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	<title>Beatrice Silvestri, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Intervista alla Macabra Moka, in live il 9 luglio alla Birrovia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jul 2021 12:57:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[9 luglio 2021]]></category>
		<category><![CDATA[Birrovia Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[makabra moka]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervistiamo la band rock underground cuneese Makabra Moka, pronta a ripartire con un live venerdì 9 luglio alla Birrovia di Cuneo </p>
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<p style="text-align: justify;">Tornano i live e torna a esibirsi <em>La Macabra Moka</em>, band rock underground cuneese dai testi e dalle sonorità mai banali. Come riporta il nome della band, ascoltare la loro musica è come bere un caffè da un amico, ma con una voce in testa cinica e fatalista che ti ricorda il lato ruvido e macabro della vita. Lo stesso pezzo da una parte può strapparti un sorriso, dall’altra farti salire un brivido lungo la schiena.</p>
<p style="text-align: justify;"> Ho avuto l’occasione di intervistare il gruppo prima del live <em>La Macabra Moka se la canta e se la suona </em>del 9 luglio alla Birrovia di Cuneo, dove i ragazzi si esibiranno ripercorrendo i loro ormai undici anni di attività insieme e proponendo le loro canzoni in versione acustica. Per chi non potrà esserci al live, molto interessante anche il progetto di registrazione della band, documentato attraverso video che si possono trovare su Youtube, il primo dal titolo <em>30 anni e non sentirli</em>.</p>
<p><strong>Per chi ancora non vi conosce, ci raccontate cos’è e come nasce <em>La Macabra Moka</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La Macabra Moka</em> è una band rock underground di Cuneo nata nel 2010 dalle ceneri di un precedente gruppo chiamato <em>Elia &amp; Moka Cukka</em>. I componenti sono Elia Dadone (batteria), Fabio Serale (chitarra elettrica), Stefano Dessì (chitarra elettrica) e Pietro Parola (voce, e dal 2019 basso elettrico e voce). Il gruppo è nato come progetto parallelo dato che ai tempi tutti i membri avevano già una band; questo ha fatto sì che la prima demo (uscita nel 2011) fosse molto versatile e comprendesse diversi generi. Con quella demo la band ha cominciato a suonare dal vivo nelle province di Cuneo e Torino, partecipando a diversi concorsi e vincendoli (<em>Aclinfestival Rock, Suoni Emergenti, Tracce sonore</em>). Nel momento in cui tutti gli altri progetti sono terminati, il gruppo ha scelto una direzione ben precisa che ha portato a una sonorità stoner con attitudine hardcore;  il primo album <em>Ammazzacaffè </em>uscito nel 2013 testimonia questa scelta. Dopo questo disco la band ha cominciato a suonare fuori dal Piemonte, sfruttando soprattutto il giro dei centri sociali. Nel 2017 è poi uscito il secondo album, <em>Tubo Catodico</em>, che ha mantenuto le sonorità del primo disco ma è frutto di un gusto un po&#8217; più vario maturato negli anni, con il risultato di pezzi più distinti l’uno dall’altro. In parallelo a questo, la band ha proposto anche un’attività dal vivo in acustico che ha portato a un mini album live nel 2011 e una mini tournèe tra il 2018 e il 2019.</p>
<p> </p>
<p><strong>Quali sono le influenze più importanti per il vostro stile musicale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si parte dal rock degli anni ‘90 e 2000 (<em>Nirvana, Foo Fighters, The Smashing Pumpinks, Queens of the Stone Age, Truckfighters, Biffy Clyro, Marlene Kuntz, Il Teatro degli Orrori</em>&#8230;) con ulteriori forti influenze provenienti dai gruppi che la band seguiva a livello territoriale (grazie a locali come il Nuvolari di Cuneo, il Ratatoj di Saluzzo e il Cinema Vekkio di Alba): i <em>Cani Sciorrì</em>, gli <em>Slaiver</em>, i <em>Fuh</em> e di conseguenza tutti quelli della scena della <em>Canalese Noise</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p><strong>Lo scorso anno avete compiuto dieci anni come band: dal 2010 quanto siete cambiati e vi siete evoluti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per molti anni il gruppo ha avuto due chitarre elettriche, la batteria e la voce: il basso non c’era e veniva registrato solo nei dischi mentre nei live una delle due chitarre veniva “sdoppiata” in un amplificatore da basso per sopperire alla sua mancanza. Nell’ultimo periodo invece si è deciso di inserire il basso ma facendolo suonare al cantante, in modo da non snaturare l’equilibrio del gruppo. Negli anni ci sono stati diversi cambiamenti anche dal punto di vista del suono: all’inizio il fatto di non avere il basso ha portato a un “droppaggio” delle chitarre che ha contraddistinto il suono avvicinandolo alle sonorità stoner e indirizzandolo verso l’hardcore. Con il passare del tempo invece, pur mantenendo simili sonorità, si è passati da tempi semplici a tempi composti, uscendo dalla mentalità del “suono dritto”. Anche i testi negli anni hanno avuto delle evoluzioni: all’inizio avevano una componente di contestazione e di rabbia mista alla demenzialità, e man mano sono diventati più intimi ma al tempo stesso provocatori. E mentre all’inizio non si sentiva il bisogno di creare ritornelli con il tempo si è scelto invece di inserirli, dando alle canzoni una struttura un po&#8217; più classica.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p>C<strong>ome nasce un vostro pezzo? C’è un processo creativo che si ripete o è ogni volta un’avventura nuova?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di solito si parte da dei riff di chitarra proposti da Fabio o Stefano, si elaborano con la batteria e si cerca di dare forma alla canzone; spesso l’idea di partenza viene poi stravolta grazie alla partecipazione degli altri. A quel punto Pietro inventa una melodia per la voce utilizzando quello che viene chiamato “l’inglese falso” e di lì a poco crea quello che è il vero e proprio testo.