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	<title>Chiara Armando, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Le ricchezze di Stefano Benni: amore, natura e letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Oct 2021 12:20:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un romanzo d’altri tempi, quello scritto da Stefano Benni nel 2012 e intitolato "Di tutte le ricchezze", come è d’altri tempi il protagonista, un certo Martin B., professore universitario settantenne in pensione, ancora molto stimato nel suo ambiente, che ha mollato tutto e tutti per ritirarsi nella solitudine della vecchiaia in una casa isolata al di fuori del piccolo paese di Borgoconio, sull’Appennino.</p>
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<p><span style="font-weight: 400;">Un romanzo d’altri tempi, quello scritto da Stefano Benni nel 2012 e intitolato </span><i><span style="font-weight: 400;">Di tutte le ricchezze</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come è d’altri tempi il protagonista, un certo Martin B., professore universitario settantenne in pensione, ancora molto stimato nel suo ambiente, che ha mollato tutto e tutti per ritirarsi nella solitudine della vecchiaia in una casa isolata al di fuori del piccolo paese di Borgoconio, sull’Appennino.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Martin è l’unico studioso dell’opera di Domenico Rispoli, detto Il Catena, un poeta naïf morto in manicomio, che ha scritto numerose poesie leggibili all’inizio di ogni capitolo del romanzo, intervallate alla narrazione vera e propria; questi componimenti rivelano la sua pazzia, ma allo stesso tempo la sua profonda genialità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, il professore non è completamente solo: con lui c’è il suo fedele compagno Ombra, un grosso cane nero, e poi ci sono tutti gli animali del bosco (il gufo, la capra, la volpe, il tasso) con cui il professore intrattiene discussioni filosofiche a fine giornata. Le telefonate di Umberto, suo figlio che abita lontano, e le visite di alcuni amici, sia recenti sia di vecchia data, riescono ad allietare le piatte giornate del protagonista.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La rottura di questo equilibrio iniziale avviene quando, nella casa azzurra di fronte a quella del professore, disabitata da tempo, arriva una giovane coppia proveniente dalla città: lui è un pittore e un gallerista, lei una ballerina e attrice. Entrambi sono fuggiti dal caos della metropoli per ritrovare l’ispirazione. Presto il professore li conosce e li soprannomina Il Torvo e La Principessa del grano (per via dei capelli biondi della giovane donna, che ricordano a Martin un antico amore perduto).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La vita del protagonista viene dunque scombussolata in vari modi, dal momento che i tre personaggi diventano sempre più intimi, fino a quando emergeranno ricordi dolorosi del passato, litigi e inevitabili separazioni, che porteranno Martin a riflettere sul suo presente, ma soprattutto sulle scelte del suo passato.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo è senza dubbio un romanzo che parla della solitudine, e nello specifico quella di un anziano che, per diversi motivi, ha scelto di vivere da solo. Questa condizione viene messa in mostra con una luce tutt’altro che negativa, anche se si evidenziano le varie ombre che inevitabilmente compaiono di giorno in giorno. Nello stesso tempo, la ventata di novità e giovinezza portata dalla coppia metropolitana riempie e arricchisce la vita del professore, facendogli rivivere sentimenti non più provati da tempo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È anche un romanzo che parla di letteratura: frequenti sono i riferimenti letterari (ad esempio, ci sono alcuni rimandi a </span><i><span style="font-weight: 400;">Le notti bianche </span></i><span style="font-weight: 400;">di Dostoevskij), e  il volume stesso è una sorta di </span><i><span style="font-weight: 400;">mélange </span></i><span style="font-weight: 400;">tra prosa, poesia e teatro, dal momento che oltre alla storia compaiono le meravigliose poesie del Catena e alcune scene vengono raccontate dall’autore sotto forma di copione teatrale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Dunque solitudine, letteratura, e amore, tantissimo amore: per la natura e i suoi animali, per la cultura, e per la bellezza delle piccole cose della vita, anche nella vecchiaia. </span></p>
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		<title>La sfortunata Stella Fortuna: quando erano gli italiani ad emigrare in America</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Jun 2021 12:10:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[america]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel suo romanzo d'esordio Juliet Grames narra le vicende attraverso i secoli della famiglia Fortuna, tra la Calabria e l'America.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Negli ultimi anni sul mercato editoriale hanno avuto e stanno avendo particolare successo alcune saghe familiari; si pensi ad esempio ai libri dell’italiana Stefania Auci, che spicca per la celebre </span><i><span style="font-weight: 400;">Saga dei Florio</span></i><span style="font-weight: 400;">. Sono saghe che raccontano di generazioni e generazioni di una famiglia, spesso povera, che cresce e matura nel tempo. Leggendo questi volumi si sente l’eco di alcuni grandi classici del passato, forse de </span><i><span style="font-weight: 400;">I Viceré </span></i><span style="font-weight: 400;">di De Roberto (anche se in quel caso si trattava di una famiglia nobile), ma anche dei libri di Isabel Allende.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Proprio il realismo magico della Allende si ritrova nelle pagine del romanzo d’esordio di Juliet Grames, che si situa in questo filone: </span><i><span style="font-weight: 400;">Storia di Stella Fortuna che morì sette o forse otto volte</span></i><span style="font-weight: 400;">, pubblicato in Italia da HarperCollins.</span> <span style="font-weight: 400;">La scrittrice è italo-americana, vive in Connecticut e si è documentata con precisione recandosi di persona in Calabria, a Ievoli, prima di narrare la bellissima epopea della famiglia Fortuna.