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	<title>Evelina Abrardi, Autore presso 1000miglia</title>
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		<title>Pace, etica e felicità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2022 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pace ha bisogno di tutta l'umanità per esistere e richiede un'inversione di rotta nel mondo di pensare che deve cominciare nella quotidianità.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La pace ha bisogno di un’umanità intera che ci lavori sopra, per esistere. Si sentono e si leggono persone che dicono che questa guerra è tutta colpa di un dittatore e dei suoi scagnozzi, e che il mondo ha il fiato sospeso pendendo dalle sue labbra. Ma nessuna guerra è mai colpa di una o dieci o venti persone. Chi lo dice dimentica la complessità del meccanismo, e si scorda anche delle scene e delle frasi del processo di Norimberga diventate iconiche e su cui la Arendt scrisse </span><i><span style="font-weight: 400;">La banalità del male</span></i><span style="font-weight: 400;">. La guerra esiste perché esistono persone che decidono di fabbricare armi; persone che poi decidono di vendere queste armi; persone che scelgono (molte altre, purtroppo, non scelgono, come in questa guerra) di imbracciare quelle armi. Queste sono le condizioni di possibilità dei conflitti, che rendono realtà ciò che inizialmente era soltanto l’ordine verbale di un presidente o un generale. Sulla guerra in Ucraina Tomaso Montanari ha scritto un bellissimo articolo che potete leggere <a href="https://www.micromega.net/guerra-ucraina-tomaso-montanari/">qui</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La cultura della pace si forma a partire dal basso e dalla quotidianità: richiede un’inversione di rotta nel modo di pensare, perché, come diceva Einstein, i problemi non possono essere risolti con la stessa logica che li ha creati. Occorre sviluppare un pensiero divergente a tutto tondo e creare una nuova </span><i><span style="font-weight: 400;">Weltanschauung</span></i><span style="font-weight: 400;">, una nuova visione del mondo. Perché si costruisca la pace, il pensiero dominante non può continuare a incoraggiare la sete per la ricchezza e il potere, così come non è accettabile che si sia aumentata la spesa militare al 2% del PIL mentre quella per l’Università e la ricerca è allo 0.5%. La pace è innanzitutto una condizione interiore caratterizzata dalla tranquillità, ed è forse assimilabile alla beatitudine: accettare ciò che si ha, e cercare di migliorare la propria vita senza danneggiare chi ci sta accanto. Ma la pace è solida anche se c’è un’altra condizione: l’amore per l’etica – questa sconosciuta soffocata dal cinismo capitalista. L’etica quotidiana, quella che ci fa scegliere che cosa comprare, dove, che cosa leggere, come usare il tempo libero: non è una banalità, perché la consapevolezza delle proprie azioni è già responsabilità. Per gli Antichi la vita condotta nella moralità era la maggiore preoccupazione filosofica: si trattava di vivere secondo la legge morale, ricercando la tranquillità e la virtù. Oggi tutto questo è scomparso, e nella nostra cultura non ha più alcuna importanza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Eppure etica, felicità e pace sono le tre Grazie che danzano insieme. L’unica medicina contro la guerra è educare l’essere umano. Per questo è urgentissimo insegnare ai nostri figli a soddisfare i loro desideri nel rispetto degli altri e ad accettare i limiti dell’esistenza. E, soprattutto, la grande sfida che non è più possibile rimandare è questa: ricercare la felicità prima di ogni altra cosa; la felicità vera, quella che si sposa con l’etica e che genera una solida tranquillità interiore. Questa è la strada vitale che bisogna imboccare per costruire finalmente una cultura della pace.</span></p>
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		<title>Filo d&#8217;erba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[apparenze]]></category>
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		<category><![CDATA[successo]]></category>
		<category><![CDATA[zerocalcare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo veramente felici? E' questa la domanda a cui dovremmo rispondere senza farci influenzare dalla società.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«Ma ti rendi conto di quanto è bello? Che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato. Non ti senti più leggero? […] C’era qualcosa di incredibilmente rasserenante nell’essere solo un filo d’erba, che non faceva la differenza per nessuno, che non aveva la responsabilità di tutti i mali del mondo».  </span><span style="font-weight: 400;">(</span><i><span style="font-weight: 400;">Strappare lungo i bordi</span></i><span style="font-weight: 400;">, Zerocalcare)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Parole che toccano il cuore e arrivano a colpire la sensibilità di ciascuno di noi, che viviamo in una società dove l’apparenza è diventata la nuova divinità a cui consacrare tutto, anche il proprio sentire, anche i propri limiti costitutivi. L’ansia da prestazione coinvolge tutti, come se la possibilità di una vita tranquilla fosse irrimediabilmente perduta. Eppure il modello occidentale e capitalista non è l’unico possibile; se la pensiamo così, siamo sbandieratori di TINA (</span><i><span style="font-weight: 400;">There is no alternative</span></i><span style="font-weight: 400;">). Liberi di esserlo, ma, per le persone che su questo pianeta devono rimanerci (si spera) ancora una cinquantina di anni almeno, pensare che non ci sia possibilità di cambiamento diventa decisamente opprimente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non mi riferisco a un cambiamento mondiale, che, per quanto auspicabile, non dipende totalmente dalle scelte di fili d’erba, quali noi siamo. Parlo di un cambiamento personale, con cui imparare a staccarsi un po’ dal mondo che ci circonda e ci obbliga a vivere in modi che a volte non ci fanno stare bene. La carriera è importante, soprattutto per il successo personale ed economico che ne deriva. Ma non tutti sono fatti per arrivare al successo: ci sono persone che non ce la fanno a sostenere certi ritmi di vita; che arriverebbero al successo, in un mondo più lento, ma non in questo. Certo, imparare a superare i propri limiti è occasione di crescita e di scoperta di sé. Ma forse lo è anche imparare a conviverci, con quei limiti. Imparare a guardarli con amore, anziché con aria di sfida; ad accettarli, anziché nasconderli. Perché ciò che davvero riempie la vita non è la dimostrazione data agli altri, ma la pace con se stessi, che deriva dalla constatazione che dopotutto siamo solo un filo d&#8217;erba in un prato, che deve fare bene la sua parte, ma da cui non dipende totalmente la bellezza dell&#8217;intera radura.