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima dell’ingresso del basso, la parte di questo strumento veniva studiata successivamente, mentre con la sua entrata il basso ha cominciato a far parte direttamente del processo di creazione durante le prove. A differenza poi dei primi anni, quando il pezzo veniva creato per essere registrato, con il tempo il gruppo ha cominciato a fare quelle che si chiamano “fasi di pre-produzione”, che hanno fatto la differenza per quanto riguarda gli arrangiamenti e i cori.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando  invece il gruppo decide di convertire i pezzi in acustico, le canzoni vengono destrutturate completamente sia nei ritmi che nella melodia, creando di fatto delle nuove canzoni, dove solo il testo rimane identico anche se viene cantato in maniera diversa.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p><strong>Dove e quando possiamo venire a sentirvi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Venerdì 9 luglio suoneremo alla Birrovia di Cuneo, dove con Alessandro Cherry Cerato (presentatore e disturbatore) ripercorreremo i nostri anni di attività e dove suoneremo le canzoni in versione acustica. Per quanto riguarda l’elettrico, considerando che i nostri concerti sono sempre “movimentati”, finchè il pubblico dovrà restare seduto preferiamo non esibirci. In questo ultimo periodo però abbiamo deciso di sopperire a questa mancanza andando a registrare alcune canzoni (in elettrico) in diversi studi di registrazione dove avevamo piacere di produrre qualcosa. Stiamo documentando il tutto attraverso dei video che potete trovare su Youtube (li ha fatti il nostro amico Fred Cigno che ci ha seguiti per molti live in giro per l’Italia). Per ora è uscito il primo, dal titolo <em>30 anni e non sentirli</em>, ma continueremo a produrne degli altri. È  un modo per “stimolarci” e per testimoniare il lavoro che stiamo facendo.</p>
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		<title>L’appello di Alessandro D’Avenia fra scrittura e teatro: eventi passati e futuri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Apr 2021 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro D'Avenia]]></category>
		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
		<category><![CDATA[Film]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Beatrice ci consiglia la visione del film dell'opera teatrale tratta dall'ultimo romanzo di Alessandro D'Avenia: L'Appello. Di cosa hanno bisogno i ragazzi d'oggi? Quale ruolo deve interpretare l'insegnante? Queste e altre domande travano risposta in questo filmato, pubblicato sul canale YouTube di Libri Mondadori. Curiosi? Non vi resta che cliccare! </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Amo il nome della rubrica per cui scrivo, <em>A caccia di eventi</em>. Mi porta a cercare sempre cose nuove, da conoscere e far conoscere e ad imbattermi in ciò che mi sono persa per strada ma che era molto importante che trovassi. Inoltre il termine “eventi”, così sfaccettato e soggettivamente interpretabile, mi permette di parlare un po’ di tutto ciò che cattura i miei occhi e il mio cuore.</p>
<p>Dopo questa premessa arriviamo finalmente al primo evento che ho scelto di mettere a fuoco in questo articolo: il film del racconto teatrale dell’ultimo romanzo di Alessandro d’Avenia, <em>L’appello</em>. Molti di voi avranno già letto questo romanzo e magari avranno già anche visto il film di cui sto parlando, girato al Teatro Colosseo di Torino seguendo i protocolli anti Covid, con la regia di Gabriele Vacis e pubblicato lo scorso dicembre sul canale Youtube di Libri Mondadori.</p>
<p>Io me l’ero perso e scoprirlo in questo momento per me è stata una ventata di aria fresca. Se anche voi ve lo siete persi, vi racconto perchè dovreste correre a vederlo.</p>
<p>La trama è apparentemente semplice: Omero Romeo, professore di scienze, viene chiamato a prendere in carico una classe quinta liceo la cui insegnante è mancata all’improvviso. Si tratta di una classe problematica, una classe-ghetto che raccoglie i casi più disperati della scuola. Un piccolo grande particolare: Omero, come il suo celebre omonimo greco, è cieco. Ma attraverso la sua sensibilità e l’innovazione che porta riesce a comprendere gli alunni come nessun altro prima.</p>
<p>Perchè questo particolare è così importante? Perchè si collega a ciò che a mio avviso rende Alessandro D’Avenia un vero grande: la capacità, nonostante il successo raggiunto come scrittore di fama internazionale e dopo vent’anni di carriera da insegnante di riconosciuto talento, di mettersi in discussione. Di sentire, forse a livello emotivo prima che razionale, la necessità di cambiare prospettiva, di andare oltre sé stesso come insegnante, come scrittore e, prima ancora, come essere umano in relazione con altri giovani esseri umani. Perchè l’appello nasce da una rivoluzione copernicana che D’Avenia ha messo in atto nel suo modo di intendere l’insegnamento. In alcune interviste D’Avenia racconta infatti che agli inizi della sua carriera era guidato da un modello di insegnamento che definisce “in stile<em> Attimo Fuggente</em>”. Ovvero il modello di un professore fortemente carismatico, la cui passione per ciò che insegna e per l’insegnamento stesso è così forte da accendere gli studenti, attraverso quel fuoco. Il che, a mio avviso, è già tanto: avercene di professori così, no?</p>
<p>Ma come fa notare lo stesso D’Avenia, in questo tipo di modello l’insegnante è una sorta di protagonista della scena e gli studenti il suo pubblico.</p>
<p>Ma è di questo, si chiede il docente e scrittore, che hanno veramente bisogno i ragazzi nel presente dell’ora di lezione?</p>
<p>Si è così reso conto di essere chiamato a diventare lui il loro pubblico. Di voler accogliere e raccogliere i nomi e le storie dietro i volti presenti nelle sue classi. Rendendo così l’insegnamento una dinamica bidirezionale, uno scambio profondamente umano: non solo una trasmissione di preziosi insegnamenti ma una condivisione di storie, talenti, passioni, dolori, speranze, vitalità. Facendo sentire gli studenti soggetti attivi, protagonisti di ciò che accade in aula.</p>
<p>D’Avenia con <em>L’appello</em> mette così a nudo la sua auto dichiarata passata “cecità” e quella di molti che, in una dinamica autoreferenziale, guardano tutto senza vedere nulla.</p>
