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	<title>Hai cercato israele - 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Costa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2024 11:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Segnalibro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'intervista di Gitta Sereny a Franz Stangl, uno dei comandanti di Treblinka, per analizzare la fenomenologia del male.</p>
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<p><strong>Un viaggio nelle profondità del male</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Quelle Tenebre (<em>Into That Darkeness</em>, 1974) è un testo ancora poco conosciuto ma fondamentale per chi si interessa di <strong>fenomenologia del Male</strong>: si tratta di un volume che mette insieme la lunga intervista condotta, tra l’aprile e il giugno del 1971, dalla giornalista di origini ebraiche Gitta Sereny a uno dei comandanti del campo di sterminio nazista di Treblinka, Franz Stangl, detenuto nella prigione tedesca di Düsseldorf dal 1967. Sebbene il racconto della tragedia dei campi di sterminio sia ben delineato, il fulcro dell’intervista risiede nell’<strong>analisi della psicologia di un carnefice</strong>. Non si tratta di un carnefice qualunque: il male perpetrato ai danni dei prigionieri dei campi nazisti è, nell’immaginario europeo, il Male per eccellenza, il Male con-la-emme-maiuscola. Il solo campo di sterminio di <strong>Treblinka</strong> produsse circa <strong>un milione di morti</strong> e si contano solo settanta sopravvissuti. Per renderci conto del numero, le vittime corrispondono agli abitanti di Torino e cintura, mentre i superstiti sono persino meno del numero di studenti che possono sedersi in una sola delle aule delle nostre università.</p>
<p style="text-align: justify;">Le domande che spinsero la Sereny a interfacciarsi con questa difficile esperienza furono: come può la coscienza di un essere umano convivere con la consapevolezza di essere stato parte di tale massacro? Com’era possibile che Stangl si commuovesse per la foto di un gattino, che fosse un padre amorevole e un buon marito e che contemporaneamente coordinasse l’organizzazione di un luogo tanto atroce?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono, a nostro avviso, le stesse domande che spingono gli appassionati di <em>true crime</em> a seguire documentari, podcast e libri sui serial killer più temibili. L’interesse per la biografia, ma soprattutto per la <strong>psicologia di assassini</strong> come Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Gacy e altri ancora è infatti un diverso contesto in cui calare lo stesso studio sulla fenomenologia del Male. Anzi, riteniamo che sia stata proprio la tragedia dei campi di concentramento a scatenare l’interesse e l’inquietudine verso questo tipo di personaggi, definiti – a livello collettivo – “mostri”, ma inevitabilmente e scomodamente appartenenti alla razza umana.</p>
<p style="text-align: justify;">L’umanità del secondo dopoguerra realizzò, dopo un lungo periodo di oblio, di essere capace di azioni a dir poco raccapriccianti. Questo spinse, e spinge ancora oggi, a voler <strong>indagare</strong> quel male e chi lo ha compiuto. A muovere tutto ciò è dunque la volontà di <strong>conoscere il Male</strong> per esorcizzarlo? Oppure la sete di conoscenza deriva dal più sinistro desiderio di <strong>dimostrare la distanza</strong> tra questi soggetti e noi “persone normali”, per dimostrare in maniera paradossale che queste persone non appartengono all’umanità?</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume di Sereny dà implicita risposta a entrambi gli interrogativi, in una discesa nelle tenebre di una figura complessa, la quale risultò talmente scossa dall’esperienza, da morire d’infarto solo poche ore dopo il termine dell’ultima giornata di interviste, il 28 giugno 1971</p>
<p style="text-align: justify;">Proponiamo questo volume in occasione della <strong>Giornata della Memoria</strong> <strong>2024</strong> che, pur con tutte le complicazioni che l’odierno <a href="https://www.1000-miglia.eu/?s=israele">conflitto tra Israele e Palestina</a> comporta, <strong>deve continuare a essere celebrata</strong>, proprio perché la tragedia dei campi e della guerra è un trauma non ancora superato e con pericolosi risvolti sul presente. In altre parole, ricordare non significa parteggiare o meno per un determinato schieramento dell’odierna guerra, ma <strong>significa riconoscere le colossali proporzioni dell’impatto</strong> che Shoa e Seconda Guerra Mondiale hanno avuto dal 1945 ad oggi. Per concludere, laddove Eric Hobsbawm aveva definito il Novecento “<em>the short century</em>”, il secolo breve (iniziato con la Prima Guerra Mondiale e finito, secondo lo storico, con la caduta del muro di Berlino), rileggiamo il <strong>Novecento</strong> come un secolo che <strong>ancora sconfina nel nuovo millennio.</strong></p>
<p> </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="414" height="658" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur.jpg" alt="" class="wp-image-9476" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur.jpg 414w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Franz Stangl a Treblinka con indosso la giacca bianca che lo contraddistingueva, ricordata da diversi sopravvissuti</em>. Foto presa dal libro</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="419" height="630" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1.jpg" alt="" class="wp-image-9474" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1.jpg 419w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 419px) 100vw, 419px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Franz Stangl durante le interviste, primavera 1971</em>. Foto presa dal libro</figcaption></figure>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/in-quelle-tenebre-di-gitta-sereny/">“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Il conflitto tra Israele e Palestina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alice Coggiola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Nov 2023 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il conflitto israelo-palestinese non è una crisi cominciata dal nulla, ma è una questione che si protrae da secoli</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">All’alba di sabato 7 ottobre un&#8217;offensiva via terra, aria e mare è partita dalla </span><b>striscia di Gaza</b><span style="font-weight: 400;"> contro lo stato ebraico. E’ l’inizio di una guerra. Ma come siamo arrivati fin qui? Dove e quando nasce la tensione tra Palestina e Israele? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per capire l’origine del conflitto israelo-palestinese bisogna andare indietro alla fine del XIX sec. quando, sulla spinta dei nazionalismi europei e in risposta all’acuirsi dell’antisemitismo, il giornalista austriaco </span><b>Theodor Hertz</b><span style="font-weight: 400;"> elaborò l’ideologia del </span><i><span style="font-weight: 400;">sionismo</span></i><span style="font-weight: 400;">, movimento politico che rivendicava l’autodeterminazione del popolo ebraico ipotizzando la Palestina e l’Argentina come possibili destinazioni per l’insediamento dei coloni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Fu la connessione culturale con Gerusalemme che spinse il movimento sionista ad optare per la </span><b>Palestina</b><span style="font-weight: 400;">, all’epoca definita come l’area geografica delimitata ad ovest dal Mar Mediterraneo e a est dal fiume Giordano. Anche se la migrazione di ebrei europei verso questo territorio era cominciata già alla fine dell’ottocento, il fenomeno divenne più consistente con la fine della prima guerra mondiale dopo che gli inglesi riuscirono a sottrarlo all’</span><b>Impero Ottomano</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le rivendicazioni del movimento sionista trassero forza dalla </span><i><span style="font-weight: 400;">dichiarazione Balfour</span></i><span style="font-weight: 400;">, una lettera che nel 1917 il ministro degli esteri britannico </span><b>Arthur Balfour</b><span style="font-weight: 400;"> scrisse a </span><b>Lord Lionel Walter Rothschild</b><span style="font-weight: 400;">, sionista e membro di spicco della comunità ebraica inglese, nella quale il governo di sua maestà affermava il suo supporto alla creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. Alla fine del conflitto i paesi vincitori si spartirono le province arabe dell’Impero Ottomano alla conferenza di Sanremo del 1920. Il territorio della Palestina insieme a quello dell’attuale Iraq e Giordania furono affidati alla </span><b>Gran Bretagna</b><span style="font-weight: 400;">, mentre Siria e Libano passarono sotto il controllo della </span><b>Francia</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La presenza di Londra e Parigi fu poi istituzionalizzata dalla società delle nazioni, nucleo di quelle che saranno le </span><i><span style="font-weight: 400;">Nazioni Unite</span></i><span style="font-weight: 