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	<title>Nadia Lazzaroni, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Le colonne d&#8217;Ercole di Sami</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 09:06:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia struggente di Sami, ragazza somala con il sogno di vincere le Olimpiadi. Non prima, però, dell'Odissea per raggiungere Lampedusa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Essere bambini, indossare le scarpe e correre a perdifiato, insieme al proprio compagno di giochi: è semplice. La difficoltà aumenta, se non ci si può permettere il lusso di avere un paio di scarpe. Tutto si complica ancora, se si decide di farlo in Somalia, con la guerra che imperversa.<br />Arrivare fino al mare, e godersi la sua placidità. Anche questo è qualcosa in apparenza semplice, che diviene però un sogno per chi vive in un paese di lotte intestine, dove la spiaggia deserta è il teatro migliore per un cecchino in attesa di un bersaglio a cui mirare.<br />Correre senza allenatore, né abbigliamento tecnico, e arrivare primi alla gara più famosa e partecipata di Mogadiscio. Essere una donna povera, con la passione per la corsa, Mo Farah come idolo incontestabile e un&#8217;ambizione tanto importante quanto irrealizzabile: quella di partecipare alle Olimpiadi e di farlo con la maglia della Somalia, una nazione bistrattata, sfruttata, dilaniata, abbandonata.<br />Ecco, questo che sembra un elenco di fantasticherie, di chimere, è ciò che ha fatto Samia – Sami – Yusuf Omar, che il suo sogno l&#8217;ha realizzato per davvero e, nel 2008, ha gareggiato alle Olimpiadi di Pechino. È arrivata ultima, certo, con un ritardo mostruoso rispetto alle altre atlete, ma la sua storia potente e terribile ha appassionato il pubblico. Dopo la competizione, però, per la giovane atleta diciassettenne la vetta era tutt&#8217;altro che conquistata. La sua determinazione e il suo talento non bastavano per cancellare le sue origini, la povertà, la crudeltà in cui aveva vissuto e ancora viveva e concederle ciò che si meritava. Da qui la decisione con cui ogni suo amico, compagno e parente somalo ha dovuto, a un certo punto della propria vita, fare i conti: quella di intraprendere il Viaggio.<br />Un viaggio mille volte più difficile della grande impresa di arrivare alle Olimpiadi; non si trattava di correre instancabilmente, ma di arrivare sana e salva a Lampedusa. Forse questo a noi che leggiamo pare decisamente più semplice: basta un aereo, una nave, non è come arrivare a fare i 200 metri a Pechino, contro l&#8217;inarrivabile Veronica Campbell. Eppure, per Sami, è stata questa la prova più grande e sofferta, che ha rovinato irrimediabilmente la sua idea di umanità e di solidarietà ed è stata una tenzone all&#8217;ultimo sangue, costosissima in termini economici, ma anche di salute mentale e fisica, per realizzare il futuro che aveva in mente.<br />Sami è arrivata fino alle coste italiane, dopo un&#8217;odissea orribile e ben oltre il limite di ciò che un singolo essere umano può sopportare; e, come l&#8217;Ulisse dantesco, anche lei nel suo ultimo viaggio non è riuscita a superare le colonne d&#8217;Ercole di un mare splendido e letale, il Mediterraneo.<br />La carta e la penna di Giuseppe Catozzella hanno, però, compiuto l&#8217;impresa di salvare Sami: di serbare la sua storia lacerante, raccontarla con la giusta delicatezza, immaginandola come narratrice. Solo grazie alla letteratura e al suo enorme potere, nelle pagine di <i>Non dirmi che hai paura</i>, è riuscita finalmente ad approdare incolume a Lampedusa. E a correre spensierata verso il suo destino.</p>
<p style="text-align: right;"><i>Un giorno sarei riuscita a vincere le Olimpiadi, e lo avrei fatto da donna somala e musulmana.<br /></i><i>Con il volto scoperto e gli occhi rivolti al cielo.<br /></i><i>Dentro una telecamera avrei parlato a tutto il mondo di cosa significa combattere senza mezzi per<br />raggiungere la liberazione.</i></p>
<p style="text-align: right;">G. Catozzella, <i>Non dirmi che hai paura </i></p>
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		<title>Piatti libreschi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2020 06:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[camilleri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura e il cibo, dalle madeleines di Marcel Proust agli arancini di Montalbano: un breve viaggio sul significato della cucina nei libri.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«La fame è il condimento del cibo», asseriva Cicerone: il sapore di ciò che si mangia, difatti, dipende da infinite variabili, non è mai qualcosa di oggettivo. La sensazione di fame, così come la giusta compagnia, un luogo incantevole, una ricetta che associamo a qualcuno che amiamo e, infine, il nostro stato d&#8217;animo modificano la percezione del gusto di un piatto. Dunque, la semantica del cibo non è universale; ciò vale anche in letteratura, in cui, spesso, un alimento si connota di un preciso significato che l&#8217;autore intende veicolare al lettore.<br />