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Qualcuno dice che quando moriremo Dio ci farà solo due domande: la prima, «sei stato felice nella tua vita?». La seconda, «hai reso felice qualcuno?». Non ci sarà chiesto se abbiamo reso felici due, cinque o venti persone, no. Una persona: è sufficiente una. La prima domanda di Dio è se siamo stati felici noi, non importa con quali mezzi, se con il lavoro, l’amore o lo studio; ciò che conta è il risultato: sei felice? Questa è La Domanda dell’esistenza, è il punto interrogativo per cui siamo vivi. E sarebbe bellissimo se alla fine del nostro percorso sulle strade del mondo potessimo rispondere di sì, che siamo stati felici. Anche se non siamo stati una quercia maestosa e solitaria nel bel mezzo della foresta, anche se per tutta la vita ci siamo accontentati. Anche se siamo stati un filo d’erba.</span></p>
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		<title>Quattro propositi per il nuovo anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2022 07:34:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non auguro un anno migliore, indimenticabile e tante altre cose retoriche dette ogni 31 dicembre. Auguro un anno buono, in cui riuscire a migliorarsi un po’, perché se non migliorano le persone nel loro gruppo familiare e amicale, il mondo, da solo, non può cambiare in bene.</p>
<p>Buon anno!</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<ol>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Amare le persone che ci sono accanto, soprattutto la famiglia.</span></i><span style="font-weight: 400;"> Da qualche decennio la famiglia è passata in secondo piano rispetto al lavoro, a un individualistico tempo libero, alle proprie passioni solitarie. Ma la famiglia è la prima sorgente della felicità: se la felicità non è lì, non si può essere pienamente sereni. Fare cose con i propri figli, con i propri compagni di vita, perché solo così si può amare e sentirsi amati e perché l’amore è la cura per tutte le angosce e per tutte le paure. </span>Lasciare andare le barriere; imparare a disarmarsi; imparare a fidarsi. Per amare senza tensioni. E per non inverare le parole cantate da Lucio Dalla il 31 dicembre: «c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra».</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Essere consapevoli di essere nati nella parte giusta del mondo</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il pensiero di un’ingiustizia inspiegabile lascia sgomenti. È il problema filosofico della teodicea (cioè della giustizia divina), il problema teologico dell’imperscrutabilità del volere di Dio, il problema umanistico del caso, del fato. È un problema che non verrà mai risolto, anche perché nessuna risposta è in nessun modo soddisfacente. Resta il fatto che vi sono popoli in cui le donne non possono studiare. In cui i bambini hanno dei sogni ma vedono solo scheletri di palazzi bombardati. In cui le madri lanciano i bambini ai soldati oltre il filo spinato. In cui uomini e donne prendono d’assalto gli aerei per scappare dalla dittatura e poi volano giù durante il decollo. In cui le persone non hanno il vaccino per salvarsi dalla pandemia perché in questo capitalismo cancerogeno i soldi valgono più della vita. </span>Essere consapevoli di questo è un dovere umano. È vero, il nostro sgomento davanti a questo pensiero non conosce cura, ma l’unico modo per renderlo utile è essere grati. Ringraziare per quello che si ha e difenderlo con tutte le proprie forze: parlo della salute individuale; del denaro che ci permette di non essere per strada; della democrazia che ci permette di votare; delle leggi che permettono alle donne di studiare; di questa parte di mondo dove, nonostante tutti i problemi, la guerra non c’è.</li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Imparare a non essere né ottimisti né pessimisti sul futuro, ma realisti</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il mondo non sta andando né verso il peggio né verso il meglio. Ci sono alcune predizioni che spaventano e altre che rincuorano. Per tanti versi stiamo molto meglio dei nostri nonni, per altri il loro mondo era migliore di questo. Bisognerebbe assumere uno sguardo chirurgico, molto fine e attento al dettaglio: lì siamo migliorati, là siamo peggiorati. Cogliere le differenze. Essere grati per i grandi progressi degli ultimi decenni, ed essere critici e attivi contro i regressi o contro ciò che, semplicemente, non è peggiorato ma non è ancora migliorato.</span></li>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><i><span style="font-weight: 400;">Aiutare (anche economicamente) chi è in difficoltà. </span></i><span style="font-weight: 400;">È sempre stato così: chi sta bene vuole stare meglio. Ci sono famiglie e persone che non hanno soldi per fare la spesa, persone che a quarant’anni si ritrovano ancora precari e che per costruire una famiglia gettano il cuore oltre l’ostacolo pieni di timori e speranze. Regalare un buono per la spesa o comprare un po’ di cibo da portare al banco alimentare sono gesti che ai benestanti costano poco e che per i bisognosi significano tanto.</span></li>
</ol>
<p>Non auguro un anno migliore, indimenticabile e tante altre cose retoriche dette ogni 31 dicembre. Auguro un anno buono, in cui riuscire a migliorarsi un po’, perché se non migliorano le persone nel loro gruppo familiare e amicale, il mondo, da solo, non può cambiare in bene.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Buon anno!</span></p>