400;"> con la creazione dei mandati. Si trattava di un sistema in cui le potenze coloniali si impegnavano ad amministrare questi territori e accompagnarli nel percorso </span><i><span style="font-weight: 400;">verso l&#8217;indipendenza</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il conferimento del mandato della Palestina alla Gran Bretagna, potenza che aveva dichiarato pubblicamente di voler facilitare l’immigrazione degli ebrei europei in quel territorio, fu mal accolta dalla popolazione locale. Gli anni del mandato furono segnati dallo scoppio di regolari moti di protesta spesso caratterizzati  da episodi  di violenza contro gli inglesi e la comunità ebraica. L’affluire continuo di nuovi migranti cambiò l’assetto demografico della Palestina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Dopo il secondo conflitto mondiale Londra decise di rimettere il mandato alle Nazioni Unite che intanto avevano sostituito la società delle nazioni e di lasciare loro la decisione sul futuro della regione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nel </span><i><span style="font-weight: 400;">novembre del 1947</span></i><span style="font-weight: 400;"> l’assemblea generale dell’ONU approvò la </span><b>risoluzione 181</b><span style="font-weight: 400;"> che prevedeva la spartizione della Palestina in due stati, uno arabo e uno ebraico, e che affidava a </span><i><span style="font-weight: 400;">Gerusalemme </span></i><span style="font-weight: 400;">una giurisdizione internazionale. Questa soluzione fu accolta positivamente dalla comunità ebraica ma rigettata da quella araba che dopo essersi opposta per anni all’immigrazione di massa degli ebrei europei, rifiutava la possibilità che questi ottenessero uno stato indipendente. A quel punto le relazioni tra ebrei e arabi degenerarono, sfociando prima in guerriglia e poi, con la fine del mandato e la partenza degli inglesi, in un vero conflitto armato. Il </span><i><span style="font-weight: 400;">15 maggio 1948</span></i><span style="font-weight: 400;"> a seguito della dichiarazione d&#8217;indipendenza dello stato di Israele gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq decisero di attaccare dando via alla prima guerra arabo-israeliana. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Al termine del conflitto, che si risolse nel 1949 con la sconfitta degli eserciti arabi, i confini del neonato stato di Israele comprendevano il 78% del territorio della Palestina mandataria. Rimanevano fuori dal suo controllo la Cisgiordania e la cosiddetta striscia di Gaza occupata rispettivamente dalla Giordania e dall’Egitto. Durante il conflitto circa </span><b>700.000 palestinesi</b><span style="font-weight: 400;"> furono costretti a lasciare le proprie case in parte per paura della guerra e in parte perché minacciate dall’esercito israeliano. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nei tre decenni successivi i rapporti tra Israele e gli stati arabi rimasero conflittuali e seguirono altre guerre, la più importante di queste è sicuramente quella del </span><b>1967 </b><span style="font-weight: 400;">ribattezzata </span><b>guerra dei sei giorni</b><span style="font-weight: 400;">. Nell&#8217;arco di meno di una settimana l’esercito israeliano riuscì a sconfiggere quelli dell’Egitto, Giordania e Siria. Questa vittoria permise a Israele di occupare nuovi territori: la striscia di Gaza e la Cisgiordania, inclusa quella parte di Gerusalemme, la parte ad est, che era stata controllata fino ad allora dai Giordani. La sconfitta degli eserciti arabi spinse i Palestinesi verso un maggiore attivismo politico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tra la fine degli anni ‘60 e gli inizi degli anni ‘80 si assistette all’ascesa di gruppi e partiti palestinesi, che con mezzi politici e militari, cercavano di dare risposta alle proprie aspirazioni nazionali. Negli anni ‘60 la maggior parte di questi gruppi confluì nell’</span><b>Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)</b><span style="font-weight: 400;">, una struttura che voleva rappresentare un cappello politico per partiti e gruppi armati palestinesi attivi nei territori e nella diaspora. L’OLP divenne il principale megafono delle istanze palestinesi nel mondo. Nel </span><b>1982 </b><span style="font-weight: 400;">i quadri dell’organizzazione furono costretti ad abbandonare il Libano, una delle principali destinazioni per i profughi palestinesi che sarà dilaniato dalla guerra civile proprio in quel decennio. L’OLP trovò asilo in Tunisia ma questa era troppo distante dai territori su cui operava e ciò segnò il declino dell’organizzazione. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Esasperati dal mancato riconoscimento delle proprie aspirazioni nazionali nel 1987 i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania iniziarono una serie di proteste contro l’occupazione israeliana. Questi atti assunsero ben presto la forma di una vera e propria sollevazione popolare, la prima intifada, che si protrasse fino al 1993 e che portò la morte a più di 1900 palestinesi e 200 israeliani. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In questi anni di scontri nacque il movimento della resistenza islamica </span><b>Hamas</b><span style="font-weight: 400;">, acronimo di “</span><i><span style="font-weight: 400;">movimento di resistenza islamica</span></i><span style="font-weight: 400;">”. E’ un’organizzazione politica e militare nata da una costola della fratellanza musulmana, una delle più importanti organizzazioni terroristiche islamiche. E’ negli anni dell’intifada che le posizioni della leadership palestinese e israeliana si avvicinarono per la prima volta. Tra il </span><i><span style="font-weight: 400;">1993 e il 1995</span></i><span style="font-weight: 400;"> vennero siglati gli </span><b>accordi di Oslo</b><span style="font-weight: 400;"> che sulla base della soluzione a due stati avrebbero dovuto rappresentare il primo passo verso la costruzione di uno stato palestinese indipendente. Con questi accordi si divide il territorio palestinese in tre aeree e si crea un’amministrazione autonoma: l’</span><b>Autorità Nazionale Palestinese (ANP).</b><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">L’ascesa al governo di </span><b>Netanyahu </b><span style="font-weight: 400;">finì per bloccare i negoziati sulle questioni lasciate aperte dagli accordi e di conseguenza assestare un duro colpo al processo di pace. Nel </span><i><span style="font-weight: 400;">2000 </span></i><span style="font-weight: 400;">scoppiò la seconda intifada, molto più violenta della prima, che portò alla morte di quasi </span><b>5000 palestinesi e più di 1000 israeliani</b><span style="font-weight: 400;">. Nel </span><i><span style="font-weight: 400;">2002</span></i><span style="font-weight: 400;">, nel pieno della sollevazione popolare palestinese, Israele cominciò la </span><i><span style="font-weight: 400;">costruzione di un muro</span></i><span style="font-weight: 400;"> di separazione tra i propri territori e quelli palestinesi in Cisgiordania. L&#8217;obiettivo dichiarato era quello di controllare gli spostamenti per evitare attacchi terroristici. Il tracciato del muro però non rispettava la linea verde stabilita nel 1949, discostandosi in alcuni casi di decine di chilometri. Da allora la situazione nei territori palestinesi non ha fatto che peggiorare. Israele continua a mantenere una </span><b>consistente presenza militare in Cisgiordania</b><span style="font-weight: 400;"> dove negli ultimi venti anni ha anche accelerato la sua politica di espansione delle colonie, città e insediamenti israeliani in territori palestinesi ritenuti illegali dalle comunità nazionali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Rimane da approfondire la striscia di Gaza. </span><b>Dal 1967 al 2005</b><span style="font-weight: 400;"> anche questa zona è stata occupata militarmente da Israele. Dopo il ritiro israeliano, nel </span><b>2007</b><span style="font-weight: 400;">, Hamas ha preso il </span><b>controllo della striscia</b><span style="font-weight: 400;"> e da allora Israele ha continuato a operare un blocco, la chiusura quasi totale dei valichi di frontiere e degli accessi via mare e aerea. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Oggi a Gaza l’80% della popolazione vive grazie agli aiuti umanitari e il tasso di disoccupazione sfiora il 50%.</span></p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>Le nuove tensioni tra Israeliani e Palestinesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgia Casale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
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		<category><![CDATA[religione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La guerra israelo-palestinese continua da settantré anni con violenza e soprusi. Un quadro per comprendere quello che sta succedendo.</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2021/05/mosaico_israeliano718-684x1024.jpg" alt="" class="wp-image-8360" width="362" height="542"/></figure></div>