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma procediamo con calma: l’arco cronologico della vicenda è alquanto ampio, perché va dai primi anni del secolo scorso fin quasi ai giorni nostri. La prima parte del romanzo è ambientata nella Calabria del primo Novecento, e in particolare in un paese sperduto in cima alle colline di nome Ievoli, dove i compaesani sono poverissimi, si conoscono tutti e si sposano tra cugini. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La protagonista è una famiglia, quella dei Fortuna, creata da Assunta e Antonio, detto Tonnon e poi Tony. Dal loro matrimonio per niente felice nasceranno comunque quattro figli, due femmine e due maschi: Maria Stella detta Stella, Concettina detta Cettina, Giuseppe e Luigi. Antonio abbandona molto presto la famiglia per andare a cercare fortuna in America, lasciando Assunta da sola con quattro figli piccoli, senza nessun aiuto economico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Stella e Concettina sono le vere eroine di questa storia, dato che l’autrice esamina nel dettaglio il loro percorso di crescita, dalla più tenera infanzia alla vecchiaia. Il legame affettuoso tra le due sorelle si mantiene forte e solido per gran parte della loro vita: hanno pochissima differenza di età, sono due ragazze bellissime, gran lavoratrici e invidiate da tutta Ievoli, oltre che fortemente corteggiate. Stella tuttavia è particolarmente sfortunata, forse preda del malocchio, perché fin dall’infanzia è sopravvissuta a numerosi incidenti che l’hanno quasi uccisa (da qui il titolo del romanzo). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Grames si sofferma molto nel delineare la condizione della donna nella società del Sud Italia di quel periodo: senza voce in capitolo su ciò che riguarda la sua vita, viene data in sposa giovanissima con un matrimonio di pura convenienza ed è costretta a fare figli esaudendo tutti i desideri del marito-padrone. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutto cambia quando, a ridosso dell’entrata in guerra dell’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1939, la famiglia Fortuna raggiunge Antonio in America, precisamente ad Hartford, nel Connecticut. L’America è tanto diversa da Ievoli, e i Fortuna vivranno anni estremamente difficili; poverissimi, ridotti a fare lavori faticosi e sottopagati, diventano “stranieri ostili” nel momento in cui anche gli Stati Uniti entrano in guerra. È impossibile non pensare all’evidente somiglianza dei Fortuna e dei loro simili con gli immigrati di oggi, che giungono in Italia nella stessa loro condizione ad inizio del secolo scorso. In America le sorelle Fortuna saranno alle prese con usi e costumi completamente nuovi, con più libertà e frivolezze, tra corteggiamenti, matrimoni, lavoro e figli.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Estremamente interessante è il modo con cui l’autrice tratteggia la personalità di Stella, che è totalmente opposta a quella delle ragazze e donne della sua età: Stella appare agli occhi degli altri come un’aberrazione, come una ragazza troppo cocciuta che andrebbe domata, ma in realtà rappresenta la donna indipendente, che non vuole sposarsi né avere figli, che vuole andare a vivere da sola, lontana dalla sua famiglia, per costruirsi la sua vita. La protagonista rappresenta un barlume </span><span style="font-weight: 400;">di modernità in una società ancora estremamente ottusa, radicata negli ideali antichi dell’Italia del Sud, portati anche oltreoceano. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Riuscirà Stella a imporre la sua personalità e la sua intraprendenza o dovrà, ancora una volta e per sempre, sottomettersi alla sua famiglia?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><i><span style="font-weight: 400;">Storia di Stella Fortuna </span></i><span style="font-weight: 400;">è un libro brillante, una sorta di grande documentario romanzato, che narra la storia di una famiglia più unita che mai, nonostante tutti i dissapori e i litigi. E alla fine si resta commossi, come spesso accade quando si concludono quelle grandi epopee che raccontano il trascorrere del tempo, il quale, lento e inesorabile, solca le linee degli alberi genealogici.</span></p>
<p> </p>
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		<title>Arianna abbandonata e l’amore che fa male</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Apr 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Amore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dolore di Arianna è il dolore di tutti gli innamorati abbandonati, in un romanzo che racconta come si esce da un labirinto emotivo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><i><span style="font-weight: 400;">L’isola dell’abbandono</span></i><span style="font-weight: 400;">, libro di Chiara Gamberale pubblicato nel 2019, si apre con una dedica: “a chi resta”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E questa fa sorridere una volta che si conclude questo intenso romanzo psicologico che parla prevalentemente della paura di essere abbandonati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Secondo la versione più accreditata del mito di Teseo e Arianna, si racconta che Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, riuscì a sconfiggere e uccidere il Minotauro solo grazie all’aiuto di Arianna, la figlia del re di Creta, Minosse. La fanciulla, innamorata di Teseo, gli aveva strappato la promessa di portarla via con sé, in cambio di un filo da dipanare lungo il labirinto dove era rinchiuso il Minotauro in modo che l’eroe ne uscisse sano e salvo. Tuttavia Teseo, una volta compiuta l’impresa, non rispettò la promessa e quando giunse con le sue navi sull’isola di Nasso per far rifornimento, abbandonò Arianna sulla spiaggia mentre dormiva. Ad oggi si crede che l’espressione “piantare qualcuno in asso” &#8211; nel senso di abbandonare qualcuno &#8211; derivi proprio da qui: la formula “in Nasso” si sarebbe trasformata, per semplificazione fonetica, nell’attuale “in asso”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo mito è il fulcro del romanzo stesso, perché Arianna, la nostra protagonista, verrà davvero abbandonata dal suo grande amore sull’isola greca di Naxos.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma procediamo con ordine: Arianna è diventata da poco madre di Emanuele, ed è, per ora, single (o gengle, cioè “genitore single”). Ha scelto di non continuare la sua storia con Damiano, padre di suo figlio e psicoterapeuta molto più vecchio di lei, e decide di scrivere ad Emanuele una lunga lettera in cui gli racconta tutto quello che è successo nella vita di sua madre prima del suo arrivo. Il romanzo non è però, come potrebbe sembrare all’inizio, una riflessione sulla maternità (tema comunque rilevante ma che viene affrontato lateralmente, all’inizio e alla fine della storia) ma è una lunga e profonda analisi di un amore sconfinato e totale, ma letale, dipendente e tossico.