Pensiamo a uno dei libri più celebri della letteratura contemporanea americana, <em>Le correzioni</em> di Jonathan Franzen; qui si narra – tra le altre – la storia di Chip Lambert, un professore universitario che perde il lavoro per aver molestato un&#8217;allieva e che è, ormai, rimasto al verde. A un certo punto, Chip va al supermercato a fare la spesa, per preparare, <em>obtorto collo</em>, un pranzo con i genitori a casa propria, ma si accorge che il salmone che intende acquistare è eccessivamente caro. Dunque, piuttosto che pensare a una pietanza alternativa, sceglie di nascondere l&#8217;alimento nei pantaloni e di sopportare la sensazione terribilmente sgradevole, nonché una forte umiliazione, pur di mettere in tavola un piatto pregiato e non deludere i genitori, di cui è il pupillo. Il salmone, quindi, diventa l&#8217;emblema del fallimento del protagonista.<br />
Nella collana di Andrea Camilleri, invece, i mustazzoli, il polpo prezzemolato, gli arancini e le altre ricette, a cui sono dedicate molte righe dei <em>bestsellers</em> dell&#8217;autore, costituiscono un ulteriore espediente narrativo, che, insieme alla presentazione dei luoghi e al ricorso al dialetto, serve a trasportare il lettore nella Sicilia di Montalbano, fino a fargli quasi gustare, tramite le descrizioni particolareggiate, i piatti che il commissario assapora.<br />
Ancora, in <em>Bar sport</em> di Stefano Benni un “personaggio” indimenticabile è la Luisona, un dolce che giace nell&#8217;apposita teca da tempo immemore e che è una sorta di monumento, per gli assidui frequentatori del bar, i quali le hanno persino dato un nome.<br />
Infine, è quasi d&#8217;obbligo menzionare le <em>madeleines </em>di<em> Alla ricerca del tempo perduto</em> di Marcel Proust. Nel libro, è proprio il sapore quasi dimenticato di questo dolce a permettere al protagonista, in un istante epifanico, di richiamare alla memoria la propria infanzia e di diventare impermeabile agli affanni del presente. Le <em>madeleines</em>, dunque, fungono da fortunata metafora che esprime il concetto di «memoria involontaria»:<br />
«<em>Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua casa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente</em>?».</p>
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		<title>Leggo, e non resto a casa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura è evasione, ma oggi anche canale di comprensione e di riflessione sulla pandemia da Covid-19. Sette libri per fuggire di casa stando a casa!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In questo tempo sospeso, in cui la vita procede a «passi tardi e lenti», la lettura può davvero essere una panacea contro la noia e la tensione, perché offre un momento di evasione dalla realtà e consente di fare un tuffo in un’altra vita, meno lugubre, dove un nemico non c’è, o è tangibile, o, magari, è talmente surreale da non fare paura; con un libro, si può assaporare quella libertà che ora agogniamo e non restare davvero a casa, pur restando a casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti stanno rispolverando i classici che non hanno mai avuto tempo di leggere, altri si dedicano alla rilettura dei loro romanzi preferiti, per ritrovare tra inchiostro e carta quei vecchi amici che li hanno aiutati a crescere, ma anche per rivivere un momento preciso della propria vita, e, ancora, c’è chi si cimenta nella scrittura, chi, incagliato da tempo, è pronto a scoprire nuovi autori e generi, o a leggere quel best seller di cui tutti hanno parlato e a cui vuole dare una possibilità.<br />
Ma la letteratura, oltre ad essere un piacevole svago, è anche un osservatorio privilegiato che permette di analizzare meglio, da diverse angolazioni, il momento storico attuale, senza rifuggirlo. Quello che stiamo vivendo è un periodo inedito, a cui non siamo stati preparati e che noi, figli di decenni di pace in Europa e della democrazia, non avremmo mai immaginato di vivere.<br />
Ciò che stiamo affrontando ora sarà documentato da una pluralità sorprendente di fonti, dai canali Youtube ai social network, alle neonate pagine web e piattaforme, dai cartelloni ai flash mob, che ci fanno sentire tutti connessi, tutti partecipi del medesimo destino e un po’ meno soli, ma anche tutti ovunque, da Wuhan agli Stati Uniti, passando per Londra: queste testimonianze saranno preziose per ricostruire la micro &#8211; storia del 2020, fatta di minuscole vite e non solo di grandi personaggi, ma saranno anche dispersive, sfasate, e, talvolta, superficiali, epidermiche. Invece, che cosa meglio di un buon libro può restituire un’immagine nitida e profonda di uno stato d’animo o, ad esempio, di un dissidio, di una crisi?<br />
