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	<title>Stappapensieri Archives - 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Asia Licalsi vince il 1000 Miglia 2025 con &#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Arecco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[contest1000miglia]]></category>
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		<category><![CDATA[trama d'acqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine &#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;, l&#8217;opera con cui Asia Licalsi si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest 1000 Miglia 2025, dedicato quest&#8217;anno al tema &#8220;La Trama&#8221;. Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p data-path-to-node="3">Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="49">&#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;</b>, l&#8217;opera con cui <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="82">Asia Licalsi</b> si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="161">1000 Miglia 2025</b>, dedicato quest&#8217;anno al tema <i data-path-to-node="3" data-index-in-node="207">&#8220;La Trama&#8221;</i>.</p>
<p data-path-to-node="4">Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una scrittura che fonde sapientemente echi classici e sensibilità contemporanea, l’autrice tesse un dialogo serrato tra l&#8217;anima e il mare. La &#8220;trama&#8221; del titolo si sfilaccia e si ricompone sotto la forza della marea, in un gioco di abbandono e resistenza, dove il calore del sole e il sale dell&#8217;acqua diventano metafore di un amore che travolge e rigenera.</p>
<p data-path-to-node="5">Celebriamo oggi il talento di una voce giovane capace di ridare voce al silenzio della battigia, regalandoci un testo che è, allo stesso tempo, ferita e cura.</p>
<blockquote>
<p>Sei come la marea, quasi acuminato spillo</p>
<p>in cui subitamente dopo</p>
<p>leni carezze alla</p>
<p>cocente sabbia, la trama</p>
<p>de’ miei pensieri si incaglia;</p>
<p>si fa indietro</p>
<p>come l’orizzonte fosse</p>
<p>immane, impietosa calamita;</p>
<p>tutto si straccia in un brandello.</p>
<p>Come la marea</p>
<p>subitamente</p>
<p>solletica le caviglie e i ginocchi</p>
<p>facendo scivolar via i baci</p>
<p>di Febo, intessuti con devozione</p>
<p>e poi immensa sopra ‘l capo</p>
<p>si chiude:</p>
<p>cadi, rivolta, senza forza, mia tela</p>
<p>lacera, ammogliati nella salsedine tutti</p>
<p>i miei fili.</p>
<p>Come subitamente</p>
<p>la marea</p>
<p>rode la battigia, suggendone</p>
<p>i grani, minimi e infiniti</p>
<p>l’ingloba dentro se</p>
<p>senz’annunzio ch’abbia voce</p>
<p>tutto scompare nell’azzurro, si scompone.</p>
<p>Sei come la marea, ma</p>
<p>ho bisogno d’un sonno d’amore</p>
<p>che ‘l sole mi sciolga le membra</p>
<p>che sulla battigia riversa</p>
<p>noncurante</p>
<p>io cada preda</p>
<p>della tua marea.</p>
</blockquote>
<p data-path-to-node="5"> </p>
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		<title>La vita che accade ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 14:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi ho preso il mio primo (e probabilmente unico) 30 e lode, e sebbene credo che gli esami universitari vadano spesso a fortuna… Alle volte mi convinco che invece qualcosa accada per una ragione. Che alle volte l’universo parli, o tenti di parlarti, e tu debba essere pronto ad accogliere ciò che ha da dirti. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Oggi ho preso il mio primo (e probabilmente unico) 30 e lode, e sebbene credo che gli esami universitari vadano spesso a fortuna… Alle volte mi convinco che invece qualcosa accada per una ragione. Che alle volte l’universo parli, o tenti di parlarti, e tu debba essere pronto ad accogliere ciò che ha da dirti. Forse questa è una di quelle volte. Questo esame è totalmente frutto della mia creatività. Ho scoperto di essere molto creativa e fantasiosa, e al tempo stesso quanto questo sia difficile da trasformare in un lavoro serio e ragionevole. Però non mi sono mai pensata, in un futuro, come regista o produttrice. Ho sempre saputo di avere in me creatività e mille idee… ma le ho viste come qualcosa che poteva rimanere lì, nell’immaginario, non riportabili alla realtà. Qualcosa che potesse contornare le mie passioni e basta. E invece, la professoressa a cui ho presentato tutto il progetto mi ha augurato di mettere in pratica tutto quello che avevo progettato. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io non ci ho mai pensato davvero, perché era tutto sempre nella mia mente, e invece da dopo l’esame, che è durato circa un quarto d’ora, mi sento in corpo un’energia diversa. Forse non diventerò mai una regista, una produttrice. Ma il solo essere consapevoli di avere una possibilità di provarci, mi fa sentire libera, che ho la possibilità di diventare tutto ciò che voglio. È un qualcosa che, secondo me, tendiamo a dimenticare. Ma possiamo davvero decidere, ogni giorno, chi essere, cosa ci piace, a cosa interessarci e come impiegare il nostro tempo. Siamo nati liberi e non è una cosa banale. Moltissima gente, più di quanta noi immaginiamo probabilmente, non ha questa possibilità. Anzi. Vive in una prigione costante. Di idee, fisica, di persone, di ambienti. E invece io no: io posso scegliere chi diventare! E voglio sfruttare al massimo questa possibilità che ho. Perché spesso mi sento come se fossi obbligata a fare una determinata cosa, solo perché il mio passato parla di quello. Studio teatro e cinema, allora devo lavorare in quell’ambito. Allora devo trovare qualcosa come tirocinio che sia strettamente connesso. Ma se volessi provare cose diverse? E se mi piacesse lavorare per tre mesi in un rifugio d’estate, e viaggiare per il resto del tempo? E se apprezzassi tantissimo ciò che studio all’università, ma non riuscissi a trovare un lavoro inerente che mi soddisfi? E se non trovo lavoro prima dei 30 anni? E se non continuo a studiare dopo la laurea triennale? Tutte queste domande temono la risposta. Nel senso che la probabile risposta potrebbe essere catastrofica, non tanto per me, quanto per le persone che mi circondano. A primo impatto. Ma se ci penso: c hi mi impedisce di fare ciò che mi rende felice? È qua la libertà. È qua la forza di dire: niente mi è impossibile. Il mondo non è fatto da cause ed effetti. Da motivazioni e conseguenze matematiche. Da scelte irreversibili. Posso davvero essere chi voglio, anche se questa società mi fa credere il contrario. Mi fa credere che bisogna studiare, poi laurearsi, nel giro di poco tempo trovare un buon lavoro, e sistemarsi. Se a tutto ciò si aggiunge la possibilità di avere un partner e mettere su famiglia, tanto meglio. E chi non rientra in questo progetto di vita? Che poi, sicuramente, sarebbero la maggior parte delle persone? Sono sbagliate? Sfortunate, sfigate, anormali, diverse? No, direi umane. Direi che sono perfettamente la normalità. Siamo perfettamente la normalità. E allora, forse basta solo rendersi conto che va bene sbagliare. Sbagliare mentre si cerca di capire chi siamo. Sbagliare nel tentativo di capire chi siamo. E accettare che cambiamo ogni giorno, senza mettersi contro questo scorrere continuo. Provare a stare in questo fiume che cambia sempre. E cambiare con lui, senza essere la roccia che lo blocca. Che poi, siamo pieni di rocce rigide che sembrano sempre sapere cosa è meglio, la strada più sicura, quella più retta, che non ci lascia la possibilità di immaginare, pensare, creare, di essere liberi. Ma se siamo invece consapevoli che “libertà” è il nostro secondo nome, quello di tutti noi, allora possiamo stare più tranquilli. Possiamo prendercela con calma. Possiamo cambiare ogni giorno e vivercela bene, senza colpe, senza pesantezza. Possiamo dire, la vita è una ed è nata libera. È stata creata per poter essere creata da noi, a sua volta. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo esame mi ha fatto ritornare alla mente questo. L’Universo forse cercava di dirmi questo, che sono libera. E che nessuno mi può togliere questa libertà che ogni giorno mi fa vivere come nuova, come se fosse sempre la prima volta. </span></p>
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		<title>LA MIA RABBIA AMBIENTALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2024 19:43:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sapere che non facciamo niente contro i disastri del cambiamento climatico scatena una rabbia in me che forse può far svegliare qualcuno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[


<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non è vero che alle volte è meglio non sapere. Magari sul momento, è meglio per il nostro umore, non sapere la verità, non conoscere il vero. Ma alla lunga tutto ritorna, e quasi sempre ha conseguenze molto più negative che se avessimo conosciuto la verità prima, appena possibile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo mi è venuto in mente pensando al cambiamento climatico, al disastro che sta accadendo sotto i nostri occhi, sulla nostra terra, anche se noi continuiamo ostinati a rifiutarlo, a negarlo, a distrarci cercando disperatamente delle scuse, delle colpe da dare a qualcun altro. E invece no: è colpa nostra, di tutti noi, del genere umano di cui, fino a prova contraria, facciamo parte. È facile addossare tutta la colpa a chi ci governa, e in parte, secondo me, non è nemmeno totalmente sbagliato. I politici al potere seguono per lo più la logica del profitto, dei soldi, del guadagno, della produttività, della velocità, del “minor costo/sforzo, massimo risultato”. Tutto questo non è compatibile con la terra e con il suo ecosistema, non va di pari passo né con la nostra salute, né con quella del pianeta. E nonostante ciò, non sono/siamo in grado di pensare alle conseguenze delle nostre azioni a meno che non siano immediate. E il fatto è che sono immediate, accadono a milioni di persone, costrette a lasciare le loro abitazioni per disastri naturali, per impossibilità di vivere su un suolo diventato sterile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma fino a che non capitano a noi, non ci preoccupano. Non meritano <a href="https://www.1000-miglia.eu/agnostici-del-clima/">la nostra attenzione</a>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Vorrei che tutti noi ci rendessimo conto che è necessario fermarci, ora. Smettere di maltrattare la terra, ma, se vogliamo essere più egocentrici ed egoisti e individualisti, aggettivi che mi sembra descrivano bene la società odierna, dobbiamo smettere di maltrattare noi stessi. A cosa è servito evolvere così tanto la scienza, se poi non ci fidiamo? Siamo pieni, pieni di dati che dimostrano che mangiare la carne proveniente da allevamenti intensivi ci fa male, siccome gli animali sono imbottiti di antibiotici; che mangiare frutta e verdura proveniente da chissà dove e non biologiche, ha conseguenze sulla nostra salute per l’uso di sostanza tossiche per l’organismo; che mangiare la carne più di tot volte a settimana, i salumi, non fa bene, ma peggiora la salute del nostro organismo. Nonostante tutti questi dati, ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti. Troppo abituati all’idea del “si è sempre fatto così”; del “sono cresciuto così”, del “non è mai morto nessuno”, del “tanto sono solo animali, non sono uomini”, del “è una cosa eccessiva e troppo radicale”, della critica continua, del giudizio continuo. Senza informarsi! Senza avere prove a sostegno della propria opinione, ma solo per parlare, parlare, parlare. Cercare la ragione solo con la parola ma senza il significato. Io non reggo questa contraddizione, questa società in cui mi ritrovo a vivere, in cui tutti vogliono avere ragione, in cui tutti vogliono prevalere. Dove è finito l’ascolto?  