sulle gambe una borsa oppure un bambino. Se sei in piedi, puoi fare lo stesso tu con chi è seduto, mettendo il tuo zaino sulle cosce del malcapitato vicino a te, senza chiedere niente. Si fa così. Molto spesso mi è c<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-4669 alignleft" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-300x225.jpg" alt="" width="480" height="360" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-300x225.jpg 300w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-768x576.jpg 768w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-1024x768.jpg 1024w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-610x458.jpg 610w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-510x382.jpg 510w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3-1080x810.jpg 1080w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/foto3.jpg 1600w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" />apitato che fossero proprio le persone sedute a offrirsi di tenere la mia sacca oppure le mie borse della spesa. E le fermate esistono, ma se hai bisogno di scendere in un posto lontano dalle solite fermate, basta chiedere. L’autista si fermerà. E lo stesso concetto vale per quando si vuole prendere il pullman. Bisogna solo accertarsi che vada nella direzione desiderata, e poi è sufficiente un cenno con la mano per far fermare il mezzo di trasporto anche lungo la strada principale, dove macchine, camion e autobus sfrecciano piuttosto veloci. Più di una volta i pulmini, che in Tanzania si chiamano <em>daladala</em>, hanno fatto un pezzo di retromarcia per farmi salire. E per pagare il prezzo del trasporto si aggiustano i conti direttamente  sopra. Infatti c’è sempre un ragazzo che si occupa di aprire e chiudere la porta, chiedere alle persone lungo la strada, urlando, se hanno bisogno di un passaggio, riferire ad alta voce le fermate principali, dicendo all’autista se e dove fermarsi. È sempre lui che chiede i soldi della tariffa, senza proferire parola ma soltanto usando il ticchettio delle monete che tiene in mano e che porta sotto gli occhi dei passeggeri, i quali conoscono quante monete devono lasciare e le tengono preparate in tasca o in un pezzo di stoffa nascosto nella gonna.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche i pullman arancioni o blu che girano per la provincia Granda hanno il loro fascino. Maestosi, un po’ scassati, pieni nelle ore di punta e deserti nel resto della giornata. Uno ogni ora, all’incirca. Sono nate e morte amicizie al loro interno, nei viaggi di ritorno a casa dalle superiori. Perennemente con l’ansia di aver dimenticato l’abbonamento, che, in realtà, viene controllato al massimo tre volte in tutto l’anno scolastico. Il timore di dimenticare lì sopra la sacca delle scarpe da ginnastica o il dizionario di latino dopo la versione in classe. Questi pullman finiscono per essere un rifugio per gli studenti, un vero e proprio momento rituale quotidiano. Insomma, sono molto più di un semplice mezzo di trasporto. E questo è molto diverso dal corrispondente tanzaniano, perché sotto l’equatore i pulmini non sono altro che un modo come un altro per arrivare più velocemente a casa, ma il mezzo di trasporto preferito restano i piedi.</p>
<p>*Questo articolo è stato tratto dal decimo numero del <em>magazine </em>di 1000miglia, scaricabile al link <a href="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/1000MIGLIA-MAGAZINE-NOVEMBRE-2017.pdf">https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/1000MIGLIA-MAGAZINE-NOVEMBRE-2017.pdf</a></p>
<p>Foto di Chiara Ragno e Alessia Actis</p>
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		<title>Giorgia. Viaggio nel frigo di una non vedente.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 11:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[colori]]></category>
		<category><![CDATA[frigo]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Il frigo è abbastanza vuoto perché sono in un periodo di transizione." La storia di Giorgia e della sua indipendenza, a partire da ciò che ha in cucina.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Crodini, succo alla pera, bottiglie di Coca-Cola e di tè al limone. Bibite da aperitivo. <em>Li tengo lì di riserva così quando passa qualcuno ho qualcosa da offrire. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il formaggio, gli affettati e i Crodini li ho comprati io, al resto ha pensato mio papà.<br />