<p>Tornando alla trama del romanzo: il professor Romeo, non potendo vedere i volti degli alunni, inventa allora un nuovo modo di fare l’appello che non ha niente ha che fare con l’automatismo a cui quasi tutti siamo stati abituati. Ogni mattina infatti al momento dell’appello i ragazzi sono chiamati a portare un pezzo delle loro storie di vita nell’ora di lezione. Vediamo così come il professore può davvero imparare a conoscere giorno per giorno i suoi studenti scoprendone difficoltà, talenti, paure e sogni. E così i ragazzi, sentendosi visti e ascoltati, evolvono di capitolo in capitolo, e insieme a loro evolve il professore che, attraverso le voci che restituisce a questi giovani, riflette sulla propria vita.</p>
<p>Il  film del racconto teatrale si rifà proprio al romanzo, con D’Avenia nel ruolo di Omero ma anche di sé stesso (quando racconta come sono nate le storie che racconta nel libro, chi le ha ispirate) e giovani studenti di teatro, allievi della Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino che interpretano gli studenti della classe.</p>
<p>Ascoltare le storie di Elena, Cesare detto Ruggine, Achille, Stella, Oscar, Caterina, Ettore, Elisa, Mattia,  Aurora, interpretate con passione da questi bravissimi attori in formazione, tocca il cuore. Sono storie dolorose ma la sensazione non è quella di una spettacolarizzazione del dramma fine a se stessa, tutt’altro. Quella che emerge chiara è la volontà di far parlare le ferite dei giovani, ferite profonde e spesso inascoltate ma che se accolte, viste, accompagnate, possono aprirsi ad un processo di cura e rinascita. La volontà di aprire gli occhi agli spettatori, di renderli consapevoli che dietro ogni nome che si può incontrare per la propria strada c’è un mondo.</p>
<p>Una lezione di cui potremmo forse fare tesoro tutti, non solo gli insegnanti, nell’incontro con un altro essere umano con cui ci troviamo ad avere a che fare. Chiederci di fronte all’altro: che cosa c’è davvero nel tuo nome? Che storia porti? Quali gioie, quali dolori, quale musica, quali ferite, quali desideri?</p>
<p>Ma dopo questo salto nel passato arriviamo al secondo evento di cui voglio parlarvi, collegato al primo. Se, dopo aver visto il racconto teatrale o aver letto il romanzo in questione ne siete rimasti folgorati come me, vi segnalo, mercoledì alle 21, una diretta sulla pagina Facebook di Libri Mondadori. Si tratta di un nuovo episodio del format online “Scrittori a Teatro”: partendo dai rispettivi romanzi, “L’appello” e “Italiana”, Alessandro D’Avenia e Giuseppe Catozzella racconteranno di letteratura, arte e scrittura e di ciò che li ha resi gli scrittori che sono. Da non perdere!</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/lappello-di-alessandro-davenia-fra-scrittura-e-teatro-eventi-passati-e-futuri/">L’appello di Alessandro D’Avenia fra scrittura e teatro: eventi passati e futuri</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Intervista agli organizzatori di STASERA NON VIENE NESSUNO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Feb 2021 12:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[divertimento]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[reinventarsi]]></category>
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		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sta Sera Non Viene Nessuno é una geniale proposta teatrale, nata dalla voglia di reinventarsi nonostante le restrizioni della pandemia. </p>
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<p>Cosa succede quando non si possono più fare spettacoli dal vivo ma si vuole fare uno spettacolo in diretta streaming che non sia «semplicemente “gruppo-che-suona-davanti-a-telecamera” (cit.)»?</p>
<p> </p>
<p>Succede che i lavoratori del mondo dello spettacolo non si arrendono, si mettono al lavoro insieme, trasformano un teatro, contattano artisti, fino a creare qualcosa di completamente diverso: S<em>tasera Non Viene Nessuno</em> è questo e molto altro. E il pubblico? Il pubblico non è presente ma in qualche modo c’è, è coinvolto in modi alternativi e si fa sentire, diventando coprotagonista della diretta.</p>
<p> </p>
<p>Ho fatto qualche domanda ai brillanti ideatori di <em>SNVN</em>, questa serie di originali spettacoli in diretta streaming trasmessi dal Teatro Toselli di Cuneo (potete recuperare tutte le puntate su <a href="https://staseranonvienenessuno.it/">staseranonvienenessuno.it</a> o direttamente su YouTube). Dalle loro risposte, tra una battuta e l’altra, emerge forte la voglia di tornare a fare spettacoli dal vivo, ma anche la speranza che sia dato un nuovo e più giusto rilievo a questo settore. Ed è anche questo che ha fatto <em>SNVN</em>: non solo offrire ottima musica, recitazione, comicità ma anche raccontare il mondo dello spettacolo in modo diverso, mettendo in luce le limitazioni e difficoltà dei lavoratori (già diffusamente presenti prima della pandemia) per creare nuove prospettive, nuove vie.</p>
<p> </p>
<p>Da amante di concerti e spettacoli di ogni genere e da componente del pubblico da casa di <em>Stasera Non Viene Nessuno </em>posso dirvi questo: sappiamo tutti che ciò che si crea quando artisti e pubblico si incontrano dal vivo è insostituibile ma la sera di Natale, un’altra serata in cui restare a casa, la diretta di <em>SNVN </em>mi ha fatto sentire per un attimo lì. Lì dove divertimento, birra, significati, empatia ed emozioni di vario tipo si mischiano, dove ti senti parte di qualcosa di più grande, dove un collegamento fatto di musica e parole ti unisce a tutti gli altri che sono parte del pubblico e a chi si sta esibendo e su quel palco sta dando il meglio di sé. O forse musica e parole ti uniscono anche a tutti gli altri esseri umani, ti aiutano a comprenderli, a metterti nei loro panni, ad aprire la mente ancora una volta, ancora un po’ di più.</p>
<p>Grazie <em>SNVN</em>: noi non siamo potuti venire da voi, ma voi a noi siete arrivati.</p>
<p><em>1) Come nasce e con quale intento l’idea di </em>«<em>Stasera Non Viene Nessuno»?</em></p>