Dove è finito l’aiuto reciproco? Nemmeno l’amore esiste più, perché se esistesse, i genitori avrebbero a cuore il futuro dei propri figli, e la loro priorità sarebbe quella di accertarsi che essi possano avere una vita felice, e lunga, e sana. Cosa che, se continuiamo così, non accadrà. Io penso che ci manchi il coraggio e la voglia di cambiare idea e prospettiva. La voglia e il coraggio di mettere al primo posto questo, è la nostra salute! Si dice sempre “la salute prima di tutto”, ma se si guarda ai fatti, sembra una battuta. Nessuno si interessa di tentare di fare del bene, anche se nel suo piccolo. Tutti si sminuiscono troppo, paradossalmente, quando si tratta di fare qualcosa, quando si tratta di agire consapevolmente e, probabilmente, controcorrente. Perché è una minoranza quella che ha coscienza di tutto ciò, e che si impegna, nel suo piccolo, e che si informa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A mio parere, se riuscissimo già solo a risolvere il problema della disinformazione, sarebbe una grande vittoria. Rendere tutti, obbligatoriamente, coscienti della situazione della terra, che poi quella della nostra salute, e che quindi dovrebbe essere, come ho già detto, la nostra priorità. Dovrebbe essere la principale preoccupazione dei politici, del governo, dello stato, di chi ci tutela. Immagino come farebbe aprire gli occhi alla comunità e al popolo italiano vedere, per esempio, il documentario che ho appena visto al cinema “Food for Profit”. Dovrebbe essere obbligatorio e no, non lo dico perché sono un’estremista, una pazza, no. Lo dico perché sento dentro di me una rabbia così energica che non posso far altro che cercare modi per buttarla tutta fuori. E sono convinta quando dico che vorrei che tutti sapessero. Perché la verità ora è che pochi, troppo pochi sanno. Non dico di stravolgere la nostra vita: dico che bisogna darsi la possibilità, siccome c’è, di conoscere. L’uomo è fatto di conoscenza, l’uomo è curioso, vuole sapere, solo sapendo si arricchisce, migliora, evolve, cresce. E l’uomo deve in qualche modo recuperare quella consapevolezza vecchia come Socrate, del “so di non sapere”. Deve fare un passo indietro. Deve essere umile. Deve avere il coraggio di mettersi dietro a cose che non conosce. Ammettere che non le conosce. E avere al contempo, quindi, la voglia di conoscere. Lo stimolo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Basta questa indifferenza, basta questa ipocrisia del dire “non è normale questo caldo, non è normale che non nevichi”. Se non è normale, perché stiamo fermi? Ce lo facciamo passare sopra senza cambiare nulla, senza pensare di poter fare la differenza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Immagino come sarebbe stupendo se, dopo aver preso coscienza dei fatti, smettessimo di comprare quel petto di pollo ultrascontato al supermercato. Se smettessimo, quindi, di finanziare quelle enormi lobby che provocano, da sole, un’enorme parte di inquinamento atmosferico. In quelle fabbriche di morte, che non esagero a paragonare a campi di concentramento per animali, non vi è nulla che giochi a nostro favore. Niente che giovi alla nostra salute fisica, al nostro benessere mentale, alla nostra vista, al nostro olfatto. Alla nostra morale, alla nostra etica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io scrivo queste cose per difendere una e una sola cosa: l’informazione. Non è vero che è meglio non sapere. Bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi ciò che ogni giorno finanziamo, contribuiamo a far continuare, consumando prodotti che provengono da allevamenti intensivi. Guardare negli occhi e con gli occhi cosa stiamo facendo. Perché siamo noi, e non è vero che la colpa è di chi ci governa. I soldi li versiamo noi, fino a che continueremo a pagare per far sussistere queste fabbriche enormi, allora saremo nel torto quando diremo “e ma il cambiamento climatico”, “e ma è colpa dei politici che non sanno governare”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Scrivo con questa energia e questa rabbia perché CREDO che possiamo ancora cambiare. Se non ci credessi sarei rassegnata e non mi sprecherei a scrivere. Ma siccome sono giovane, sono colma di speranza, di energia, di buona volontà, sono propositiva, io spero. Io combatto, fino a che ho le energie. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi se non noi? Chi se non io? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutti, tutti, tutti possiamo fare la differenza. Se non inizi tu, non inizierà mai nessuno. <a href="https://zeroco2.eco/it/magazine/attivismo/lotta-cabiamento-climatico/">Ora</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Come una ragazza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2022 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[caratterizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[differenza]]></category>
		<category><![CDATA[femmina]]></category>
		<category><![CDATA[maschio]]></category>
		<category><![CDATA[ragazza]]></category>
		<category><![CDATA[schema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fin da piccoli siamo stati abituati ad una differenza abissale quanto concettuale, quella tra maschio e femmina: all’asilo, per esempio, le bambine avevano il grembiulino rosa, con ricamata una ballerina o una principessa, mentre i maschietti grembiulini blu con immagini di supereroi o automobili. Crescendo, poi, ci siamo accorti che, in realtà, anche le ragazze possono guidare un’automobile, e Catwoman e la Vedova Nera ci hanno insegnato che anche le supereroine possono salvare il mondo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora oggi, quando chiediamo a qualcuno di “correre come una ragazza” o “battersi come una ragazza”, che si tratti di un uomo, una donna, un bambino o una bambina, spesso la risposta che si ha è caratterizzata da movimenti aggraziati e risatine isteriche. Perché ci hanno insegnato che </span><b>“è così che fa una ragazza”</b><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Fin da piccoli, infatti, siamo stati abituati ad una </span><b>differenza</b><span style="font-weight: 400;"> abissale quanto concettuale, quella </span><b>tra maschio e femmina:</b><span style="font-weight: 400;">&nbsp;all’asilo, per esempio, le bambine avevano il grembiulino rosa, con ricamata una ballerina o una principessa, mentre i maschietti grembiulini blu con immagini di supereroi o automobili. Crescendo, poi, ci siamo accorti che, in realtà, anche le ragazze possono guidare un’automobile, e Catwoman e la Vedova Nera ci hanno insegnato che anche le supereroine possono salvare il mondo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure, con il tempo, fare le cose </span><b>“come una ragazza”</b><span style="font-weight: 400;"> è diventato non solo un modo per caratterizzare il genere femminile, ma anche per sbeffeggiare il genere maschile; perché dire a un uomo di “battersi come una ragazza”, o peggio “come una femminuccia”, significa, nel senso comune, privarlo di quella che pare essere l’unica caratteristica che lo rende davvero forte e rispettabile: l’essere uomo, “maschio”, appunto.