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Si torna, quindi, indietro nel tempo e si scopre che Arianna è stata fidanzata per anni con Stefano, un giovane architetto che soffre di una forma abbastanza grave di bipolarismo e che non è in grado di tenere sotto controllo la sua vita. Arianna vive gli alti e bassi del fidanzato come se fossero suoi, gli fa “da madre”, annullando completamente la sua personalità per adeguarsi alla sua. La ragazza è un’illustratrice per bambini e inventa storie che ricalcano effettivamente l’umore del suo fidanzato. Soffre per i continui tradimenti e ricadute di lui ma non riesce a mollare la presa. Stefano, infatti, la convince sempre a restare dicendo che per lui lei è essenziale, che non potrebbe vivere senza di lei e così il peso della malattia e dell’incapacità di stare al mondo di lui diventano anche di lei. Parafrasando una frase del libro: è come se si considerasse una vittima la persona che in realtà fa male proprio a noi. Ma Arianna questo non lo capisce, finché non viene abbandonata. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In una vacanza sull’isola greca di Naxos, Stefano la pianta definitivamente in asso: fugge di punto in bianco a Londra con una turista incontrata lì sul posto, senza dare spiegazioni. L’abbandono è brutale proprio perché improvviso; Arianna si sente privata di una parte di se stessa e non capisce come il mondo possa sembrare sempre esattamente lo stesso, nonostante tutto il dolore che lei stessa sta patendo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Dallo strappo inevitabile che segue all’accaduto, Arianna inizia un lungo percorso di introspezione in se stessa: in questo nuovo viaggio la accompagneranno altri due uomini (uno è un certo Di, che Arianna conosce sempre sull’isola, e l’altro è appunto Damiano) che le faranno capire che il suo attaccarsi morboso ad una persona come Stefano deriva solo dal suo terrore di essere abbandonata, tanto che infatti una delle sue paure più grandi è sempre stata quella di perdere le persone care attorno a lei. Non era capace di vivere una fine, di amarsi </span><i><span style="font-weight: 400;">in primis</span></i><span style="font-weight: 400;"> e di venire ricambiata come si meritava. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La nostra Arianna, dunque, non è l’Arianna del mito: non è un’eroina ma è piena di contraddizioni e paure. È una persona molto ansiosa per il figlio e sempre insoddisfatta di se stessa, come donna e come madre. Ci si può identificare facilmente con lei perché soffre, patisce, ama disperatamente qualcuno che non può offrirle nulla e la fa soffrire a sua volta, cade e si dispera ma si aggrappa alla vita con tutta se stessa. E poi, con un figlio e quindi con una nuova vita che fa ricominciare tutto da zero, prova definitivamente a far ordine attraverso la scrittura e a ritrovare, una volta per tutte, la sua identità. </span></p>
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		<title>L&#8217;abisso in ognuno di noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[abisso]]></category>
		<category><![CDATA[Donato Carrisi]]></category>
		<category><![CDATA[oscurità]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[psicosi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[thriller]]></category>
		<category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io sono l’abisso si rivela un thriller psicologico di grande intensità. Al di là della suspense che riesce a mantenere nelle pagine, la storia va a toccare diverse tematiche sempre attuali: la psicosi maturata dopo un’infanzia turbolenta, la depressione adolescenziale, la violenza sulle donne. Carrisi riesce a mescolare con maestria tutti questi ingredienti per dare vita ad un racconto che ci fa riflettere, ma che soprattutto ci fa guardare inevitabilmente nel nostro, di abisso; per riemergerne in seguito più sicuri, o forse ancora più incerti di prima.</p>
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<p>«Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo in un abisso, anche l&#8217;abisso ti guarda dentro». Così recita un celebre aforisma di Friedrich Wilhelm Nietzsche e chissà se Donato Carrisi si sia ispirato proprio a questa frase per intitolare il suo ultimo romanzo, <em>Io sono l’abisso</em> (Longanesi, 2020). Parrebbe proprio di sì, poiché spesso e volentieri di abisso si parla in questo nuovo thriller, sempre inquietante e pieno di suspense, come ogni storia orchestrata da Carrisi. L’abisso è quello del lago di Como che fa da sfondo alla vicenda, «il posto più tranquillo della Terra», o almeno così viene definito dai giornali; in realtà spesso rigetta sulle sue rive parti di cadaveri (suicidi o forse no) dispersi da chissà quanto. L’abisso è anche quello di una piscina nera, putrida e abbandonata, nella quale il protagonista, ancora bambino all’inizio del romanzo, rischia di affogare.</p>
<p>Proprio quest’ultimo, infatti, è un vero mostro umano. Un reietto, un emarginato dalla società; un essere invisibile che vive nell’ombra. L’autore lo chiama «l’uomo che puliva», senza mai rivelarne il nome. Apparentemente, infatti, sembra un semplice netturbino, silenzioso e molto meticoloso, forse troppo. È in realtà un uomo che ha vissuto violenze psicologiche e fisiche fin da bambino e che matura una mente turbolenta, malata, posseduta. Ed è anche lui, in effetti, un abisso: un pozzo senza fondo, un mostro imprevedibile, capace di fare del male e nello stesso tempo del bene. Capace di uccidere (e uccide, quasi subito all’inizio della vicenda) ma capace anche di salvare la vita ad altri.</p>
<p>Infatti, in una mattina come tante altre, sceglie di soccorrere una ragazzina, «la ragazzina col ciuffo viola», quando questa si getta volontariamente nelle acque turbinose del lago, rischiando di affogare. L’uomo la vede, la salva e poi fugge, senza lasciarsi identificare; ma la sua esistenza da quel momento cambia per sempre. Un istinto irrefrenabile lo attrae verso di lei, vuole sapere di più della sua vita; inizia a seguirla, a spiarla, ma solo con l’intento di proteggerla. E tutte le volte che «la ragazzina col ciuffo viola», viziata e piena di problemi, figlia di una ricchissima famiglia che abita sulle sponde del lago, avrà bisogno di lui, «l’uomo che puliva» sarà sempre pronto a intervenire, esponendosi sempre di più e rischiando di farsi scoprire.</p>
