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	<title>Denise Arneodo, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Come una ragazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[caratterizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[differenza]]></category>
		<category><![CDATA[femmina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fin da piccoli siamo stati abituati ad una differenza abissale quanto concettuale, quella tra maschio e femmina: all’asilo, per esempio, le bambine avevano il grembiulino rosa, con ricamata una ballerina o una principessa, mentre i maschietti grembiulini blu con immagini di supereroi o automobili. Crescendo, poi, ci siamo accorti che, in realtà, anche le ragazze possono guidare un’automobile, e Catwoman e la Vedova Nera ci hanno insegnato che anche le supereroine possono salvare il mondo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora oggi, quando chiediamo a qualcuno di “correre come una ragazza” o “battersi come una ragazza”, che si tratti di un uomo, una donna, un bambino o una bambina, spesso la risposta che si ha è caratterizzata da movimenti aggraziati e risatine isteriche. Perché ci hanno insegnato che </span><b>“è così che fa una ragazza”</b><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Fin da piccoli, infatti, siamo stati abituati ad una </span><b>differenza</b><span style="font-weight: 400;"> abissale quanto concettuale, quella </span><b>tra maschio e femmina:</b><span style="font-weight: 400;">&nbsp;all’asilo, per esempio, le bambine avevano il grembiulino rosa, con ricamata una ballerina o una principessa, mentre i maschietti grembiulini blu con immagini di supereroi o automobili. Crescendo, poi, ci siamo accorti che, in realtà, anche le ragazze possono guidare un’automobile, e Catwoman e la Vedova Nera ci hanno insegnato che anche le supereroine possono salvare il mondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure, con il tempo, fare le cose </span><b>“come una ragazza”</b><span style="font-weight: 400;"> è diventato non solo un modo per caratterizzare il genere femminile, ma anche per sbeffeggiare il genere maschile; perché dire a un uomo di “battersi come una ragazza”, o peggio “come una femminuccia”, significa, nel senso comune, privarlo di quella che pare essere l’unica caratteristica che lo rende davvero forte e rispettabile: l’essere uomo, “maschio”, appunto.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questa </span><a href="https://www.1000-miglia.eu/la-caratterizzazione-negativa-del-femminile/"><b>caratterizzazione negativa del femminile</b></a><span style="font-weight: 400;">, che va avanti da tempi remoti e di cui già Aristotele scriveva, si insinua nel tessuto della nostra società, e ci porta inconsciamente a categorizzare gli atteggiamenti femminili in maniera superficiale e sessista. Perché, se ci si ferma ad osservare la realtà, una ragazza corre esattamente come un ragazzo: mette in movimento un piede dopo l’altro, attiva gli stessi muscoli; lo fa per sport, per divertirsi, per scappare da situazioni di pericolo. E lo stesso vale per qualunque altra situazione quotidiana. </span><b>Non esiste un modo di fare da ragazza o da ragazzo, esiste semplicemente un modo di fare da esseri umani.&nbsp;</b></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure, l’istinto ci porta a pensare ad azioni diverse, con modi e finalità diverse e con diversi livelli di credibilità. Questo istinto non inficia, però, la sola lingua parlata, ma porta a considerare le attività femminili come attività </span><b>di serie B</b><span style="font-weight: 400;">, e, per osmosi, le ragazze come capaci di svolgere sole attività di serie B. Relegate alla sfera della cura, della gestione della casa, alla sfera dell’emotività e tagliate fuori da quella della forza (fisica, ma anche morale), le donne sono viste come “esseri speciali e aggraziati”, come se la loro umanità non appartenesse alla stessa categoria umana maschile.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È tempo di uscire da questo </span><b>schema duale non comunicante</b><span style="font-weight: 400;">, e di aprire gli occhi alla realtà: uscendo di casa, guardando la televisione, leggendo i giornali, non vediamo donne che fanno <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XjJQBjWYDTs">cose da donne</a> e uomini che fanno cose da uomini, ma uomini e donne che fanno cose da persone umane. Il distinguo sta tutto qui: continuare ad utilizzare la locuzione “come una ragazza” in maniera spregiativa porta ad una più o meno conscia svalutazione del femminile. Essere consci di questo risvolto potrebbe portarci a comparare in maniera molto più realistica gli atteggiamenti femminili e maschili, riconoscendo che fare le cose “come una ragazza”, in effetti, permette di raggiungere i propri obiettivi, superare i propri limiti e andare oltre le differenze, e che, quindi, </span><b>funziona</b><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Perché non c’è niente di male o svilente nell’essere una ragazza, quindi non dovrebbe esserci alcunché di svilente nemmeno nell’agire “come una ragazza”.</span></p>
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		<title>Guerra e pace: l’Europa come modello di sicurezza?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2022 08:09:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I conflitti nel mondo non sono cessati con la fine della Seconda Guerra Mondiale ed anche se lontani non significa che non ci riguardano. L'espansione di una mentalità simile a quella proposta dall'UE potrebbe garantire la sicurezza di tutti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-justify">«<em>La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un&#8217;Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent&#8217;anni antesignana di un&#8217;Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L&#8217;Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra</em>»</p>



<p class="has-text-align-center"><em>(<strong>Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950</strong>)</em></p>



<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’Europa ha vissuto gli ultimi settant’anni in una bolla dorata di pace e sviluppo economico: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la nascita delle Comunità Europee e poi dell’Unione Europea ha gettato le fondamenta per una comunità di sicurezza i cui attori non considerano più la guerra come uno strumento per risolvere le controversie, ma preferiscono usare la diplomazia e gli accordi per prorogare una convivenza pacifica duratura. Il problema, però, è che questa comunità di sicurezza non è estesa a tutto il mondo, ma le guerre continuano ad esistere e ad uccidere. Sempre più raramente parliamo di tradizionali conflitti tra stati: le nuove guerre, infatti, coinvolgono più attori e, in misura sempre crescente, i civili. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come ogni fenomeno improvviso, è difficile rendersi conto della condizione di privilegio in cui si vive finché questo privilegio non viene minacciato: nel momento in cui un conflitto viene a bussare alle porte dell’Europa occidentale, stracciando quel velo fasullo di eguaglianza che copre la trasmutazione di diritti in privilegi, esso ci ricorda di essere cittadini del mondo prima ancora che cittadini d’Europa, un mondo imperfetto e turbolento, che non potremo tenere fuori dalla porta per sempre. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il conflitto è una condizione naturale dell’umano: Hobbes parla di uno stato di natura dell’uomo caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti e dalla legge della giungla, per cui solo il più forte, alla fine, vince. Gli uomini, per porre fine a questa condizione sgradevole e pericolosa, hanno dato vita alle società organizzate e agli Stati, ma la componente conflittuale insita nella natura umana ha continuato ad esistere, trasferendosi dall’individuo alla società, e la guerra degli uomini è diventata una guerra tra popoli e stati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come uscire dal loop del conflitto? L’Europa ci ha provato, ma sfidando la base delle relazioni internazionali tradizionali: la centralità dello Stato. Solo mettendo in secondo piano, in primo luogo, l’individuo e in secondo luogo lo stato, cooperando per un bene comune superiore (la pace) si può davvero costruire una comunità di sicurezza capace di eliminare il conflitto. Ma non possiamo di certo dire di aver raggiunto questo livello di stabilità né fuori dall’Europa né, visti i recenti sviluppi, al suo interno. Finché saranno la strategia e la brama egemonica a controllare le relazioni tra gli Stati così come tra le persone, i conflitti non cesseranno di esistere e l’umanità non cesserà di essere in pericolo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Riconoscere il fatto che il conflitto non sia sparito con la Seconda Guerra Mondiale, ma esista tuttora in molte parti del mondo e non troppo lontane, è un punto di partenza fondamentale per affrontare davvero in profondità il tema della guerra: dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto. Lavorare sui motivi dello scontro prima che sui suoi effetti, e dunque sulla natura umana in quanto tale e sulla natura degli Stati nazione, potenziare il progetto dell’Unione Europea e proiettarlo sull’intero sistema internazionale, potrebbe essere l’origine di un nuovo Leviatano, radicato nella pace e nella cooperazione, un “Leviatano di sicurezza”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>


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		<title>Le donne nella società-parte II: tentativi di cambiamento in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 07:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[asili nido]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[differenze di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La seconda parte dell'inchiesta analizza alcuni tentativi di cambiamento verso un allontanamento dal patriarcato in Italia.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><strong>Tentativi di cambiamento</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scarsa propensione al cambiamento che caratterizza le istituzioni, si riflette nella lentezza con cui processi come la femminilizzazione del mercato del lavoro e la defamilizzazione del sistema di <em>welfare</em> si stanno instaurando nelle politiche italiane: «come emerso dalle testimonianze raccolte tramite i programmi territoriali […] molte donne in Italia una volta rimaste incinte hanno subito discriminazioni sul lavoro, oppure fanno fatica insieme ai loro compagni a usufruire dei diritti e delle tutele previste una volta che si ha un figlio» (Save the children, 2020).</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-8992 alignleft" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-6-300x96.png" alt="" width="397" height="127" />Tutto ciò, però, non significa che questi cambiamenti non stiano avvenendo. Il <strong>Decreto Rilancio</strong> in risposta all’emergenza Coronavirus, per esempio, ha previsto due forme di sostegno per i genitori lavoratori con figli piccoli (ad integrazione di quanto già previsto dal Decreto Cura Italia): il congedo parentale straordinario (utilizzato, però, per lo più da donne) e il bonus baby-sitter (che, oltre a dare la possibilità alle madri di famiglia di lavorare, crea, effettivamente, posti di lavoro per lo più per la popolazione femminile – generalmente considerata più “portata” per questo genere di occupazione – relegandola, però, ancora una volta, all’ambito della cura). C’è da chiedersi, comunque, se fosse necessaria una situazione di crisi pandemica per affrontare la questione parentale e fornire strumenti alle famiglie al fine di affrancare le donne – seppur con dei limiti &#8211; dal dovere di cura familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-8991 alignleft" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-5-300x174.png" alt="" width="347" height="201" />I servizi per la <strong>prima infanzia</strong> restano il pilastro delle politiche per l’occupazione femminile: il concetto di <em>work-life balance</em> prende vita dall&#8217;esigenza di sollevare le donne dal lavoro di cura di cui si fanno carico in modo nettamente sproporzionato rispetto agli uomini. Solo alla fine del 2020, a causa della pandemia, si sono persi 101 mila posti di lavoro, di cui 99 mila erano occupati da donne. «A fronte dello standard europeo fissato a Barcellona, che prevedeva il raggiungimento entro il 2010 del 33% dei bambini di età inferiore a 3 anni iscritti a un servizio di cura dell&#8217;infanzia formale, solo alcuni Stati membri lo hanno raggiunto: nel 2018 in Danimarca la maggior parte dei bambini al di sotto dei 3 anni era iscritto a un servizio di cura per l&#8217;infanzia a tempo pieno (63%)», seguita dal Portogallo (50%) e dalla Slovenia (46%). In Italia siamo sotto il 30%.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’incremento dei posti nei nidi e dei servizi integrativi per la prima infanzia (evidenziato da un’indagine Istat del 2021 sui dati dell’anno educativo 2019/2020), l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei, soprattutto a causa del <em>gap</em> tra il Nord e il Sud del Paese: a livello nazionale c’è stato un incremento dei posti nelle strutture dell’1,5%, solo al Sud addirittura del 4,9% rispetto <span style="color: black;">all’anno 2018/2019, con un aumento del +0,6% della spesa dei comuni per i servizi educativi. Nonostante ciò,<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-8993 alignleft" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-7-300x127.png" alt="" width="345" height="146" /> però, sono il 26,9% i posti nei servizi educativi per 100 bambini residenti sotto i 3 anni, ancora al di sotto del target dell’Unione. L’indagine campionaria europea del 2019 sui redditi e le condizioni di vita delle famiglie, evidenzia, inoltre, come «la situazione lavorativa della madre abbia un peso determinante per l’accesso ai nidi: le famiglie in cui la madre lavora usufruiscono per il 32,4% del nido, contro il 15,1% delle famiglie in cui solo il padre è occupato: i nuclei in cui lavora un solo genitore, infatti, possono avere difficoltà ad accedere ai nidi privati, per l’onerosità delle rette, e ai nidi pubblici per i criteri di accesso applicati dai comuni».