<p>L&#8217;idea iniziale di <em>SNVN </em>è nata in quella dozzina di giorni tra lo stop agli spettacoli dal vivo e il primo lockdown di inizio marzo. Con i <em>Lou Tapage </em>volevamo fare uno spettacolo in diretta streaming che non fosse semplicemente “gruppo-che-suona-davanti-a-telecamera”. È chiaro che lo spettacolo dal vivo è insostituibile e non riproducibile a distanza, tanto vale divertirsi e fare qualcosa di completamente diverso: trasformare il palco di un teatro vuoto in un salotto, dove i lavoratori dello spettacolo si ritrovino a chiacchierare, magari anche a suonarne due ma soprattutto a raccontare quel mondo dietro le quinte solitamente nascosto al pubblico. A Claudio Allione (super fonico) e Simone Drocco (<em>Varco &#8211; Campeggio Resistente</em>) è piaciuta l&#8217;idea e abbiamo iniziato a lavorarci su. Al gruppo si sono poi uniti <em>l’Orchestra della Centrale</em> e una squadra  di tecnici e artisti che hanno creduto al progetto e hanno dato un contributo immenso nel realizzarlo.</p>
<p><em>2) Per molti lavoratori dello spettacolo il pubblico è parte integrante dell’esibizione artistica: ogni replica può risultare un po’ diversa ogni volta anche per questo scambio interattivo tra chi si esibisce e chi assiste. Quali sono stati i pro (se ce ne sono stati) e i contro di organizzare spettacoli senza il pubblico in carne ed ossa?</em></p>
<p>Il pubblico non era presente in sala, vero, ma c&#8217;era. Abbiamo cercato di rimediare alla distanza con il “balconcino social-ista”, con Guido Canepa e Stefano Bertaina a fare da ponte tra il pubblico da casa e il palco. Nel corso della diretta il pubblico aveva la possibilità di intervenire e interagire con lo spettacolo tramite la chat di YouTube e le pagine dei social. Non era la stessa cosa, chiaro, ma ha creato situazioni e interazioni che difficilmente sarebbero possibili dal vivo.</p>
<p>Il lato positivo è che a fine serata non devi fare il giro della sala per pulire e recuperare i bicchieri vuoti, il lato negativo è che non hai nessuno con cui bere.</p>
<p><em>3) Artisti e musicisti come hanno accolto il vostro invito a partecipare?</em></p>
<p>All&#8217;inizio è stato complicato spiegare cosa volevamo fare ma una volta arrivati in teatro tutti gli artisti si sono sentiti a casa, hanno fatto proprio il salotto di SNVN. E a fine serata ci siamo sempre salutati con gli occhi umidi. Forse era amore, forse era Covid.</p>
<p><em>4) Qual è stato il feedback del pubblico da casa?</em></p>
<p>In chat sono arrivati feedback di ogni tipo, dagli apprezzamenti agli insulti personali, passando per le compravendite di Fiat Panda usate. Tirare le somme è difficile, ma con il senno di poi sarebbe stato meglio comprare il modello 4&#215;4.</p>
<p><em>5) Cosa vi ha lasciato questa esperienza?</em></p>
<p>Per quanto SNVN sia stato un laboratorio sperimentale stimolante, creativo, divertente, etc., etc., etc., ci ha comunque lasciato immutata la voglia di tornare a fare spettacoli dal vivo.</p>
<p><em>6) Cosa vi augurate per il futuro del mondo dello spettacolo?</em></p>
<p>Non di tornare com&#8217;era prima. E ci riferiamo alle condizioni contrattuali dei lavoratori dello spettacolo. Ci auguriamo che questa triste tabula rasa possa se non altro essere un&#8217;occasione per ricostruire da capo il sistema, cambiandolo in meglio. Detto così sembra più un appello del papa, quindi concluderemo con una frase più sobria: «Date una carezza ai vostri figli e ditegli: questa è la carezza di <em>Stasera Non Viene Nessuno»</em>.</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/intervista-agli-organizzatori-di-stasera-non-viene-nessuno/">Intervista agli organizzatori di STASERA NON VIENE NESSUNO</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Intervista a Valentina Strocco dell&#8217;associazione DialogArt</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Dec 2020 09:27:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[DialogArt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Valentina Strocco racconta DialogArt, associazione che si occupa di cultura, educazione al patrimonio, turismo ed educazione. </p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/intervista-a-valentina-strocco-dellassociazione-dialogart/">Intervista a Valentina Strocco dell&#8217;associazione DialogArt</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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<p style="text-align: justify;">Conoscendo Valentina e chiacchierando con lei emerge subito la ricchezza del suo approccio alla cultura: competente, attento e appassionato. La sua è una formazione davvero completa poiché la passione per la sua professione e l’amore per il nostro territorio l’hanno spinta a sperimentarsi in diversi campi e ad aggiornarsi continuamente. L’ho intervistata per conoscere DialogArt, l’associazione di cui è presidente, che si occupa di progettare eventi culturali, in particolare nell’ambito storico-artistico museale. Nell’intervista Valentina ci aiuterà anche a cercare di capire cosa significa lavorare nel mondo della cultura al tempo del Covid: il settore culturale è stato duramente colpito dagli effetti della pandemia, ma fortunatamente c’è chi non si arrende e continua a progettare, immaginare, creare!</p>
<p><i>1)Raccontaci un po’ di te, come ti sei formata e com’è nata DialogArt?</i></p>
<p style="text-align: justify;">Le storie, gli aneddoti, le leggende del nostro territorio mi hanno sempre appassionata, così come l’arte in generale e le sue mille declinazioni. Gli studi mi hanno portata lontano, in Oriente, ad approfondire la cultura e la lingua giapponese. Ma mentre facevo ancora l’università ho provato il test di ammissione per il corso da guida turistica offerto della Regione Piemonte: l’ho passato, ho preso il patentino di abilitazione alla professione e ho iniziato a lavorare, ormai dodici anni fa. </p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro da guida turistica ti porta ad aggiornarti continuamente, non smetti mai di studiare, ed è un aspetto che amo quello di ricevere sempre nuovi stimoli, in ambiti anche molto diversi tra loro.  Lavorando nei musei in ruoli di coordinamento ho poi sentito la necessità di specializzarmi, così ho seguito a il corso di perfezionamento per progettisti culturali a Torino, presso la Fondazione Fitzcarraldo, e poi un percorso di alta formazione in didattica museale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. </p>
<p style="text-align: justify;">Appassionandomi al tema dell’educazione, ho recentemente seguito un corso per la progettazione di visite teatralizzate per ragazzi e un corso come educatore interculturale.  </p>