<p>C’è qualcuno infatti che nel frattempo sta facendo delle indagini, e sta per arrivare proprio a lui; questo a causa del ritrovamento di un braccio, che il lago ha fatto riemergere dai suoi abissi, e che appartiene ad una signora non ancora ben identificata. La donna che sta indagando sulla vicenda è la «cacciatrice di mosche», un personaggio con un passato denso di sofferenze, che aiuta le donne vittime di violenza domestica tramite un linguaggio segreto: ogni volta che una fidanzata o una moglie ha bisogno di aiuto, deve lasciare «un barattolo di sottaceti fra i surgelati» di un noto supermercato, e la «cacciatrice di mosche» saprà intervenire.</p>
<p>Il ritrovamento del braccio di questa donna sconosciuta non convince la cacciatrice per certi dettagli, e quindi si spingerà ad indagare a fondo, sempre più a fondo, fino a scoprire tutta la verità.</p>
<p><em>Io sono l’abisso </em>si rivela ancora una volta un thriller psicologico di grande intensità. Al di là della suspense che riesce a mantenere nelle pagine, la storia va a toccare diverse tematiche sempre attuali: la psicosi maturata dopo un’infanzia turbolenta, la depressione adolescenziale, la violenza sulle donne. Carrisi riesce a mescolare con maestria tutti questi ingredienti per dare vita ad un racconto che ci fa riflettere, ma che soprattutto ci fa guardare inevitabilmente nel nostro, di abisso; per riemergerne in seguito più sicuri, o forse ancora più incerti di prima.</p>
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		<title>Si rinasce anche cambiando l’acqua ai fiori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 07:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Segnalibro]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[cimitero]]></category>
		<category><![CDATA[fiori]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[salvezza]]></category>
		<category><![CDATA[sceneggiatrice]]></category>
		<category><![CDATA[Valerie Perrin]]></category>
		<category><![CDATA[Violette]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un gesto quotidiano e intimo: cambiare l'acqua ai fiori. Questo è l'atto salvifico di Violette, protagonista di un romanzo di Valérie Perrin.</p>
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<p style="text-align: justify;">Se si va a cercare su Wikipedia il nome di Valérie Perrin, non si scopre molto della sua vita. Scrittrice, fotografa e sceneggiatrice francese, classe 1967, sposata a sua volta con uno sceneggiatore e regista francese, la Perrin ha scritto due romanzi nella sua vita, che hanno ottenuto entrambi numerosi premi: il primo è stato pubblicato nel 2015, con il titolo italiano <i>Il quaderno dell’amore perduto</i> (bellissimo il titolo in francese: <i>Les Oubliés du dimanche</i>), mentre il secondo è uscito in Francia nel 2018, <i>Changer l’eau des fleurs</i>, in italiano <i>Cambiare l’acqua ai fiori</i>, che ha riscosso un notevole successo nel nostro Paese di recente.<br />Senza dubbio questa scrittrice sa il fatto suo: il romanzo racconta una storia bellissima, mai monotona, tipicamente francese e malinconica al punto giusto. Sicuramente, l’anima da sceneggiatrice permette alla Perrin di avere un occhio più attento ai dettagli, alle piccole cose, alle descrizioni precise e vivide dei luoghi e dei personaggi del romanzo. Anche perché Violette, la protagonista, è proprio così: una donna che vive per la cura dei dettagli, e che sa gioire per qualsiasi gioia quotidiana. Violette d’altronde fa un lavoro che oggi pare quasi dimenticato, poiché è una guardiana di un piccolo cimitero in Borgogna. La sua vita è scandita da una sequenza di azioni giornaliere, quasi dei riti, che vengono praticati da anni: pulire le tombe, assistere alle sepolture, vendere i fiori e cambiarli sulle lapidi, offrire un caffè o qualcosa di più forte ai parenti e agli amici affranti dei defunti che vengono a trovare conforto nella sua piccola casetta. Violette è sempre gentile e ha sempre una buona parola per tutti; bada al suo piccolo orticello, tiene un registro dove riporta tutte le sepolture che avvengono nel cimitero, con i dettagli della cerimonia funebre. Riporta persino il tipo di legno utilizzato per la bara del defunto di turno.<br />Eppure, questa apparente vita tranquilla e ripetitiva nasconde dietro di sé molto altro. Infatti, Violette ha un passato tremendamente difficile alle spalle, che pian piano, con grande grazia e forza di volontà, ha saputo lasciar andare. Orfana fin dall’infanzia, Violette è passata da una famiglia affidataria all’altra, senza poter dire di aver mai avuto una vera famiglia. Ha conosciuto giovanissima un ragazzo più grande di lei, Philippe, che l’ha tirata fuori dal circolo degli affidi facendola sua troppo presto, e rendendola madre altrettanto prematuramente. Tuttavia, la gioia di poter accudire una figlia, Léonine, è stata più grande di qualsiasi altro sentimento provato da Violette in tutta la sua vita. I due giovani genitori diventano poi guardiani di un passaggio a livello (lavoro, questo, che oramai non esiste più); in realtà, è Violette che lavora, mentre Philippe esce sempre più spesso a «fare i suoi giri». E così la ragazza vede, giorno dopo giorno, la vita dei pendolari scorrerle davanti, in tutte le sue sfaccettature. Sogna anche lei di avere una vita diversa, più movimentata, piena di sorprese e soddisfazioni. Di lì a poco, invece, Violette sarà costretta a sopportare un vortice di eventi che la getteranno nella più totale disperazione e depressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Come ne uscirà? Cambiando l’acqua ai fiori. Accudendo una terra, un orto, quello del cimitero di cui successivamente diventerà guardiana. La vita di Violette diventa allora esemplare: è quella di una donna che ha sofferto tantissimo nella vita, e che però ha saputo rialzarsi, con grande fatica ma nello stesso tempo in silenzio, con estrema eleganza. È ripartita proprio da lì, dallo stretto legame che ci unisce alla terra, da cui veniamo e nella quale ritornano i defunti che la stessa Violette accoglie nel suo piccolo cimitero.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Cambiare l’acqua ai fiori</i> è uno di quei libri per cui dispiace quando si arriva all’ultima pagina. Si sente immediatamente la mancanza di Violette, mancano la sua pacatezza e la sua gentilezza, qualità che ha mantenuto nel tempo nonostante la vita difficile che ha avuto. Senza dubbio, si tratta di uno di quei romanzi che comportano una riflessione successiva: sul valore degli affetti che ci circondano, sulla qualità della vita rispetto al momento della morte (tra l’altro, bellissimo il fatto che ogni capitolo del romanzo inizi con una specie di epitaffio che si potrebbe ritrovare su una tomba), ed infine, sulle innumerevoli possibilità di rinascere sempre e comunque, nella nostra esistenza, aggrappandoci con tutte le nostre forze a ciò che ci rende davvero vivi e presenti a noi stessi.</p>