<br /></span><span style="color: black;">Nonostante le difficoltà, quindi, esistono iniziative statali finalizzate alla defamilizzazione del sistema: l’aumento dei posti in strutture per la prima infanzia è sicuramente un elemento fondamentale per permettere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, ma, insieme alle riforme dei congedi parentali, non è sufficiente a sradicare il pregiudizio che porta a delegare alla donna la gestione della cura, a causa della componente fortemente familiare e assistenziale del <i>welfare </i>italiano e mediterraneo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riflessioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il patriarcato è un’istituzione, e come tale è resistente al cambiamento: questo è evidente nella difficoltà del <em>welfare </em>mediterraneo ad assecondare le trasformazioni della femminilizzazione del mercato del lavoro e della defamilizzazione del sistema.<br />Alla luce di dati oggettivi circa il radicamento di pregiudizi patriarcali e l’inadeguatezza italiana nel produrre politiche che favoriscano l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, per produrre un cambiamento è quindi necessario agire non solo dall’esterno, con decreti e disegni di legge o politiche per il lavoro (attive o passive che siano), ma lavorare dall’interno per abbattere un’istituzione scientificamente e culturalmente obsoleta. Il patriarcato non produce semplicemente discriminazione e pregiudizi di sorta, ma una vera e propria inefficienza sistemica nell’assecondare le richieste legittime delle donne, trattate come se fossero una minoranza nel Paese.<br />Questa mancanza va sopperita a partire da un’educazione alla parità, che si parli di diritti o di opportunità, e non da un goffo tentativo di nascondere un’istituzione patriarcale con iniziative superficiali e insufficienti, come le quote rosa, che, per quanto possano creare posti di lavoro per le donne in ambienti prevalentemente maschili, non potranno mai sostituire una sana meritocrazia, a cui anche le donne hanno diritto e con cui sarebbero perfettamente in grado di confrontarsi, al di là di qualunque caratterizzazione negativa di sorta.</p>
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		<title>Le donne nella società-parte I: il patriarcato, istituzione potente e nascosta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[differenza di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La prima parte dell'inchiesta sul posto delle donne nella società occidentale: un'analisi del patriarcato, una potente istituzione nascosta.</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/le-donne-nella-societa-parte-i-il-patriarcato-istituzione-potente-e-nascosta/">Le donne nella società-parte I: il patriarcato, istituzione potente e nascosta</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Il patriarcato, nel tempo, ha assunto il ruolo di una vera e propria istituzione nascosta, in grado di influenzare le politiche degli Stati e la situazione lavorativa delle donne in maniera significativa: durante i secoli ha dimostrato sempre di resistere a qualsiasi cambiamento, soprattutto per preservare gli interessi dei politici e dei decisori, spesso uomini.<br />Le istituzioni sono state definite da alcuni studiosi come «regole del gioco nella società»: garantiscono stabilità alla società sulla base sia di valori (prodotti storici umani) sia di «miti razionalizzati», adottati cerimonialmente dalle organizzazioni: credenze, cioè, che vengono giustificate come se fossero razionalmente fondate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Defamilizzazione e femminilizzazione del mercato: alcuni dati</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il patriarcato, a seconda dei punti di vista, può essere considerato un costrutto radicato nella società contemporanea o un retaggio culturale in via d’estinzione, messo in crisi dai movimenti femministi e da politiche per il lavoro inclusive, affacciatesi nel panorama occupazionale in particolare con il boom economico. Qui vogliamo dimostrare che, più che un semplice retaggio culturale, il patriarcato è una vera e propria istituzione: con le sue resistenze al cambiamento, è stato capace non solo di coltivare pregiudizi di genere, ma anche di ritardare la <strong>femminilizzazione</strong> del mercato del lavoro e la defamilizzazione del sistema di <em>welfare </em>mediterraneo, ostacolando, di riflesso, l’emancipazione femminile dai doveri familiari. La defamilizzazione e la femminilizzazione del mercato del lavoro vanno di pari passo: la <strong>defamilizzazione</strong> del sistema di <em>welfare </em>consiste nella presa in carico da parte dello Stato di doveri prima relegati alle famiglie (per lo più alle figure della madre e dei nonni) di cura e gestione dei figli. Con l’aumento dell’età pensionabile e, allo stesso tempo, dell’età in cui una donna si sente pronta a mettere al mondo un figlio (con il conseguente invecchiamento dei nonni e l’impossibilità, da parte loro, di badare ai nipoti), la necessità di questa transizione da famiglia a Stato (con la creazione di posti negli asili nido e incentivi per l’assunzione di una <em>babysitter</em>) si fa sempre più urgente.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-8983 alignright" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-2-300x181.png" alt="" width="318" height="192" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-2-300x181.png 300w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-2.png 467w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" />I dati mostrano una sensibile difficoltà da parte dello Stato italiano a stare al passo con i <em>target</em> europei relativi ai servizi di cura infantile; queste difficoltà sono ammortizzate dalle famiglie, su cui grava la maggior parte dei compiti di assistenza e cura, relegati, nella stragrande maggioranza dei casi, alla componente femminile del nucleo.<br />Iniziative per affrancare le donne dal dovere di cura a cui la storia le ha condannate esistono, ma, fino ad oggi, sono emerse per lo più in situazioni di crisi, senza dare vita ad una vera e propria parità di genere o stringere significativamente il divario occupazionale che vede un’alta percentuale di donne disoccupate o con contratti part time. All’aumentare dell’occupazione femminile, in Italia, diminuisce il tasso di fertilità, perché una donna che lavora non è libera di scegliere tra famiglia e carriera, ma, molto spesso, questa decisione è obbligata dalla mancanza di assistenza e accessibilità alle strutture di servizi di cura infantile formali. Questo <em>gap</em> porta con sé un andamento opposto rispetto a quello che caratterizza i paesi scandinavi, il cui sistema di <em>welfare</em> è, invece, di tipo redistributivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-8984 alignleft" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-3-300x220.png" alt="" width="344" height="252" />Già negli anni ’80, mentre i paesi scandinavi vedevano un alto livello di femminilizzazione del mercato e defamilizzazione del sistema di <em>welfare</em> (<em>welfare </em>di tipo redistributivo, un modello universalistico di assistenza basato sui diritti di cittadinanza e non sul tipo di impiego), nei paesi mediterranei questo non accadeva: in Svezia, nonostante le donne lavorassero molto più che in Italia, il tasso di fertilità era leggermente superiore, e la nascita di bambini, unita alla defamilizzazione del sistema, ha richiesto interventi statali multilivello, volti a permettere una continuità di carriera alle donne al di là dei servizi di cura familiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto alla distribuzione del lavoro di cura tra uomini e donne nei diversi paesi &#8211; in base