Un buon libro può alimentare le riflessioni, amplificare i pensieri e aiutare a trovare una risposta a quei quesiti fondamentali che adesso sgorgano spontanei. In questa ricerca di risposte e certezze, non sono solo opere che narrano esplicitamente la vita durante un’epidemia – come <em>I promessi sposi</em> o il <em>Decameron</em> – a soccorrerci, ma ci sono anche altri testi che fungono da valide ancore, che, magari, sembrano parlare di tutt’altro e che, invece, si possono leggere per capire ciò che capita nell’animo umano in una situazione di emergenza.<br />
Dunque, ecco una breve lista di letture a cui aggrapparsi: una per ogni domanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che cos’è la psicosi collettiva?<br />
Helena Janeczek, <em>Bloody cow</em></p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa diventa un essere umano, se privato della dimensione sociale?<br />
Daniel Defoe, <em>Robinson Crusoe</em></p>
<p style="text-align: justify;">Quali sono i pilastri di una società? E che cosa succede, quando la civilizzazione viene meno?<br />
William Golding, <em>Il signore delle mosche</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come si fronteggia il vuoto che rimane, quando tutto è distrutto?<br />
Emmanuel Carrere, <em>Vite che non sono la mia</em></p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa annientare la propria umanità, per avere salva la pelle?<br />
Curzio Malaparte, <em>La pelle</em><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">E se a prevalere è l’individualismo?<br />
Josè Saramago, <em>Cecità</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si può vivere un dramma con il sorriso?<br />
Ester Armanino, <em>L’arca.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Luci e ombre dell’umanità ne &#8220;Il signore delle mosche&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 07:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Golding e "Il signore delle mosche": qual è il confine tra animalità e umanità? Quale quello tra democrazia e autoritarismo? La libertà va sempre dosata...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un aereo precipita misteriosamente e un gruppo di soli bambini e ragazzi è costretto a sopravvivere su un’isola deserta, senza la presenza ingombrante – e tuttavia anche confortante – di qualsivoglia adulto: questa è la celeberrima situazione che mette in moto la macchina narrativa ne <em>Il signore delle mosche</em>, il capolavoro di William Golding.<br />
I superstiti devono organizzarsi per ricreare in piccolo il mondo dei grandi, con le sue gerarchie, le sue dinamiche e le sue contraddizioni, e preservare la propria civiltà, in una dura lotta contro un ambiente naturale ostile.<br />
In questa nuova piccola società ad affermarsi come leader sono Ralph e Jack, due tra i ragazzi più grandi; Ralph ha una leadership innata e pare il più ragionevole, ma ha bisogno, in realtà, di un fido consigliere quale il suo compagno Piggy, un bambino occhialuto e cicciottello, che viene ineluttabilmente deriso prima e dopo il disastro aereo. Jack, invece, è un capo impulsivo e disposto a tutto: vive la vita <em>hic et nunc</em>, senza progettualità, e la sua civiltà cede presto il passo alla trivialità, sprofondandolo nella dimensione del selvaggio.<br />
Entrambi cercano di atteggiarsi da adulti e di contenersi, per riuscire a tenere a bada i più piccoli, eppure non sono effettivamente maturi: hanno ancora bisogno di un vero adulto che faccia loro da Virgilio, per comprendere appieno la complessità della vita. Ralph, inizialmente, appare serbare la propria fiducia negli adulti e immagina che, al loro posto, loro saprebbero come districarsi; ma il messaggio che traspare dal romanzo è tutt’altro che positivo: infatti, mentre i protagonisti si trovano a lottare tra loro per la sopravvivenza, in una situazione estrema, i grandi sono impegnati in una guerra catastrofica. Dunque, la tendenza al conflitto è connaturata in tutti gli uomini e insidia tanto gli adulti quanto i bambini, sembra dire l’autore.<br />
Oltre al conflitto tra gli uomini, ne <em>Il signore delle mosche</em> viene inscenato un altro contrasto: quello tra la civiltà e la bestialità. La civiltà e il progresso sembrano man a mano scolorare, sbiadirsi: il bus, il letto, l’aspetto curato a cui pensa nostalgicamente Ralph non sono che vaghi ricordi, sull’isola, e anche la cultura, vera cifra della civiltà, non trova spazio nella nuova realtà in cui i protagonisti si trovano a vivere. Dallo scontro, pertanto, esce vincitrice l’animalità: i personaggi si riducono, infine, a bruti e scelgono come totem una testa di maiale infilzata, attorno a cui svolazzano le mosche; questa testa, che dà il titolo al libro, è eloquente: avverte che non c’è scampo alla bestialità insita nell’uomo. Persino Ralph, che dovrebbe, come si è detto, simboleggiare la razionalità, nelle pagine finali è trattato come un animale a cui dare la caccia e viene inseguito dai propri compagni, tramutatisi in selvaggi; in questa occasione, si trova anche lui a confrontarsi con la barbarie e giunge a chiedersi che cosa farebbe un maiale al suo posto.<br />