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		<title>Quell&#8217;Africa misteriosa e il bisogno di salvarsi da soli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2020 11:45:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[clara sanchez]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiara ci accompagna alla scoperta dell'ultima pubblicazione dell'autrice Clara Sanchez: L'amante silenzioso. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Con <em>L’amante silenzioso</em>, romanzo pubblicato in Italia nel 2019, l’autrice spagnola più letta ed apprezzata nel nostro Paese, Clara Sanchez, trasporta il lettore non più nella sua Spagna, ambientazione fissa di gran parte delle sue storie, bensì nell’affascinante Africa dal sole abbagliante. E ci racconta una storia piena di mistero, esotismo e suspence, che tiene il lettore incollato alle pagine fino alla fine.</p>
<p>La protagonista è Isabel, una giovane donna di Madrid che ha perso il fratello a causa delle vessazioni psicologiche compiute da una setta in cui il giovane si era inserito durante una grave depressione. Isabel viene ingaggiata da una famiglia molto benestante spagnola che le propone di condurre una specie di missione di salvataggio in Africa, precisamente a Mombasa, in Kenya, per tentare di far ragionare e riportare a casa il loro figlio, Ezequiel. Infatti, dopo la rottura del fidanzamento con la sua ragazza Marta, il giovane è partito per ritrovare sé stesso e si è inserito nell’Orden Humanitaria a Mombasa, una comunità da cui tuttavia non è più tornato. Dal momento della sua partenza non ha più fatto sapere nulla di sé.</p>
<p>La motivazione che spinge Isabel ad affrontare una missione del genere potrebbe sembrare forse un po’ debole per dare input alla vicenda: il fatto di poter in qualche modo, con questo viaggio, salvare l’anima di suo fratello ed alleviare quel senso di colpa che la attanaglia dalla sua morte. È anche vero, però, che la ragazza probabilmente parte per un atto di altruismo ed egoismo allo stesso tempo: salvando qualcun altro, libera anche sé stessa. «Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno». Così recita il frontespizio del romanzo: bellissima citazione da <em>Lavorare stanca</em> di Cesare Pavese.</p>
<p>E quindi Isabel parte, fingendosi una fotografa di livello internazionale che deve fare un reportage in Africa, travestendosi da clone di Marta, per far sì che in Ezequiel si risvegli qualcosa e che il ragazzo possa rinsavire. Ben presto Isabel scopre che il giovane è diventato un affiliato molto intimo di quella che si può definire in tutti i sensi una setta, a capo della quale incombe Maína, un personaggio che la Sanchez ha saputo rendere estremamente intrigante. Manipolatore e approfittatore, Maína ha saputo creare attorno a sé un circolo di persone disperate come Ezequiel, dei relitti distrutti dalla vita, approdati in Africa in cerca di salvezza. Ha fatto loro il lavaggio del cervello e ora li costringe a vivere secondo le sue regole che comprendono il totale e netto distacco con la vita passata. I ragazzi dell’Orden Humanitaria credono veramente di essere totalmente liberi da qualsiasi vincolo che li possa ancora legare alla vita terrena e metropolitana quando invece sono totalmente succubi di questo loro capo che considerano alla stregua di un dio sceso in terra, un modello esemplare e irraggiungibile. La Sanchez ha delineato con chiarezza il fortissimo condizionamento psicologico che si innesta in questi casi, ben osservato dal punto di vista di un personaggio esterno come Isabel, che pian piano entra a far parte del gruppo. Per questi ragazzi dell’Orden tutta la vita ruota attorno a Maína e l’unica cosa che davvero conta è compiacerlo e seguire le sue regole, ripetute spesso come mantra tra le mura di questa casa-comunità in cui Maína svolge anche pratiche rituali con i suoi adepti.</p>
<p>Man mano che la storia procede, Isabel deve affrontare diverse prove che mettono anche a rischio la sua incolumità, senza sapere che si sta inserendo in qualcosa di molto più nascosto e molto più insidioso che un semplice salvataggio di un ragazzo spagnolo. Ezequiel infatti ad un certo punto viene rapito, probabilmente da alcuni terroristi, ma il suo rapimento sarà solo l’ombra di un progetto ben più vasto che Isabel riuscirà a smascherare grazie anche all’aiuto di un personaggio altrettanto misterioso, Said.</p>
<p>In un paesaggio tipicamente africano, tra hotel di lusso e villaggi poverissimi, in una natura benigna e maligna nello stesso momento ma sempre lussureggiante, si snoda una storia che è costruita dalla Sanchez in modo da essere sempre avvincente, andando a sondare gli oscuri anfratti della manipolazione mentale, senza che il lettore possa comprendere, fino alla fine, quali siano veramente i buoni e quali i cattivi. Tutto è incerto e non ci si può fidare veramente di nessuno: bisogna, ancora una volta, salvarsi da soli.</p>
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		<title>Il lunghissimo e inquieto sabato di McEwan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2020 12:05:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Segnalibro]]></category>
		<category><![CDATA[2003]]></category>
		<category><![CDATA[Ian McEwan]]></category>
		<category><![CDATA[McEwan]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Sabato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per leggere Sabato di McEwan torniamo al 2003, in cui il governo Blair stava per appoggiare l’invasione americana dell’Iraq, a quell'attesa e angoscia. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per leggere “Sabato” di Ian McEwan bisogna tornare indietro di diciassette anni, in quel lontano 2003 in cui a Londra il governo Blair stava per appoggiare l’invasione americana dell’Iraq, a seguito dell’attentato dell’11 settembre 2001. Bisogna entrare in quello spirito, in quella dimensione di attesa e di angoscia. Quando si è sull’orlo del precipizio, e si sta a vedere se questa volta il mondo cadrà per mano dell’uomo o meno. E chi forse meglio di noi come siamo adesso, in una situazione così incerta e oscillante, in attesa di un possibile ritorno di un virus letale che devasterebbe di nuovo la vita di chiunque, potrebbe comprendere meglio questo romanzo, che diventa dunque così terribilmente moderno?</p>