<p style="text-align: justify;">Sono tutte competenze che si completano, in situazioni e modi diversi: il punto cardine, ciò che accomuna tutto, credo sia la mia passione nel raccontare la mia terra, il forte senso di appartenenza ad essa che traspare in quello che faccio. </p>
<p style="text-align: justify;">DialogArt non nasce per mano mia, ho iniziato a operare all’interno dell’associazione e ne sono diventata presidente in un secondo momento. Diciamo che l’ho un po’ rivoluzionata: ho cambiato marcia e ho aperto nuove prospettive…in fondo aveva bisogno anche lei di un aggiornamento.</p>
<p><i>2) Quali sono gli obiettivi di DialogArt?</i></p>
<p style="text-align: justify;">Come dice il nome stesso dialoghiamo, ascoltiamo, cerchiamo la connessione, lo scambio.  DialogArt si occupa di cultura, di educazione al patrimonio, di turismo e didattica a trecentosessanta gradi, dalla progettazione alla realizzazione. Ci trovate in giro tramite piccoli eventi, visite guidate, laboratori didattici, progettazione e sperimentazione culturale. Il nostro è un approccio alla cultura di qualità, inclusivo, giovane e fresco, accessibile a tutti e divertente. Gestiamo e curiamo beni storico museali avendone cura come se fossero nostri: uno dei nostri obiettivi è rendere vivi e fruibili gli spazi in cui lavoriamo. E non è uno slogan, lo facciamo sul serio.  Operiamo per esempio all’Abbazia di Staffarda e la sentiamo veramente come se fosse casa nostra, ce ne prendiamo cura anche nei piccoli dettagli.</p>
<p><i>3) A chi si rivolgono le vostre iniziative?</i></p>
<p style="text-align: justify;">A tutti! Togliamoci dalla testa l’idea stantia che la cultura sia elitaria. La cultura è per tutti: basta sapere a chi si parla e, di conseguenza, saperla raccontare. Tutti, nessuno escluso!</p>
<p style="text-align: justify;"><i>4) Da associazione che opera nel mondo della cultura, come state vivendo questo difficile periodo? State riuscendo a continuare il vostro lavoro in modi alternativi? O state progettando per quando la situazione sarà migliore?</i></p>
<p style="text-align: justify;">La stiamo vivendo male: sarò sincera, alquanto male! A seguito dell’ultimo DPCM il comparto culturale (cinema, teatri, musei) è ancora completamente bloccato e lo sarà ancora per un po’. I musei che hanno qualche risorsa stanno producendo contenuti online, in streaming o simili. Noi, presso l’Abbazia di Staffarda, risorse non ne abbiamo, quindi aspettiamo, ragioniamo e ci interroghiamo su come fare. A volte fermarsi aiuta a ripartire: spesso da un tempo lento, da un “vuoto fertile” si possono generare nuove prospettive. Per il nuovo anno sappiamo che ci aspettano molti nuovi progetti, siamo felici perché lavoreremo con altre bellissime realtà del territorio, davvero con bella gente.  Rimane l’incognita del <i>come</i> lavoreremo. Personalmente considero l’utilizzo del web uno strumento provvisorio, che può aiutare, ma che non può essere il solo e unico.  Voglio ancora credere che si tornerà all’umano: a sedersi attorno ad un tavolo a scambiarsi idee e punti di vista e a creare nuove azioni sul territorio, a ospitare scolaresche rumorose nei musei, a confrontarsi tra persone in modo diretto, che è il modo migliore per crescere e accrescere la propria esperienza. Stiamo parlando di divulgazione culturale, di educazione al patrimonio, alla bellezza: se è fatta dietro lo schermo di un PC, senza l’uomo in carne ed ossa, senza le sensazioni dirette trasmesse dal luogo o dall’opera d’arte, senza lo scambio attivo, come può definirsi tale? </p>
<p><i>5) Cosa significa per te progettare cultura? </i></p>
<p style="text-align: justify;">Il termine «progettare» deriva dal latino e letteralmente significa «lanciare avanti».</p>
<p style="text-align: justify;">Progettare cultura vuol dire possedere una visione di quello che sarà, costruirla essendo disponibili a modificarla e ridiscuterla continuamente, tra di noi e insieme al mondo che cambia. </p>
<p><br /><br /></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/intervista-a-valentina-strocco-dellassociazione-dialogart/">Intervista a Valentina Strocco dell&#8217;associazione DialogArt</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Danza e consapevolezza: intervista ad Elena Rizzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 11:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[laboratori]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[movimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nostra Beatrice intervista Elena Rizzo sulla sua passione per la danza che l'ha portata a farne anche il suo lavoro: i laboratori di Danza e consapevolezza sono aperti a tutti, con l'intento di liberare la mente e respirare a pieni polmoni. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando la nostra mente è stanca, confusa, irrequieta possiamo mettere da parte per un attimo la razionalità e affidarci al corpo, farlo danzare: ciò che scopriremo può davvero sorprenderci! Elena è un corpo che balla, dalle onde dei suoi lunghi capelli che si muovono in tutte le direzioni fino alla punta dei piedi, che si fanno muovere, scatenare, cullare da musiche sempre nuove. Ho avuto l’opportunità di ballare insieme a lei ed è stata un’esperienza che non dimenticherò mai. Il mio corpo si è affidato alla sua voce e alla musica: mi sono sentita incredibilmente libera e sono affiorate dentro di me risposte chiare, sicure, inequivocabili. Ma lasciamo che sia Elena a dirci qualcosa di più sul suo corso <em>Danza e consapevolezza</em>.</p>
<ul>
<li><em>Raccontaci un po’ di te, come ti sei formata e com’è nata la tua passione per la danza?</em></li>
</ul>
<p>Sono un’educatrice professionale: dopo essermi laureata, a ventiquattro anni sono partita finalmente per il grande viaggio che sognavo da tanto. Sono stata all’estero quattro anni: ho vissuto in Australia, Polonia e Nuova Zelanda. Ho sempre lavorato con i bambini e studiato metodi educativi all’avanguardia, finchè ho scoperto una pratica di meditazione in movimento di cui mi sono innamorata e la mia vita ha preso una svolta inaspettata. Ho sempre amato danzare ma mi sentivo limitata dal dover imparare una coreografia o vincolata dal giudizio di qualcuno che avrebbe deciso se il mio movimento era “bello” o “brutto”, “giusto” o “sbagliato”. Avevo proprio bisogno di liberare la mia danza dal giudizio e dal concetto di performance e così è successo: è stato liberatorio e meraviglioso.</p>