Ai binomi adulto-bambino e civiltà-animalità, nel libro si aggiunge la dicotomia democrazia-autoritarismo. La forma di governo che, inizialmente, viene instaurata dai naufraghi è quella democratica: tutti hanno diritto di parola, sono uguali tra loro, e l’emblema della democrazia è costituito da una conchiglia, un oggetto che si sceglie per permettere a chi la regge di poter parlare, senza essere prevaricato. Ma, man a mano che la vita sull’isola procede, e che gli incubi si fanno reali, le voci di tutti vengono soffocate da quelle dei leader, fino a quando quella di Jack si impone sulle altre. La democrazia pare, quindi, destinata a fallire, a causa della lotta per la vita e, forse, non risulta essere così efficace, se dà potere anche ai più piccoli e immaturi.<br />
La situazione iniziale, ovvero un mondo senza adulti, che potrebbe essere l’idillio di ogni bambino, diviene, nel libro di Golding, il peggiore dei mondi possibili; come a dire che la libertà va sempre dosata, per non sprofondare nel baratro.</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/luci-e-ombre-dellumanita-ne-il-signore-delle-mosche/">Luci e ombre dell’umanità ne &#8220;Il signore delle mosche&#8221;</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Tre consigli di lettura per il 2020</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jan 2020 09:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>tre libri, tre differenti generi letterari, per iniziare al meglio un nuovo anno ricco di letture.</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/tre-consigli-di-lettura-per-il-2020/">Tre consigli di lettura per il 2020</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tre libri, tre differenti generi letterari, per iniziare al meglio un nuovo anno ricco di letture.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I THRILLER: Stuart Turton, <em>Le sette morti di Evelyn Hardcastle</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Stuart Turton è stato un caso letterario nel 2018; una lettura avvincente, intrigante che coinvolge il lettore in un rompicapo originale.</p>
<p style="text-align: justify;">Un uomo si risveglia in mezzo a un bosco, ferito, dimentico della propria identità e dei propri ricordi, urlando il nome di Anna; al contempo, vede una donna scappare da un uomo armato. Si tratta di Anna? Per scoprirlo, dovrà raggiungere la tenuta degli Hardcastle, dove verrà commesso un incomprensibile omicidio che il protagonista tenterà di risolvere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>II PSICOLOGICO: Herman Koch, <em>La cena</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore olandese Herman Koch regala al suo pubblico un testo ricco di spunti di riflessione sulle derive della nostra società.</p>
<p style="text-align: justify;">Un padre complessato e con una percezione distorta della realtà racconta la propria cena al ristorante, in compagnia della moglie, del fratello e della cognata. L’incontro tra i quattro è dovuto a un preciso motivo: la stampa nazionale non fa che parlare di un terribile delitto e solo loro sono a conoscenza dell’identità dei colpevoli; dovranno, dunque, scegliere se denunciarli o se nascondere questa scomoda e allarmante verità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III NON-FICTION NOVEL: Emmanuel Carrere, <em>Vite che non sono la mia</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Carrere racconta tre storie vere, legate da un <em>trait d’union</em>: il dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2004, lo scrittore si trova in Sri Lanka mentre imperversa il terribile tsunami che ha devastato le coste dell’Asia. Lui e la sua famiglia escono indenni dal cataclisma, ma partecipano allo strazio di chi ha perso i propri cari, assistono alla violenza della natura e alla devastazione di un’intera nazione. Questo è il reportage con cui si apre il libro, che dà il la allo scrittore per scandagliare il dolore, nelle sue diverse venature.</p>
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		<title>Salvare il pianeta con Jonathan Safran Foer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Dec 2019 07:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[carne]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[Greta Thunberg]]></category>
		<category><![CDATA[jonathan foer]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pianeta]]></category>