<p style="text-align: justify;">“Sabato” si snoda lungo un’unica lunga giornata. Henry Perowne, neurochirurgo londinese di una certa fama, si aspetta di passare un normale sabato di riposo dal lavoro, ma tutto prende una piega diversa quando si sveglia in piena notte in preda ad una strana euforia e vede per puro caso un aereo in fiamme nel cielo di Londra. Questa immagine funesta lo accompagnerà per il resto della giornata. Da quel momento, la sensazione di un’imminente catastrofe che possa devastare non solo la città, ma anche la sua famiglia, pervade Henry fino alla fine. Tuttavia, il protagonista non ha nulla da temere: ha un bel lavoro, una casa lussuosa, una moglie in carriera e dei figli fantastici che lo rendono un padre orgoglioso. Si prospetta per di più una serata festosa, in quanto dopo sei mesi di assenza torna a casa la figlia Daisy, che sta per pubblicare il suo primo libro di poesie. Tutto sembra prevedere una giornata tranquilla: Henry giocherà a squash con il suo collega, come ogni sabato mattina; nel pomeriggio passerà a trovare la madre malata in casa di riposo, poi farà un salto ad ascoltare il figlio, chitarrista di un gruppo blues, ed infine cucinerà la cena, aspettando tutti i parenti, compreso il suocero, per trascorrere la serata assieme. Eppure, la notizia dell’incidente aereo che rimbomba nei telegiornali, oltre a quella del corteo di protesta contro l’appoggio inglese all’invasione americana dell’Iraq che si svolge proprio quella mattina in città, invadono con forza la vita privata del protagonista. Tra l’altro, Henry si comporta in modo ambivalente con le notizie dal mondo esterno: da una parte è avido di sapere assolutamente quale fine abbia fatto l’aereo in fiamme che ha visto durante la notte, e si scalda in una discussione con la figlia Daisy prima di cena riguardo all’imminente guerra; dall’altra, non vuole rimanere schiavo dell’informazione e delle news, e quindi tenta comunque di trascorrere una giornata tranquilla. Ogni sua singola azione, però, viene intervallata da continue e profonde riflessioni che spaziano dai ricordi della sua vita e dei suoi affetti, alle considerazioni sull’attualità e alla presa di coscienza dei suoi stati d’animo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un caso che il primo grosso intoppo della giornata capiti proprio a causa del corteo cittadino: è il segnale di come gli eventi pubblici entrino prepotentemente nella sfera privata del protagonista, per rivoluzionarla del tutto. Henry infatti ha un incidente con l’auto mentre si sta recando alla solita partita di squash, e pur avendolo risolto per le sue competenze da medico, non si sente per niente tranquillo, anzi, ha paura di una possibile vendetta del tizio poco raccomandabile con cui ha dovuto avere a che fare (vendetta che infatti verrà attuata nella serata).</p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio, “Sabato” racconta una storia molto lenta, con poca azione e pochi colpi di scena. Con una precisione assoluta anche per argomenti molto settoriali e con un amore spassionato per il dettaglio, McEwan riesce comunque a tenere viva l’attenzione del lettore fino alla fine, e anzi, gli fa sviluppare anche inconsapevolmente una trepidante attesa per la serata del sabato, che d’altronde rappresenta il climax di tutta la narrazione. Sarà in quel momento che il protagonista saprà rimediare al danno fatto in mattinata e, mosso da pietà e compassione, riuscirà a compiere il suo dovere di medico fino in fondo. Per McEwan, Henry Perowne è un simbolo: il simbolo dell’uomo affermato e in carriera del nuovo millennio, che possiede tutto ciò che un essere umano potrebbe desiderare. Nello stesso tempo però ha il terrore, recondito ma non troppo, che tutto gli possa venire improvvisamente tolto per questioni che esulano dal suo diretto controllo, poiché davanti a queste è assolutamente inerme, un semplice spettatore. Eppure, anche se in una sola giornata si sono susseguite diverse peripezie capaci di modificare un’intera esistenza, alla fine ciò che conta è che anche questo sabato si sia concluso: “e alla fine, in caduta lieve: questo giorno è passato”. E il domani può cominciare.</p>
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		<title>Quegli eroi bugiardi chiamati adulti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2020 09:37:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lo sguardo letterario]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[Adulti]]></category>
		<category><![CDATA[bugie]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[eroi]]></category>
		<category><![CDATA[La vita bugiarda degli adulti]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensione dell'ultimo romanzo di Elena Ferrante, La vita bugiarda degli adulti, in cui crescendo la protagonista impara a conoscere davvero i suoi "eroi".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Bugie, bugie, gli adulti le vietano e intanto ne dicono tante”. Questi i pensieri della giovanissima Giovanna, protagonista dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante, “La vita bugiarda degli adulti”, pubblicato nel 2019.</p>
<p style="text-align: justify;">La Ferrante, scrittrice che ancora latita nell’ombra, anche in questa storia sceglie come ambientazione la sua cara Napoli: una Napoli ben diversa, tuttavia, da quella che i suoi lettori hanno imparato a conoscere con la quadrilogia de “L’amica geniale”. Infatti, se lì prendevano vita i quartieri più degradati e poveri della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta, ora lo sguardo si amplia e si sposta al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Un quartiere per bene, dove vivono famiglie agiate: e in effetti, i genitori di Giovanna appartengono alla Napoli intellettuale. Entrambi professori di liceo, menti finissime, lavoratori assidui e pensatori un po’ troppo inquadrati nelle loro idee. I due sono fermamente convinti che nella vita l’unica cosa che conta davvero è studiare, e quindi inculcano nella figlia una certa severità e costanza nello studio. Giovanna cresce con l’idea che i genitori siano persone perfette, modelli unici da seguire in tutto e per tutto: innamorati da sempre, devoti uno all’altra, e tremendamente intelligenti (soprattutto il padre, per il quale la figlia mostra una devozione senza limiti). Quando inizia la vicenda, Giovanna ha dodici anni, si sta affacciando all’adolescenza e sta vivendo un momento difficile e delicato. Il lettore la osserva mentre a poco a poco conosce la propria personalità e ne prende coscienza, mettendosi anche a confronto con il proprio corpo che cambia.