Quante volte ci siamo detti: “quest’estate stacco tutto”? Lo abbiamo promesso agli amici, scritto nei gruppi, magari anche postato sotto qualche foto di un tramonto: tempo di detox, tempo per me. E poi?
Poi arriva davvero, l’estate. Le giornate si allungano, le chat si riempiono di programmi e inviti e mentre fuori il sole picchia, dentro di noi qualcosa continua a correre. A voler fare, vedere, postare, raccontare.
Nella redazione di 1000miglia ci stiamo chiedendo se questa storia del “riposo” non sia, in fondo, l’ennesimo mito da smontare. Perché anche quando dovremmo rallentare, ci sentiamo comunque sotto pressione. Sotto pressione di vivere bene, vivere forte, vivere abbastanza da meritare uno scatto in più.

In redazione le teste si muovono lente — non solo per il caldo (non tutti hanno l’aria condizionata, e qui il pensiero genera sudore) — ma perché il tempo libero, d’estate, sembra quasi sospeso. Eppure, anziché sentirci più leggeri, spesso ci sentiamo più fragili. Ci chiediamo se ci stiamo perdendo qualcosa, se stiamo usando bene il nostro tempo, se i nostri “giorni vuoti” valgano quanto le spiagge piene di chi sta lontano. E poi c’è Instagram, che ti mostra le vacanze degli altri mentre tu sei fermo in ufficio, o peggio: in pausa ma senza voglia di fare nulla.

Ci siamo accorti che anche il tempo libero ormai si porta dietro un compito. Non basta riposare: devi anche dimostrare che ti stai godendo tutto. Che stai facendo qualcosa di memorabile, o quantomeno condivisibile.
E allora abbiamo iniziato a farci qualche domanda seria, tra una riunione online e un caffè troppo caldo. Che significa davvero “rilassarsi”, oggi? È possibile non fare nulla senza sentirsi in colpa? Perché anche mentre spegniamo le notifiche, c’è una parte di noi che continua a chiedersi cosa si sta perdendo altrove?

È da qui che nasce questa riflessione. Dal bisogno di guardarci in faccia, anche solo attraverso uno schermo, e dirci che no, forse non siamo i soli a sentirci fuori tempo, fuori scena. 

Forse l’estate non è più quel tempo sospeso in cui ci si ritrova. O forse sì, ma bisogna imparare a farlo in modo nuovo, più vero, più nostro.
E magari, insieme, possiamo trovare un modo per stare bene anche nei giorni che non raccontiamo. Anche nei momenti senza foto. Anche quando non succede niente — e va bene così.

Da qualche anno vivo un rapporto difficile con i social, in particolare con Instagram. Non l’ho mai considerato strettamente necessario, ed è per questo che è difficile per me capire se è un bene per me usarlo, e se si come. 

In estate ho più tempo libero rispetto al resto dell’anno, in quanto studentessa universitaria. Però mi sono chiesta spesso se davvero posso definirmi libera, soprattutto da quella necessità fortissima di postare le cose più belle (o le foto più belle?) che ho vissuto o che ho visto. Spesso mi rendo conto che pubblico delle immagini per me belle esteticamente o che mi ricordano di un’esperienza positiva che ho vissuto. Ma la maggior tempo che “trascorro” su Instagram non è per pubblicare le mie foto (e quindi le cose che vissuto, le mie esperienze di vita), bensì per vedere le foto (e le esperienze) degli altri. E mi sono resa conto che la maggior parte delle volte “esco” dall’app con un senso di magone, di invidia, di tristezza, insomma con delle sensazioni non così positive. A vedere le cose che postano gli altri, mi viene naturale e istintivo confrontarle con quello che sto vivendo io. Magari una mia conoscente si trova in un posto bellissimo, io sul divano dopo una brutta giornata. E allora vedere un’immagine del genere mi fa sentire peggio, perché confronto quello che penso essere la sua vita, con la mia in quel momento. Il problema è che non è un confronto equo, quello tra un’immagine e la mia vita quotidiana, reale, in un certo momento.