		<category><![CDATA[possiamo salvare il mondo prima di cena]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Salvare il pianeta con l'alimentazione: una sfida che Jonathan Foer lancia nel suo "Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella storia della letteratura, ci sono stati periodi in cui, per gli intellettuali, è stato impossibile sottrarsi alle istanze del proprio tempo. È accaduto, ad esempio, negli “anni della ricostruzione”, quando, a guerra conclusa e a Fascismo sconfitto, la letteratura, uscita dalla propria <em>turris </em>eburnea, ha sentito l’esigenza di raccontare la guerra, la vita delle classi basse e, più in generale, i problemi sociali che attanagliavano l’Italia del secondo dopoguerra. In seguito, durante il boom economico, autori quali Elio Vittorini, Vittorio Sereni e Paolo Volponi – per citarne alcuni – hanno iniziato a esplorare e a ospitare nei loro versi e nelle loro prose un ambiente reificante come quello della fabbrica.<br />
Ma non è solo nel Novecento che si è diffusa la letteratura <em>engagée</em>: basti pensare al trattato politico <em>Monarchia</em> di Dante Alighieri, in cui il sommo poeta espone la sua apologia dell’Impero, in un secolo dominato dal gravoso conflitto tra il potere papale e quello imperiale, o, ancora, al <em>Principe</em> di Niccolò Machiavelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda gli ultimi decenni, la linea di demarcazione tra finzione e realtà è diventata più labile, con il diffondersi del genere della non-fiction, a cui si può ascrivere <em>Gomorra</em> di Roberto Saviano.<br />
Dunque, anche oggi e come sempre, la letteratura non rimane muta di fronte alle questioni più urgenti e spinose del suo tempo; una tra queste è il cambiamento climatico, che, anche grazie a movimenti come il <em>Fridays for Future</em> di Greta Thunberg, è sempre più discusso. A interessarsene ci sono autori più apocalittici, come Jonathan Franzen, i quali hanno una visione piuttosto tragica del nostro futuro, ma ci sono anche scrittori che nutrono ancora qualche speranza. A questa seconda categoria afferisce Jonathan Safran Foer, il quale, nel suo libro <em>Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi</em>, pubblicato lo scorso settembre, propone uno stile di vita che riduca l’impatto sull’ambiente.<br />
Nel libro, Foer presenta alcune storie che mostrano come l’azione collettiva, fortemente motivata e, in alcuni casi, supportata dallo Stato, possa modificare in maniera incisiva il corso degli eventi; inoltre, denuncia l’ottusità di chi preferisce addirittura negare l’esistenza di un problema, piuttosto che risolverlo. In seguito, l’autore fornisce alcuni dati, frutto di una minuziosa e accurata ricerca condotta da lui negli ultimi anni e testimoniata dalla ricca bibliografia che si trova al fondo del libro, per dimostrare la dannosità dell’eccessivo consumo di carne e, dunque, degli allevamenti intensivi. Secondo Foer, cambiare la nostra alimentazione è una priorità, se si vuole rispettare il pianeta e arginare il problema del clima, perché, anche se tutti mettessero rigorosamente in atto tutte le buone pratiche ambientaliste, come riciclare o prendere i mezzi pubblici, non si inciderebbe abbastanza sul pianeta. La sua proposta è quella di «salvare il mondo prima di cena», ovvero di cercare di evitare di mangiare carne e prodotti di origine animale se non a cena (o solo nei <em>week-end</em>, o in occasioni speciali): se eliminare del tutto carne, uova e latticini dalla propria dieta può sembrare una condanna a morte, ecco una dieta che implica dei sacrifici tutto sommato risibili, se confrontati con l’importanza di rispettare e preservare la Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Facendo ciò, è, quindi, possibile salvare il mondo? A questa domanda, postagli da Paolo Giordano in occasione della presentazione del libro a Torino, Jonathan Safran Foer risponde che, sicuramente, i cambiamenti in atto non possono essere del tutto arrestati, ma, se si opera di concerto, si possono raggiungere traguardi importanti.</p>
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		<title>L’immortalità di Ulisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 21:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[immortalità]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura greca]]></category>
		<category><![CDATA[Ulisse]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il racconto di Ulisse attraverso autori e opere che hanno citato il mitico viaggiatore o che hanno preso ispirazione dalla sua storia per raccontarne un'altra</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I poemi omerici sono l’architrave su cui poggia l’intera letteratura occidentale; le imprese narratevi, i racconti fantasiosi e gli eroi che li popolano fanno parte del nostro patrimonio culturale collettivo e costituiscono una preziosa fonte di ispirazione per poeti, romanzieri, registi e artisti di vario genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulisse, ad esempio, è rivissuto negli endecasillabi della <em>Commedia</em> dantesca, come emblema dei rischi dell’eccessiva smania di <em>canoscenza</em>; ha abitato i versi de <em>L’ultimo viaggio</em>, uno dei <em>Poemi conviviali</em> di Giovanni Pascoli, nelle vesti di un uomo anziano e prossimo alla morte, privo del suo slancio vitale nonché della statura di eroe, che si rimette in viaggio per ripercorrere