</em>Ho preso questo elenco con leggerezza nel momento in cui Giorgia l’ha pronunciato, perché avevo davanti a me quei prodotti accuratamente riposti nei vari ripiani. Mi sembrava così scontato dire: questo l’ho comprato io, questo invece me l’ha portato mio padre, la minestra nella pentola mia madre. Non ho pensato, lì per lì, che lei stava andando a memoria perché davanti ai suoi occhi aveva soltanto la sagoma di un frigo con, forse, un po’ di luce attorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il frigo è abbastanza vuoto perché sono ancora in un periodo di transizione. </em>Giorgia ha ventotto anni, è non vedente da dieci e vive da sola da circa un anno. Mi confida che ultimamente sta cercando di diventare più autonoma in cucina, ma non è per niente facile. Ecco perché il frigo è vuoto. Succede spesso che mangi con i suoi genitori. Ma la voglia di poter gestire la sua cucina c’è e lo dimostrano gli esperimenti che sta facendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Cucino la pasta, sì. Ma il problema non è la pasta in sé, è il passaggio dalla pentola al piatto. Bisogna riuscire a centrarlo. Se sono da sola mi aiuto anche con le dita, toccando il mestolo per capire se c’è ancora pasta dentro, ma so che non è un’abitudine da prendere, soprattutto quando ho ospiti a cena</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ridiamo. Non ci avevo mai pensato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il problema delle bistecche è girarle.</em> <em>Quello delle verdure è pelarle</em>. <em>La difficoltà è che chi ti insegna una ricetta te la spiega come la cucina vedendo quello che fa. E tu quindi devi cercare di immaginarti come la puoi fare tu non vedendo.</em> <em>In questo periodo sto cercando di trovare un modo per riuscire a dividere i cavolfiori in ciuffetti. La prima volta che ho provato è stato un disastro, ho distrutto completamente il cavolfiore, alla fine mi chiedeva pietà. A volte tutto questo è stimolante. Ad esempio non credevo di riuscire a cucinare la pizza, e ce l’ho fatta. Altre volte invece è difficile. Parto io prevenuta oppure i miei genitori, che lo fanno per protezione, ma capita che anche loro abbiano dei pregiudizi e che pensino che alcune cose io non le possa proprio fare, quindi non mi incoraggiano a partire. Ma li capisco. Io stessa ho pianto molto negli anni per alcune piccole sconfitte. Bottiglie o bicchieri rotti preparando la tavola. Una volta dovevo scolare gli spinaci nello scolapasta e li ho rovesciati tutti nel lavandino. Queste sono state sconfitte, non stimoli. Ma poi, pian piano, mi sono fortificata nel tempo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">A otto anni Giorgia torna a casa da scuola e dice alla mamma che, dalla mattina, non vedeva bene. Si era resa conto che per guardare in faccia la sua vicina di banco sulla destra doveva girarsi completamente perché l’occhio destro da solo non bastava. Allora la mamma le chiede di coprirsi l’occhio sinistro con la mano e di dirle che cosa vede soltanto con l’altro. La risposta è secca: <em>Niente</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziano allora una serie di visite in ospedale con diversi medici per scoprire che si tratta di un problema cerebrale che colpisce il nervo ottico causandole la perdita progressiva della vista. <em>All’inizio delle superiori perdevo un decimo al mese. L’ultima volta in cui mi ricordo di aver visto bene è stato durante la gita di terza media. Mi muovevo bene da sola anche di notte. Soltanto qualche mese dopo, all’esame di terza media, ho avuto qualche difficoltà in più e dovevo scrivere più grande per poter rileggere. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>All’esame di maturità ero ventesimista cioè vedevo un ventesimo. Il tema l’ho scritto io, con una penna gel e in stampatello, ma l’ho scritto io. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi Giorgia è non vedente, anche se mi spiega che la sua percezione visiva cambia quasi tutti i giorni ed è influenzata da molti fattori come il suo umore, le condizioni metereologiche, la stanchezza… <em>A volte vedo le sagome delle figure o degli oggetti, a volte no, a volte vedo i colori, altre volte no. </em>A proposito di una vacanza in Scozia di quest’estate mi dice<em>: In quei giorni stavo molto bene di umore quindi sono riuscita a vedere meglio, ho percepito le sagome delle case e alcuni colori</em>. Un giorno lei e i suoi amici sono stati a Culton Hill. Quel giorno il cielo era nuvoloso, il classico clima uggioso d’oltremanica, con la pioggerellina sottile ad accompagnare il freddo, e la sua vista non era ottimale, <em>per quanto può essere ottimale</em>, aggiunge. <em>Io pur non vedendo il paesaggio sentivo di avere davanti a me qualcosa di vasto e mi sentivo felice. È un viaggiare diverso ma altrettanto bello. Ho imparato a chiedere e a farmi raccontare quello che avevo davanti. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo una piccola pausa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se c’è da accendere la luce dimmelo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardo intorno ma è ancora chiaro. Sono solo le 17.30. Non la accendiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>L’idea di rimanere completamente al buio mi fa paura, di non avere proprio più riferimenti, anche se ne ho pochi. I giorni in cui non sono psicologicamente al top anche la vista ne risente e mi fa paura spostarmi. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi viene da chiederle: ti sei arrabbiata per aver perso la vista?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sì forse un pochino sì. Ti chiedi: perché a me? Cos’ho fatto? Però è durato molto poco. </em></p>
<p style="text-align: justify;">E io non le credo. È impossibile, io sarei tormentata. Penso che forse non lo voglia solo ammettere. Ma poi mi spiega questa cosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A volte il vedere ti distrae. Rischi di rimanere nella superficialità delle cose. È bellissimo vedere, potessi vedere vorrei rivedere subito, però se la tecnica o la scienza riuscissero a darmi di nuovo la vista, io cercherei comunque di darle meno importanza. Ci sono verbi che sembrano uguali ma sono diversi. Vedere e guardare. Sentire e ascoltare. Vedere e sentire presuppongono solo un atto fisico, guardare e ascoltare presuppongono di metterci testa e cuore, ed è tutta un’altra cosa. Chi vede dovrebbe cercare di andare un po’ più in là di quello che vede. Io sono obbligata a farlo, vado subito un po’ più in profondità nelle relazioni con le altre persone. Ma è inevitabile. Io ho imparato dal tono della voce a capire uno stato d’animo. È più facile con quelle che conosco però mi si accendono dei campanelli anche con quelle che non conosco molto bene. Il tono della voce mi trasmette molte informazioni. E quindi se a volte tu che vedi ti fai ingannare da un sorriso che maschera una grande tristezza, con il tono della voce non ci caschi. E io sto imparando a soffermarmi di più su queste cose. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alcuni mi chiedono “Non sarebbe stato meglio non vedere già dalla nascita?” perché, ad esempio, io non ho la sensibilità tattile che hanno i non vedenti da sempre. Però non saprei quali sono i colori e non saprei qual è il mio colore preferito. E quando ero più piccola sono stata a Roma e a Venezia e le ho viste, me le ricordo. </em></p>
<p style="text-align: justify;">E allora le credo.</p>
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		<title>QUANDO L’INTEGRAZIONE DIVENTA ARTE La prima serata di Arte Migrante a Cuneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migrante]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Cuneo c'è una novità, vi raccontiamo i suoi inizi.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cecilia Actis<br />
<em>Intervista a Giorgia Beccaria e Ayoub Moussaid</em></p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì 25 novembre.<br />
Cuneo, come nelle migliori serate autunnali, è coperta da un lenzuolo di nebbia. Si vede poco per la strada, si va con calma.<br />
L’appuntamento è alle 20 alla casa del quartiere Donatello. La serata è quella di “Arte Migrante”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Arte Migrante è un movimento sociale, che poi non è nient’altro che un gruppo informale di persone, nato a Latina e spostatosi subito dopo a Bologna, dall’idea di un ragazzo che si chiama Tommaso Carturan. Lui, insieme ad altri suoi amici, ha pensato che ci fosse la necessità di creare uno spazio in cui persone che arrivano da diversi contesti sociali e culturali si potessero incontrare, ma in una verità di incontro. </em><br />