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutte le poche certezze che Giovanna possiede in questo periodo crollano quando all’improvviso ascolta per sbaglio una conversazione tra i suoi genitori, e il padre si lascia sfuggire che la figlia sta diventando più brutta e anzi, sta “facendo la faccia di Vittoria”. Vittoria, il lettore lo viene a sapere subito dopo, è la pecora nera della famiglia: una zia che Giovanna ha conosciuto solamente attraverso le parole dei genitori, che l’hanno sempre dipinta come una persona spregevole, maligna e molto brutta. Dopo questa dichiarazione così terribile, la protagonista non sa darsi pace, perché ha il terrore di aver deluso i genitori e, soprattutto, teme di diventare una brutta persona. L’unica soluzione che ritiene valida per placare la sua angoscia è quella di andare a trovare sua zia, e di vederla in faccia, finalmente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’incontro con Vittoria è decisivo per Giovanna. Per la prima volta, la ragazzina conosce un mondo adulto che va ben al di là di quello dei suoi genitori e degli amici dei suoi: Vittoria è brutta ma è anche bellissima, è volgare ma allo stesso tempo molto affettuosa, è molto diretta e senza peli sulla lingua, e infine è passionale ed energica in qualsiasi cosa faccia. Ma soprattutto, Vittoria apre gli occhi a Giovanna. La zia ha molto da raccontare; le espone la sua versione dei fatti in famiglia, e consiglia alla nipotina di ampliare il suo sguardo, e scavare a fondo nelle vite dei suoi affetti più cari. E così, in poco tempo, Giovanna non riesce più a fare a meno di Vittoria: deve vederla sempre più spesso, nonostante la ritrosia dei genitori. Ben presto, la protagonista scopre la seconda vita di entrambi, la loro “vita bugiarda”, appunto. L’immagine dei suoi infallibili genitori che Giovanna si era costruita anno dopo anno crolla come un castello di carte. Il suo sguardo sulla vita diventa estremamente più profondo, e molto più maturo rispetto ai suoi tredici anni di età: è già uno sguardo da adulta che è stata sopraffatta dalla vita, una volta che ha compreso i meccanismi e gli ingranaggi che muovono le cose e le persone. Lei stessa inizia a comportarsi in modo diverso, proprio come se dovesse dimostrare a qualcuno che non per forza deve diventare come mamma e papà hanno sempre voluto. Giovanna scopre così lati del suo carattere che non conosceva, impara a gestire le voglie dei maschi, e passa a osservare ed imitare altri modelli, altre persone che entrano nella sua vita, più o meno per caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si avvicina alla conclusione, trainato dalla prosa sempre conturbante e molto espressiva della Ferrante, il lettore, forse abituato ai romanzi fiume della quadrilogia de “L’amica geniale”, si aspetta una prosecuzione della storia. Invece la protagonista, proprio alla fine della vicenda, compie un rito di passaggio, un atto fondamentale per entrare davvero nella vita adulta. Ed è proprio lì che il lettore la perde: l’innocenza dell’infanzia e dell’adolescenza è scomparsa. Giovanna non ha più ragione di esistere tra le pagine di un romanzo, è diventata esattamente come tutti gli adulti bugiardi.</p>
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		<title>Casa, la gabbia dorata dove adesso si impara a stare da soli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 10:52:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[stare con se stessi]]></category>
		<category><![CDATA[umberto galimberti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ora, grazie alla quarantena, possiamo guardarci dentro. La casa di ciascuno di noi è diventata una gabbia, ma dorata, che dona silenzio e un tempo sospeso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«È peggio della guerra». Spesso negli ultimi giorni si è sentita ripetere questa frase, nei commenti del popolo italiano sui social network riguardanti la dura battaglia contro il Coronavirus che il nostro Paese sta combattendo. E perché sarebbe peggio della guerra? Cosa ci sarebbe di così diverso rispetto ad una guerra vera, con eserciti ed armi e bombardamenti?</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendo una considerazione che ha fatto il filosofo Umberto Galimberti in un interessante video pubblicato su Youtube ( <a href="https://www.youtube.com/watch?v=-OMKYw-XaGg">https://www.youtube.com/watch?v=-OMKYw-XaGg</a> ). La guerra come la conosciamo noi, come l’abbiamo studiata, è qualcosa di visibile, di concreto. La guerra suscita paura: una paura reale per qualcosa che si conosce bene e che si sa che porta solo morte e distruzione. Ma l’angoscia è una sensazione peggiore della paura: dice Galimberti che l’angoscia nasce invece per qualcosa che non si conosce, qualcosa di invisibile, e che proprio per il suo essere invisibile è ancora più terribile. L’angoscia induce spesso ad azioni irrazionali, dettate dal puro terrore. E in questo senso non possono non venire in mente tutti quei gesti degli Italiani di poco tempo fa che sono sembrati decisamente sconclusionati: l’assalto ai treni notturni, la corsa ai supermercati per il terrore che potessero chiudere da un momento all’altro…Quando il nemico è sconosciuto, l’uomo perde la testa.<br />