<p style="text-align: justify;">Le tensioni tra Israeliani e Palestinesi, nate dopo la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e da allora mai terminate, sono nuovamente cresciute in questi giorni, innescate da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa della recente crisi.</p>
<p style="text-align: justify;">La disputa riguarda Sheik Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est che ha una storia controversa: un tempo era un frutteto in cui alcune famiglie palestinesi si erano trasferite costruendo delle case moderne per sfuggire al caos della città vecchia di Gerusalemme. In questo quartiere, però, abitava anche una piccolissima comunità ebraica, in corrispondenza della tomba di Simeone il Giusto. Con la prima guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata per il mancato riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dei Palestinesi e degli Stati della Lega Araba, questo quartiere venne fatto evacuare. Gerusalemme est, alla fine di questa guerra, passò sotto la giurisdizione della Giordania, mentre l’altra parte della città era controllata da Israele.<br>Nel 1956, in seguito all&#8217;approvazione dell&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ventotto famiglie palestinesi si stabilirono nel quartiere di Sheik Jarrah; esse erano parte di un gruppo più ampio formato da centinaia di migliaia di palestinesi espulsi dall&#8217;esercito israeliano nella guerra del &#8217;48 che causò la fuga di un milione di Palestinesi dai territori arabi occupati dagli Israeliani.<br>Nei primi anni &#8217;60 del &#8216;900 queste famiglie raggiunsero un accordo con il governo giordano, che le avrebbe rese ufficialmente proprietarie delle case. L&#8217;accordo, però, non venne mai ufficializzato perché Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e la striscia di Gaza, durante la famosa guerra dei sei giorni nel 1967; questa occupazione fu condannata dall’ONU e per la liberazione di questi territori sempre lottò l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sorta nel 1964 con lo scopo di creare uno Stato palestinese. Secondo gli accordi internazionali di Oslo del 1983, Israele avrebbe dovuto restituire ai palestinesi tutti i territori occupati nel 1967, che sarebbero passati sotto il controllo e l’autogoverno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al giorno d’oggi, però, è ancora sotto il controllo militare d&#8217;Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente ci sono trentotto famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah rischiando lo sfratto e che, a partire dalla guerra dei sei giorni, si ritrovano in diversi processi giudiziari contro i gruppi di coloni israeliani che rivendicano l’appartenenza di quei territori allo stato d’Israele per la presenza della tomba di Simeone il Giusto. La legge israeliana, inoltre, lavora a favore dei coloni, perché consente agli Israeliani di rivendicare i territori che sostengono di aver posseduto in passato. Lo stesso diritto è negato, però, ai Palestinesi. Nel 2020 i ritmi degli sfratti in questa zona sono quadruplicati.<br>Il 2 maggio 2021 la Corte Suprema israeliana ha comandato a cinque famiglie di evacuare le loro case di Sheik Jarrah entro il 6 maggio. I Palestinesi di conseguenza sono scesi in piazza a protestare. Queste proteste, però, sono state represse molto violentemente dall&#8217;esercito israeliano, il quale ha risposto con tre raid in una moschea, nella quale è entrato sparando proiettili di gomma e granate assordanti. È così cominciata una vera e propria opera di distruzione delle moschee presenti nel dipartimento palestinese del centro storico di Gerusalemme. Inoltre, siccome erano gli ultimi giorni del Ramadan, oltre ad attaccare, l’esercito israeliano ha vietato l’ingresso ai Palestinesi nelle moschee.<br>Dopo queste settimane di proteste, Hamas, il movimento di resistenza palestinese islamico, vincitore delle elezioni del 2006 nei territori dell’Autorità nazionale Palestinese, ha reagito lanciando razzi verso Israele, il quale ha risposto brutalmente con raid aerei e bombardameti sulla striscia di Gaza, territorio palestinese con la più alta densità di popolazione; questo territorio, inoltre, non ha né un porto né un aeroporto e i suoi confini sono strettamente controllati dai militari israeliani. Il presidente israeliano Netanyahu ha dichiarato che intensificherà i raid aerei su Gaza, nonostante sappia che questo provocherà centinaia e centinaia di vittime tra i civili. Intanto le forze segrete israeliane, che sono le più potenti del mondo, riescono ad intercettare ogni razzo lanciato da Hamas. Dalla scorsa settimana ad oggi sono 17.000 i Palestinesi sfollati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la violenza di Israele, numerosi osservatori hanno visto il coinvolgimento di Hamas come un elemento decisivo per aumentare le tensioni: «in un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, ha alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e ha superato quella che il governo israeliano considera una “linea rossa”, cioè la sicurezza degli Israeliani che abitano a Gerusalemme e a Tel Aviv» scrive <em>Il Post</em>.<br>I Palestinesi, soprattutto quelli della striscia di Gaza, vivono una situazione drammatica da decenni, subiscono da anni un durissimo embargo e non hanno alcuna possibilità di fuga. Sul confine di Israele e su quello egiziano, oltre alla presenza di forze armate, muri di cemento e filo spinato sbarrano le frontiere. Allo stesso tempo in Israele permane uno stato di militarizzazione che comprende il servizio di leva obbligatorio. Queste due situazioni, quindi, si autoalimentano a vicenda, sfociando in periodici scontri e continue tensioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che è evidente è che ancora una volta le vittime sono e saranno i civili. I morti palestinesi sono già più duecento, mentre quelli israeliani sono dieci. I raid israeliani hanno gravemente danneggiato anche la rete di fornitura elettrica nella città di Gaza, lasciando diversi settori della città completamente al buio, creando numerosi problemi anche all’interno degli ospedali, che non riescono a garantire i servizi medici adeguati. Anche i pozzi, i serbatoi di acqua calda, le reti di distribuzione di acqua e le stazioni di pompaggio hanno subito danni significativi. A Gaza in meno di dieci giorni almeno sessanta bambini sono stati uccisi, altri quattrocento sono stati feriti e almeno quaranta scuole vengono utilizzate come rifugi. Dietro le bombe che cadono su Gaza e Tel Aviv c’è l’ignobile gestione israeliana della questione di Gerusalemme est e, più in generale, degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonti:<br>@il_post<br>@fanpage.it<br>@randa_ghazy</p>
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		<title>Intervista a Isabella Bodino, creatrice di Mirya: centro per la salute e il benessere delle donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[centro salute e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Myria]]></category>
		<category><![CDATA[yoga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mirya è un centro per la salute e il benessere delle donne, che ha sede a Cuneo. Uno spazio arredato con l'intenzione di creare un'atmosfera intima, rilassante e luminosa. Isabella Bodino è la sua creatrice e fondatrice e, insieme al suo team di psicologi, nutrizionisti e fisioterapeuti, ha creato uno spazio in cui donne di tutte e età possono ritrovarsi e condividere. Leggi l'intervista per scoprirne di più!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La rubrica per cui scrivo s’intitola “A caccia di eventi”. In questo tempo particolare, in cui una delle poche certezze che abbiamo è la necessità di rimanere a casa, è difficile trovare qualcosa che possa assomigliare ad un evento come lo intendiamo classicamente. Ma c’è chi nonostante tutto è riuscito a trovare il modo di creare eventi pieni di positività, a mantenere vivi i legami e a crearne di nuovi: è il caso di Isabella Bodino e dello Staff di Mirya che hanno deciso di mettersi in gioco con competenza e generosità, organizzando qualcosa di molto interessante e utile nello spazio virtuale! Ho intervistato Isabella per far conoscere lei e Mirya, il suo meraviglioso centro che auguro a tutti di poter visitare presto, partecipando in carne, anima e ossa ai suoi corsi, di cui nel frattempo si può avere un assaggio via web.</p>
<p><em>Isabella, raccontaci un po’ di te, che tipo di formazione hai? Di che cosa ti occupi?</em></p>