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questa </span><a href="https://www.1000-miglia.eu/la-caratterizzazione-negativa-del-femminile/"><b>caratterizzazione negativa del femminile</b></a><span style="font-weight: 400;">, che va avanti da tempi remoti e di cui già Aristotele scriveva, si insinua nel tessuto della nostra società, e ci porta inconsciamente a categorizzare gli atteggiamenti femminili in maniera superficiale e sessista. Perché, se ci si ferma ad osservare la realtà, una ragazza corre esattamente come un ragazzo: mette in movimento un piede dopo l’altro, attiva gli stessi muscoli; lo fa per sport, per divertirsi, per scappare da situazioni di pericolo. E lo stesso vale per qualunque altra situazione quotidiana. </span><b>Non esiste un modo di fare da ragazza o da ragazzo, esiste semplicemente un modo di fare da esseri umani.&nbsp;</b></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure, l’istinto ci porta a pensare ad azioni diverse, con modi e finalità diverse e con diversi livelli di credibilità. Questo istinto non inficia, però, la sola lingua parlata, ma porta a considerare le attività femminili come attività </span><b>di serie B</b><span style="font-weight: 400;">, e, per osmosi, le ragazze come capaci di svolgere sole attività di serie B. Relegate alla sfera della cura, della gestione della casa, alla sfera dell’emotività e tagliate fuori da quella della forza (fisica, ma anche morale), le donne sono viste come “esseri speciali e aggraziati”, come se la loro umanità non appartenesse alla stessa categoria umana maschile.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È tempo di uscire da questo </span><b>schema duale non comunicante</b><span style="font-weight: 400;">, e di aprire gli occhi alla realtà: uscendo di casa, guardando la televisione, leggendo i giornali, non vediamo donne che fanno <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XjJQBjWYDTs">cose da donne</a> e uomini che fanno cose da uomini, ma uomini e donne che fanno cose da persone umane. Il distinguo sta tutto qui: continuare ad utilizzare la locuzione “come una ragazza” in maniera spregiativa porta ad una più o meno conscia svalutazione del femminile. Essere consci di questo risvolto potrebbe portarci a comparare in maniera molto più realistica gli atteggiamenti femminili e maschili, riconoscendo che fare le cose “come una ragazza”, in effetti, permette di raggiungere i propri obiettivi, superare i propri limiti e andare oltre le differenze, e che, quindi, </span><b>funziona</b><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Perché non c’è niente di male o svilente nell’essere una ragazza, quindi non dovrebbe esserci alcunché di svilente nemmeno nell’agire “come una ragazza”.</span></p>
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		<title>Pace, etica e felicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Arendt]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Montanari]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace ha bisogno di tutta l'umanità per esistere e richiede un'inversione di rotta nel mondo di pensare che deve cominciare nella quotidianità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[


<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La pace ha bisogno di un’umanità intera che ci lavori sopra, per esistere. Si sentono e si leggono persone che dicono che questa guerra è tutta colpa di un dittatore e dei suoi scagnozzi, e che il mondo ha il fiato sospeso pendendo dalle sue labbra. Ma nessuna guerra è mai colpa di una o dieci o venti persone. Chi lo dice dimentica la complessità del meccanismo, e si scorda anche delle scene e delle frasi del processo di Norimberga diventate iconiche e su cui la Arendt scrisse </span><i><span style="font-weight: 400;">La banalità del male</span></i><span style="font-weight: 400;">. La guerra esiste perché esistono persone che decidono di fabbricare armi; persone che poi decidono di vendere queste armi; persone che scelgono (molte altre, purtroppo, non scelgono, come in questa guerra) di imbracciare quelle armi. Queste sono le condizioni di possibilità dei conflitti, che rendono realtà ciò che inizialmente era soltanto l’ordine verbale di un presidente o un generale. Sulla guerra in Ucraina Tomaso Montanari ha scritto un bellissimo articolo che potete leggere <a href="https://www.micromega.net/guerra-ucraina-tomaso-montanari/">qui</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La cultura della pace si forma a partire dal basso e dalla quotidianità: richiede un’inversione di rotta nel modo di pensare, perché, come diceva Einstein, i problemi non possono essere risolti con la stessa logica che li ha creati. Occorre sviluppare un pensiero divergente a tutto tondo e creare una nuova </span><i><span style="font-weight: 400;">Weltanschauung</span></i><span style="font-weight: 400;">, una nuova visione del mondo. Perché si costruisca la pace, il pensiero dominante non può continuare a incoraggiare la sete per la ricchezza e il potere, così come non è accettabile che si sia aumentata la spesa militare al 2% del PIL mentre quella per l’Università e la ricerca è allo 0.5%. La pace è innanzitutto una condizione interiore caratterizzata dalla tranquillità, ed è forse assimilabile alla beatitudine: accettare ciò che si ha, e cercare di migliorare la propria vita senza danneggiare chi ci sta accanto. Ma la pace è solida anche se c’è un’altra condizione: l’amore per l’etica – questa sconosciuta soffocata dal cinismo capitalista. L’etica quotidiana, quella che ci fa scegliere che cosa comprare, dove, che cosa leggere, come usare il tempo libero: non è una banalità, perché la consapevolezza delle proprie azioni è già responsabilità. Per gli Antichi la vita condotta nella moralità era la maggiore preoccupazione filosofica: si trattava di vivere secondo la legge morale, ricercando la tranquillità e la virtù. Oggi tutto questo è scomparso, e nella nostra cultura non ha più alcuna importanza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure etica, felicità e pace sono le tre Grazie che danzano insieme. L’unica medicina contro la guerra è educare l’essere umano. Per questo è urgentissimo insegnare ai nostri figli a soddisfare i loro desideri nel rispetto degli altri e ad accettare i limiti dell’esistenza. E, soprattutto, la grande sfida che non è più possibile rimandare è questa: ricercare la felicità prima di ogni altra cosa; la felicità vera, quella che si sposa con l’etica e che genera una solida tranquillità interiore. Questa è la strada vitale che bisogna imboccare per costruire finalmente una cultura della pace.</span></p>