ai dati OCSE relativi al 2014 &#8211; in Italia e Spagna le donne dedicherebbero tre volte più tempo degli uomini alla famiglia, ai lavori domestici e al volontariato, mentre in Svezia questo valore si dimezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel caso italiano, un aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro porta con sé necessariamente un<img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-8997 alignright" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-4-300x189.png" alt="" width="351" height="221" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-4-300x189.png 300w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-4.png 472w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /> abbassamento del tasso di fertilità: in uno Stato influenzato dal cattolicesimo «nel forgiare queste politiche, in contesti sociali peraltro imbevuti di “familismo”» e che lascia alle famiglie il ruolo di ammortizzatori sociali, alle donne rimane poca libertà di scelta circa il proprio futuro, e lavorare e formare una famiglia rappresentano, ancora oggi, due percorsi spesso incompatibili. Per questo motivo, in Italia, una donna occupata su tre ha un impiego part time, mentre nel caso degli uomini questa percentuale si riduce all’8,5% (Censis, 2019). Il lavoro a tempo parziale implica un trattamento retributivo ridotto, minori possibilità di carriera ed è destinato a tradursi, nel tempo, in una pensione più bassa, lungi, dunque, dal rappresentare una forma di emancipazione e una libera scelta, quanto, invece, una mancanza di alternative. </p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La caratterizzazione negativa del femminile</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’ambito di una così profonda radicazione culturale, l’istituzione del patriarcato va modificata e abbattuta dall’interno: non bastano decreti e disegni di legge per migliorare le possibilità lavorative delle donne, ma è necessario un cambiamento di mentalità alla radice, fondato sull’abbattimento dei pilastri fondamentali su cui l’istituzione stessa si regge: la fiducia nella razionalità maschile e la caratterizzazione negativa del “femminile”.<br />Il patriarcato, nel tempo, ha assunto il ruolo di una vera e propria istituzione nascosta, in grado di influenzare le politiche degli Stati e la situazione lavorativa delle donne in maniera significativa: durante i secoli ha dimostrato sempre di resistere a qualsiasi cambiamento, soprattutto per preservare gli interessi dei politici e dei decisori, spesso uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cos’è un’<strong>istituzione</strong>?  Secondo alcuni studiosi, si tratta delle «regole del gioco nella società»: garantiscono stabilità alla società sulla base sia di valori (prodotti storici umani) sia di «miti razionalizzati», adottati cerimonialmente dalle organizzazioni: credenze, cioè, che vengono giustificate come se fossero razionalmente fondate. Un esempio di istituzione è il denaro: nessuno può modificare a posteriori il significato e il valore del denaro senza generare una sommossa popolare, in quanto esso, come istituzione, è stato convenzionalmente fissato nell’immaginario collettivo come valuta di scambio universalmente accettata; così anche il patriarcato, come istituzione “nascosta”, ha influenzato tanto profondamente la vita e la cultura dei popoli da poter essere difficilmente sradicato senza danni o opposizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>caratterizzazione negativa del femminile</strong> ha una lunga storia alle spalle, che inizia con la filosofia greca, probabilmente con Aristotele, che nella <em>Politica</em> scriveva: «il maschio è per natura superiore, la femmina inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata». Da un certo punto di vista, quindi, la filosofia può essere considerata complice, se non colpevole, di tale caratterizzazione, avendo propagato la convinzione che la razionalità (intesa come capacità di produrre inferenze logiche valide) fosse una prerogativa maschile, escludendo in tal modo le donne dalle pratiche scientifiche e dalla sfera conoscitiva, relegandole alla dimensione emotiva e, dunque, all’ambito privato della casa e della famiglia.<br />Limitando la donna alla dimensione della cura sulla base di una presunta propensione naturale all’assistenza altrui, l’istituzione del patriarcato ha influenzato in maniera profonda la concezione della donna e il suo inserimento nell’ambiente lavorativo, attraverso politiche che sembrano quasi dare per dovuto il sacrificio della carriera femminile in virtù della gestione attiva dei bisogni familiari.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’indagine Istat del 2019 (con dati in riferimento al 2018) ha riportato che gli stereotipi sui ruoli di genere più comuni sono incarnati dal 58,8% della popolazione italiana (di 18-74 anni), e sono più diffusi al crescere dell’età (65,7% dei 60-74enni e 45,3% dei giovani) e al diminuire del livello di istruzione. I risultati di questa indagine sono significativi, perché mostrano che questi pregiudizi sono fondati su qualcosa che non può essere semplicemente un retaggio culturale: il patriarcato ha radici profonde, e come un’istituzione influenza la vita privata delle persone, ma anche la politica di un paese come l’Italia, che fonda il suo <em>welfare </em>prevalentemente sull’assistenza familiare.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone  wp-image-8985" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2022/03/Foto-1-300x115.png" alt="" width="436" height="167" /></p>
<p> </p>
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		<title>La FOMO: il turbamento del XXI secolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La FOMO è la paura di essere tagliati fuori dall'infinita offerta culturale quotidiana. Ma siamo umani, e non raggiungeremo mai l'infinito...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Stare al passo è diventato difficile, quasi impossibile. Ma stare al passo di che cosa? </p>
<p style="text-align: justify;">L’offerta di prodotti culturali considerati imperdibili continua a crescere, e, allo stesso tempo, non sembra mai abbastanza. Il continuo aggiornamento di <i>blog</i>, piattaforme <i>streaming</i> e canali Youtube genera, soprattutto nella popolazione giovane, un fenomeno nuovo quanto diffuso. Se prima la FOMO (acronimo dell’inglese <i>Fear Of Missing Out</i>, paura di essere tagliati fuori) caratterizzava per lo più l’ansia di perdersi eventi fisici e prime esperienze, adesso, in un mondo in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce e la proposta culturale si arricchisce continuamente, sovrapponendosi ai grandi classici del passato, il tempo libero si trasforma anch’esso in una corsa per non restare indietro.<br />Sul piano scientifico la FOMO risulta essere composta da due elementi: l’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere esperienze piacevoli e gratificanti a noi precluse, e il desiderio persistente di essere “sul pezzo”. È proprio attraverso i <i>social</i>, infatti, che le informazioni, le novità e gli “eventi imperdibili” si diffondono, generando negli utenti un’ansia da prestazione tale da raggiungere livelli di stress che mai avevano oltrepassato i confini del tempio inviolabile dell’<i>otium</i>, dello svago. Ma la corsa alla conoscenza, all’aggiornamento e all’ultima novità è una corsa che una volta iniziata non si ferma, e che soprattutto si diffonde a tutti gli strati della società e a tutti i livelli di complessità.