<p>Ho un percorso di formazione eclettico fin dall’inizio! Ho studiato Psicologia per quasi tre anni, sono sempre stata affascinata dalla mente e dall’emotività umana, ma non ero soddisfatta, sentivo che qualcosa mi mancava…  Mi sono iscritta a Biologia pensando che studiare la vita nei suoi meccanismi più piccoli avrebbe portato soddisfazione e riempimento all’irrequietezza che sentivo, ma ancora non era ciò che faceva per me. Allora ho iniziato a lavorare, mi sono sposata, la mia vita è andata in un&#8217;altra direzione, per poi ricominciare la ricerca: ho provato con Relazioni Internazionali e Diplomatiche, di cui ho dato altri sette esami, per poi finalmente spostarmi verso ciò che mi apparteneva davvero. Attraverso lo studio dell’antropologia in una prospettiva di genere e, al contempo, della medicina alternativa, mi sono resa conto che esistevano sapienze antiche femminili e rituali, capaci di trasmettere un modo di vivere la femminilità sano, equilibrato e creativo; qualcosa che la donna del mondo contemporaneo ha perso, a causa di numerosi e schiaccianti tabù che si sono radicati nei secoli. Pensiamo ad esempio a come le donne affrontano importanti transizioni fisiologiche e aspetti della vita come il menarca, il ciclo mestruale, la sessualità, la gravidanza, la menopausa, pur con un eccellente sviluppo scientifico e tecnologico nella nostra società non possiamo dirci davvero libere di vivere e apprezzare questi aspetti, o anche solo di parlarne. Facciamo una festa per i diciotto anni ma nessuno prepara le ragazze giovani ad entrare nel menarca, a scoprire la propria emotività, il proprio corpo e i suoi cambiamenti profondi, le sue ciclicità. Molte donne hanno problemi con tutti questi aspetti (mestruazioni dolorose, cistite, candida, vulvodinia, anorgasmia, menopausa critica, relazioni difficoltose, attacchi di panico e ansia, mancanza di autostima): la prima cosa che consiglio alle donne è sempre una visita dal medico, ci tengo a sottolineare che questi professionisti vanno assolutamente consultati e ascoltati; ma quando il problema non è solo fisiologico, quando non c’è qualcosa di organico a giustificare il dolore, bisogna lavorare sull’emotività della donna e sulla rottura dei tabù. E quando c’è un problema organico o fisiologico, le pratiche offerte in studio possono aiutare e facilitare la scomparsa del dolore, insieme alla medicina allopatica. Faccio l’esempio classico dell’ulcera: la curerò seguendo le indicazioni del medico, certo, ma devo anche chiedermi perché il mio stomaco è sempre così contratto e sviscerando il problema potrò evitare di ricaderci periodicamente. Abbiamo anche perso il significato dei termini che usiamo, diciamo “hai il ciclo” invece di “mestruazione” e parlandone spesso con accezione negativa, ma questo non dovrebbe essere la normalità. Noi donne ci siamo allontanate dal nostro sentire, dalle nostre percezioni, come sostiene la scrittrice e psicanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés: alcune donne si trovano ad avere oggi “un istinto rovinato”, si sentono svuotate, smarrite, sconnesse dal loro nucleo più profondo e dalla natura, dalla Madre Terra e questo causa molta sofferenza. Mi sono quindi messa alla ricerca di sapienze antiche e tecniche moderne che, insieme, potessero restituire alla donna un benessere su diversi livelli: fisico, psicologico, emotivo, spirituale. Ho viaggiato molto per ricercare queste conoscenze: mi sono formata in Inghilterra, in Portogallo, in Israele, in Egitto, in Perù, in Messico e nel Piccolo Tibet. All’estero ho potuto sperimentare i benefici di un approccio sincretico e integrato che in Italia ancora manca. Così mi sono diplomata in Craniosacrale biodinamico (tecnica che deriva dall’osteopatia), con una specializzazione su bacino e utero e una sui traumi perinatali e postnatali, sono diventata Rieducatrice Certificata del pavimento pelvico, insegnante di Womb Yoga, uno yoga dedicato al corpo femminile, e ho studiato con molti maestri come Alexandra Pope a Londra (psicologa, esperta internazionale di mestrualità e ciclicità femminile), Giorgio Nardone (psicoterapeuta esperto di Problem Solving e Coaching Strategico Breve) e figure  più spirituali <em>(per saperne di più, consultare la sua biografia)</em>. E ho creato Mirya.</p>
<p><em>Ci racconti che cos’è Mirya e come è nato questo progetto?</em></p>
<p>Mirya è un centro per la salute e benessere delle donne, che ha sede in via Statuto 13, a Cuneo. Uno spazio arredato con l&#8217;intenzione di creare un&#8217;atmosfera intima, rilassante, luminosa. Al suo interno offro sedute individuali di Craniosacrale biodinamico, Problem Solving Strategico e altre tecniche e ho messo a punto tre percorsi per aiutare le donne (in gruppo, poiché credo nel potere trasformativo del gruppo e nella creazione di un rapporto solidale e supportivo tra le donne) a riappropriarsi della propria ciclicità, dei propri talenti, ad amare sé stesse, per avere anche relazioni più profonde con gli altri. Le donne si sono accontentate della superficialità relazionale che caratterizza il nostro tempo. Ma in realtà è qualcosa che le fa sentire spesso vuote e insoddisfatte, come se mancasse sempre qualcosa, e spesso non hanno strumenti per cambiare questa situazione, strumenti che io invece voglio condividere con loro. A partire da una profonda conoscenza del proprio corpo, dal recupero di una sessualità sana e profonda offrendo innanzitutto un luogo dove poterne parlare liberamente, senza giudizio. Inoltre ho ampliato l’offerta creando un team con diverse professioniste: fisioterapeute, che lavorano, con grande attenzione su edemi postoperatori, patologie linfoedematose post-traumatiche, buona funzionalità del perineo; una nutrizionista, che a partire dall’alimentazione lavora sull’importante connessione tra l’intestino e il resto del corpo; psicologi. Poi offriamo corsi di danza orientale e di Danza e Consapevolezza, una pratica espressiva che si basa su movimenti spontanei e liberi; corsi sulla gravidanza, sulla mestrualità, sulla menopausa, Shiatzu e Pilates.</p>
<p><em>Quindi corsi rivolti esclusivamente alle donne?</em></p>
<p>In realtà insieme allo psicologo Pietro Viano abbiamo creato un percorso anche per gli uomini che hanno bisogno di un sostegno emotivo che li legittimi alla sensibilità e di nuove informazioni per un rapporto più profondo con le donne che stanno cambiando.  E per le ragazze giovani abbiamo il Womb yoga, uno strumento per imparare a percepire il proprio corpo: sono convita che se una ragazza giovane impara ad avere una profonda percezione del suo corpo e della sua preziosità, ciò la aiuterà anche a essere più attenta agli stimoli esterni, a riconoscere le intenzioni del prossimo, a proteggersi.</p>
<p><em>Nel sito di Mirya troviamo anche alcuni racconti scritti da te. Che cos’è per te la scrittura?</em></p>
<p>Per me è sempre stata una forma di terapia per trasformare le emozioni in personaggi o scenari. Nello scrivere mi manca la costanza tecnica, nel senso che riesco a farlo solo quando sto sperimentando emozioni molto forti o in periodi di cambiamento. Credo che, soprattutto in questo momento, la scrittura possa avere una valenza terapeutica per tutti e possa essere un buon aiuto per dare forma alle emozioni che stiamo vivendo.</p>
<p><em>Qual è stato l’approccio di Mirya alla complessa situazione che stiamo vivendo, con una pandemia in corso? </em></p>
<p>Aprire ancora più il cuore e fluire con la situazione invece che andarle contro, osservare la paura e imparare a gestirla. Io dico grazie a tutte le professioniste di Mirya perché abbiamo creato molti eventi quotidiani sulla piattaforma di videoconferenza online Zoom, per dare una routine alle persone, per aiutarle a svegliarsi presto, cosa molto utile per chi tende alla depressione. Abbiamo subito attivato una meditazione mattutina per ritrovare la stabilità e l’amore e far fluire la paura, poiché dove c’è l’amore non può esserci la paura, e viceversa. E poi un risveglio tonico, pilates, yoga (uno dinamico e uno aperto a tutta la famiglia, pensato per chi ha bambini), rilassamento frazionato, serate tematiche. Ci sono più di sessanta persone che partecipano solo alla meditazione mattutina. Il nostro supporto è gratuito e aperto a tutti. E Mirya non vede l’ora di riaprirsi a chiunque voglia passare, anche solo per bere una tisana e informarsi. In seguito a ciò che sta accadendo ci impegneremo ancora di più a ripristinare il contatto con la natura. Un antico detto dei Nativi americani dice: “Ciò che fai alla Terra fai alla donna, ciò che fai alla donna, fai alla Terra”. Recuperare l’essenza delle donne significa recuperare anche un approccio più attento e rispettoso al pianeta.</p>
<p>Chi volesse contattare Isabella può trovarla al: 3343854922.</p>
<p>E per saperne di più su Mirya si può consultare la pagina Facebook <em>Mirya &#8211; Lo Spazio delle Donne</em> e il sito: https://www.mirya.it/ .</p>
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		<title>Identità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Marro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Dec 2017 18:20:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[universalMente]]></category>
		<category><![CDATA[al-Ghajar]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[identità culturale]]></category>