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		<title>Linguaggio inclusivo? Quattro ragioni contro l’asterisco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[asterisco]]></category>
		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[inclusivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da un po’ di tempo si sta diffondendo l’uso di simboli per rendere il linguaggio scritto neutro rispetto al genere delle persone: così si scrive, ad esempio, tutt* oppure tuttə. Si tratta veramente di una scelta linguistica inclusiva?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Da un po’ di tempo si sta diffondendo l’uso di simboli per rendere il linguaggio scritto neutro rispetto al genere delle persone: così si scrive, ad esempio, tutt* oppure tuttə. Una scelta che mi ha sempre lasciato profondamente dubbiosa e molto critica, soprattutto perché, forse paradossalmente, io, donna, mi sento più inclusa dal termine </span><i><span style="font-weight: 400;">tutti</span></i><span style="font-weight: 400;"> che dal termine </span><i><span style="font-weight: 400;">tutt*</span></i><span style="font-weight: 400;">, impronunciabile e quindi dal significato inimmaginabile. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Occorre un ripasso della biologia umana. A livello biologico e genetico, il sesso degli esseri umani può essere o maschile o femminile: l’identità sessuale può quindi essere solo di due tipi, e caratterizza il corpo e i comportamenti della persona, dato che i livelli ormonali sono diversi nel maschio e nella femmina. Dunque il sesso è normalmente un dato di fatto, oggettivo e incontrovertibile. Ora sento già le voci di protesta di chi dice che invece nascono bambini e bambine il cui sesso non è chiaro: sono gli ermafroditi, e rappresentano casi di anomalie genetiche. Non sono la normalità e in nessun modo mostrano che esista un terzo sesso: sarebbe come dire che normalmente gli esseri umani possono essere indifferentemente ciechi oppure vedenti, dato che capita che nascano persone cieche. Detto ciò, la persona non è determinata solo dal sesso, ma anche dalla propria identità di genere. Il genere è la percezione, culturalmente influenzata, che ogni persona ha di sé: tendenzialmente sesso e genere coincidono («sono femmina e mi sento donna»), ma talvolta si delinea uno scarto che può essere doloroso e che può portare a operazioni chirurgiche e ormonali per cambiare il proprio sesso («ero femmina, ma mi sentivo uomo; ho deciso di cambiare il mio sesso per diventare maschio»). Ma il genere non è solo binario: ad esempio le persone androgine non si sentono né uomini né donne, e altre persone cambiano percezione di sé nel corso della vita. Ancora un chiarimento: l’ermafroditismo fa riferimento a un problema genetico sessuale, l’androginismo è un elemento culturale e sociale di genere. Qui un articolo de </span><i><span style="font-weight: 400;">Il Post</span></i><span style="font-weight: 400;"> per capire meglio queste distinzioni: </span><a href="https://www.ilpost.it/2017/07/05/identita-di-genere/"><span style="font-weight: 400;">https://www.ilpost.it/2017/07/05/identita-di-genere/</span></a><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco quattro ragioni che mi fanno dubitare di questa abitudine linguistica:</span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400; text-align: justify;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Se si vuole rendere il linguaggio inclusivo di maschi e femmine, è sufficiente rivolgersi a una platea mista con </span><i><span style="font-weight: 400;">tutti e tutte</span></i><span style="font-weight: 400;">, ad esempio. È quindi evidente che l’operazione che si vuole portare a termine è includere non il sesso, ma i diversi generi. In altre parole: dato che alcune persone non si sentono incluse neanche da </span><i><span style="font-weight: 400;">tutti e tutte</span></i><span style="font-weight: 400;"> in quanto non si sentono né maschi né femmine, occorrerebbe lasciare spazio a molteplici possibilità e parlare di </span><i><span style="font-weight: 400;">tutt*</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">Il punto è questo: l’identità di genere è determinata, come abbiamo detto, dalla <i>percezione</i> di sé, che è qualcosa di profondamente intimo e privato, talvolta doloroso e inaccettabile. Ma è pur sempre una percezione di sé. Come può il linguaggio adattarsi alle emozioni e alle percezioni che le persone hanno di sé? Facciamo un esperimento mentale. Immaginiamo che esista un gruppo di qualche milione di persone che porta all’estremo il darwinismo e ritiene che non si possa parlare di esseri umani, ma solo di animali: quelle persone percepiscono sé e gli altri come animali, alla stregua dei cani e dei gatti. Rivendicano quindi che il linguaggio abolisca dai dizionari i termini <i>essere umano, umanità, uomo</i> ecc., e che per riferirsi agli uomini si usi solo il termine <i>animale</i>. Qualcuno li ascolterebbe? Io non credo. E perché? Innanzitutto perché il linguaggio non può essere cambiato a tavolino, sulla base di proposte di singoli gruppi; e poi perché, molto onestamente, sarebbe troppo complicato (seppure il fatto che l’essere umano sia un animale sia una questione oggettiva e non solo legata alla percezione di sé). E qualcuno riterrebbe che non ascoltarli sia discriminatorio? Probabilmente no.</span><span style="font-weight: 400;"> </span> </li>