<br />Un esempio concreto: un tempo la mia ansia più grande era legata al fatto che nel corso della vita non sarei mai riuscita a leggere abbastanza libri. Ogni volta che ne iniziavo uno, puntualmente ne usciva uno nuovo, e la mia corsa nel tentativo di completare la lettura di una serie di classici, dell’intera letteratura di un autore o, banalmente, del maggior numero di manuali utili alla mia formazione e al mio ambito di interesse, assumeva sempre più l’aspetto di una maratona infinita.<br />Con l&#8217;età la mia FOMO è cresciuta proporzionalmente ai miei interessi, e allo stesso tempo l’avvento di piattaforme di <i>streaming</i>, pagine <i>social</i> di informazione, <i>podcast</i> e divulgatori, ha creato davvero un oceano di possibilità, in cui, però, spesso, sento di non saper nuotare. </p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce, quindi, che i giovani di oggi siano sempre più stressati: se un tempo l’unico modo di rimanere informati era comprare il giornale o guardare quei tre telegiornali trasmessi al giorno, oggi le <i>newsletter</i> offrono informazione quotidiana continua, così come i <i>podcast</i> e le pagine <i>web</i>. Se fino a qualche anno fa le serie tv uscivano con una puntata alla settimana, oggi vengono caricate <i>online</i> tutte insieme, creando una corsa infinita a chi le finisce per primo, terrorizzato dagli <i>spoiler</i> o dal rimanere escluso dalle congetture sull’ultima puntata di <i>Squid Game</i>. <br />È una corsa all’oro, in cui si rischia di rimanere indietro anche correndo veloci come Bolt, e l’unico modo per poter rimanere umani in una rincorsa all’ultima <i>news</i>, all’ultimo evento e all’ultimo album di Kanye West è abbassare le aspettative: la scelta aumenterà sempre, le serie tv e i film si moltiplicheranno, i <i>podcast</i> “da non perdere” diventeranno sempre più numerosi e scegliere un libro tra i mille <i>best seller</i> sarà sempre più difficile. Ma è anche vero che mentre le attività di intrattenimento e di informazione aumenteranno, e la nostra paura di rimanere tagliati fuori diventerà ordinaria amministrazione, noi continueremo ad essere umani e in quanto tali continueremo ad essere razionali, sì, ma anche passionali, e dunque tutti diversi.<br />L’aumento di domanda e offerta di intrattenimento, quindi, non deve spaventarci, ma al massimo stupirci: il fatto che oggi chiunque, indipendentemente da età, livello di formazione, interessi e priorità possa trovare qualcosa che faccia per lui su una qualsiasi piattaforma <i>online</i>, o semplicemente aprendo una pagina di Google, deve e può generare molto più che semplice disorientamento: viviamo nel secolo delle infinite possibilità, e solo se sapremo coglierle senza farci sopraffare potremo davvero continuare a crescere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, accettare di non essere superuomini, ma semplicemente uomini e donne, è fondamentale per vivere serenamente il secolo della FOMO, accettandone i limiti ma soprattutto l’illimitatezza, perché forse è proprio per questo tendere verso l’infinito senza mai raggiungerlo che siamo stati creati (o almeno, così direbbe Fichte). </p>
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		<title>“Basato su fatti realmente plausibili”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jan 2022 14:32:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[complottismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negare l’evidenza e preoccuparsi solo dell’imminenza, procrastinare la soluzione di problemi esistenziali e la divulgazione di fatti scientifici per lasciare spazio a frivolezza e leggerezza: sono atteggiamenti strettamente umani, così come il panico di fronte alla realtà dei fatti nel momento in cui questa diventa innegabile, prendendo il posto di una speranza che si fa sempre meno sostenibile.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come reagiremmo se, in un programma tv qualunque di un giorno qualunque, una dottoranda in astronomia e il suo professore ci annunciassero che un asteroide della dimensione del monte Everest si schianterà sulla Terra nel giro di pochi mesi? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Sembra uno scenario impossibile, degno di un film fantascientifico o apocalittico, ma, se ci concentriamo non tanto sul contenuto di quell’annuncio quanto sulle reazioni e sulle conseguenze che esso scatena, allora non pare più così distante dalla realtà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In “Don’t look up”, film dal cast stellare uscito nel dicembre 2021, il regista Adam McKay, con la sua vena ironica e irriverente, attraverso un evento di per sé “impossibile” tratta in maniera lucida e tagliente circostanze realmente plausibili. La necessità dell’uomo del 21° secolo di trasformare tutto in </span><i><span style="font-weight: 400;">audience</span></i><span style="font-weight: 400;">, minimizzando e deviando l’attenzione dalle cose realmente importanti per concentrarsi su quelle “monetizzabili”, è un ritratto amareggiante quanto realistico della nostra società: di fronte a decenni di prove scientifiche sul cambiamento climatico e la necessità di agire per bloccare un meccanismo distruttivo che &#8211;  esattamente come la cometa del film, ma in un arco di tempo più ampio &#8211;  potrebbe rendere impossibile la vita umana sul pianeta, non solo aleggia un’indifferenza pericolosa e insofferente, ma nascono anche oppositori, che non riconoscono verità scientifiche evidenti, sulla base di un timore del complotto antico come l’esistenza umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La stessa pandemia e il virus COVID19 sono stati oggetto di ferree opposizioni: da chi nega che il virus in sé esista, a chi non si fida di vaccini e cure al fine di controllarlo. Di fronte ad una situazione di crisi epidemiologica alcune persone sono state spinte a mettere in dubbio fatti evidenti e scientificamente comprovati, generando scetticismo nei confronti della stessa scienza. Nel film il professor Randall Mindy, interpretato da DiCaprio, dice: «Ne abbiamo fatto una fotografia, di quale altra prova abbiamo bisogno? E se non riusciamo nemmeno ad essere d’accordo sul fatto che una cometa gigante, della misura del monte Everest, che si dirige verso il pianeta Terra non sia una cosa buona, allora cosa diavolo ci è accaduto? Come possiamo continuare a rivolgerci la parola l’un l’altro?».