E quindi, è necessario mantenere la lucidità quanto più possibile. Informarsi bene, non farsi prendere dal panico per una notizia un po’ più scioccante, leggere sempre tra le righe. In questi giorni, oramai si sa, l’invito primario è quello di stare a casa. «Come state, ragazzi?» ho chiesto l’altro giorno ai miei alunni in videoconferenza. Mi hanno risposto, con tono ironico: «Prof, sembra di stare agli arresti domiciliari». Ho spiegato loro che bisogna avere pazienza ancora per un po’, ma purtroppo non ho saputo dare loro informazioni certe su quando avrebbe riaperto la scuola, che manca molto a tutti, anche a noi professori. Eh sì, dobbiamo sentirci tutti un po’ prigionieri; ma in senso positivo. Innanzitutto, ci troviamo in una gabbia dorata, in cui possiamo avere qualsiasi diversivo subito a portata di mano. Fortunatamente, abbiamo la tecnologia dalla nostra parte, che non ci lascia mai da soli, se glielo permettiamo. A mio parere, tuttavia, in questi giorni è giusto stare un po’ da soli con se stessi, finalmente. Dopo la frenesia di tanti giorni tutti uguali che ci sono scivolati dalle dita senza che ce ne rendessimo conto, ora, non per volontà nostra, abbiamo tirato il freno a mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Chissà se questa nuova condizione di stasi, di routine azzerata, di silenzio, di vuoto (consiglio a riguardo un bellissimo articolo di Luca Molinari su <em>Doppiozero</em>, dal titolo «Il rumore del vuoto»: <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/il-rumore-del-vuoto">https://www.doppiozero.com/materiali/il-rumore-del-vuoto</a> ) ci consentirà di fermarci davvero, di chiudere gli occhi e sentire come stiamo dentro. Staccarci un po’ dai social network, ricominciare a respirare. Fare alcune domande a noi stessi: chi siamo, se siamo contenti della nostra vita, se ci piacerebbe cambiare qualcosa. Non c’è occasione migliore come quella che ci capita adesso per rallentare e renderci conto che stiamo vivendo. Non potremo che ripartire molto più consapevoli di noi stessi, e soprattutto, quando tutto questo sarà finito, saremo in grado di apprezzare molto di più la nostra vita, e tutto quello che la circonda.</p>
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		<title>Se Achille è deforme e Ulisse non sa più scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Armando]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 07:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Segnalibro]]></category>
		<category><![CDATA[achille]]></category>
		<category><![CDATA[achille piè veloce]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ulisse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un romanzo che ricalca le orme dell'Odissea, rivisitando i personaggi anche in modo comico: Ulisse e Achille sono qui amici entrambi amanti della scrittura.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se si prende voglia di rispolverare un po’ di epicità ma in chiave moderna e comica, non c’è libro migliore di <em>Achille piè veloce</em>, romanzo pubblicato da Stefano Benni nel 2003. Premettendo che chi scrive era totalmente digiuna di opere di Benni, il fatto di aver iniziato a leggere la sua produzione con questo volume è stato un gesto che si è poi rivelato furbo, anche perché <em>Achille piè veloce</em> divenne velocemente un best-seller in Italia, e fu poi tradotto in diverse lingue.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulisse Isolani è il protagonista del romanzo: già il suo nome la dice lunga sul tipo di personaggio che pian piano si andrà a conoscere. Lavora nella casa editrice Forge, che è oramai verso il fallimento, e di mestiere legge i dattiloscritti (o «scrittodattili», come li chiama lui) degli scrittori in erba, giovani e meno giovani, che tentano il successo. Ulisse è scrittore anche lui, ma, dopo aver pubblicato un primo romanzo, non è più riuscito a scrivere nulla, perché gli manca sempre l’ispirazione. Ulisse inoltre, esattamente come l’Odisseo omerico, è «polutropos»: dall’ingegno multiforme e versatile. È un uomo del nostro secolo, che sa destreggiarsi in vari problemi della quotidianità grazie alla sua proverbiale abilità oratoria e grazie anche ad un po’ di fortuna. Tuttavia, spesso si addormenta nei luoghi più improbabili della grigia e anonima metropoli in cui vive, che viene però trasformata da Benni in un paesaggio epico, pieno di insidie e avventure. Il protagonista è anche poligamo, proprio come l’eroe dell’Odissea: alterna la sua vita amorosa tra una fidanzata di origini sudamericane che ama profondamente, Pilar, spesso soprannominata Penelope, e un’amante occasionale, la sua provocante collega Circe.<br />
Fin dall’inizio, non appena il lettore si immerge nella prosa avvolgente di Benni, ha la sensazione di leggere un poema epico, ma in chiave molto moderna; ed è forse questo aspetto che rende particolarmente affascinante il volume. Si intuisce d’altronde come sia i personaggi, sia le modalità della narrazione ricordino molto chiaramente lo stile epico, pur con evidenti e spesso comiche differenze. Ad esempio, la vita di Ulisse subisce una svolta quando conosce Achille, il quale però è ben lontano dal suo corrispettivo personaggio epico. Achille, anziché essere «kalòs kai agathòs», ossia bello e valoroso, è brutto e deforme, costretto su una carrozzina elettrica da una malattia contratta alla nascita (tra l’altro la carrozzina, a rigor di logica, è della marca Xanto, nome di uno dei cavalli immortali dell’eroe omerico). Il ragazzo resta rinchiuso in una casa molto grande all’interno di un palazzo antico, in cui abitano anche la madre e il fratello Febo, uomo di successo e pronto ad entrare in politica, che sopporta a fatica la presenza del fratello malato.<br />
Achille riesce ad incuriosire Ulisse con una lettera molto eloquente, e così il protagonista si reca a casa del ragazzo. I due iniziano presto a frequentarsi e ad instaurare un rapporto di amicizia, molto strano, in quanto ovviamente Achille e Ulisse sono estremamente diversi, ma anche molto profondo. Il legame che si crea è dettato soprattutto dalla profonda passione di entrambi per il racconto e la scrittura. Infatti Achille (che non riesce quasi più a parlare a causa della sua malattia, e comunica con l’amico attraverso un computer) inizia a scrivere al posto di Ulisse, e racconta la vita del protagonista, rivisitandola completamente, spesso in modo comico. Il romanzo di Benni prosegue poi alternando gli incontri tra i due, sempre in casa di Achille, e le vicissitudini di Ulisse come uomo moderno nella metropoli, alle prese con il permesso di soggiorno di Pilar e i vari problemi nella casa editrice sull’orlo del fallimento.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza svelare nulla della conclusione, il rapporto tra Achille e Ulisse, simbolo di un’amicizia senza pudori e senza barriere, è in continuo climax durante il susseguirsi della storia, e finirà in modo malinconico e delicato, grazie ad un gesto generoso di Achille, che permetterà ad Ulisse di spiegare finalmente le ali verso la felicità e la libertà di scrittura, sempre «con la spada di una matita».</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/se-achille-e-deforme-e-ulisse-non-sa-piu-scrivere/">Se Achille è deforme e Ulisse non sa più scrivere</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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