<ul>
<li><em>Quali sono gli obiettivi del tuo corso Danza e consapevolezza?</em></li>
</ul>
<p>Premetto che la danza libera e spontanea aiuta ad entrare in contatto con il nostro vero Sè. Il corpo ha una sua saggezza e non mente mai: se lo ascoltiamo e ci fidiamo, ci porterà esattamente dove dobbiamo andare. <em>Danza e Consapevolezza</em> è un modo semplice e potente per riconnetterci con noi stessi e con gli altri attraverso una pratica espressiva, emozionante e divertente che si basa su movimenti liberi e spontanei. Ciò avviene in uno spazio non competitivo, uno spazio di ascolto e crescita dove non c&#8217;è “giusto o sbagliato, bello o brutto”, ma solo il desiderio di lasciar parlare il corpo, riposare la mente e aprire il cuore. Il corso permette dunque di svuotare la mente, ossigenare il corpo e ritrovare in esso la libertà che spesso ci neghiamo, ridere, lasciarsi andare e ricaricarsi di una nuova energia!</p>
<ul>
<li><em>Chi partecipa ai tuoi corsi?</em></li>
</ul>
<p>Questa pratica è aperta a tutti, non ci sono limiti di età e non è necessaria nessuna esperienza.</p>
<ul>
<li><em>Che cos’è per te la danza? </em></li>
</ul>
<p>Per me la danza è meditazione, è uno spazio di pace per la mente, è il corpo che scrive poesie nell’aria a tempo di musica. La danza è uno spazio dove mi dissolvo e divento qualunque cosa. A volte ballo immaginando di essere un animale, un elemento, uno stato d’animo o qualunque cosa il mio corpo abbia voglia di sperimentare. Se una musica mi fa sentire una creatura del mare divento un animale degli abissi che si muove con grazia nel flusso infinito delle correnti d’acqua, cambiando continuamente forma, senza paura, senza resistenza. Allora divento fluidità, fiducia, presenza. Danzando integro le qualità delle creature che chiamo nel movimento e pratico affinchè queste qualità mi accompagnino nella quotidianità.</p>
<ul>
<li><em>Dove e quando si tengono i tuoi corsi?</em></li>
</ul>
<p>Il giovedì dalle 18.30 alle 20 presso <em>Mirya</em>, in Via Statuto 13 a Cuneo. Il lunedì dalle 10 alle 11.30, il martedì dalle 20 alle 21.30 e il mercoledì dalle 18 alle 19.30 presso <em>Erboristeria Oasi del Benessere,</em> a Confreria.</p>
<p>Chiunque fosse interessato ai corsi di Elena può contattarla al 329 0097032 e visitare la sua pagina Facebook: <a href="https://www.facebook.com/danzaeconsapevolezza">https://www.facebook.com/danzaeconsapevolezza</a></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/danza-e-consapevolezza-intervista-ad-elena-rizzo/">Danza e consapevolezza: intervista ad Elena Rizzo</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Waiting for ROSBettola: intervista a Edith e Leo Gastinelli, gestori del nuovo locale che aprirà a Rosbella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 20:38:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[artigianale]]></category>
		<category><![CDATA[birra]]></category>
		<category><![CDATA[cucina]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[passione]]></category>
		<category><![CDATA[rosbella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ROSBettola, la sfida raccolta da Edith e Leo, fratello e sorella, per far rivivere le montagne di Rosbella grazie alle loro passioni: birra e cucina.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo questo periodo particolare la voglia di bersi una birra, magari all’aperto, è più forte che mai…e a Rosbella, frazione di Boves immersa nella natura, sta prendendo forma un locale che sembra fatto apposta per rispondere a questa esigenza, e a molte altre! Ho intervistato i due giovani futuri gestori di questa nuova realtà, i fratelli Edith e Leo Gastinelli. Due ragazzi ambiziosi, creativi, che stanno lavorando duro per questo progetto che unirà tradizione e innovazione, cultura e prodotti locali di qualità, in un’ottica 100% green!</p>
<p><strong>1) Raccontatemi di voi…come vi siete formati e com’è nata l’idea della ROSBettola?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><u>EDITH</u>: Io ho studiato al liceo artistico, che non rispecchia molto quello che ho fatto dopo, a parte l’aspetto creativo. Nei miei primi anni di liceo ho conosciuto Andrea Bertola, mastro birraio di fama internazionale: aveva passato un’estate a Rosbella e una sera con lui, già 10 anni fa, era saltata fuori l’idea della ROSBirra, per gioco. Grazie ad Andrea mi sono avvicinata al mondo della birra artigianale, che per me a quell’età era sconosciuto: in Italia è una realtà degli ultimi 10-15 anni, non è una tradizione radicata come quella del vino, ad esempio. Durante il liceo ho iniziato a seguire Andrea per birrifici locali, a frugare nel suo mondo. Mi piaceva pensare di poter ambire a diventare il suo aiuto. Finita scuola ero indecisa se continuare con gli studi di grafica e fotografia o se immergermi nel mondo della birra. Ho scelto la seconda opzione e ho seguito Andrea nell’unico birrificio artigianale di Gozo, piccola isola vicino a Malta, dove lui faceva da consulente. A Malta arrivò, l’anno successivo, anche un altro consulente: dal suo rigore tecnico e dal genio creativo di Andrea ho potuto imparare moltissimo. Dopo questa prima esperienza full immersion nel mondo della birra, ho trascorso un periodo in Cile, per poi tornare in Italia. Tornata qui è partita l’avventura al birrificio Troll: sapevo che cercavano personale e a me mancava lavorare in birrificio, il suo profumo, la sua atmosfera, e quella sensazione che ti dà fare il lavoro che ti piace, avendo tra l’altro avuto la fortuna di trovarlo subito. Durante le mie esperienze nei birrifici ho potuto apprendere e sperimentare tutte le fasi di produzione e confezionamento della birra: se vuoi produrre in modo autonomo devi saper gestire ogni fase, ed è anche il bello di questo lavoro per me. Se imposti il lavoro con una settimana di produzione al mese sai che ogni settimana è diversa, una settimana produci, una rifermenti, una imbottigli, una etichetti. E poi c’è la soddisfazione di riuscire in un lavoro duro, considerato “da uomini” perché fisicamente pesante in alcuni aspetti: alzare sacchi da 25 kg per macinare i malti, ad esempio. Ma se