		<category><![CDATA[ius soli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siriani, libanese o israeliani? La questione politica del villagio di al-Ghajar racchiude una domanda fondamentale: quante identià si nascondono in ognuno di noi?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cuneese, italiano, europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">Belgo-libanese con residenza negli Emirati Arabi Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Egiziano di madre tedesca, studente negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecuadoregna ma metà italiana, una vita tra sette nazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Le identità affascinano e si nascondono. Come un piccolo gatto di Schroedinger escono dalla loro stanza nei momenti più inaspettati e rivelano aspetti inaspettati (vivo, morto o ?). Come un istinto froidiano approdano nel nostro inconscio e ridisegnano la prospettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Al-Ghajar è un paese al confine tra Siria, Libano e Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Siriano, libanese o israeliano? Questa è la domanda che ha forgiato la coscienza dei duemila abitanti nel cuore del Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">1932: gli abitanti di al-Ghajar possono scegliere se diventare libanesi o siriani, scegliendo quest’ultima opzione.</p>
<p style="text-align: justify;">1967: prima dell’occupazione israeliana in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, al-Ghajar è un territorio siriano al limite della valle Hasbany.</p>
<p style="text-align: justify;">1978, al-Ghajar si espande verso Nord, in Libano.</p>
<p style="text-align: justify;">17 aprile 2000: il primo ministro israeliano Ehud Barak, seguendo la sua promessa, annuncia il ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Libano. 25 maggio: <em>Tzahal </em>(le forze di difesa israeliane) lasciano il Sud de Libano dopo 22 anni di occupazione, in conformità con la Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.</p>
<p style="text-align: justify;">Sotto l’occupazione israeliana questo piccolo villaggio diviso tra il Libano del Sud e le Alture del Golan era governato dalle stesse autorità, ma non dalle stesse leggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ma</em>, sì c’è un <em>ma</em> in questa storia e non è quello che state pensando (discutere della legittimità dell’occupazione israeliana sarebbe troppo scontato), più di un semplice conflitto diplomatico e legale, al-Ghajar è il teatro di scontri tra identità radicalmente diverse.</p>
<p style="text-align: justify;">Siriano, libanese o israeliano? Siriano, libanese e israeliano allo stesso tempo, questa è la risposta che potrebbe calmare gli animi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che rende la loro vicenda così curiosa non è lo scenario di guerra e diplomazia internazionale, ma il fatto che essi siano alawiti in una zona circondata da villaggi per la maggior parte sunniti, drusi e cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">E sono proprio loro stessi a chiedere di essere annessi ai territori occupati piuttosto che al Libano dopo le tensioni del 1967, affinchè potessero difendere la loro identità siriana come gli altri territori del Golan sotto il controllo israeliano.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto, una domanda sorge spontanea: cos’è un’identità? Se guardiamo da vicino questo termine, scopriamo che è una nozione polisemica che racchiude i temi della similitudine, dell’unità, dell’identità personale, dell’identità culturale e della tendenza all’identificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">«I confini sulle carte incoraggiano questi sentimenti d’identità» afferma a proposito John Agnew. <em>Ma</em>, cosa si nasconde dell’inconscio degli abitanti di al-Ghajar? Come possono interpretare un’identità che non ha nome, né patria?</p>
<p style="text-align: justify;">«È proprio questo che caratterizza l’identità di ognuno: complessa, unica, insostituibile, non si confonde con nessun&#8217;altra» afferma Amin Maalouf nel suo capolavoro del 1998 <em>Identità Omicide</em> (dal titolo originale <em>Les identités meutrières</em>). «Spesso è il nostro sguardo a imprigionare gli altri nelle loro strette origini, ed è sempre il nostro sguardo a poterli liberare» continua l’autore libanese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il XXI mette in scena il ritorno (o la definitiva non-scomparsa?) dei sentimenti nazionalisti, intenti a difendere la loro identità dalla paura dello straniero. Dove poseremo allora il nostro sguardo? Sulle cartine politiche di secoli passati o sui fenomeni di integrazione che abbattono le frontiere culturali?</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo accorgerci che il ruolo dell’identità è più complesso di un semplice discorso populista e che i nostri sentimenti di appartenenza coincidono con un territorio a cui siamo legati. E come coniugare le nostre identità con i diritti e i doveri del territorio a cui apparteniamo per un momento? Le migrazioni non si fermeranno con un muro o un accordo illegale con un paese come la Libia. L&#8217;integrazione sarà un processo inevitabile per evitare altri conflitti.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo l’Italia ha deciso di fare un primo passo verso una comprensione civile e politica delle identità dei cittadini che popolano il suo suolo, riconoscendo ai propri cittadini i loro diritti con lo <em>Ius soli… </em></p>
<p style="text-align: justify;">Ah già.</p>
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		<title>Le guerre Arabo-Israeliane (PARTE II): un conflitto senza fine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Sep 2017 17:33:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1974 l’ONU attribuisce all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) lo status di “garante del popolo palestinese”, e il conseguente diritto ai palestinesi di far valere la propria sovranità con ogni mezzo. Dopo numerose risoluzioni poste in chiave anti-israeliana, l’OLP dichiara la sua volontà di cancellare lo Stato Ebraico, impedendo così ogni possibilità di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel 1974 l’ONU attribuisce all’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) lo status di “garante del popolo palestinese”, e il conseguente diritto ai palestinesi di far valere la propria sovranità con ogni mezzo. Dopo numerose risoluzioni poste in chiave anti-israeliana, l’OLP dichiara la sua volontà di cancellare lo Stato Ebraico, impedendo così ogni possibilità di dialogo tra l’establishment israeliano e il leader dell’OLP Yasser Arafat. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel settembre del 1982 l’esercito d’Israele non ferma un gruppo di maroniti libanesi, lasciandolo libero di massacrare indisturbato la popolazione palestinese dei campi profughi di Sabra e Shatila (quartieri di Beirut sotto il controllo militare d’Israele). Muoiono 700 civili indifesi e la reputazione dello Stato di Israele è macchiata indelebilmente. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Seguono anni burrascosi e nel 1988 il movimento integralista palestinese HAMAS dichiara il Jihad contro Israele, dando inizio alla Prima Intifada. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Lo scenario sembra distendersi solo nel 1993 con gli accordi di Oslo in cui Arafat, a nome del popolo palestinese, riconosce lo Stato Ebraico accettando il metodo del negoziato, rinunciando all’uso della violenza e impegnandosi a modificare lo stesso Statuto dell’OLP in tal senso. Parallelamente, il Primo Ministro israeliano Rabin riconosce l’OLP come rappresentate del popolo palestinese. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">La pace dura poco in quanto Israele, nel 1994, contravvenendo ai precedenti accordi, inizia la costruzione del muro di separazione con la Palestina, sostenendone l’utilità contro gli attacchi kamikaze palestinesi. L’ONU nello stesso anno dichiara illegale la barriera in quanto aperta violazione dei diritti umani. Come riportato dal primo rapporto sul muro di Gaza, stilato da parte delle Nazioni Unite,</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span style="font-family: 'Segoe UI';">«</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT"><i>il tracciato del Muro corrisponde ad un&#8217;annessione de facto di territorio palestinese</i></span>, e costituisce una misura sproporzionata rispetto alle legittime esigenze di autodifesa di Israele, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei Palestinesi».</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il 1995 vede la firma della seconda parte degli Accordi di Oslo, con la nascita dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e della polizia palestinese. Il 4 novembre dello stesso anno Rabin viene assassinato da un estremista conservatore israeliano e al posto di Primo Ministro subentra Ruben Peres. Gli scontri e gli attentati continuano anche quando dalle successive elezioni viene eletto come Primo Ministro Benjamin Netanyahu.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Nel 1997 in attuazione degli Accordi, Israele si ritira dai territori palestinesi occupati e il 95% della popolazione palestinese si ritrova sotto il controllo dell’ANP. Netanyahu non rispetta però gli accordi per quanto riguarda la politica di insediamento di coloni israeliani nei Territori Occupati, favorendo uno stato di continua tensione.