le tappe della propria epopea, ormai disilluso e pieno di incertezze. Inoltre, sempre nel Novecento, Ulisse si è reincarnato in chiave modernista nel Leopold Bloom dell’<em>Ulysses</em> di James Joyce, dove le sue gesta ventennali e straordinarie sono diventate le “prodezze” di un’unica giornata – il 16 giugno 1904 – della vita di un agente pubblicitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Il “multiforme” ideatore dell’inganno del cavallo ritorna anche nelle pagine dello scrittore neoavanguardista Luigi Malerba, in <em>Itaca per sempre</em>. Qui, l’autore riprende l’ultimo nucleo narrativo dell’<em>Odissea</em>, il ritorno a Itaca, e racconta un Ulisse che deve affrontare un’impresa non meno ponderosa delle precedenti: vincere una tenzone fatta di astuzie e reticenze con la caparbia Penelope, per farsi finalmente riconoscere come marito da una moglie più volte tradita, e come padre da un figlio, Telemaco, abbandonato quando era ancora molto piccolo. Il romanzo di Malerba alterna la narrazione in prima persona di Ulisse a quella di Penelope, restituendo la dignità di eroina alla moglie dell’eroe greco e mostrando le fragilità di entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa breve rassegna bibliografica, necessariamente incompleta, di testi che rideclinano il personaggio di Ulisse, si aggiunge il libro, pubblicato nel 2017, <em>Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea</em>, in cui l’<em>Odissea</em> diviene per Daniel Mendelsohn, professore universitario di Letteratura classica, autore e protagonista del libro, un’occasione per riallacciare il rapporto con il padre; infatti, come Telemaco e Ulisse, Daniel e Jay Mendelsohn hanno modo di conoscersi, scoprirsi e apprezzarsi una seconda volta: prima durante le lezioni sul poema omerico tenute dall’autore, poi grazie alla crociera che decidono di fare insieme, per visitare i luoghi del viaggio di Ulisse.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre duemilacinquecento anni dopo la presunta scrittura dell’<em>Odissea</em> voluta dal tiranno Pisistrato, il poema non ha esaurito il proprio potenziale, ma continua a essere un testo da cui imparare e a cui attingere per capire da dove veniamo, per comprendere che il viaggio di Ulisse è anche il nostro viaggio.</p>
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		<title>La Torino letteraria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2019 12:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[Bobbio]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
		<category><![CDATA[Torino che legge]]></category>
		<category><![CDATA[Torino letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un viaggio tra le vie e le piazze di Torino e tra i ricordi letterari che nascondono, per prepararci allo spirito della manifestazione Torino che legge.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Torino, dall’8 al 15 di aprile, torna il consueto appuntamento con <em>Torino che legge</em>, evento che prevede una settimana ricca di appuntamenti dedicati ai libri e alla lettura e che, insieme al Salone del Libro di maggio e all’autunnale Portici di carta, corrobora il sodalizio tra il capoluogo piemontese e la letteratura. Il rapporto tra la città sabauda e il mondo librario non è limitato a queste iniziative: sono molti, infatti, gli scrittori che hanno contribuito a fare di Torino un grande ed elegante salotto letterario. Passeggiando per le vie della città, è possibile ripercorrere le loro orme e rievocare alcuni importanti capitoli della storia della letteratura italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, dunque, alcune tappe imprescindibili del turismo letterario torinese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il caffè Platti</strong> in Corso Vittorio Emanuele, che fu uno dei luoghi prediletti di Luigi Einaudi, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Leone Ginzburg e Mario Soldati.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>In via Oddino Morgari</strong>, nel cuore di San Salvario, si trova, invece, la casa in cui visse parte della propria vita Natalia Ginzburg e che fu protagonista di molte pagine di <em>Lessico famigliare</em>. A ricordare il passaggio della scrittrice vi sono una targhetta e la piazzetta antistante alla chiesa, intitolata a Natalia Levi Ginzburg.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Sempre nello stesso quartiere, in <strong>via Pietro Giuria 7</strong> si trova la facoltà di Chimica in cui studiò Primo Levi, mentre la casa in cui l’autore nacque, visse e si tolse la vita, gettandosi nella tromba delle scale, è in <strong>corso Re Umberto 75</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Restando in <strong>corso Re Umberto</strong>, ci si imbatte nella sede della casa editrice Einaudi, trasferita a seguito di un bombardamento che distrusse la vecchia sede di <strong>via Arcivescovado 7</strong> e animata, negli anni Trenta e Quaranta, dal fervore intellettuale di letterati del calibro di Cesare Pavese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’hotel Roma in <strong>piazza Carlo Felice</strong> è una sorta di Mecca per i pavesiani più viscerali; qui, difatti, il celebre scrittore langarolo si tolse la vita e molti suoi ammiratori lo commemorano visitando la stanza dell’hotel in cui soggiornò.