<em>E per fare questo si è pensato di utilizzare l’arte, perché è forse il più grande aggregante che l’umanità conosca. L’idea che sta alla base è che l’arte non appartiene solo agli artisti ma è qualcosa che ogni persona ha dentro di sé, ma non la tira fuori perché non ha uno spazio in cui poterlo fare. Quindi, fare Arte Migrante significa creare uno spazio libero in cui ti senti accolto, puoi esprimere e tirare fuori la tua artisticità. </em><br />
<em>Due anni fa questo progetto è sbarcato a Torino e da un paio di mesi è arrivato anche a Cuneo.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Io e mia sorella portiamo una torta salata fatta da nostra mamma nel pomeriggio. Volevo portare anche una bevanda ma me ne sono dimenticata. Mi scopro portatrice di un po’ di sano imbarazzo, quello che precede i momenti nuovi, in cui non sai bene dove stai andando ma comunque ci vuoi andare.<br />
Siamo accolti dagli organizzatori, ragazzi cuneesi che hanno iniziato a partecipare ad Arte Migrante a Torino ed hanno deciso di proporlo anche nella nostra cittadina.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Due anni fa a Torino Arte Migrante è iniziato in via Nizza, per strada, nei posti dove c’era una situazione delicata. Veniva fatto per creare un ambiente di condivisone e, semplicemente, per stare assieme. Poi, da un anno, questo gruppo ha deciso di creare un incontro di Arte Migrante fisso, con una data, un orario e un luogo prestabilito. Abbiamo trovato un oratorio disponibile in via Ormea e abbiamo deciso che un venerdì sì e uno no ci saremmo incontrati. </em><br />
<em>All’inizio eravamo una cinquantina di persone, perché già il gruppo che aveva incominciato a trovarsi in via Nizza era numeroso. Quindi era ancora più facile far sì che il gruppo diventasse più grande. Adesso arriviamo a duecento persone a serata. Nel gruppo Facebook s101iamo più di mille, quindi i duecento non sono sempre gli stessi ma c’è un grande ricambio. </em><br />
<em>Arte Migrante ora ha un luogo fisso ma quest’estate ci siamo spostati dappertutto in Torino. Abbiamo girato ovunque, da Lingotto al Valentino fino in centro. Ha viaggiato e si è spostato da via Ormea per cercare altri posti in cui ce n’era bisogno. La gente spesso ci invitava nei propri quartieri e noi ci andavamo per far vedere che cos’è arte migrante, per stare tutti insieme. Questo ha aiutato a coinvolgere tantissima gente, ed è una cosa che a Cuneo già stiamo per fare. Il primo incontro l’abbiamo fatto al Donatello ma adesso stiamo pensando di spostarci. Il secondo incontro infatti sarà al San Paolo. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Nel primo salone troneggia una tavola imbandita di cibo: da una parte il salato e dall’altra il dolce. Al centro, nell’angolo che formano due tavolini attaccati, le bibite. Affidiamo la nostra quiche nelle mani degli organizzatori e proseguiamo verso la seconda sala.<br />
Non c’è ancora molta gente. Salutiamo qua e là, ci presentiamo. Al centro della stanza, un gruppo di strumenti cattura la nostra attenzione: cajon, jambè, percussioni, chitarre. La serata inizia a prendere forma.<br />
Mentre le persone continuano ad arrivare, alcuni di noi colorano lo striscione con la scritta “Arte Migrante” con tempere e pennelli.<br />
Quando arriva il gruppo di Torino, la serata può incominciare.<br />
Ci raccogliamo in un cerchio ed occupiamo tutto il salone. Al centro, come protetti, gli strumenti musicali ci osservano.<br />
Scopro più avanti, parlando con gli organizzatori, che il momento del cerchio è un momento fondamentale. È lì che ci si conosce, è lì che ci si guarda tutti in faccia per la prima volta. Quella sera ognuno deve gridare il proprio nome e dar vita a un ritmo con mani, piedi, voce, in qualsiasi modo gli venga in mente. Si crea così una specie di armonia musicale di ritmi diversi. Quando tocca agli ultimi quasi non ci si sente più. È un caos ordinato in cui ognuno ha modo di presentarsi agli altri.<br />
Finite le presentazioni, si torna nel primo salone e si mangia cena. Il cibo viene preparato e portato dai partecipanti per poi essere condiviso con tutti gli altri.<br />
Il momento della cena è quello in cui si fa conoscenza, il clima è positivo e propositivo. I partecipanti sono italiani e non, cuneesi di origine cuneese e cuneesi di origine africana o mediorientale. Ci si conosce, si parlano lingue diverse, inglese, arabo, italiano. In quel momento ci si scopre e ci si riconosce tutti simili. E lo sottolineo perché in realtà non è così scontato. L’integrazione, che poi è l’obiettivo ultimo di Arte Migrante, prevede la conoscenza. E mi stupisce il fatto di non sapere, ad esempio, che cosa fanno il venerdì o il sabato sera i miei coetanei marocchini o egiziani a Cuneo. Invece quella sera eravamo tutti lì, facevamo la stessa cosa, avevamo voglia di scoprirci.<br />