pensiamo alla storia del prodotto, nella tradizione dell’antico Egitto e della Mesopotamia erano le donne a fare la birra. Oltre all’esperienza al Troll, un altro passo importante per la nascita della ROSBettola è stata la mia partecipazione a ReStartAlp, un campus per l’imprenditoria giovanile sulle Alpi, un incubatore d’impresa per la rivitalizzazione della montagna. Io non avevo una base di studi di economia o imprenditoria e in quei tre mesi intensivi al campus ho imparato molto: analisi dei costi e dei mercati, fare un business plan… rendermi conto se un progetto è realizzabile concretamente a livello di costi e allestimenti. Non ho vinto il campus, il che è stata una fortuna perché mi sarebbero arrivati subito i finanziamenti e avrei dovuto partire quattro anni fa, mentre così abbiamo avuto ancora qualche anno per macinare l’idea. Alla fine dell’anno scorso abbiamo partecipato a un bando del GAL, entrando in graduatoria: ci ha assicurato fondi europei che hanno coperto una parte dell’investimento che abbiamo fatto per la ROSBettola. Dovevamo aprire a maggio ma con la quarantena siamo rimasti bloccati, e a maggio sono iniziati i lavori. Anche con la pandemia siamo rimasti fiduciosi e nonostante questa sfortuna alla fine è stato un periodo utile perché le persone stanno rivalutando tantissimo la montagna. Hanno voglia di un posto all’aperto dove bere birra buona e mangiare cose sane.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>LEO</u>: Io ho fatto l’alberghiero, che calza a pennello con quello che andrò a fare adesso e con le prospettive di sviluppo della ROSBettola. Da quando sono piccolo sono appassionato di cucina, quando andavo a trovare mia nonna cucinavamo sempre insieme. Ho appena finito scuola ma durante il percorso scolastico ho potuto fare esperienza. Ho seguito il consiglio di un cuoco di Cuneo, amico di famiglia, scegliendo di fare stage in panetteria e in macelleria: luoghi dove non si fa ristorazione in senso stretto, ma che ti permettono di conoscere nel dettaglio il prodotto che vai a finalizzare. Alla ROSBettola proporremo il ROSBread, un pane speciale che avrà nell’impasto le trebbie della ROSbirra. Dopo esperienze al panificio A Fuoco Vivo a Peveragno e alla macelleria Martini a Boves, ho avuto la possibilità di sperimentarmi in cucina, ma all’estero. Sono andato in un ristorante a Barcellona, una prima esperienza in cucina bellissima e particolare, perché ho dovuto confrontarmi con la lingua straniera. Poi ho continuato in un hotel a Cervinia, in una brigata enorme dove mi sono trovato bene e, nella stagione estiva, a Punta Ala, in Toscana. Ho capito però che non è nelle cucine così grandi che mi esprimo al meglio. Sono tornato a Boves e ho aiutato per un periodo mio zio in pasticceria. Qui alla ROSBettola avrò la possibilità di fare piccola ristorazione, posso iniziare a tirare fuori tutta la mia passione, potrò fare cose nuove, creare proposte interessanti.</p>
<p><strong>2) Che cosa offrirà la ROSBettola a chi verrà a conoscerla?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><u>EDITH</u>: Alla ROSBettola ci sarà la ROSBirra: la produco nel birrificio del Troll ma è una ricetta inedita che ho studiato io. Nella ROSBirra ci sarà un ingrediente speciale che la rende unica, un ingrediente veramente a chilometro zero, raccolto a 5 metri dalla ROSBettola. Avremo un grande prato e offriremo modalità alternative di piccola ristorazione: non per forza seduti al tavolo, dentro o fuori, ma chi vorrà potrà avere il suo cestino da picnic e il suo plaid per mangiare e bere nel prato. All’inizio sarà più un pub-birreria con taglieri di salumi e formaggi d’alpeggio, hamburger, panini gourmet, il tutto con la massima ricerca nella qualità degli ingredienti, selezionati a livello locale. Poi speriamo di avere la possibilità e le motivazioni per ingrandirci un po’ e ristrutturare la nostra tavernetta, creando lì la cucina vera e propria, magari preparando anche prodotti in barattolo: le ROSBontà. Non vogliamo collaborare con multinazionali, al posto delle classiche Coca e Fanta vorremmo offrire nuovi prodotti, succhi con le materie prime della zona, Kombucha (bevanda ricavata dal tè fermentato, molto dissetante). Vogliamo davvero fare scelte green, crediamo che sia l’unico modo che abbiamo noi giovani per invertire la tendenza che sta portando alla distruzione del pianeta. Sappiamo che l’abbiamo sporcato troppo, sprecando moltissimo, e adesso ci tocca fare quel passo indietro, ritornare alla terra, alle scelte locali. E la ROSBettola è un’occasione d’oro per concretizzare il cambiamento e trasmetterlo. Un concetto che abbiamo a cuore è quello della globalizzazione al contrario. È l’idea delle osterie di una volta: ognuna aveva il proprio vino, di propria produzione, che trovavi solo in quella specifica osteria. Non troverete i nostri prodotti nei locali di Cuneo, Boves, Peveragno: i prodotti della ROSBEttola rimarranno qui a Rosbella e dovrete vivervi l’esperienza della montagna per poter godere anche dei suoi frutti. Spesso, quando si inizia a produrre qualcosa, lo si pensa subito in scala industriale, invece qui l’idea è opposta, far salire la gente, rivalutare il territorio. La ROSBettola sarà anche un centro di cultura e socialità, un centro nevralgico di incontro. Stiamo già collaborando con professionisti di diversi ambiti (come Valeria Pretato, insegnante di yoga). Da una parte offriremo esperienze aggiuntive a chi verrà qui a bere e mangiare, dall’altra daremo uno spazio a chi fa attività, anche nuove e di nicchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>LEO</u>: Il nostro intento è proprio quello di riavvicinare le persone alla montagna, staccarle un po’ dalla città. Per me la grossa soddisfazione sarebbe vedere i miei amici, i ragazzi giovani, che ritornano ad apprezzare la natura. Speriamo di aprire ad agosto: io sto dando una mano a tutti, non vedo l’ora di aprire. Saremo anche negozio di prossimità. Per me è tutto perfetto: sono felice, carico e motivato!</p>