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Per concludere circolarmente la passeggiata letteraria, un’ultima tappa in <strong>via Galliari</strong> permette di ricordare Umberto Eco, che trascorse i propri anni universitari nel Collegio Einaudi, di cui non mancò di scrivere.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>«Non ricordo se il Collegio chiudeva inesorabilmente alle 11,30 o a mezzanotte. Ricordo che chiudeva. […] Per questo io non ho mai saputo se Amleto sia morto, come se la sia cavata Edipo, chi sia la signora ponza, se Osvaldo abbia o non abbia avuto il sole, se Stanis Kowalsky si sia riappacificato con Stella, se Enrico IV sia rinsavito. Morirò con questi interrogativi sulle mie labbra esangui.</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>E tuttavia sarei disposto a rinunciare alla rivelazione finale per rivivere gli anni del Collegio Universitario</em></strong><em>. <strong>Essi hanno lasciato su di me tracce profonde».</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;Preferirei di no&#8221;. Mio fratello di Daniel Pennac</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 14:38:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[fratello]]></category>
		<category><![CDATA[melville]]></category>
		<category><![CDATA[monologo]]></category>
		<category><![CDATA[Pennac]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mio fratello di Daniel Pennac, il monologo teatrale che fa dialogare il defunto fratello dell'autore e il personaggio di Melville, Bartleby lo scrivano.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo la morte del fratello maggiore, Daniel Pennac si sente smarrito e, poiché privo dell’importante punto di riferimento, allenta la presa sul reale. Per riprendere le redini della propria vita, decide di scrivere un’opera in ricordo del defunto Bernard; la scrittura, dunque, diventa per lui un palliativo contro il dolore, un esercizio terapeutico il cui risultato è il volume <em>Mio fratello</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro, ascrivibile a quel genere letterario caratteristico di Pennac in cui la saggistica, il <em>memoir</em> e la narrazione vera e propria vengono amalgamati<em>,</em> l’autore alterna gli aneddoti sul fratello alla propria riscrittura – sottoforma di monologo teatrale – del racconto <em>Bartleby lo scrivano</em> di Herman Melville. Per questo motivo, <em>Mio fratello</em> è anche un inno alla letteratura; essa costituisce per i due fratelli un humus comune, una zona franca a cui fare affidamento per evadere i momenti di eccessiva intimità, che Bernard non riesce a concedersi. A suggerire il richiamo al personaggio melvilliano è proprio il fratello dello scrittore francese, il quale, offrendo a Daniel un biscotto allo zenzero, gli chiede se gradisca “un Bartleby”; il significato di questa metonimia viene chiarito ricorrendo al racconto di Melville: lo scrivano sembra, infatti, nutrirsi esclusivamente di biscotti allo zenzero.</p>
<p style="text-align: justify;">Bernard e Bartleby vengono, dunque, giustapposti; il primo, che in <em>Diario di scuola</em> era stato presentato da Daniel Pennac come l’unico con cui, quando era ancora un pessimo scolaro, riusciva a non chiudersi a riccio, è un uomo incline alla risata, rifugge le confidenze e, inspiegabilmente, tenta invano il suicidio; il secondo, invece, è un impiegato inadempiente e insolente, che declina ogni richiesta del notaio per cui lavora rispondendo puntualmente “preferirei di no” e, così facendo, lo ammattisce.</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>traits d’union</em> che affratellano i due personaggi sono numerosi: entrambi sono reticenti, enigmatici, impenetrabili e muoiono serbando nella tomba i loro segreti, ovvero le ragioni dei loro rispettivi comportamenti. Inoltre, sia Bernard sia lo scrivano si distinguono per l’ironia: uno è volutamente ironico, mentre l’altro, sclerotizzato nel suo “preferirei di no”, suscita in modo inevitabile il riso. Sono, infine, due figure magnetiche, perché attirano e incuriosiscono i personaggi che gravitano intorno a loro; il notaio di Melville, frustrato dall’impossibilità di risolvere l’enigma della condotta di Bartleby, da cui diviene sempre più ossessionato, giunge persino a meditarne l’omicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore, nella sua pièce tratta dal racconto di Melville, osserva lo scrivano dal punto di vista del notaio e sceglie, quindi, una focalizzazione interna, che rende credibile il fatto che la voce narrante non conosca a fondo il protagonista. Ma, ovviamente, il regista è Pennac: perciò le reazioni del notaio sono anche le sue e sono, allo stesso tempo, le stesse che provoca in lui l’atteggiamento esasperante del fratello; questo espediente rende meno brusca la cesura tra i capitoli dedicati a Bartleby e quelli dedicati a Bernard.</p>