Mi trovo in difficoltà nell’esprimere l’atmosfera che si è creata perché sarebbero parole molto banali. Ma c’era un grande desiderio di incontro vero. Probabilmente perché non si hanno altri spazi in cui poterlo fare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Solitamente siamo abituati a incontrare le persone che stanno ai margini della società soprattutto nelle istituzioni: a scuola o allo sportello del volontariato. Invece, quello che si vuole creare con Arte Migrante è uno spazio in cui le persone si possono incontrare senza filtri.</em></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda parte della serata si svolge nel salone degli strumenti musicali. Formiamo nuovamente un cerchio, ma questa volta ci sediamo sulle sedie o su alcune coperte stese per terra. È il momento in cui l’arte prende il sopravvento. Durante la cena, un paio di ragazzi passavano tra i presenti con un foglio di carta chiedendo chi voleva prenotare un momento in cui manifestare la propria arte.<br />
E così quel momento arriva. Molti ragazzi africani si esibiscono in pezzi rap in qualche dialetto arabo. Le donne africane presenti, la maggior parte di loro proveniente dalla Nigeria, danza sulle note di canzoni in lingue mai sentite prima. Alcuni leggono delle poesie o dei pezzi di romanzi. Una ragazza legge un pezzo tratto da un libro di Harry Potter. Un ragazzo recita un pezzo di teatro. Poi, un canto piemontese si spande nell’aria. Infine, la serata si chiude con un’esibizione di jambè e percussioni di un gruppo di ragazzi che vive in un centro di accoglienza a Festiona: si fanno chiamare “I Valle Stura”. Ci si butta tutti in mezzo e si balla cercando di tenere quei ritmi così africani, così vivi.<br />
La serata termina intorno alle 23. Ci salutiamo dandoci appuntamento al 23 dicembre e poi all’ultimo venerdì del mese a partire da gennaio.<br />
Un grande punto di forza di Arte Migrante è proprio la sua contagiosità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Torino si sta espandendo in mille altre iniziative. Ad esempio, da Arte Migrante è nato un gruppo di teatranti amatoriali che si ritrovano e preparano dei pezzi da recitare durante la serata. Si è formato anche un gruppo di cantanti. Sono nati anche i pomeriggi migranti, grazie a un suggerimento sulla bacheca migrante. Nelle serate in via Ormea c’è infatti una bacheca con due colonne: CERCO e OFFRO. Ognuno può scriverci e lasciare un proprio contatto. Così si fa rete. Molti ragazzi hanno espresso la necessità di incontrarsi anche in momenti diversi dalla serata del venerdì. Così sono nati i pomeriggi migranti, in cui ci si trova a casa di qualcuno di noi, si parla italiano, si gioca, si beve un tè in compagnia. L’idea che c’è dietro è quella di aprire le case e incontrarsi nell’informalità e nella vita di tutti i giorni.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Questo percorso è appena iniziato a Cuneo ma è assolutamente promettente. Molte associazioni presenti nel territorio si sono rese disponibili nell’organizzare la serata. Un’idea per il futuro è quella di organizzare degli incontri di Arte Migrante in tutta la Provincia Granda. Un passo alla volta, ma con grande entusiasmo.<br />
Concludo con le stesse parole con cui si è conclusa la mia chiacchierata con Giorgia e Ayoub, due degli organizzatori della prima serata di Arte Migrante a Cuneo:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Chiunque creda che sia essenziale per una comunità avere degli spazi liberi di espressione e ha voglia di spendersi per crearli è il benvenuto perché Arte Migrante è proprio uno di questi spazi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per rimanere aggiornati sui prossimi eventi, cercate su Facebook il gruppo “Arte Migrante Cuneo”.</p>
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		<title>Alcol e Cacao: tre giorni nella giungla tanzaniana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 16:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[cascata]]></category>
		<category><![CDATA[giungla]]></category>