Annalisa

Quando ho sentito parlare per la prima volta di FOMO ho pensato che fosse un fenomeno psicologico che non mi riguardava. Da persona introversa, ho sempre sentito l’esigenza di ricaricare le mie batterie sociali prendendomi del tempo per me, piuttosto che forzandomi a mille attività in compagnia che, seppur piacevoli, non mi riposavano. Quest’estate sento che qualcosa è cambiato: sarà che ho iniziato a lavorare, ma percepisco diversamente il mio tempo. Gli anni scorsi, quando ero ancora all’università, il mio tempo libero mi apparteneva e potevo decidere liberamente quando riposarmi e quando andare in vacanza. Adesso è diverso: parte del mio tempo è necessariamente dedicato al lavoro, che pure mi piace, mentre il tempo delle ferie è condensato in pochi giorni l’anno. Certamente, ho tempo di leggere, di vedere film e di fare tante altre attività rilassanti. Ma ora, il tempo con gli amici, il tempo per divertirmi e staccare completamente la testa, anche solo per un po’, dov’è? Ho iniziato a provare invidia per i miei amici che frequentano ancora l’università: ogni giorno postano storie dal mare, dalla montagna o dai musei, ritrovano amici in comune che anche io non vedo da una vita, festeggiano la laurea di quell’amico di lunga data che io non posso più andare a trovare quando e come mi va. Ogni giorno mi appaiono le storie dei miei amici che riescono ancora ad andare in vacanza quando desiderano, senza dover vivere l’ansia di sfruttare ogni minimo secondo dei pochi giorni di ferie. Quest’estate sento forte la paura che il lavoro risucchi il mio tempo libero. Provo una forte ansia di voler fare sempre di più e al contempo invidia per i miei amici che sui social mostrano tutto quello che non ho più il tempo di fare. So che i social sono un falso specchio della vita delle persone, ma come non provare frustrazione vedendo le foto del mare mentre tu sei in ufficio? Mi aiuta l’introversione, perché anche se volessi fare tutte le cose che ho ansia di fare, non potrei: alla fine della giornata non riesco a non crollare sul divano sfinita e stressata da tutti gli stimoli avuti nella giornata. Che alla fine l’introversione sia la cura alla mia strana forma di FOMO?

Giulia Z.

Questa estate è strana perchè mi sono laureato e mi sono successe tante altre cose belle. E sicuramente quando sto bene come in questo momento tendo a sentirmi più portato ad esprimermi anche attraverso i social. Quindi faccio cose, riprendo momenti e decido di darli in pasto a chi mi segue. Il principio però non è ostentare, onestamente, ma condividere. So perfettamente che chi mi segue bene o male, chi più chi meno, mi vuole bene, o se non mi vuole bene, non gliene frega un cazzo di quello che posto. A questo punto, a me interessa il parere solo di chi mi vuole bene, e accetto questi “giudizi” perchè so (o spero) che vengono fatti con una certa cura. 

Invece, per quanto riguarda la fruizione delle condivisioni degli altri, ricevo, capto. Di nuovo, se sono persone a cui voglio bene, mi interessa sapere cosa fanno e magari mi sento contento delle loro vicende. Se invece non mi interessano, mi interessa poco cosa combinano. E questo per me vale 365 giorni l’anno. D’estate vedo tante spiaggie, sì, ma non è che durante il resto dell’anno succedano meno cose. Si va in vacanza anche ad aprile, a settembre, a dicembre. Io guardo curioso o disinteressato, dipende dalla luna. Tanto so che spegnendo lo schermo troverò qualche cosa di vivo di fronte al mio sguardo.

Giacomo

L’estate è l’estate per il caldo o per la leggerezza che porta con sé? E quel senso di serenità è un riflesso di ciò che provavamo da bambini, quando l’estate era il momento di staccare, di passare intere giornate a non fare nulla, ad annoiarsi, a giocare, al mare, in montagna, nel salotto o nel giardino; diventava la stagione dello “stare”. Di quella condizione, tanto amata e narrata dagli americani, del “dolce far niente”.

E oggi? Che siamo cresciuti e che spesso di dolce, nel fare nulla, ci sono i sensi di colpa per lo studio tralasciato, il timore di star sacrificando emozionanti vacanze in strepitose isole iperturistificate e l’invidia per chi invece su queste isole ci è andato.

E quindi oggi? Stesa sul divano, dedita a scrollare le storie Instagram, a immaginare le vite degli altri mi chiedo quando arriverà il mio turno di “staccare la spina”. Di dimenticarmi il telefono in valigia e stappare la crema solare, senza il bisogno viscerale e inconscio di aprire Instagram, per un secondino, giusto per dare un’occhiata.

Per cui voglio fare una proposta a me e a chi mi sta intorno, proviamo a realizzare questo sogno: un’estate vuota di paragoni e piena di confronti reali, sinceri (e qualche partita a beach volley perché della spiaggia non ci stancheremo mai).

Alessia R.

Alla fine, ognuno di noi ha un’estate diversa da raccontare. C’è chi la vive con ansia, chi con nostalgia, chi con invidia, chi con gratitudine. C’è chi prova a staccare e non ci riesce, chi si rifugia nel silenzio, chi cerca il mare dentro a un pomeriggio qualunque. Eppure, in tutte queste voci — le nostre — qualcosa si intreccia. Una domanda comune, una fatica condivisa, un desiderio che forse ci unisce più di quanto pensiamo: quello di sentirci liberi di vivere l’estate (e il tempo, in generale) a modo nostro.

Liberi dal confronto costante, dai filtri, dalle aspettative. Liberi di non essere sempre “al massimo”.
Perché il tempo non si misura solo in cose fatte o in posti visitati, ma anche nei respiri che ci concediamo, nei momenti in cui smettiamo di guardarci da fuori e iniziamo a sentirci da dentro.
Forse non serve per forza staccare tutto. Forse basta iniziare a guardarci con più tenerezza. A restare presenti, anche nei giorni lenti, anche quando non succede niente.
Anche quando non abbiamo nulla da postare, ma tutto da sentire.