<li style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come comportarsi con tutti quei termini che di per sé indicano un maschio o una femmina in modo esclusivo? Pensate alle parole </span><i><span style="font-weight: 400;">fratello</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">sorella</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">suora</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">prete</span></i><span style="font-weight: 400;">: se la sorella di qualcuno si sente androgina, dovrei inventare </span><i><span style="font-weight: 400;">ex novo </span></i><span style="font-weight: 400;">una parola apposta, secondo questo ideale di linguaggio inclusivo. Ma perché, facendo riferimento sia al sesso femminile sia all’identità di genere, sarei politicamente scorretta se parlassi della «sorella androgina»? </span>Pensate anche agli articoli determinativi, <i style="font-size: revert;">il</i><span style="font-weight: 400;">,</span><i style="font-size: revert;"> lo</i><span style="font-weight: 400;">,</span><i style="font-size: revert;"> la</i><span style="font-weight: 400;">,</span><i style="font-size: revert;"> i</i><span style="font-weight: 400;">,</span><i style="font-size: revert;"> gli</i><span style="font-weight: 400;">,</span><i style="font-size: revert;"> le</i><span style="font-weight: 400;">: dovrei forse scrivere </span><i style="font-size: revert;">*l* </i><span style="font-weight: 400;">oppure, per il plurale che sarebbe un misto impossibile tra </span><i style="font-size: revert;">i </i><span style="font-weight: 400;">e </span><i style="font-size: revert;">le</i><span style="font-weight: 400;">, direttamente </span><i style="font-size: revert;">*</i><span style="font-weight: 400;">? </span>E come pronunciare queste parole a cui non potrei semplicemente togliere la desinenza?</li>
<li style="text-align: justify;" aria-level="1">
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">C’è ancora una ragione per cui questo esperimento linguistico mi sembra ridicolo. La difficoltà, se non l’impossibilità, di riuscire in questo tentativo anche solo quotidianamente e in prima persona emerge da alcuni testi scritti sui social, che il più delle volte iniziano con un </span><i><span style="font-weight: 400;">ciao a tutt* </span></i><span style="font-weight: 400;">e proseguono con termini come </span><i><span style="font-weight: 400;">qualcuno, giovani, adulti</span></i><span style="font-weight: 400;">. </span><span style="font-weight: 400;">Questo dimostra che è impossibile cambiare la struttura di una lingua già costituita. Impossibile. Per farlo si dovrebbe creare dal nulla una nuova lingua che ammetta il maschile, il femminile e il neutro, com’era in latino. Nel passaggio dal latino ai volgari italiani il neutro si è perso per volontà di semplificazione, in un modo graduale e molto spontaneo: nessuno ha </span><i><span style="font-weight: 400;">imposto</span></i><span style="font-weight: 400;"> di eliminare il neutro. Così oggi non si può imporre una nuova regola che andrebbe a creare un terzo genere e che influenzerebbe tutta la lingua (si pensi appunto agli articoli determinativi e ad altre parole, come quelle analizzate prima). </span><span>Diverso è il discorso sui nomi delle figure professionali: lì il mutamento sta accadendo perché è molto più semplice e non strutturale e perché nomi di figure professionali declinati al femminile e non solo al maschile ci sono sempre stati (</span><i><span>maestra</span></i><span>, </span><i><span>professoressa</span></i><span>, </span><i><span>sarta</span></i><span>). In quel caso si tratta quindi di rendere più diffusa un’abitudine linguistica già presente qui e là.</span></p>
</li>
<li style="text-align: justify;" aria-level="1"><span style="font-weight: 400;">Sembra che molte persone abbiano iniziato a usare l’asterisco più per moda entusiastica che per una ragione seriamente giustificata e ponderata. L’asterisco pare ormai un lasciapassare, un segno distintivo dell’inclusività, un segno di riconoscimento: «anche tu usi l’asterisco, allora sei inclusivo come me!». Forse è una difficoltà personale, ma la realtà mi ha sempre portato a diffidare delle mode nate sui social, soprattutto di quelle che portano a divisioni della massa in due fazioni, </span><i><span style="font-weight: 400;">pro </span></i><span style="font-weight: 400;">e </span><i><span style="font-weight: 400;">contro</span></i><span style="font-weight: 400;">.</span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Insomma, siamo di fronte a un’operazione folle e impossibile. Un’operazione che non tiene conto dei limiti cognitivi dell’essere umano, che non può avere successo in questa impresa titanica. Nel Novecento Ludwig Wittgenstein, grande filosofo del linguaggio, ragionò su quanto a fondo possiamo andare nelle ricerche delle cause che regolano il linguaggio e concluse che possiamo capire quali regole reggono il nostro gioco linguistico, ma non possiamo scendere fino alla causa prima per cui quelle regole sono state inventate. E così ha prodotto uno dei passi più belli e disarmanti dell’intera storia della filosofia:</span></p>
<p style="text-align: center;"><i><span style="font-weight: 400;">Quando ho esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega. Allora sono disposto a dire: «Ecco, agisco proprio così». (Ricordati che qualche volta chiediamo spiegazioni più per la forma della spiegazione che per il suo contenuto. La nostra è una richiesta architettonica: la spiegazione è un finto cornicione, che non regge nulla).</span></i></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">La mia vanga, a un certo punto, si piega. Effettivamente mi sentirei senza forze se dovessi produrre anche solo una frase con strani simboli, il che mi dispiacerebbe, perché baderei più alla forma che al contenuto. La forma è importante, si sa, ma in materia di discriminazione credo sia più importante il contenuto: se oggi il vocabolario ammettesse il termine </span><i><span style="font-weight: 400;">ministre </span></i><span style="font-weight: 400;">senza che le donne potessero esserlo o senza che avessero il diritto di voto, l’umanità avrebbe fallito; che le donne abbiano da quasi settant’anni il diritto di voto anche se si continua a dire </span><i><span style="font-weight: 400;">ciao a tutti</span></i><span style="font-weight: 400;"> mi pare un successo. Se tra cinquant’anni gli androgini e i transessuali non saranno discriminati sul posto di lavoro o a scuola e avranno adeguati sostegni psicologici nei casi di sofferenza e di rifiuto della propria condizione, anche se si dirà </span><i><span style="font-weight: 400;">ciao a tutti e tutte</span></i><span style="font-weight: 400;">, penso che l’umanità avrà raggiunto un importante traguardo.</span></p>