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		<title>Guerra e pace: l’Europa come modello di sicurezza?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2022 08:09:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Pace]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I conflitti nel mondo non sono cessati con la fine della Seconda Guerra Mondiale ed anche se lontani non significa che non ci riguardano. L'espansione di una mentalità simile a quella proposta dall'UE potrebbe garantire la sicurezza di tutti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-justify">«<em>La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un&#8217;Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent&#8217;anni antesignana di un&#8217;Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L&#8217;Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra</em>»</p>



<p class="has-text-align-center"><em>(<strong>Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950</strong>)</em></p>



<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’Europa ha vissuto gli ultimi settant’anni in una bolla dorata di pace e sviluppo economico: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la nascita delle Comunità Europee e poi dell’Unione Europea ha gettato le fondamenta per una comunità di sicurezza i cui attori non considerano più la guerra come uno strumento per risolvere le controversie, ma preferiscono usare la diplomazia e gli accordi per prorogare una convivenza pacifica duratura. Il problema, però, è che questa comunità di sicurezza non è estesa a tutto il mondo, ma le guerre continuano ad esistere e ad uccidere. Sempre più raramente parliamo di tradizionali conflitti tra stati: le nuove guerre, infatti, coinvolgono più attori e, in misura sempre crescente, i civili. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come ogni fenomeno improvviso, è difficile rendersi conto della condizione di privilegio in cui si vive finché questo privilegio non viene minacciato: nel momento in cui un conflitto viene a bussare alle porte dell’Europa occidentale, stracciando quel velo fasullo di eguaglianza che copre la trasmutazione di diritti in privilegi, esso ci ricorda di essere cittadini del mondo prima ancora che cittadini d’Europa, un mondo imperfetto e turbolento, che non potremo tenere fuori dalla porta per sempre. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il conflitto è una condizione naturale dell’umano: Hobbes parla di uno stato di natura dell’uomo caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti e dalla legge della giungla, per cui solo il più forte, alla fine, vince. Gli uomini, per porre fine a questa condizione sgradevole e pericolosa, hanno dato vita alle società organizzate e agli Stati, ma la componente conflittuale insita nella natura umana ha continuato ad esistere, trasferendosi dall’individuo alla società, e la guerra degli uomini è diventata una guerra tra popoli e stati. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come uscire dal loop del conflitto? L’Europa ci ha provato, ma sfidando la base delle relazioni internazionali tradizionali: la centralità dello Stato. Solo mettendo in secondo piano, in primo luogo, l’individuo e in secondo luogo lo stato, cooperando per un bene comune superiore (la pace) si può davvero costruire una comunità di sicurezza capace di eliminare il conflitto. Ma non possiamo di certo dire di aver raggiunto questo livello di stabilità né fuori dall’Europa né, visti i recenti sviluppi, al suo interno. Finché saranno la strategia e la brama egemonica a controllare le relazioni tra gli Stati così come tra le persone, i conflitti non cesseranno di esistere e l’umanità non cesserà di essere in pericolo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Riconoscere il fatto che il conflitto non sia sparito con la Seconda Guerra Mondiale, ma esista tuttora in molte parti del mondo e non troppo lontane, è un punto di partenza fondamentale per affrontare davvero in profondità il tema della guerra: dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto. Lavorare sui motivi dello scontro prima che sui suoi effetti, e dunque sulla natura umana in quanto tale e sulla natura degli Stati nazione, potenziare il progetto dell’Unione Europea e proiettarlo sull’intero sistema internazionale, potrebbe essere l’origine di un nuovo Leviatano, radicato nella pace e nella cooperazione, un “Leviatano di sicurezza”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>


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		<title>Filo d&#8217;erba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[apparenze]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[filo d&#039;erba]]></category>
		<category><![CDATA[scelte]]></category>
		<category><![CDATA[successo]]></category>
		<category><![CDATA[zerocalcare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo veramente felici? E' questa la domanda a cui dovremmo rispondere senza farci influenzare dalla società.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«Ma ti rendi conto di quanto è bello? Che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato. Non ti senti più leggero? […] C’era qualcosa di incredibilmente rasserenante nell’essere solo un filo d’erba, che non faceva la differenza per nessuno, che non aveva la responsabilità di tutti i mali del mondo».  </span><span style="font-weight: 400;">(</span><i><span style="font-weight: 400;">Strappare lungo i bordi</span></i><span style="font-weight: 400;">, Zerocalcare)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Parole che toccano il cuore e arrivano a colpire la sensibilità di ciascuno di noi, che viviamo in una società dove l’apparenza è diventata la nuova divinità a cui consacrare tutto, anche il proprio sentire, anche i propri limiti costitutivi. L’ansia da prestazione coinvolge tutti, come se la possibilità di una vita tranquilla fosse irrimediabilmente perduta. Eppure il modello occidentale e capitalista non è l’unico possibile; se la pensiamo così, siamo sbandieratori di TINA (</span><i><span style="font-weight: 400;">There is no alternative</span></i><span style="font-weight: 400;">). Liberi di esserlo, ma, per le persone che su questo pianeta devono rimanerci (si spera) ancora una cinquantina di anni almeno, pensare che non ci sia possibilità di cambiamento diventa decisamente opprimente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non mi riferisco a un cambiamento mondiale, che, per quanto auspicabile, non dipende totalmente dalle scelte di fili d’erba, quali noi siamo. Parlo di un cambiamento personale, con cui imparare a staccarsi un po’ dal mondo che ci circonda e ci obbliga a vivere in modi che a volte non ci fanno stare bene. La carriera è importante, soprattutto per il successo personale ed economico che ne deriva. Ma non tutti sono fatti per arrivare al successo: ci sono persone che non ce la fanno a sostenere certi ritmi di vita; che arriverebbero al successo, in un mondo più lento, ma non in questo. Certo, imparare a superare i propri limiti è occasione di crescita e di scoperta di sé. Ma forse lo è anche imparare a conviverci, con quei limiti. Imparare a guardarli con amore, anziché con aria di sfida; ad accettarli, anziché nasconderli. Perché ciò che davvero riempie la vita non è la dimostrazione data agli altri, ma la pace con se stessi, che deriva dalla constatazione che dopotutto siamo solo un filo d&#8217;erba in un prato, che deve fare bene la sua parte, ma da cui non dipende totalmente la bellezza dell&#8217;intera radura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Qualcuno dice che quando moriremo Dio ci farà solo due domande: la prima, «sei stato felice nella tua vita?». La seconda, «hai reso felice qualcuno?». Non ci sarà chiesto se abbiamo reso felici due, cinque o venti persone, no. Una persona: è sufficiente una. La prima domanda di Dio è se siamo stati felici noi, non importa con quali mezzi, se con il lavoro, l’amore o lo studio; ciò che conta è il risultato: sei felice? Questa è La Domanda dell’esistenza, è il punto interrogativo per cui siamo vivi. E sarebbe bellissimo se alla fine del nostro percorso sulle strade del mondo potessimo rispondere di sì, che siamo stati felici. Anche se non siamo stati una quercia maestosa e solitaria nel bel mezzo della foresta, anche se per tutta la vita ci siamo accontentati. Anche se siamo stati un filo d’erba.</span></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/filo-derba/">Filo d&#8217;erba</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>La FOMO: il turbamento del XXI secolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Feb 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[ansia]]></category>
		<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[conoscere]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[serie]]></category>
		<category><![CDATA[superuomo]]></category>
		<category><![CDATA[turbamento]]></category>
		<category><![CDATA[XXI secolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La FOMO è la paura di essere tagliati fuori dall'infinita offerta culturale quotidiana. Ma siamo umani, e non raggiungeremo mai l'infinito...</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Stare al passo è diventato difficile, quasi impossibile. Ma stare al passo di che cosa? </p>
<p style="text-align: justify;">L’offerta di prodotti culturali considerati imperdibili continua a crescere, e, allo stesso tempo, non sembra mai abbastanza. Il continuo aggiornamento di <i>blog</i>, piattaforme <i>streaming</i> e canali Youtube genera, soprattutto nella popolazione giovane, un fenomeno nuovo quanto diffuso. Se prima la FOMO (acronimo dell’inglese <i>Fear Of Missing Out</i>, paura di essere tagliati fuori) caratterizzava per lo più l’ansia di perdersi eventi fisici e prime esperienze, adesso, in un mondo in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce e la proposta culturale si arricchisce continuamente, sovrapponendosi ai grandi classici del passato, il tempo libero si trasforma anch’esso in una corsa per non restare indietro.<br />Sul piano scientifico la FOMO risulta essere composta da due elementi: l’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere esperienze piacevoli e gratificanti a noi precluse, e il desiderio persistente di essere “sul pezzo”. È proprio attraverso i <i>social</i>, infatti, che le informazioni, le novità e gli “eventi imperdibili” si diffondono, generando negli utenti un’ansia da prestazione tale da raggiungere livelli di stress che mai avevano oltrepassato i confini del tempio inviolabile dell’<i>otium</i>, dello svago. Ma la corsa alla conoscenza, all’aggiornamento e all’ultima novità è una corsa che una volta iniziata non si ferma, e che soprattutto si diffonde a tutti gli strati della società e a tutti i livelli di complessità.<br />Un esempio concreto: un tempo la mia ansia più grande era legata al fatto che nel corso della vita non sarei mai riuscita a leggere abbastanza libri. Ogni volta che ne iniziavo uno, puntualmente ne usciva uno nuovo, e la mia corsa nel tentativo di completare la lettura di una serie di classici, dell’intera letteratura di un autore o, banalmente, del maggior numero di manuali utili alla mia formazione e al mio ambito di interesse, assumeva sempre più l’aspetto di una maratona infinita.<br />Con l&#8217;età la mia FOMO è cresciuta proporzionalmente ai miei interessi, e allo stesso tempo l’avvento di piattaforme di <i>streaming</i>, pagine <i>social</i> di informazione, <i>podcast</i> e divulgatori, ha creato davvero un oceano di possibilità, in cui, però, spesso, sento di non saper nuotare. </p>