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Ehud Barak viene eletto Primo Ministro nel 1999; egli continuerà il processo di pace con Siria e Palestina, ma questo comporterà le sue dimissioni nel 2000: Ariel Sharon diviene capo del governo. Sharon dichiara subito che non continuerà le trattative con Arafat, in quando uomo non più in grado di esercitare alcun controllo sui gruppi terroristici palestinesi, segnando l’inizio di una nuova escalation di violenze che prenderà il nome di Seconda Intifada.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Arafat muore nel 2004 e gli succede Abu Mazen come Primo Ministro palestinese.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Israele adotta, nel 2005, </span><span lang="fr-FR">il </span><span lang="it-IT"><i>Piano di Disimpegno Unilaterale</i></span><span lang="it-IT">, e abbandona tutte le proprie colonie nella Striscia di Gaza. Il partito palestinese di Al-Fatah si ritrova così a governare sull’intera regione. Israele continua comunque a controllare la Striscia di Gaza dal cielo e dal mare, insieme</span> <span lang="it-IT">alla maggior parte degli accessi via terra.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Per l&#8217;ONU, quindi, la Striscia di Gaza resta territorio occupato e lo Stato Ebraico, </span><span lang="pt-PT">limita</span><span lang="it-IT">ndo agli abitanti di Gaza la possibilit</span><span lang="fr-FR">à </span><span lang="it-IT">di pescare, ne aumenta la disoccupazione e la fame, contribuendo a rendere i palestinesi dipendenti dall&#8217;aiuto umanitario.</span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Nel 2006 Ariel Sharon entra in coma per emorragia cerebrale e la sua carica viene assunta da Ehud </span>O<span lang="it-IT">lmert. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Dopo quasi 2 anni di controllo da parte di Al-Fatah, in Palestina vengono indette nuove elezioni, vinte dal partito integralista Hamas.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;"><span lang="it-IT">Gli USA e l&#8217;Unione Europea, nel 2007, condannano</span><span lang="nl-NL"> Hamas </span><span lang="it-IT">come organizzazione terroristica, imponendo alla Palestina un boicottaggio generale del partito, congelando tutti i fondi al governo palestinese e interrompendo l&#8217;invio di aiuti umanitari nella Striscia. Inizia contestualmente una nuova fase del conflitto tra Hamas ed Israele che vede, da parte israeliana, un embargo verso la Striscia, e da parte palestinese il lancio di razzi e tiri di mortaio contro installazioni e citt</span><span lang="fr-FR">à </span>israel<span lang="it-IT">iane. </span></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Il 27 settembre del 2008 Israele lancia la prima grande offensiva a Gaza, con l’operazione Piombo Fuso, i cui effetti sono evidenti ancora oggi. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" style="text-align: justify;" align="LEFT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Helvetica, sans-serif;"><span style="font-size: small;">Siamo giunti così alla fine della Storia e all’inizio della cronaca recente, che continua a segnare implacabile le stesse dinamiche di tensione e conflitto. E’ inutile ormai parlare di buoni contro cattivi, le radici del conflitto Arabo-Israeliano sono troppo profonde per essere risolte facilmente in modo semplicistico. Bisogna comunque rimanere fiduciosi che un giorno, la Terra Santa, potrà dirsi “santa” per davvero. Perché sta scritto nella ciclicità della Storia Umana, che ad ogni periodo di conflitto, segue sempre un periodo di pace. </span></span></span></p>
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		<title>Le guerre Arabo-Israeliane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Apr 2017 14:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per guerre Arabo-israeliane si intendono quei conflitti che videro il contrapporsi di due schieramenti. Le popolazioni arabe da una parte e gli israeliani dall&#8217;altra. Questa serie di conflitti copriranno un arco temporale che va dal 1948 al 1973 sconvolgendo lo scacchiere internazionale, con molte ripercussioni sulla nostra storia recente. II primo di questi conflitti nacque [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per guerre Arabo-israeliane si intendono quei conflitti che videro il contrapporsi di due schieramenti. Le popolazioni arabe da una parte e gli israeliani dall&#8217;altra. Questa serie di conflitti copriranno un arco temporale che va dal 1948 al 1973 sconvolgendo lo scacchiere internazionale, con molte ripercussioni sulla nostra storia recente.</p>
<p style="text-align: justify;">II primo di questi conflitti nacque dal rifiuto della popolazione araba di accettare la spartizione della Palestina decisa dalle nazioni unite con la risoluzione del 29 novembre 1947. Il 15 maggio 1948, esattamente il giorno dopo la proclamazione dell&#8217;indipendenza israeliana, le forze armate di Iraq, Libano, Siria, Egitto e Transgiordania invasero lo Stato Ebraico, venendo respinte. Le neonate forze armate d&#8217;Israele, dimostrandosi efficienti e tecnologicamente superiori al nemico, riuscirono ad invadere la penisola del Sinai mettendo fine alle ostilità. La tregua del luglio 1948 permise ad Israele di appropriarsi della Galilea orientale, del Negev e di una sottile striscia di territorio fino a Gerusalemme che occupò per metà. In seguito, nel 1949 vennero siglati una serie di armistizi separati tra Israele e l&#8217;Egitto, la Siria, Giordania e il Libano.</p>
<p style="text-align: justify;">II secondo conflitto ebbe come causa scatenante la nazionalizzazione del Canale di Suez voluta dal presidente Egiziano Nasser il 26 luglio del 1956. L&#8217;esercito israeliano, sfruttando la difficile situazione internazionale generata dalla decisione del presidente Nasser, compi tra il 29 ottobre e il 5 novembre di quell&#8217;anno una veloce avanzata nel Sinai fino al Canale. Il contrasto si complicò ulteriormente con l&#8217;ingresso nella guerra della Francia e del Regno Unito. Le due potenze europee vedevano infatti i loro interessi colpiti dalla nazionalizzazione di Suez. Il loro intervento fu duramente condannato dall&#8217;ONU. soprattutto dagli Stati Uniti e dall&#8217;Unione Sovietica. Le Nazioni Unite, al termine delle ostilità, inviarono un corpo di spedizione costringendo le forze anglo-francesi e israeliane di ritirarsi. Allo Stato Ebraico veniva tuttavia riconosciuto il diritto di accedere, per fini commerciali, al porto di Elat sul Golfo di Aqabah.</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo iniziò quando Nasser, nel maggio del 1967, chiese il ritiro dei contingenti dell&#8217;ONU dalla frontiera del Sinai. Non trovando risposta decise di bloccare gli stretti di Tîran impedendo il traffico navale nel Golfo di Aqbah. Dal 5 al 10 giugno del 1967, durante quella che prenderà il nome di Guerra dei Sei Giorni, l&#8217;esercito israeliano dispiegò la sua intera aviazione distruggendo quasi totalmente le forze aeree egiziane. La fanteria israeliana invece occupò Gaza, il Sinai, la Cisgiordania, la parte araba di Gerusalemme e gli altopiani del Golan. La Guerra dei Sei Giorni si concluse con l&#8217;importantissima risoluzione 242 (databile il 22 novembre 1967) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Da questa risoluzione avrebbero fatto riferimento tutti i successivi tentativi di pace nella regione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo dei conflitti si originò il 6 novembre 1973, giorno in cui l’Egitto e la Siria sferrarono un attacco coordinato contro Israele durante la festa dello Yom Kippur, festività di cui la guerra prenderà il nome. La controffensiva israeliana fu di nuovo efficace e portò alla fine delle ostilità sancite dalla risoluzione 338 del 22 ottobre 1973. Con la risoluzione in questione il Consiglio di Sicurezza riuscì ad ottenere degli accordi di disimpegno fra Israele, Egitto e Siria, che garantirono la riapertura del Canale di Suez, rimasto chiuso dopo la guerra dei Sei Giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Successivamente la pace separata tra Egitto e Israele del 1979 e l’invasione del Libano da parte dello Stato Ebraico, modificarono sostanzialmente il conflitto arabo-israeliano. Esso entrò in una nuova fase, con tensioni localizzate sul fronte siro-libanese e nei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967, senza più registrare momenti di scontro generalizzato. Ma tutto questo, si vedrà nel terzo e ultimo capitolo.</p>