		<category><![CDATA[Tanzania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un viaggio di tre giorni nella giungla tanzaniana sulla rive del lago Nyasa al confine con il Malawi, alla scoperta del cacao e della vita nel villaggio.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Matema. Villaggio sul lago Nyasa nel sud della Tanzania. Caldo umido, tantissime zanzare, elettricità che va e viene. Il lago agitato come il mare. Enorme. Le montagne Livingstone a strapiombo sull’acqua. Dalle sue rive alle 6,30 del mattino si snodano i pescatori sulle loro piccole imbarcazioni di tronco d’albero per recuperare le reti piene di pesci. Al posto delle boe, per indicare il punto in cui le hanno lanciate, compaiono piccoli agglomerati di bottiglie di plastica qua e là.</p>
<p style="text-align: justify;">La spiaggia è turistica, il villaggio è africano.<br />
La sera usciamo per cercare un posto dove mangiare. Cellulari quasi scarichi, non c’è stata corrente tutto il giorno. Non c’è illuminazione nel villaggio, ad eccezione di qualche piccolo locale che serve la cena alla luce di una lampadina. Camminiamo nel buio cercando di scorgere i solchi nel terreno per non inciampare.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel villaggio le case sono fatte di fango, con lo scheletro in canne di bambù e il tetto di paglia.<br />
Sono sempre un pugno nello stomaco.<br />
Le case di fango.<br />
Le case sono fatte di fango.<br />
Le case sono case di fango.<br />
In genere sono tre o quattro disposte le une di fronte alle altre, con un cortile di terra in mezzo dove giocano i bambini insieme alle galline che corrono libere e ai galli che cantano a tutte le ore. Le mucche sono lasciate a pascolare oppure hanno una corda arrotolata attorno al collo che le tiene legate a qualche albero.<br />
Alle 7 è buio e si va a dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">In alcuni locali c’è una televisione. Gli abitanti, come spettatori di un cinema all’aperto, seduti sulle sedie di plastica della Pepsi o della Coca-Cola, si ritrovano a guardare una partita di calcio, i video delle canzoni del momento o qualche film coreano con i sottotitoli in inglese, anche se non lo sanno. Ovviamente con una birra in mano o una bottiglia di Ulanzi, un liquore che si ricava dalla corteccia di un albero. L’odore di alcol permea il villaggio.<br />
Il cibo offerto è riso e fagioli, poche alternative. Un giorno a pranzo troviamo un locale che ci serve un pezzo di manioca fritto. Un’altra sera, incapaci di mangiare altro riso, troviamo una Mama che ci cucina un platano fritto a testa. Mai stata così felice di mangiare una banana a cena.</p>
<p style="text-align: justify;">In qualsiasi momento della giornata, nel centro del villaggio, è pieno di ragazzi sui 20 anni che aspettano che arrivi qualche bianco alla ricerca di una guida. Da solo non ti puoi muovere perché i sentieri non sono tracciati. Vogliamo fare una camminata verso una cascata dentro alla giungla, allora cerchiamo qualcuno che ci possa accompagnare.</p>
<p style="text-align: justify;">È così che conosciamo Mark. Puzza di alcol ma sembra affidabile. Ci chiede poco più di 6 euro a testa per farci fare l’escursione il giorno seguente. Accettiamo. “I am self-employed”. Non ha molte opportunità in questo villaggio, quindi sta cercando di farsi un po’ di esperienza come guida turistica per essere assunto da una agenzia. Parla bene inglese. Ci fa assaggiare il cacao. Non avevo mai visto l’albero del cacao. Ok, non sapevo neanche che fosse un albero. Gli si avvicina, prende un frutto, lo spezza a metà e ci fa prendere un chicco a testa. “Non masticate”. Allora assaporiamo la gelatina attorno al seme vero e proprio, che invece sputiamo. Dolcissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci avventuriamo nella giungla con le nostre infradito da spiaggia. Non avevamo messo in conto di fare questa camminata. Alla fine optiamo per procedere scalze. Una tragedia. Ma arriviamo alla cascata, facciamo il bagno nell’acqua gelata che ristagna ai suoi piedi e la fatica svanisce.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>In questo preciso momento, a mollo in quest’acqua freddissima, io sono felice. Fuori fa caldo ed io sto facendo il bagno immersa in uno spettacolo della natura. Sono felice ma allo stesso tempo sento il peso della povertà che mi circonda. Non mi struggo, certo, continuo a nuotare. Ma è una sensazione che mi scalfisce e mi modella. Mi sento più consapevole. E questo un po’ mi spaventa. A volte penso che sia sbagliato sentirsi felici in questa Africa costruita nel fango.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo al villaggio e cerchiamo un posto dove fare pranzo. Mark si siede con noi e, come se fosse sottinteso, si fa pagare il pranzo. Gli diamo i soldi per l’escursione, ci salutiamo e lui torna in centro ad aspettare altri turisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Chiara Ragno</p>