<p style="text-align: justify;">Non mi stupisce, quindi, che i giovani di oggi siano sempre più stressati: se un tempo l’unico modo di rimanere informati era comprare il giornale o guardare quei tre telegiornali trasmessi al giorno, oggi le <i>newsletter</i> offrono informazione quotidiana continua, così come i <i>podcast</i> e le pagine <i>web</i>. Se fino a qualche anno fa le serie tv uscivano con una puntata alla settimana, oggi vengono caricate <i>online</i> tutte insieme, creando una corsa infinita a chi le finisce per primo, terrorizzato dagli <i>spoiler</i> o dal rimanere escluso dalle congetture sull’ultima puntata di <i>Squid Game</i>. <br />È una corsa all’oro, in cui si rischia di rimanere indietro anche correndo veloci come Bolt, e l’unico modo per poter rimanere umani in una rincorsa all’ultima <i>news</i>, all’ultimo evento e all’ultimo album di Kanye West è abbassare le aspettative: la scelta aumenterà sempre, le serie tv e i film si moltiplicheranno, i <i>podcast</i> “da non perdere” diventeranno sempre più numerosi e scegliere un libro tra i mille <i>best seller</i> sarà sempre più difficile. Ma è anche vero che mentre le attività di intrattenimento e di informazione aumenteranno, e la nostra paura di rimanere tagliati fuori diventerà ordinaria amministrazione, noi continueremo ad essere umani e in quanto tali continueremo ad essere razionali, sì, ma anche passionali, e dunque tutti diversi.<br />L’aumento di domanda e offerta di intrattenimento, quindi, non deve spaventarci, ma al massimo stupirci: il fatto che oggi chiunque, indipendentemente da età, livello di formazione, interessi e priorità possa trovare qualcosa che faccia per lui su una qualsiasi piattaforma <i>online</i>, o semplicemente aprendo una pagina di Google, deve e può generare molto più che semplice disorientamento: viviamo nel secolo delle infinite possibilità, e solo se sapremo coglierle senza farci sopraffare potremo davvero continuare a crescere.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, accettare di non essere superuomini, ma semplicemente uomini e donne, è fondamentale per vivere serenamente il secolo della FOMO, accettandone i limiti ma soprattutto l’illimitatezza, perché forse è proprio per questo tendere verso l’infinito senza mai raggiungerlo che siamo stati creati (o almeno, così direbbe Fichte). </p>
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		<title>Quattro propositi per il nuovo anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 07:34:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non auguro un anno migliore, indimenticabile e tante altre cose retoriche dette ogni 31 dicembre. Auguro un anno buono, in cui riuscire a migliorarsi un po’, perché se non migliorano le persone nel loro gruppo familiare e amicale, il mondo, da solo, non può cambiare in bene.</p>
<p>Buon anno!</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/quattro-propositi-per-il-nuovo-anno/">Quattro propositi per il nuovo anno</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Amare le persone che ci sono accanto, soprattutto la famiglia.</span></i><span style="font-weight: 400;"> Da qualche decennio la famiglia è passata in secondo piano rispetto al lavoro, a un individualistico tempo libero, alle proprie passioni solitarie. Ma la famiglia è la prima sorgente della felicità: se la felicità non è lì, non si può essere pienamente sereni. Fare cose con i propri figli, con i propri compagni di vita, perché solo così si può amare e sentirsi amati e perché l’amore è la cura per tutte le angosce e per tutte le paure. </span>Lasciare andare le barriere; imparare a disarmarsi; imparare a fidarsi. Per amare senza tensioni. E per non inverare le parole cantate da Lucio Dalla il 31 dicembre: «c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra».</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Essere consapevoli di essere nati nella parte giusta del mondo</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il pensiero di un’ingiustizia inspiegabile lascia sgomenti. È il problema filosofico della teodicea (cioè della giustizia divina), il problema teologico dell’imperscrutabilità del volere di Dio, il problema umanistico del caso, del fato. È un problema che non verrà mai risolto, anche perché nessuna risposta è in nessun modo soddisfacente. Resta il fatto che vi sono popoli in cui le donne non possono studiare. In cui i bambini hanno dei sogni ma vedono solo scheletri di palazzi bombardati. In cui le madri lanciano i bambini ai soldati oltre il filo spinato. In cui uomini e donne prendono d’assalto gli aerei per scappare dalla dittatura e poi volano giù durante il decollo. In cui le persone non hanno il vaccino per salvarsi dalla pandemia perché in questo capitalismo cancerogeno i soldi valgono più della vita. </span>Essere consapevoli di questo è un dovere umano. È vero, il nostro sgomento davanti a questo pensiero non conosce cura, ma l’unico modo per renderlo utile è essere grati. Ringraziare per quello che si ha e difenderlo con tutte le proprie forze: parlo della salute individuale; del denaro che ci permette di non essere per strada; della democrazia che ci permette di votare; delle leggi che permettono alle donne di studiare; di questa parte di mondo dove, nonostante tutti i problemi, la guerra non c’è.</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Imparare a non essere né ottimisti né pessimisti sul futuro, ma realisti</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il mondo non sta andando né verso il peggio né verso il meglio. Ci sono alcune predizioni che spaventano e altre che rincuorano. Per tanti versi stiamo molto meglio dei nostri nonni, per altri il loro mondo era migliore di questo. Bisognerebbe assumere uno sguardo chirurgico, molto fine e attento al dettaglio: lì siamo migliorati, là siamo peggiorati. Cogliere le differenze. Essere grati per i grandi progressi degli ultimi decenni, ed essere critici e attivi contro i regressi o contro ciò che, semplicemente, non è peggiorato ma non è ancora migliorato.</span></li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Aiutare (anche economicamente) chi è in difficoltà. </span></i><span style="font-weight: 400;">È sempre stato così: chi sta bene vuole stare meglio. Ci sono famiglie e persone che non hanno soldi per fare la spesa, persone che a quarant’anni si ritrovano ancora precari e che per costruire una famiglia gettano il cuore oltre l’ostacolo pieni di timori e speranze. Regalare un buono per la spesa o comprare un po’ di cibo da portare al banco alimentare sono gesti che ai benestanti costano poco e che per i bisognosi significano tanto.</span></li>
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<p>Non auguro un anno migliore, indimenticabile e tante altre cose retoriche dette ogni 31 dicembre. Auguro un anno buono, in cui riuscire a migliorarsi un po’, perché se non migliorano le persone nel loro gruppo familiare e amicale, il mondo, da solo, non può cambiare in bene.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Buon anno!</span></p>