<p> </p>
<p> </p>
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		<title>1940-2021: trova le differenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Oct 2021 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[differenze]]></category>
		<category><![CDATA[Nietzsche]]></category>
		<category><![CDATA[novecento]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[passato]]></category>
		<category><![CDATA[presente]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è il ruolo della storia nel nostro presente? Uno sguardo critico al passato può aiutarci a capire e trovare le differenze con il mondo moderno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-justify">Da oltre un anno i social e le piazze sono attraversati da grida che assimilano le norme di contenimento della pandemia al passaporto biologico sotto il nazismo e alle discriminazioni razziste e politiche del primo Novecento. Questo dato di fatto è solo il punto di partenza per una riflessione più ampia, vale a dire: quale dev’essere il ruolo della storia?</p>



<p class="has-text-align-justify">Com’è noto, nella seconda delle <em>Considerazioni inattuali</em>, intitolata <em>Sull’utilità e il danno della storia per la vita</em> (1874), Nietzsche distinse tre tipi di conoscenza storica: la storia antiquaria, quella fatta dai nostalgici che mummificano la storia e non riescono a procedere verso il futuro; la storia monumentale, di chi seleziona i fatti cadendo nella trappola della mitizzazione; la storia critica, di chi vuole liberarsi dal peso del passato recidendo le proprie radici. Senza toccare qui la posizione di Nietzsche a riguardo, ciò che è interessante è come il peso valoriale e storico del Nazifascismo continui a incidere sul modo europeo di vedere il presente, sebbene sia trascorso quasi un secolo. E questo, seppur comprensibile, non è totalmente un bene, per due motivi.</p>



<p class="has-text-align-justify">Innanzitutto così si rischia di cadere vittime dell’ossessione del passato, che ci impedisce di procedere svelti, di guardare alla novità, a ciò che non è mai esistito e che non si può confrontare col sentiero tracciato dai nostri avi. Qualsiasi ossessione fa sì che si veda solo ciò che si vuole vedere e che, probabilmente, si sia ciechi verso cose anche ben più salienti e incisive. Un esempio pratico: le norme pandemiche sono additate come discriminatorie in un senso politico e per questo alcuni cittadini scendono nelle piazze talvolta con modi violenti. Ma chi scende nelle piazze per protestare contro una sanità carente e mal funzionante che ha in parte causato le molti morti nel mondo? Chi scende nelle piazze per rivendicare che i Paesi dimenticati del globo abbiano accesso al vaccino e a investimenti sanitari? Attenzione, queste domande provocatorie non vogliono invitare all’inutile <em>benaltrismo</em> (quello di chi obietta a un’osservazione asserendo che in realtà «c’è ben altro di cui preoccuparsi»), ma solo a fare riflettere che è facile nascondersi tra le supponenti onde retoriche dei <em>radical chic</em>, mentre è molto faticoso intraprendere riflessioni molto più profonde e quindi molto impopolari.</p>



<p class="has-text-align-justify">Il secondo problema è che questo atteggiamento è il sintomo di un’incapacità: quella di prestare attenzione al dettaglio per trovare le differenze (proprio come nei giochi della Settimana enigmistica!). Lo studio della storia dovrebbe insegnare a cogliere le differenze tra un’epoca storica e un’altra – ed è un lavoro per cui non a caso serve una laurea. Con questo presupposto, non si può paragonare questo anno e mezzo al totalitarismo nazifascista. Certo, alcuni filosofi e giuristi concordano sul fatto che la democrazia è tanto fragile quanto bella e che poco basta per schiacciarla, ma il loro è un monito doveroso in qualsiasi epoca di crisi, addirittura economica.</p>



<p class="has-text-align-justify">L’ossessione fa vivere male se stessi e gli altri, e di conseguenza è oggetto di studio della psicologia. La disabilità di cogliere i dettagli e di operare dei distinguo è correggibile considerando di volta in volta il contesto storico. Che la storia si ripeta è una frase più retorica che sensata: può essere che esista questa sorta di eterno ritorno dell’uguale, perché l’essere umano in fondo è solcato da alcune tendenze abbastanza immutabili. Che però queste tendenze conducano a un pezzo di storia <em>esattamente</em> identico a un altro è impossibile (d’altronde il principio degli indiscernibili di Leibniz è sempre valido: mai si potranno trovare due foglie identiche tra loro). E una capacità critica solida e affascinante può svilupparsi solo con un allenamento molto preciso: l’allenamento a trovare le differenze.</p>
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		<title>Laurea versus bottega</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2021 15:49:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[artigiani]]></category>
		<category><![CDATA[artisti]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[laurea]]></category>
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		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[manualità]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La società di oggi sembra valorizzare soltanto le persone con una laurea, ma anche il sapere artigiano è necessario alla vita della comunità. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Alla fine dello scorso mese, <i>il Fatto Quotidiano</i> ha pubblicato un report dal titolo allarmante: in Italia solo il 29% dei giovani tra i venticinque e i trentaquattro anni è laureato. Probabilmente, però, questa affermazione così gravida di inquietudine dice poco o nulla. E per un motivo molto semplice, a cui si può arrivare richiamando alla mente lo <i>status</i> di istruzione di alcuni celebri personaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giusto per essere attuali, Raffaella Carrà non era laureata. Aveva studiato, e anche molto duramente e precocemente: già a otto anni era andata a Roma per iniziare a studiare danza e poi recitazione. Fabrizio de André aveva una pessima pagella scolastica, ma con le sue canzoni seppe comunicare un mondo. Questi personaggi di spessore non erano semplicemente talentuosi o geniali: avevano capacità potenziali che furono portate all’atto dallo studio e da buoni maestri. È chiaro, quindi, che una laurea di per sé non vuole dire nulla. I nostri nonni avevano studiato, quando avevano le possibilità, giusto tre o cinque anni, ma del buon senso, nella maggior parte dei casi, non sono mai stati privi. Occorre ritornare a nobilitare le arti meccaniche, come venivano chiamate nel Medioevo, perché il sapere artigiano è un sapere che non ha assolutamente nulla da invidiare alla conoscenza scientifica, letteraria o medica. Tra il Quattrocento e il Cinquecento fu proprio la filosofia a rivalutare profondamente il sapere tecnico artigiano: l’idea era che l’essenza della natura e di Dio fosse comprensibile tramite una sinergia di teoria e manualità, di speculazione e osservazione empirica. In questa temperie culturale Niccolò Cusano, filosofo tedesco di primo piano, nel 1450 pubblicò il <i>De idiota</i>, opera dal titolo affatto denigrante, in quanto l’idiota è semplicemente una persona formata non su un sapere libresco, ma su quello artigiano. E l’idiota cusaniano sa intagliare cucchiai che, con uno specchio posto sulla superficie, riflettono la realtà, e quindi lasciano intravedere l’essenza delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si vuole cambiare il mondo in meglio, è essenziale insegnare ai bambini il valore dei mestieri artigiani, e sarebbe incredibilmente utile per la società che ritornasse la possibilità di studiare nella bottega fin dalla tenera età: Michelangelo, Leonardo, Botticelli diventarono grandi artisti (e non geni) perché fin dall’infanzia studiarono nelle botteghe del Verrocchio o di altri personaggi di simile caratura. Forse sarebbe urgente rivalutare la funzione della scuola; forse bisognerebbe decidere se si desidera formare tutti laureati oppure persone che, tramite l’attuazione delle proprie potenzialità, riescano a soddisfare anche le esigenze di una civiltà. Una civiltà che necessita tanto dell’avvocato quanto del cuoco, tanto del professore quanto del bidello, tanto del medico quanto dello spazzino. L’intagliatore di cucchiai non vale né più né meno del filosofo: fa qualcosa di diverso, maneggia la realtà con le dita anziché con i concetti logici. Ma la filosofia e l’artigianato, direbbe Cusano, non sono che «congetture»: prospettive diverse su una medesima realtà, tentativi di approssimazione asintotica a una verità divina che non può mai essere colta integralmente, ma avvicinata nel migliore dei modi se i punti di vista in dialogo sono molteplici e differenti. </p>
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		<title>I settantun anni dell&#8217;Unione Europea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 May 2021 14:22:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[9 maggio]]></category>
		<category><![CDATA[9 maggio 1950]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario Unione europea]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell'anniversario del giorno che mise le basi per la nascita dell'Unione Europea, una riflessione sulla direzione in cui sta andando.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Il 9 maggio 1950 l’Europa intraprendeva il cammino che avrebbe portato, sette anni più tardi, alla nascita dell’Unione Europea. Esattamente settantun anni fa, l’allora ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, tenne a Parigi un discorso in cui proponeva con forza la riappacificazione tra Francia e Germania, che avrebbero dovuto mettere in comune le proprie risorse di carbone e acciaio: nel 1951 nascerà così la prima comunità europea, quella del carbone e dell’acciaio (CECA). Nella prospettiva di Schuman, tale strategia avrebbe fatto sì che «una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile».</p>
<p style="text-align: justify;">È superfluo sottolineare la gravissima crisi politica e sociale che l’Unione Europea (come l’intero mondo, del resto) non riesce a superare da anni: mancano decisioni forti e coraggiose rispetto al mar Mediterraneo che sempre più sta diventando un cimitero, rispetto all’emergenza ambientale che non si vuole affrontare per gli enormi interessi economici in gioco, rispetto a politiche lavorative che almeno tentino un’altra direzione rispetto a quella capitalista, che sta ormai dando prova del proprio fallimento. È difficile difendere ancora l’istituzione dell’Unione Europea: la si vorrebbe sociale mentre rivela continuamente la propria natura meramente economica. Qui non si vuole elogiare una realtà politica che andrebbe infatti conosciuta in modo specifico e approfondito; si vuole piuttosto ricordare la grandezza del sogno di quei politici che oltre settant’anni fa trovarono uno stratagemma per evitare una nuova guerra tra i paesi del continente. Diedero prova della propria creatività politica, proprio come ricorda l’apertura della dichiarazione di Schuman: «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano». D’altronde quella politica è un’arte, che, in quanto tale, si nutre della capacità immaginativa dei suoi attori.<br />Ecco che allora la politica tutta e, nello specifico, quella dell’Unione Europea, dovrebbe sapersi anche reinventare per poter rispondere alle domande cogenti che ogni tempo pone con una propria specificità. Come ha brillantemente messo in luce Tomaso Montanari a <em>Piazzapulita </em>poche settimane fa, vi sono temi ed emergenze che restano costantemente fuori dal dibattito politico. Sono i problemi dei sommersi, non dei salvati: dei migranti, dei lavoratori sfruttati, delle donne vittime di violenza e di discriminazione sul lavoro, dei poveri. Sono i dolori di un’enorme porzione di popolo, che però restano ostinatamente esclusi dall’agenda politica nazionale e sovranazionale. Sono vite di cui però non dovrebbero occuparsi soltanto gli intellettuali, ma soprattutto chi esercita l’arte del buon governo.</p>