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		<title>Inediti stralci di vita africana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2017 12:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[stralci]]></category>
		<category><![CDATA[vita africana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ed ecco nuovi inediti stralci di vita africana, raccontati da Cecilia Actis.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Inedito.<br />
Inedito nel senso di inimmaginabile ed inimmaginato.</p>
<p style="text-align: justify;">Inedita la zanzariera intorno al letto. La prima cosa del mattino e l’ultima della sera. Sembra di essere su una barca a vela.</p>
<p style="text-align: justify;">Inedito il cielo africano, ancora e ancora, di giorno e di notte.<br />
Il tramonto è veloce. Mezz’ora. Il cielo diventa la tela di un pittore impressionista, con sfumature di colori mai viste o pensate ed accostate in modo sempre nuovo. Poi, silenzioso come è arrivato, sparisce per lasciare posto al blu scuro puntinato di stelle.<br />
In queste sere la luna è piena e luminosissima. Ci sono poche luci di lampione in centro città, ancor meno in collina. Esci di casa per buttare la spazzatura, fai tre passi, alzi lo sguardo ed inizi a girare su te stesso, come in un rituale, solo per provare a cogliere quella bellezza in una volta sola. Ma non ti sazi e continui a girare e a contare nuove stelle e a cercare la luna dietro a qualche nuvola passeggera, in un firmamento che una sera ti sembra vicinissimo, la sera dopo ti sembra troppo lontano per poterti addirittura illuminare.<br />
La luna. È la sola a schiarire il nostro cammino incerto su sentieri sterrati a cui i nostri piedi ed i nostri occhi ancora non sono abituati. Noi, timide erranti in un continente troppo vasto per essere compreso, a inseguire la luna, come i marinai di questa parte di mondo inseguivano la Croce del Sud, come i Re Magi inseguivano la stella cometa. Affascinate, senza oro, incenso o mirra ma con il solo dono dello stupore che conserviamo tutti noi e che in questa terra riesce ancora a manifestarsi con una certa magica insistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Inediti i Sungura ya Pasaka, i coniglietti di Pasqua.<br />
Un sabato mattina qualsiasi al centro nutrizionale dell’associazione Papa Giovanni XXIII. 10 bambini seduti attorno ad un tavolo in religioso silenzio intenti a colorare rotoli di carta igienica finiti, uova sode e cartoncini. Non hanno i colori a tempera a casa, non hanno i pennelli, non hanno i pastelli a cera. Viviamo in un mondo dove i bambini non disegnano o colorano, né a casa né a scuola. Non ha senso spendere dei soldi per comprare questi materiali.<br />
“Che cosa disegni?”<br />
“Una tazza”<br />
“E tu?”<br />
“Una finestra”<br />
“Tu invece stai disegnando una casa! Puoi disegnare anche un animale qui vicino? Tipo un gatto o un leone?”<br />
“No, non riesco. Ma posso disegnare un pollo”</p>
<p style="text-align: justify;">Cento volte tanto. Questa è la sensazione della vita africana. Nel bene e nel male.<br />
Pensi di riuscire a trasmettere un po’ di felicità ai bambini del centro o alle bambine dell’orfanotrofio, ma loro te ne restituiscono cento volte tanto. Pensi di tenerli per mano ma sono loro a tenere per mano te, tu e le tue fragilità, le tue presunzioni sul poter fare del bene, i tuoi sorrisi a volte sinceri a volte sforzati.<br />
Ci sono cose difficili cento volte tanto rispetto a casa. Essere bianchi in Africa a volte è più complicato che bello. Ma per ogni piccolo traguardo raggiunto, ti senti davvero soddisfatto.<br />
Si vive di sensazioni intense. O forse semplicemente inedite, sconosciute. Inimmaginabili ed inimmaginate. C’è bisogno di tempo per capire, come per tutte le cose vere della vita.</p>