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		<title>Israele e Palestina, le radici del conflitto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Mar 2017 17:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A partire dal 1880, in pieno declino ottomano, a causa delle persecuzioni ebraiche durante i Pogrom nell’est Europa, alcuni ebrei stanziati nel continente iniziarono a creare colonie in quella che oggi conosciamo come Palestina. Questi gruppi, sotto la spinta idealista del pensiero di Theodor Herzl, posero le basi per quello che in futuro prenderà il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A partire dal 1880, in pieno declino ottomano, a causa delle persecuzioni ebraiche durante i Pogrom nell’est Europa, alcuni ebrei stanziati nel continente iniziarono a creare colonie in quella che oggi conosciamo come Palestina. Questi gruppi, sotto la spinta idealista del pensiero di Theodor Herzl, posero le basi per quello che in futuro prenderà il nome di Movimento Sionista, movimento che aveva a cuore la creazione di uno stato ebraico nella terra che aveva visto la nascita del loro credo, la Terra Santa.<br />
I notabili arabo-palestinesi, preoccupati per il sempre maggior numero di coloni ebrei, nel 1891 scrissero al Gran Visir di Istanbul affinché proibisse le immigrazioni sioniste. Questi si adoperò per la causa araba ma le pressioni Inglesi e Francesi lo costrinsero a ritirare il blocco migratorio.<br />
Al 1914, ovvero all’inizio della Prima guerra mondiale, gli immigrati ebrei europei ammontavano a 85.000, più o meno il 9% della popolazione, mentre gli arabi musulmani e cristiani erano circa 500.000, più una parte di ebrei ottomani che da tempo vivevano nella zona ed erano perfettamente integrati. Durante la Prima Guerra Mondiale la Gran Bretagna promise agli arabi, e in particolare allo Sharif Hussein, la creazione di un solo grande stato arabo in cambio del loro aiuto contro gli ottomani. Ma nel 1916, segretamente, le potenze europee alleate siglarono gli accordi Sykes-Picot, essi prevedevano la spartizione dell&#8217;Impero Ottomano in grandi zone d’influenza, rispettivamente sotto il controllo di Francia e Inghilterra. Nell’accordo in questione la Palestina sarebbe dovuta rimanere suolo internazionale sotto il controllo di tutti e due gli attori, se non fosse stato per i britannici e le loro mire espansionistiche sul canale di Suez. Il possesso del canale infatti avrebbe permesso di mantenere sicuri i commerci con l’India e così, per aumentare la propria influenza nella zona, incentivarono la colonizzazione sionista nella zona, naturalmente il tutto a scapito della popolazione araba. Nel 1917, dopo aver promesso agli arabo-palestinesi la libertà di formare governi propri, il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour mostrò i piani del governo inglese enunciando la celebre dichiarazione che porta il suo nome. Con la suddetta dichiarazione riconosceva agli ebrei europei il diritto di costruire un proprio stato in Palestina, in netta contraddizione con le garanzie di autodeterminazione date precedentemente agli arabi durante il primo conflitto mondiale. I sionisti più radicali, attraverso il loro leader Chaim Weizmann, nel 1919 rivendicarono il diritto, su basi bibliche, degli ebrei di colonizzare la Terra di Israele (Eretz Yisrael). Ciò significava che la colonizzazione non avrebbe avuto solo la Palestina come riferimento geografico ma avrebbe coinvolto anche molti dei territori ad essa esterni. Sempre in questo anno abbiamo il primo appello palestinese alle potenze europee, con la richiesta della creazione di una Monarchia Costituzionale Democratica per salvaguardare la libertà delle minoranze etniche e religiose. Il 1920 vide la ratifica del trattato di Sèvres, nel quale i vincitori del primo conflitto mondiale si divisero l’Impero Ottomano sconfitto. Naturalmente con varie spartizioni la Siria andò alla Francia e la Palestina alla Gran Bretagna nella quale il governo britannico istituì la Jewish Agency per promuovere l’economia israeliana. I palestinesi rimasero pressoché esclusi e il loro potere economico divenne sempre più gregario di quella ebraico. Per gli arabi divenne sempre più chiaro che riconoscere il Mandato inglese significava riconoscere la legittimità degli insediamenti sionisti. I notabili, in assenza di un’associazione come la Jewish Agency, si rifiutarono per tutto il dominio inglese di partecipare all’amministrazione terriera, ottenendo però il risultato di autoescludersi definitivamente dalla spartizione delle zone di influenza.<br />
Pubblicamente gli intenti dei sionisti erano quelli di trovare un’armonia nella convivenza con gli arabi, ma le dichiarazioni dei leader della neonata Organizzazione Sionista confermarono i peggiori sospetti dei palestinesi. Infatti il Dott. Eder nel 1921 dichiarò, &#8220;Ci sarà solo una nazione in Palestina, ed sarà quella ebraica. Non ci sarà eguaglianza fra ebrei e arabi, ma vi sarà la predominanza ebraica appena i numeri demografici ce lo permetteranno”.<br />
Sempre in quell’anno a Jaffa esplose il primo conflitto armato tra le due compagini con 200 morti ebrei e 120 arabi, a cui il leader sionista Ben Gurion rispose iniziando ad organizzare la difesa dei territori colonizzati dagli ebrei. Nel 1929 gli arabi organizzarono una sortita al Muro del Pianto a causa del blocco ebraico di due zone sacre musulmane molto vicine ad esso, l’Haram al Sharif e la moschea Al Aqsa.<br />
La violenza araba aveva però un’altra causa. I sionisti, attraverso il Jewish National Fund, continuarono a comprare le terre palestinesi da proprietari arabi non residenti, espellendo i contadini arabi che non avevano più nessuna voce in capitolo. Le terre acquistate vennero dichiarate suolo ebraico, sulle quali solo gli ebrei potevano lavorare, e questo deteriorò i già precari equilibri. Equilibri che saltarono ufficialmente con la presa del potere di Adolf Hitler e dei fascismi in generale, esperienze negative che potarono alla fuga di migliaia di giudei dall’Europa facendo, nel 1940, arrivare la popolazione ebraica in Palestina al 33%. Gli anni successivi videro l’acuirsi delle tensioni fino al 1948, l’anno dello scoppio del primo dei grandi conflitti che ridisegneranno per sempre lo scacchiere politico internazionale, la guerra arabo-israeliana. Ma tutto questo lo vedrete nel prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Bibliografia di riferimento a cura di Francesco Regolo</p>
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		<title>Tijuana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2017 07:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[Marocco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’idea di “muro”, nell’essere umano, assume i connotati di separazione, divisione, chiusura e difesa. I muri fin dall’antichità hanno avuto la funzione di proteggere le comunità dagli assalti di qualche nemico e hanno sempre svolto molto bene il loro compito. L’idea odierna di muro risente invece degli spiacevoli esempi che il passato e il presente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’idea di “muro”, nell’essere umano, assume i connotati di separazione, divisione, chiusura e difesa. I muri fin dall’antichità hanno avuto la funzione di proteggere le comunità dagli assalti di qualche nemico e hanno sempre svolto molto bene il loro compito. L’idea odierna di muro risente invece degli spiacevoli esempi che il passato e il presente ci pongono davanti agli occhi, facendoci subito storcere il naso e dandoci l’impressione di parlare di qualcosa che, ormai, è un concetto superato, una separazione inutile. Questo perché ci troviamo in un universo umano sempre più connesso e sempre più alla portata di tutti, in cui le guerre sono fatte perlopiù dalle intelligence dei paesi, in cui non si sfrutta neanche più il cielo per combattere, ma lo spazio dove agiscono i satelliti. Allora ci si chiede davvero che senso abbia un terrapieno spinato nel salvaguardare la sicurezza di un popolo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo però, in quanto uomo, non ci regala soltanto bellissimi atti d’amore, ma anche peculiari e anacronistici esempi di decadenza. Il titolo dell’articolo si rifà al nome del muro più famoso del mondo d&#8217;oggi, quello che gli Stati Uniti hanno costruito al confine con il Messico, il muro di Tijuana. Linea di separazione fisica nata per contrastare il contrabbando di droghe pesanti e l’immigrazione clandestina provenienti dal confine sud della “Terra dei Liberi”. La costruzione è iniziata nel 1990 durante la presidenza di George H. W. Bush, in seno alla “Prevenzione attraverso la deterrenza”, adottata dalla polizia di frontiera nei confronti degli illegali che mettevano piede sul suolo statunitense. Il primo tratto di 22 km fu completato nel 1993. Nel 1994, sotto l’egida di Bill Clinton, la barriera fu sviluppata ulteriormente, principalmente come “linea umana di poliziotti”. Questa, composta da lamiere seghettate, filo spinato, illuminazione ad alta intensità, sensori elettronici, copertura militare terrestre, aerea e satellitare, ha causato la morte, tra il 1998 e il 2004, di ben 1.954 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Analizzando l’universo-mondo ci accorgiamo però che l’insieme di lamiere, filo spinato e telecamere di sorveglianza in questione non è affatto un caso unico. Sono presenti sulla Terra molte altre divisioni materiali che si fregiano dell’amaro