<p style="text-align: justify;">È tardissimo per recuperare il troppo tempo perduto, che non tornerà mai, ma almeno si può evitare di perderne ancora. È sempre più tardi, ma con azioni coraggiose e concrete forse si può salvare ancora qualcosa: «l&#8217;Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/i-settantun-anni-dellunione-europea/">I settantun anni dell&#8217;Unione Europea</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Discriminazioni</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/discriminazioni/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 08:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[colore della pella]]></category>
		<category><![CDATA[discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ethica]]></category>
		<category><![CDATA[Razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[sguardo]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cos'è la discriminazione? Da quali meccanismi è innescata? E, soprattutto, chi può dire: "Ne sono immune?"</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/discriminazioni/">Discriminazioni</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Negli ultimi anni si sono fatte sentire le battaglie contro il razzismo, molte persone si sono spese per ribadire una volta per tutte l’uguaglianza tra gli esseri umani e il dovere di rispettare chiunque, indipendentemente dal colore della pelle. Molti, si spera la maggioranza, concordano sul grande valore di queste lotte civili.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nell’</span><i><span style="font-weight: 400;">Ethica</span></i><span style="font-weight: 400;"> Spinoza scrisse parole che oggi suonano come la definizione di razzismo, anche se forse non era nell’intenzione del filosofo olandese:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«Se qualcuno è stato affetto da un altro, di una classe o di una nazione diversa dalla sua, da una letizia o da una tristezza accompagnata, come causa, dall’idea di quest’altro sotto il nome generale della classe o della nazione, egli amerà o avrà in odio non solo costui, ma anche tutti quelli della medesima classe o della medesima nazione».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il concetto è semplice: conosco una manciata di persone che condividono tra loro una certa caratteristica, magari negativa, e allora assumo che quel tratto sia comune all’intero popolo di cui quelle persone sono parte. Detto questo, chi può dirsi fino in fondo non razzista?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Se, infatti, incrociando una persona nera, la mia mente si sofferma sul colore della sua pelle, sto discriminando. Spesso ci si lascia guidare da ragionamenti complessi sulla questione, dimenticandosi però che il razzismo è il prodotto di un meccanismo tanto banale quanto pericoloso: tutto sta nel diverso </span><i><span style="font-weight: 400;">colore della pelle</span></i><span style="font-weight: 400;">. Tutto sta in un tratto somatico, un elemento estetico, come potrebbe essere il colore degli occhi o quello dei capelli. Un colore viene associato a una nazionalità, come se poi questa connessione fosse matematica. Addirittura quel colore ci allontana, quando non ci spaventa. Spesso ci si illude di essere fuori da tutto questo: se però si riflette su questo meccanismo mentale, ci si accorge di non essere poi così puri e giusti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Il medesimo discorso può essere fatto a proposito dell’omofobia: se mi accorgo che una persona è omosessuale e penso, in modo più o meno esplicito e anche senza volerlo, che quella persona non ha nulla a che fare con me o che, insomma, siamo diversi, sto discriminando. Così sarebbe bene essere onesti e capire che ricorrere a nomignoli per indicare una persona omosessuale è discriminatorio, sebbene </span><i><span style="font-weight: 400;">si presuma</span></i><span style="font-weight: 400;"> di farlo scherzosamente: dietro il linguaggio comico si cela il più delle volte un pensiero reale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Qualsiasi razzismo, qualsiasi fobia sociale, in quanto generalizzazioni, non sono etici né realisti. Ogni persona è infatti unica e irripetibile; ogni persona è se stessa e la propria storia, e non quella del gruppo sociale di appartenenza. La lotta alla discriminazione è una lotta che deve essere onesta e profonda, che deve essere portata avanti nell’atteggiamento mentale individuale prima che nelle piazze; è un esercizio continuo, un allenamento costante a cambiare sguardo, a sbattere le palpebre per tornare alla realtà e capire che quello che vedo è solo un colore della pelle, è solo un orientamento sessuale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Come i miei.</span></p>
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		<title>Impegno e concentrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Mar 2021 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[concentrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Hetty Hillesum]]></category>
		<category><![CDATA[impegno]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La concentrazione e l'impegno sono importanti a scuola come nella vita adulta. Cerchiamo di riflettere sul perché.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A giudicare dai racconti degli insegnanti che lavorano nella scuola primaria e in quella secondaria, pare che i bambini e i ragazzi abbiano enormi difficoltà a concentrarsi e a impegnarsi: in molti casi vengono rilevati indifferenza nei confronti di quello che si deve fare, impazienza, totale o parziale mancanza di voglia. Soprattutto tra gli adolescenti c’è probabilmente il desiderio di fare altro, l’impressione che quello che viene richiesto durante l’ora di grammatica italiana o di matematica sia del tutto inutile. Certo, la scuola italiana avrebbe bisogno di essere riformata sotto molti aspetti, perché il tessuto sociale e giovanile è cambiato e, di conseguenza, anche la pedagogia dovrebbe intraprendere strade parzialmente diverse. Ma questo è un discorso estremamente complesso che richiede solide competenze e grande sensibilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Uno spunto