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		<title>Confusione africana: le prime settimane in Tanzania</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cecilia Actis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Mar 2017 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A passo d'uomo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[Tanzania]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'inizio di un viaggio. Immagini di una terra che a poco a poco scoprirò, e vi racconterò.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>20 febbraio. Milano Malpensa direzione Dar Es Salaam. La partenza è arrivata, mi butto a vivere il mio sogno. 23 febbraio. Iringa, nel cuore della Tanzania. Questa sarà la mia casa per i prossimi sei mesi. In queste prime settimane tutto è entusiasmante ma ancora nuovo, quindi difficile da capire. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questi sono solo alcuni momenti di questo mio nuovo pezzo di strada.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cammina di fianco a me sulla strada che porta al mercato principale di Iringa un uomo che probabilmente vende macheti perché ne ha una decina in equilibrio sulla spalla sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Saliamo in cinque su un dalla-dalla (pulmino 9 posti) già pieno ma non partiamo fino a che non siamo una trentina. Il concetto di spazio africano è più un concetto di non-spazio.</p>
<p style="text-align: justify;">I soliti due anziani che tornano tutte le sere a casa lungo la strada sterrata che porta al nostro cortile tenendosi per mano. Lei è cieca, lui la sorregge indicandole il cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal campo di grano alla nostra destra sbuca un bambino. Poi un altro. Poi una bambina. Escono fuori quattro fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Habari? Nzuri sana!</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno urla “Wazungu” da dentro una casetta di fango con il tetto di lamiera. Sbucano tre o quattro bambini, dopo di loro la madre. Lei grida qualcosa che non capiamo al più piccolo. Lui si avvicina, ci fa capire che dobbiamo abbassarci alla sua altezza, ci inginocchiamo e lui ci mette le mani sopra il capo dicendo: Shikamoo (letteralmente: mi prostro a te, è usato per salutare le persone più anziane o di rango più elevato). Noi, impacciati, rispondiamo: Marahaba (cioè, ti accolgo).</p>
<p style="text-align: justify;">Ai bordi delle strade piccoli barbecue artigianali che cuociono pannocchie. La vita accade ai bordi delle strade qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Mambo? Poa!</p>
<p style="text-align: justify;">Bambini in uniforme blu e bianca: pantaloni, camicia e maglioncino.<br />
Bambine in uniforme blu e bianca: gonna a balze, camicia e maglioncino.</p>
<p style="text-align: justify;">Le strade sterrate con le piogge si colorano di rosso vivo. Le pozzanghere riflettono il verde rigoglioso della vegetazione di questa zona.</p>
<p style="text-align: justify;">L’unica strada asfaltata è piena di dossi per la velocità. I tanzani non guidano, sorpassano. Prevalentemente in salita ed in curva. E suonano il clacson, ossessivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Shikamoo baba. Shikamoo mama.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai bordi delle strade si snodano i villaggi: baracche di venditori ambulanti, case in fango e paglia, alcune in mattoni. La baracca verde con il biliardo dentro e attorno 5 o 6 ragazzi che ci giocano e quando ci vedono ridono.</p>
<p style="text-align: justify;">Bambini che tornano a casa da scuola al tramonto con in mano una zappa e una piccola scopa di paglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Habari yako? Nzuri sana, na wewe?</p>
<p style="text-align: justify;">Il muezzin che intona il suo canto: ok, sono le 4.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tramonto trasforma il cielo in un oceano. L’orizzonte è un incastro di montagne e nuvole. I colori cambiano di continuo. Azzurro, rosa, rosso, arancione, viola, blu. La notte cala in mezz’ora – ma quella mezz’ora è sacra. Un inno alla bellezza e all’immensità. Ovunque ti giri c’è cielo. Tanta bellezza non può essere racchiusa in un solo sguardo. Figuriamoci in qualche parola. È emozionante constatare questo limite.</p>
<p style="text-align: justify;">Insetti. Insetti ovunque. Insetti nelle confezioni del pane. Insetti nel forno. Zanzare nelle zanzariere.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’importante è che pensiate sempre a voce alta!”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Piccoli pezzi di una piccola vita in una piccola città di una immensa Africa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Foto di Chiara Ragno</p>
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