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Negare l’evidenza e preoccuparsi solo dell’imminenza, procrastinare la soluzione di problemi esistenziali e la divulgazione di fatti scientifici per lasciare spazio a frivolezza e leggerezza: sono atteggiamenti strettamente umani, così come il panico di fronte alla realtà dei fatti nel momento in cui questa diventa innegabile, prendendo il posto di una speranza che si fa sempre meno sostenibile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Parlando di un asteroide che si dirige verso la Terra, così come di cambiamento climatico e di riscaldamento globale, spesso si fa riferimento all’espressione “fine del mondo”, ma questa racchiude in sé tutto l’egocentrismo che la natura umana ha incarnato in maniera sempre più profonda nel tempo: questi eventi, infatti, non potrebbero alla “fine del mondo”, ma alla fine dell’uomo, nel mondo. Il pianeta Terra, infatti, continuerebbe ad esistere e si rigenererebbe anche senza di noi, che siamo semplicemente una specie che lo abita, non il mondo stesso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il libero pensiero e la tolleranza delle posizioni altrui è spesso la bandiera innalzata da coloro che si oppongono, in maniera anche violenta, alle evidenze scientifiche: ognuno è libero di pensare ciò che vuole e di sostenere le proprie posizioni con tutte le forze, perché è suo diritto. Ma in realtà, questa infinita tolleranza, si scontra con il paradosso evidenziato da Popper, filosofo della metà del 900: «La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi» (Popper, </span><i><span style="font-weight: 400;">La società aperta e i suoi nemici, </span></i><span style="font-weight: 400;">1945). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tollerare è bene, ma agire nell’evidenza della scienza e difendere le posizioni reali contro quelle complottiste è meglio, ed è esso stesso tolleranza, perché ne tutela l’esistenza e la coerenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di fronte a minacce sempre più globali e sempre meno delimitate, è importante che gli uomini imparino ad agire insieme, in particolare i decisori: nessun singolo uomo può fermare la realtà oggettiva, né con il complotto né con la tolleranza, ma è necessario agire insieme per trovare soluzioni attuabili in tempi utili per i problemi che riguardano il mondo e la specie umana che lo abita, con tutti i suoi difetti e limiti. </span></p>
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		<title>Con(fini) di guerra e con(fini) di pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Dec 2021 07:00:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il confine tra stati è artificiale, non reale: siamo italiani o siamo esseri umani, cittadini del mondo? Che spazio vogliamo dare ai limiti?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">I nati alla fine degli anni ’90 hanno la fortuna di dare per scontato qualcosa che non lo è mai stato: la libertà di muoversi entro i confini europei. La Convenzione di Schengen ha permesso, infatti, per la prima volta nella storia degli stati moderni, la possibilità di attraversare confini, un tempo vigilati, senza quasi rendersene conto, ma, soprattutto, senza doverne rendere conto a nessuno.<br />Cosa sono dopotutto i confini? Limiti di spazio, tra un dentro e un fuori, tra noi e l’altro, ma chi definisce questo limite? A volte i confini sono naturali, segnati da un fiume, da una catena montuosa o da un mare, altre volte sono stati costruiti e tracciati dall’uomo, con la volontà di definire il proprio spazio di appartenenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma oggi, nel 2021, in un mondo globalizzato e collegato in maniera immediata attraverso gli strumenti tecnologici e il web, ha davvero ancora senso parlare di confini? Arthur Schopenhauer scrisse: «Ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo», e proprio da qui dovremmo ripartire oggi.<br />Dallo scoppio della pandemia molti confini sono stati chiusi o maggiormente vigilati, ma già molto tempo prima, in tutto il mondo, gli uomini hanno cominciato a costruire muri per evitare il passaggio di “barbari”, di stranieri provenienti da altri paesi, che invece di un virus avrebbero potuto portare una minaccia terroristica o “rubare il lavoro” agli abitanti di quelle terre. Barriere, distese di filo spinato, eserciti schierati: l’immagine che abbiamo del confine oggi è diversa da quella di pochi decenni fa, ma allo stesso tempo riproduce un <i>pattern </i>ricorrente, la necessità di sentirsi protetti in quanto circondati, almeno in caso di minaccia. Ma davvero il fatto che sia delimitato rende un territorio più sicuro? O semplicemente rende più complesso qualcosa che l’uomo ha sempre fatto e continuerà a fare, cioè spostarsi? </p>
<p style="text-align: justify;">Con l’11 settembre e la paura del terrorismo, e infine con il 2020 e la COVID19, la necessità di avere dei confini sicuri si è fatta sempre più fondamentale, mettendo allo stesso tempo alla luce la forte interconnessione che caratterizza gli esseri umani oggi: da una lontana città cinese, il virus ha fatto il giro del mondo in pochi giorni, anche quando gli stati hanno deciso di chiudere le frontiere. Ed è forse proprio questo fatto la dimostrazione che spesso, ancora oggi, siamo portati a confondere i nostri limiti mentali con i confini del mondo: non basta chiudere le frontiere, non serve a nulla isolarsi. Ormai, che ci piaccia o no, non siamo più solo italiani, cinesi o americani, ma siamo cittadini del mondo, di un mondo più che mai connesso, nonostante le crisi che tentano di dividerlo. Agire da soli non ha più senso, respingere famiglie e bambini al confine di uno stato non fermerà il movimento delle persone, ed erigere nuovi muri non risolverà la crisi migratoria. I confini, infatti, non sono solo quelli riportati sulle mappe, non sono solo linee, ma possono essere anche ponti, e collegare, invece di dividere. </p>
<p style="text-align: justify;">È necessario capire quale sia il vero confine, quello fondamentale, il confine della nostra umanità: fino a che punto si possa spingere la nostra mente non solo nel creare limiti, ma anche nell’abbatterli, un passo alla volta, nella direzione di un mondo più aperto, ma non per questo meno sicuro. Per fare questo è necessario lavorare insieme, <i>in primis</i> sulla percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri: con chi ci identifichiamo? Con l’appartenenza ad uno stato o con la nostra natura di esseri umani? Inizia tutto da qui, dallo spazio che lasciamo ai limiti: non necessariamente i confini vanno abbattuti, sono funzionali all’organizzazione del sistema e delle nostre vite, ma è necessario che siano trasformati da confini di guerra a confini di pace, con (veri) fini di pace. </p>
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		<title>Il G20 e il senso della fortuna oggi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Nov 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[fortuna]]></category>
		<category><![CDATA[G20]]></category>
		<category><![CDATA[oggi]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scaramanzia]]></category>