di riflessione di ampio respiro può però essere afferrato. La concentrazione e il desiderio di impegnarsi rappresentano due valori davvero utili per la formazione individuale. Lo sono sia nelle situazioni quotidiane, in cui ci si deve ricordare di pagare le bollette e di impostare la sveglia per il mattino (e, perché no, anche di dare un bacio ai propri figli o al proprio marito o moglie che hanno avuto una giornata pesante), sia nelle circostanze lavorative: in qualsiasi mestiere, che si sia chirurghi, professori, attori o meccanici, la concentrazione e la precisione sono fondamentali. E lo sono non solo nelle attività del mestiere che si compiono più volentieri, ma anche in quelle che proprio non piacciono. Così scriveva Etty Hillesum nella pagina di diario datata </span><i><span style="font-weight: 400;">Mercoledì 12 marzo [1941]</span></i><span style="font-weight: 400;">: «non devi assolutamente chiederti se ami quella materia o meno, </span><i><span style="font-weight: 400;">se per te ha un senso o no</span></i><span style="font-weight: 400;">: fa parte dei tuoi studi, del lavoro che hai scelto, quindi non c’è proprio motivo di pensare se domani o “un giorno” lo svolgerai; devi iniziarlo oggi».</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ogni piccolo lavoro è uno scalino per avanzare nel proprio percorso; non importa quanto basso sia quel gradino, ciò che conta è che venga salito nel migliore dei modi ed esprimendo tutte le proprie possibilità. Come scriveva ancora Hillesum, «l’esercizio di traduzione che svolgerai è più importante dei meravigliosi pensieri su Tolstoj e Napoleone che di recente si sono presentati nella notte». L’azione compiuta con impegno e con fatica ripaga di tutto, perché, in fondo, «lavorare con concentrazione è la cosa più bella che ci sia».</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Promessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Evelina Abrardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Feb 2021 13:13:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Deridda]]></category>
		<category><![CDATA[eccesso]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
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		<category><![CDATA[matrimonio]]></category>
		<category><![CDATA[modernità]]></category>
		<category><![CDATA[paura]]></category>
		<category><![CDATA[promessa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In filosofia del linguaggio, la promessa è un atto performativo: una parola che crea. E per Deridda l'essenza della promessa è l'eccesso.</p>
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<p style="text-align: center;">«Una promessa è sempre eccessiva. Senza questo <i>eccesso essenziale</i> non sarebbe altro che una descrizione o una conoscenza dell’avvenire. Il suo atto avrebbe allora la struttura di una constatazione e non di un atto performativo».</p>
<p style="text-align: justify;">Così scrive Jacques Derrida in <i>Memorie per Paul de Man</i> nel 1988. Sono parole bellissime, vere, e che per questo vanno comprese. Negli anni ’40, nell’ambito della filosofia del linguaggio, John Austin aveva distinto tra enunciati dichiarativi ed enunciati performativi: i primi sono le frasi descrittive, con cui semplicemente si dice ciò che si osserva nella realtà; i secondi sono le frasi che creano un nuovo stato di cose. Ad esempio, dire «mi dispiace» è un atto con cui mi limito a descrivere il mio stato d’animo; invece nel momento stesso in cui proferisco «mi scuso» agisco sulla realtà, mettendo in pratica l’atto stesso dello scusarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli atti performativi per eccellenza si trova, ovviamente, quello della promessa. Ed è su questo che Derrida si sofferma. Lo si capisce bene se si pensa al rito matrimoniale. Lì la promessa di fedeltà crea una nuova condizione esistenziale e insieme giuridica, e questo è davvero incredibile: una parola è in grado di decidere la realtà tangibile. La promessa richiede un salto di qualità, un salto nel vuoto, un salto di fiducia; implica uno scarto rispetto alla realtà oggettiva e visibile delle cose, già solo per il suo protendersi verso il futuro. In questo senso è eccessiva.<br />Con la promessa si rende reale ciò che è ancora soltanto possibile, il che va contro qualsiasi legge logica, perché a rigor di logica si può affermare che un possibile è reale solo quando lo è diventato davvero, e non certamente prima. Si pro-mette, si pone una condizione allo svolgersi del futuro, <i>prima</i> che quel futuro arrivi. Durante una promessa, non ci si limita a dire il proprio impegno con riserva: si dice ciò che sarà, a prescindere da ogni cosa. E questo pare divino, proprio per il suo andare contro la logica. Così la promessa è sempre un atto eccessivo. Lì ci si aggrappa a ben poco, non c’è il mancorrente della realtà a cui tenersi; non ci si limita a descrivere uno stato di cose esistente, lo si crea. È in questo senso che Derrida parla di uno scarto, di un eccesso che costituisce la natura stessa della promessa: essa è eccessiva perché chiede di andare oltre, perché contiene un <i>di più</i> che la caratterizza.</p>
<p style="text-align: justify;">La promessa richiede un atto di fiducia, verso l’altro e verso se stessi. In questo suo essere eccessiva, in questa sua richiesta di fede, la promessa è un atto quasi incomprensibile, misterioso, che genera «l’incredibile, e il comico», per citare ancora Derrida. Questi non sono aggettivi dispregiativi, perché il comico e l’incredibile fanno parte della vita e anzi devono essere custoditi.<br />Le parole di Derrida battono in breccia tutta la mania di controllo di cui è facile preda il piccolo e vile uomo moderno, così attaccato alla realtà da non avere più il coraggio di rischiare, di pronunciare una parola eccessiva. Eppure è proprio qui che sta la bellezza dell’atto performativo, quell’atto che crea, quella parola che cambia la realtà, proprio come insegna il prologo giovanneo: in principio era la parola, ed essa si fece carne. E senza di lei nulla di ciò che esiste è stato fatto.</p>
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