<p style="text-align: justify;">Il monologo teatrale è stato realmente messo in scena e, per riflettere sulla catarsi nella sua accezione aristotelica, nel libro vengono raccontati gli effetti che ha sortito sulla platea: la sua funzione taumaturgica, che ha silenziato i rumori dei corpi degli spettatori, durante la rappresentazione; la simpatia iniziale del pubblico nei confronti dello scrivano; la successiva incomprensione snervante, fino alla rabbia, e la compassione.</p>
<p style="text-align: justify;">Pagina dopo pagina, il lettore rimane invischiato da Bernard e Bartleby, proprio per l’assenza di quel grimaldello che consentirebbe di inquadrarli, di spiegarli, anche di giustificarli; e ciò rende <em>Mio fratello</em> una lettura piacevole e divertente, ricca di satelliti, piuttosto che di veri e propri nuclei narrativi.</p>
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		<title>Il mondo è cieco?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nadia Lazzaroni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 17:18:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[cecità]]></category>
		<category><![CDATA[Josè Saramago]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[novecento]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Saramago]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'opera di Saramago non è soltanto un romanzo distopico ma ci parla del mondo in cui viviamo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In <i>Cecità</i>, romanzo distopico del premio Nobel José Saramago, l’autore immagina che un’epidemia di cecità si diffonda gradualmente in tutto il mondo e affligga, quindi, ogni essere umano; per arginare il problema, i primi neo-ciechi, che sono anche i protagonisti del libro, vengono segregati in quarantena e sono costretti a scendere a patti con la propria dignità, per sopravvivere.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>La perdita della vista comporta lo smantellamento di ogni convenzione sociale, della cultura, del pudore, della proprietà privata, e fa emergere il lato più egoista e brutale dell’uomo; rinchiusi in celle sovraffollate, i personaggi smarriscono il senso dell’umano e, così, la bestialità prende il sopravvento: stupri, violenze di ogni sorta, furti e prevaricazione diventano per tutti la quotidianità.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Quando è ormai chiaro che il morbo è ineluttabile e che non esiste, per nessuno, una via di fuga dall’oscurità, i “prigionieri” vengono liberati e imparano a conoscere la nuova terribile fisionomia del mondo senza luce, non molto diversa da quella che si era profilata nelle celle, durante la quarantena.</p>
<p>Qual è il messaggio che intende trasmettere Saramago, con il suo volume angosciante e atroce? Rispondere alla domanda non è affatto semplice, perché il romanzo è passibile di diverse interpretazioni; innanzitutto, la prima riflessione che nutre riguarda l’importanza della vista. Questo senso, difatti, viene presentato come la <i>conditio sine qua non</i> dell’uomo, ovvero ciò che, insieme alla ragione, permette di distinguerlo da un animale. In secondo luogo, il mondo terribile e sconvolgente che viene descritto dall’autore è caratterizzato dall’ambivalenza: si tratta davvero di un universo altro, di uno scenario lontano da quello reale, o la cecità è una metafora dello sperdimento e dell’alienazione che pervadono la contemporaneità? Certo, nel libro gli effetti conseguenti a queste due condizioni esistenziali vengono iperbolizzati, ma la massima dell’<i>homo homini lupus </i>è applicabile anche al nostro presente. Sempre volendo considerare l’allusività del testo, la dicotomia buio-luce si carica di una valenza simbolica e può tranquillamente essere giustapposta all’antitesi tra la ragione e la follia in quanto l’essere umano senza vista, e quindi senza luce, rimane in balìa dei propri folli istinti. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>Per concludere,<i> Cecità</i> è un romanzo che, mutuando un’espressione che una parte della critica aveva impiegato per commentare <i>Il tamburo di latta</i> di Gunter Grass – altro pilastro della letteratura del secondo Novecento –, fa venire voglia di lavarsi le mani per il disgusto, al termine della lettura. Ma è anche un’opera suggestiva: l’intento del romanziere, infatti, è quello di fare sorgere degli interrogativi, piuttosto che di offrire un messaggio o una risposta preconfezionati. <span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/il-mondo-e-cieco/">Il mondo è cieco?</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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