appellativo di “Muri della Vergogna”. Di seguito alcuni esempi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Muro Marocchino, iniziato nel 1983, separa i territori occupati dal Marocco da quelli sotto il controllo della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (RASD). Come riportato dal Governo Marocchino il muro ha una ragione strategico-difensiva, mentre secondo la popolazione Sahrawi serve per mantenere il controllo su un territorio particolarmente redditizio e strategico. La parte interna al muro racchiude infatti le miniere di fosfati del Sahara Occidentale e la costa marocchina sull&#8217;oceano Atlantico, considerata una delle più pescose al mondo. Un&#8217;importante ricchezza è anche quella dei giacimenti petroliferi costieri, sebbene le Nazioni Unite permettano solo la ricerca scientifica e non lo sfruttamento di essi. La piccola zona controllata dalla Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi, invece, non ha alcuna importanza economica. I principali obiettivi del muro marocchino hanno perso la loro ragion d&#8217;essere nel 1991, quando la RASD scelse la strada della legalità internazionale e dell&#8217;azione non violenta. Attualmente lo scontro avviene prevalentemente sul piano politico, nel quale i Saharawi cercano di arrivare ad un “referendum di autodeterminazione” mentre il Marocco ne ostacola la realizzazione al fine di consolidare lo<em> status quo</em> e annettere così il territorio della RASD attualmente sotto il suo controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla si trovano, invece, lungo la frontiera tra le due enclavi spagnole e il Marocco. Il loro proposito è quello di ostacolare e impedire l&#8217;immigrazione illegale e il contrabbando. Progettate e costruite dalla Spagna alla fine degli anni &#8217;90, sono costituite da filo spinato e muri di cemento armato. Il prezzo, di 30 milioni di euro, è stato pagato quasi interamente dalla Comunità Europea, anch’essa non priva di peccati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ulrimo esempio: la Barriera di separazione israeliana in Cisgiordania, iniziata nel 2002, che divide Israele dalla Cisgiordania, conseguenza dell’annessione di fatto a Israele dei territori palestinesi occupati, a cui, per storia e trascorso politico, verrà dedicata un’analisi futura che avrà per oggetto la Palestina.</p>
<p style="text-align: justify;">Come si può notare da questi quattro esempi le ferite del mondo sono tante, troppe, e la nostra generazione sarà chiamata all’arduo compito del dissolverle, memore degli sbagli e dell’inadempienza di chi ci ha preceduto. Fiduciosi in un avvenire privo di queste assurde e insensate opere di divisione che invocano la morte dell’umana misericordia.</p>
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		<title>Why so Syria?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicolò Daniele]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2016 08:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Frammenti di storia]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le radici del conflitto che imperversa in Siria da ormai 5 anni trovano la loro linfa vitale nei processi politici che hanno caratterizzato lo stato siriano nel corso di tutto il XX secolo. Il 7 aprile 1947 nasce il Partito Ba’th, che veicola le spinte di due correnti politiche emergenti nel panorama medio-orientale, il socialismo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le radici del conflitto che imperversa in Siria da ormai 5 anni trovano la loro linfa vitale nei processi politici che hanno caratterizzato lo stato siriano nel corso di tutto il XX secolo.<br />
Il 7 aprile 1947 nasce il Partito Ba’th, che veicola le spinte di due correnti politiche emergenti nel panorama medio-orientale, il socialismo arabo, di matrice espressamente laica, e il panarabismo. La neo forza politica è la risultante di un processo interconfessionale che prende ispirazione appunto dai suoi ideatori: un alawita, un cristiano ortodosso ed un musulmano sunnita.<br />
Il Ba’th trova, nella dissoluzione della Repubblica Araba Unita (RAU), avvenuta nel 1961 e nel successivo caos politico, il terreno fertile per consolidare le sue posizioni all’interno del panorama politico siriano.<br />
Il 1962 è un anno di forti tensioni sociali che sfociano in una serie di colpi di stato militari. Al fine di impedirne altri il fragile governo dichiara lo stato d’emergenza. La maggior parte dei diritti costituzionali dei cittadini è sospesa e viene a definirsi una nuova classe dirigente all’interno della società siriana.<br />
L’8 marzo 1963 un nuovo colpo di stato, sotto il sostegno del neonato “Comando Rivoluzionario del Consiglio Nazionale”, composto da ufficiali dell’esercito e funzionari civili, porta Hafiz al-Asad, massimo esponente del Partito Ba’th, ad una posizione di rilievo nella politica del paese. Questo permette ad Hafiz di esercitare molte pressioni sul governo fino al 1966, anno in cui un nuovo golpe pone il Ba’th come forza politica dominante eliminando di fatto gli altri partiti. al-Asad diventa così il nuovo ministro della Difesa.<br />
La debolezza del governo viene amplificata dalla sconfitta da parte di Israele durante la guerra dei 6 giorni. Il 13 novembre 1970 Hafiz, approfittando della perdita di popolarità nel vecchio ordinamento politico, conquista la guida del Partito e la conseguente presidenza della repubblica.<br />
Gli anni che seguono sono segnati da un relativa stabilità politica, sociale ed economica, lo stato è ormai retto da un sistema verticistico, monopartitico e repressivo con il progressivo instaurarsi di un vero e proprio culto della personalità del presidente. La stabilità nazionale e internazionale, garantita dall’appoggio dell’URSS, permette notevoli riforme infrastrutturali e il Ba’th si pone come garante della laicità e della libertà religiosa permettendo il fiorire di numerose comunità confessionali di minoranza. Nel 1982 però al-Asad si trova ad affrontare una grande insurrezione di matrice islamica capeggiata dai Fratelli Musulmani che si conclude con l’assedio di Hama e la repressione degli insorti. Secondo le stime dell’epoca riportate dal New York Times 10.000 civili vennero uccisi, mentre il Comitato siriano per i Diritti Umani riporta nei sui dossier ben 40.000 vittime di cui 1.000 soldati.<br />
Gli anni 90, successivi alla caduta del blocco sovietico, portano la Siria ad un avvicinamento all’occidente. Questa propensione viene dimostrata nei fatti dal sostegno di Hafiz nei confronti dell’operazione Desert Storm ,messa in atto dagli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein, e dal tentativo di pace con Israele.<br />
Il 1999 è un altro anno di tensioni, al-Asad designa come successore il figlio Bashar. Violente proteste scoppiano nella località di Lattakia tra la polizia di stato e i sostenitori del fratello di Hafiz Rifa’at al-Asad che più che mai era intenzionato ad ottenere la presidenza. Dopo la conseguente sconfitta di Rifa’at, e la morte di Hafiz per malattia, succede alla presidenza, come da programma, Bashar al-Asad che viene eletto con il 99,7 % dei voti.<br />
Il neo presidente inizia il suo mandato nel 2000 e si trova già da subito a gestire la difficile situazione dell’indipendentismo curdo. Nel 2004 scoppiano una serie di rivolte al Nord della Siria. La più grave è quella avvenuta nella città di Kamichlié, ove la violenta repressione della polizia fa almeno una trentina di vittime tra i manifestanti curdi. La protesta così dilaga in molti altri centri urbani coinvolgendo anche una larga parte della comunità araba. Il capo di stato non modifica la struttura di controllo della popolazione, rimane in vigore la censura e non viene ripristinata la libertà politica di creare nuovi partiti. Vi è anche un progressivo riallontanamento dalle politiche occidentali. Questo a causa del sostegno di Bashar a Saddam Hussein durante la guerra all’Iraq nel 2003, il conseguente suo appoggio a movimenti di ispirazione terroristica come Hezbollah e Hamas insieme al coinvolgimento nell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri.<br />
Bashar comunque dichiara che lo stato Siriano sarebbe rimasto immune dalle proteste di massa che si stavano manifestando in Egitto in quegli anni.<br />
Non poteva prevedere che di li a poco, nel giro di circa 7 anni, la somma delle proteste degli indipendentisti curdi, l’insofferenza della comunità islamica sfogatasi attraverso le primavere arabe e la continua repressione dei propri avversari politici, avrebbe portato ad una serie infinita di scontri armati e di morti. Che il 2011 sarebbe stato l’anno l’inizio di un conflitto internazionale che dura ancora oggi e che ha portato ad un acuirsi delle tensioni tra gli stati, soprattuto sul fronte USA-Russia. Producendo una crisi umanitaria che ha inghiottito migliaia di civili. Crisi che ha condotto più della metà della popolazione siriana ad un esodo forzato verso quella che ai loro occhi pareva essere un porto sicuro. L’Unione Europea.</p>
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