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		<title>“Basato su fatti realmente plausibili”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Denise Arneodo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jan 2022 14:32:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[complottismo]]></category>
		<category><![CDATA[evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[fatti]]></category>
		<category><![CDATA[negare]]></category>
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		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[tolleranza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negare l’evidenza e preoccuparsi solo dell’imminenza, procrastinare la soluzione di problemi esistenziali e la divulgazione di fatti scientifici per lasciare spazio a frivolezza e leggerezza: sono atteggiamenti strettamente umani, così come il panico di fronte alla realtà dei fatti nel momento in cui questa diventa innegabile, prendendo il posto di una speranza che si fa sempre meno sostenibile.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come reagiremmo se, in un programma tv qualunque di un giorno qualunque, una dottoranda in astronomia e il suo professore ci annunciassero che un asteroide della dimensione del monte Everest si schianterà sulla Terra nel giro di pochi mesi? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Sembra uno scenario impossibile, degno di un film fantascientifico o apocalittico, ma, se ci concentriamo non tanto sul contenuto di quell’annuncio quanto sulle reazioni e sulle conseguenze che esso scatena, allora non pare più così distante dalla realtà. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In “Don’t look up”, film dal cast stellare uscito nel dicembre 2021, il regista Adam McKay, con la sua vena ironica e irriverente, attraverso un evento di per sé “impossibile” tratta in maniera lucida e tagliente circostanze realmente plausibili. La necessità dell’uomo del 21° secolo di trasformare tutto in </span><i><span style="font-weight: 400;">audience</span></i><span style="font-weight: 400;">, minimizzando e deviando l’attenzione dalle cose realmente importanti per concentrarsi su quelle “monetizzabili”, è un ritratto amareggiante quanto realistico della nostra società: di fronte a decenni di prove scientifiche sul cambiamento climatico e la necessità di agire per bloccare un meccanismo distruttivo che &#8211;  esattamente come la cometa del film, ma in un arco di tempo più ampio &#8211;  potrebbe rendere impossibile la vita umana sul pianeta, non solo aleggia un’indifferenza pericolosa e insofferente, ma nascono anche oppositori, che non riconoscono verità scientifiche evidenti, sulla base di un timore del complotto antico come l’esistenza umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La stessa pandemia e il virus COVID19 sono stati oggetto di ferree opposizioni: da chi nega che il virus in sé esista, a chi non si fida di vaccini e cure al fine di controllarlo. Di fronte ad una situazione di crisi epidemiologica alcune persone sono state spinte a mettere in dubbio fatti evidenti e scientificamente comprovati, generando scetticismo nei confronti della stessa scienza. Nel film il professor Randall Mindy, interpretato da DiCaprio, dice: «Ne abbiamo fatto una fotografia, di quale altra prova abbiamo bisogno? E se non riusciamo nemmeno ad essere d’accordo sul fatto che una cometa gigante, della misura del monte Everest, che si dirige verso il pianeta Terra non sia una cosa buona, allora cosa diavolo ci è accaduto? Come possiamo continuare a rivolgerci la parola l’un l’altro?».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Negare l’evidenza e preoccuparsi solo dell’imminenza, procrastinare la soluzione di problemi esistenziali e la divulgazione di fatti scientifici per lasciare spazio a frivolezza e leggerezza: sono atteggiamenti strettamente umani, così come il panico di fronte alla realtà dei fatti nel momento in cui questa diventa innegabile, prendendo il posto di una speranza che si fa sempre meno sostenibile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Parlando di un asteroide che si dirige verso la Terra, così come di cambiamento climatico e di riscaldamento globale, spesso si fa riferimento all’espressione “fine del mondo”, ma questa racchiude in sé tutto l’egocentrismo che la natura umana ha incarnato in maniera sempre più profonda nel tempo: questi eventi, infatti, non potrebbero alla “fine del mondo”, ma alla fine dell’uomo, nel mondo. Il pianeta Terra, infatti, continuerebbe ad esistere e si rigenererebbe anche senza di noi, che siamo semplicemente una specie che lo abita, non il mondo stesso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il libero pensiero e la tolleranza delle posizioni altrui è spesso la bandiera innalzata da coloro che si oppongono, in maniera anche violenta, alle evidenze scientifiche: ognuno è libero di pensare ciò che vuole e di sostenere le proprie posizioni con tutte le forze, perché è suo diritto. Ma in realtà, questa infinita tolleranza, si scontra con il paradosso evidenziato da Popper, filosofo della metà del 900: «La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi» (Popper, </span><i><span style="font-weight: 400;">La società aperta e i suoi nemici, </span></i><span style="font-weight: 400;">1945). </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tollerare è bene, ma agire nell’evidenza della scienza e difendere le posizioni reali contro quelle complottiste è meglio, ed è esso stesso tolleranza, perché ne tutela l’esistenza e la coerenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Di fronte a minacce sempre più globali e sempre meno delimitate, è importante che gli uomini imparino ad agire insieme, in particolare i decisori: nessun singolo uomo può fermare la realtà oggettiva, né con il complotto né con la tolleranza, ma è necessario agire insieme per trovare soluzioni attuabili in tempi utili per i problemi che riguardano il mondo e la specie umana che lo abita, con tutti i suoi difetti e limiti. </span></p>
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