		<category><![CDATA[Summit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi quanto ci affidiamo alla fortuna anche nelle occasioni importanti come il G20?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Quanto facciamo affidamento alla fortuna e al destino anche nelle occasioni importanti?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Da qualche giorno spopolano le immagini che ritraggono i leader del G20 raccolti intorno alla Fontana di Trevi e intenti a lanciare la tradizionale monetina. Probabilmente si tratta di un gesto per lo più mediatico, di una </span><i><span style="font-weight: 400;">photo opportunity</span></i><span style="font-weight: 400;"> ben sfruttata, ma inevitabilmente spinge a pensare: quanto affidiamo le nostre decisioni e la spiegazione degli eventi della nostra vita alla fortuna? Se anche i grandi della terra, nel contesto di un Summit molto importante nel regolare gli equilibri di un sistema internazionale in trasformazione, sembrano fare affidamento ad una “scaramanzia”, allora i desideri che tutti esprimiamo di fronte alle candeline nel giorno del nostro compleanno, i riti portafortuna prima di un esame o di un’occasione importante e le routine scaramantiche “scaccia sfortuna”, sembrerebbero in qualche modo meno improbabili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il fatto è che, la necessità di affidarsi a qualcosa di superiore, incontrollabile e indecifrabile, è non solo caratteristico dell’esistenza umana, ma fondamento di tutte quelle credenze e necessità di spiegazione che hanno dato vita alle religioni e ai culti. Il mondo è troppo grande, gli uomini sono troppo piccoli, e, anche laddove la scienza sembra ormai poter spiegare tutto, rimane insita nella mente di molti la necessità di fare affidamento a forze superiori che giustifichino gli accaduti, di per sé senza spiegarli.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Sotto l’aspetto filosofico la fortuna è una specificazione del caso, in quanto reca agli uomini qualche vantaggio o qualche danno: identificabile con la Tyche, la Provvidenza o il destino, a seconda delle epoche e del contesto essa assume diverse sfaccettature e significati e, per esempio, nella tragedia greca, l’eroe era tale per la sua capacità di sfidare la Tyche e rendersi libero. Ma è davvero qualcosa che regola le nostre vite, o siamo noi a scegliere di affidarci al destino?&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Guidati dalla necessità di spiegare eventi sublimi, fenomeni naturali, disastri e situazioni incontrollabili, gli uomini sono sempre stati spinti a fare affidamento ad elementi trascendenti ed ineffabili, capaci di giustificare senza analizzare nel profondo, ma anche di rassicurare circa l’imprevedibilità e l’impotenza dell’essere umano. Giustificare questo tipo di eventi con il fato o la fortuna ha permesso all’uomo di rendersi indipendente e distaccato rispetto ad essi, con la possibilità di dedicarsi alle cose del mondo pur nella consapevolezza di non poterle controllare pienamente. Con lo sviluppo della scienza, poi, le spiegazioni hanno cominciato a moltiplicarsi e il “trascendente” a farsi meno accattivante nella sua vaghezza, portando ad un processo di secolarizzazione non solo politica, ma anche culturale. Tutto questo, però, non ha portato alla completa dissoluzione delle credenze: al di là degli aspetti religiosi e di culto, infatti, ancora oggi in molti, per abitudine, ricadiamo in scaramanzie o credenze trascendenti, forse più per usanza che per vera fede nei loro risultati, e penso che il lancio della monetina sia esplicativo di questo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">I grandi leader del mondo, in fondo, non sono che persone: si tende a dimenticarlo, perché quando parliamo di Angela Merkel, Boris Johnson e Mario Draghi siamo portati a pensare a delle cariche, più che a degli individui, ma questa non è la realtà delle cose. Dietro ogni titolo c’è sempre un essere umano, con i suoi pregi e i suoi difetti, la sua logica e la sua superstizione, e anche se il gesto di fronte alla Fontana di Trevi lungi dall’essere un atto di fiducia nell’esaudizione di un desiderio, è proprio in quanto tale che è stato in grado di rimanere fissato nelle nostre menti molto più di quanto non lo siano la “Global Minimum Tax” piuttosto che tutti gli altri accordi e promesse compiute in sede di Summit.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E allora mi chiedo: siamo davvero, nel XXI secolo, un popolo di scettici e realisti, o ci sono ancora cose in cui ci piace credere senza secondi fini, ma come rifugio sicuro in un mondo di certezze scientifiche?</span></p>


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		<title>Non c&#8217;è un pianeta B: l&#8217;umanità e l&#8217;ambiente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Oct 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prospettive diverse sul rapporto tra umanità e ambiente: ecocentrismo o antropocentrismo? Domande retoriche che esortano all'azione.</p>
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<p style="text-align: justify;">Bla bla bla. Così Greta Thunberg si rivolge ai politici di tutto il mondo: di fronte alle questioni ambientali, spesso, si parla molto e si agisce poco. Forse perché il problema ambientale sembra più lontano di quanto non sia realmente, o forse perché non si considerano i danni all’ambiente come danni ad un vero e proprio soggetto morale. Si tratta di capire, quindi, in che modo uno statuto morale possa essere applicato all’ambiente e come, di conseguenza, questo impatti sui doveri umani. </p>
<p style="text-align: justify;">La definizione che Treccani dà di «ambiente» è: </p>
<p style="text-align: center;">«Con significato più concreto, la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibri, considerata sia in sé stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibri che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento».</p>
<p style="text-align: justify;">In questa sua definizione l’ambiente implica, oltre a dei fatti, anche degli atti, processi storici che lo hanno modificato in maniera concreta, e comportamenti necessari alla sua conservazione.<br />Molto dipende, però, da come consideriamo l’uomo nei confronti della natura: ne siamo padroni o custodi? Applicando il pensiero morale kantiano, l&#8217;ambiebte andrebbe trattato come mero mezzo per soddisfare i bisogni degli uomini o anche come fine?</p>
<p style="text-align: justify;">L’evoluzionismo biologico darwiniano ha spazzato via le ipotesi circa la posizione gerarchica dell’uomo nella natura: egli non è più visto, nei confronti di quest’ultima, come un custode o come un padrone, ma semplicemente come una possibilità tra le tante dell’evoluzione. L’uomo si trova inserito in un ambiente e in una rete di relazioni che ne permettono la sopravvivenza. Esattamente come qualunque altro essere vivente, egli non è altro che una variante dell’evoluzione, e in quanto tale parte integrante della natura che lo circonda. Di conseguenza, proteggere l’ambiente dalla degradazione coinciderebbe con il proteggere se stessi e la propria sopravvivenza. </p>
<p style="text-align: justify;">Nell’etica applicata all’ambiente possono distinguersi due tipi di riflessione: un’ecologia della superficie, fondata sulla supposizione antropocentrica che l’uomo sia esterno rispetto all’ambiente e di conseguenza debba comportarsi nei suoi riguardi come un padrone o un custode, e un’ecologia del profondo, che si sviluppa dall’ambiente stesso e ha come soggetto la natura e non più l’uomo, che da categoria a sé stante diventa parte integrante dell’ambiente stesso.<br />L’antropocentrismo, dunque, non è sempre da condannare: esso varia da un tipo di pensiero fondato sull’idea che l’uomo sia padrone dell’ambiente e di conseguenza possa agire su di esso in maniera completamente arbitraria, ad una visione antropocentrica dell’uomo come custode della natura e dunque responsabile per essa.<br />Posto il fatto che, da ogni punto di vista, agire per proteggere il nostro pianeta ad oggi è l’unica scelta possibile, quale approccio, tra quello antropocentrico e quello ecocentrico, tra ecologia della superficie ed ecologia del profondo, è più corretto? </p>
<p style="text-align: justify;">Partendo dal presupposto che ormai, forse, è troppo tardi per discutere di categorie ontologiche, considerare l’uomo come parte integrante del sistema ambientale o come categoria superiore in grado di custodirlo o danneggiarlo è ormai indifferente. Abbiamo visto le conseguenze di un’umanità che si atteggia da padrona della natura e la sfrutta fino quasi all’osso per i propri fini e per i propri comodi, ma, arrivati al limite del tempo massimo per invertire una rotta che si prospetta catastrofica, poco conta che l’uomo si atteggi da custode o da componente dell’ambiente che deve salvare: in ogni caso l’umanità sarebbe danneggiata dalla crisi climatica, e in ogni caso, prima o dopo, le conseguenze di quest’ultima ci spingerebbero a reagire, almeno per limitare i danni. </p>
<p style="text-align: justify;">Che individualmente ci si voglia porre come custodi o come padroni, non cambia dunque il fatto che sempre, e in ogni caso, saremo anche parte di una trasformazione climatica che cambierà i connotati della natura e dell’ambiente all’interno dei quali solo possiamo esistere.<br />E se le parole non bastano, cosa siamo disposti a fare noi, nell’attesa (e nella speranza) che i politici di tutto il mondo trovino una strada comune con cui uscire da questa crisi? Dopotutto, in quanto «cittadini del mondo», anzi <em>della natura</em>, l’atteggiamento di ciascuno di noi è fondamentale per cambiare le abitudini e la rotta di un mondo che si è dimenticato di essere <em>ambiente</em>.</p>
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		<title>Eutanasia tra scienza, etica ed empatia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 17:13:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[accanimento terapeutico]]></category>
		<category><![CDATA[bioetica]]></category>
		<category><![CDATA[Eutanasia]]></category>
		<category><![CDATA[fine vita]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio assistito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eutanasia e fine vita: temi complessi su cui non è facile creare un'opinione: ecco alcuni elementi che la bioetica ci offre per riflettere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni il tema dell’eutanasia e delle pratiche di fine vita è diventato tanto centrale nel dibattito pubblico quanto controverso. È utile, dunque, portare alla luce quelli che sono gli elementi che la bioetica mette a disposizione affinché ciascuno possa crearsi un’opinione che sia effettivamente fondata.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre nel XIX e XX secolo i bambini sapevano tutto sul morire, oggi sanno tutto sulla nascita e sul sesso, ma nulla sulla morte: quest’ultima è stata come cancellata, con una rimozione che, però, lungi dal negarla, pretendendo piuttosto di decidere sul da farsi. È così che sono emerse le pratiche del suicidio assistito (per mezzo del quale si forniscono all’interessato i mezzi per causare la propria morte) e dell’eutanasia (in cui a compiere l’atto che causa la morte è un terzo che agisce su richiesta esplicita dell’interessato terminale).</p>
<p style="text-align: justify;">Ad opporsi fortemente ad esse, però, vi è il tradizionale atteggiamento del “vitalismo medico”, prospettiva secondo cui il dovere primo del medico sarebbe fare sempre tutto per prolungare la vita fisica e procrastinare la morte, partendo dalla tesi assiologica secondo cui la vita biologica sarebbe sempre buona in sé e la morte sempre il peggiore dei mali. Può darsi che in tempi passati il vitalismo fosse plausibile, ma con le scoperte mediche e l’allungarsi della prospettiva di vita hanno iniziato ad emergere i primi dubbi al riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie al progresso medico e scientifico, infatti, è oggi possibile allungare la vita fisica di un individuo, ma ne vale davvero sempre la pena?  Ci sono casi in cui, arrivati a un certo stadio della malattia, gli sforzi dovrebbero essere diretti alla creazione di un’atmosfera serena e familiare, piuttosto che all’accanimento terapeutico. Questo ha portato alla nascita di una nuova branca dell’assistenza sanitaria: la medicina palliativa, che ha lo scopo di garantire una morte dignitosa e serena, rivolgendo grande attenzione alle relazioni sociali e agli interessi esistenziali del paziente.</p>
<p style="text-align: justify;">Le critiche al vitalismo medico e l’avvento delle cure palliative segnano una svolta nell’approccio alle fasi terminali della vita, ma non sono chiare le implicazioni dal punto di vista deontologico, ossia su ciò che è concretamente lecito o illecito fare in tali situazioni. Da una parte vi è chi ritiene che la morte volontaria non sia mai moralmente ammissibile, dall’altra, invece, chi sostiene che quest’ultima sia più che lecita in presenza di una “condizione infernale”, caratterizzata da una sofferenza fisica tale da giustificare la scelta di porre fine alla propria esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">I sostenitori della prima posizione propongono un’umanizzazione della morte, evitando l’accanimento terapeutico e accompagnando il morente con affetto fino alla fine, ma condannando qualunque atto teso a causare artificialmente la morte. Dal punto di vista teorico questa posizione basa le proprie considerazioni sull’idea che vi sia una differenza sostanziale tra il <em>fare</em> e il <em>lasciare accadere</em>, tra uccidere e lasciar morire, considerando cure palliative ed eutanasia pratiche alternative.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte vi è chi ritiene che la “buona morte” richieda necessariamente la possibilità del suicidio assistito o dell’eutanasia volontaria in situazioni estreme, ritenendo che l’errore di chi le rifiuta risieda nel sopravvalutare la distinzione tra fare e lasciare accadere, al punto da limitare la nostra responsabilità solo all’azione dell’uomo e non anche all’azione della natura. Tale distinzione inevitabilmente sfuma in un’epoca in cui la morte avviene spesso in ospedale, per cui le fasi finali della vita del paziente sono tutt’altro che naturali, ma artificiali e prevedibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Una frequente obiezione posta alle pratiche di fine vita è legata al pericolo che esse portino a conseguenze sociali disastrose: si tratta un’obiezione empirica, perché, di principio, non ci sono motivi per condannare la morte volontaria. Tale critica obbietta che se le pratiche dovessero diffondersi le persone si sentirebbero in pericolo nella loro integrità, paragonando la situazione che si andrebbe a creare alla vita in un regime totalitario. In realtà le cose non stanno affatto così: le persone non verrebbero uccise prematuramente e senza ragione, ma l’eutanasia sarebbe attuata esclusivamente su richiesta dell’interessato affetto da una malattia terminale. Quindi, il fatto che sia una procedura volontaria, pubblica e controllata, dovrebbe essere garanzia sufficiente ad evitare eventuali abusi.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualunque obiezione di principio alle pratiche di fine vita, legata a credenze religiose o presupposti morali, dovrebbe essere di per sé sterile di fronte alla volontà del singolo malato terminale, unico legittimo autore di una scelta originata da una situazione di sofferenza che nessun individuo dovrebbe essere costretto a procrastinare di fronte alla possibilità pratica di porvi fine, che sia mediante la più drastica eutanasia o l’accompagnamento palliativo alla fine della propria esistenza.</p>
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