<p><strong>3) Voi siete nati da queste parti ma avete viaggiato un bel po’. Perché la scelta di tornare e creare qualcosa di vostro proprio a Rosbella? </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><u>EDITH</u>: Credo che la scelta dei miei genitori di lasciarci sempre liberi di andare sia stata vincente. Perché quando obblighi qualcuno a stare in un posto emergono i lati negativi, invece se tu parti, poi apprezzi anche quello che hai lasciato. Mi è rimasta impresso un concetto che lessi tempo fa in Lalla Romano: non si torna se non nel luogo dal quale non si è mai partiti. Io non sono mai andata via di qui per scappare, perché qualcosa qua non mi piaceva, sono partita per imparare, ma ho sempre avuto l’idea di riportare qua le esperienze e le conoscenze maturate in giro. Non sapevo che sarebbe stato adesso, forse avrei voluto viaggiare ancora molto prima di dare vita alla ROSBettola, però l’occasione è arrivata ora e sarebbe stato un peccato non coglierla. Entrambi teniamo molto a Rosbella, e la nostra famiglia è stata nel 2000 la prima a ripopolare stabilmente la borgata, che oggi conta già quindici residenti. I miei hanno spostato il loro studio di produzione video da Boves a Rosbella nel 2009 e hanno lavorato tutta la vita sul rivalutare la montagna e dimostrare che di montagna si può vivere. La nostra missione è provare che anche se siamo giovani non dobbiamo per forza andare a lavorare nelle città e che si può vivere e lavorare in montagna, reinventarsi nella montagna, rivalutandola. Il presidio è importantissimo per non far morire una zona montana. Ci sono anche tanti altri esempi di borgate che sono rinate grazie al turismo e purtroppo anche tanti altri di borgate che sono morte perché non c’è più stato presidio. Noi speriamo di riuscire ad arrivare alla fine della missione dimostrando che a Rosbella dal niente che c’era possiamo arrivare ad avere bed &amp; breakfast, osteria, birrificio: vita vera.</p>
<p style="text-align: justify;"><u>LEO:</u> Ho girato molto anch’io, grazie anche al permesso e all’incoraggiamento dei nostri genitori. Non è semplice: devi uscire dalla tua zona di confort, superare magari la paura di sbagliare o fare figuracce e buttarti. Io ad esempio con le lingue straniere sono una frana, però ce l’ho sempre fatta. Ma se devo essere sincero per me non ci sono posti migliori di Rosbella. Questo posto fa parte di me, siamo una cosa unica: ha sempre cullato i miei limiti e tirato fuori le mie migliori risorse, il meglio di me.</p>
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		<title>Intervista a Isabella Bodino, creatrice di Mirya: centro per la salute e il benessere delle donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[centro salute e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Myria]]></category>
		<category><![CDATA[yoga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mirya è un centro per la salute e il benessere delle donne, che ha sede a Cuneo. Uno spazio arredato con l'intenzione di creare un'atmosfera intima, rilassante e luminosa. Isabella Bodino è la sua creatrice e fondatrice e, insieme al suo team di psicologi, nutrizionisti e fisioterapeuti, ha creato uno spazio in cui donne di tutte e età possono ritrovarsi e condividere. Leggi l'intervista per scoprirne di più!</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/intervista-a-isabella-bodino-creatrice-di-mirya-centro-per-la-salute-e-il-benessere-delle-donne/">Intervista a Isabella Bodino, creatrice di Mirya: centro per la salute e il benessere delle donne</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La rubrica per cui scrivo s’intitola “A caccia di eventi”. In questo tempo particolare, in cui una delle poche certezze che abbiamo è la necessità di rimanere a casa, è difficile trovare qualcosa che possa assomigliare ad un evento come lo intendiamo classicamente. Ma c’è chi nonostante tutto è riuscito a trovare il modo di creare eventi pieni di positività, a mantenere vivi i legami e a crearne di nuovi: è il caso di Isabella Bodino e dello Staff di Mirya che hanno deciso di mettersi in gioco con competenza e generosità, organizzando qualcosa di molto interessante e utile nello spazio virtuale! Ho intervistato Isabella per far conoscere lei e Mirya, il suo meraviglioso centro che auguro a tutti di poter visitare presto, partecipando in carne, anima e ossa ai suoi corsi, di cui nel frattempo si può avere un assaggio via web.</p>
<p><em>Isabella, raccontaci un po’ di te, che tipo di formazione hai? Di che cosa ti occupi?</em></p>
<p>Ho un percorso di formazione eclettico fin dall’inizio! Ho studiato Psicologia per quasi tre anni, sono sempre stata affascinata dalla mente e dall’emotività umana, ma non ero soddisfatta, sentivo che qualcosa mi mancava…  Mi sono iscritta a Biologia pensando che studiare la vita nei suoi meccanismi più piccoli avrebbe portato soddisfazione e riempimento all’irrequietezza che sentivo, ma ancora non era ciò che faceva per me. Allora ho iniziato a lavorare, mi sono sposata, la mia vita è andata in un&#8217;altra direzione, per poi ricominciare la ricerca: ho provato con Relazioni Internazionali e Diplomatiche, di cui ho dato altri sette esami, per poi finalmente spostarmi verso ciò che mi apparteneva davvero. Attraverso lo studio dell’antropologia in una prospettiva di genere e, al contempo, della medicina alternativa, mi sono resa conto che esistevano sapienze antiche femminili e rituali, capaci di trasmettere un modo di vivere la femminilità sano, equilibrato e creativo; qualcosa che la donna del mondo contemporaneo ha perso, a causa di numerosi e schiaccianti tabù che si sono radicati nei secoli. Pensiamo ad esempio a come le donne affrontano importanti transizioni fisiologiche e aspetti della vita come il menarca, il ciclo mestruale, la sessualità, la gravidanza, la menopausa, pur con un eccellente sviluppo scientifico e tecnologico nella nostra società non possiamo dirci davvero libere di vivere e apprezzare questi aspetti, o anche solo di parlarne. Facciamo una festa per i diciotto anni ma nessuno prepara le ragazze giovani ad entrare nel menarca, a scoprire la propria emotività, il proprio corpo e i suoi cambiamenti profondi, le sue ciclicità. Molte donne hanno problemi con tutti questi aspetti (mestruazioni dolorose, cistite, candida, vulvodinia, anorgasmia, menopausa critica, relazioni difficoltose, attacchi di panico e ansia, mancanza di autostima): la prima cosa che consiglio alle donne è sempre una visita dal medico, ci tengo a sottolineare che questi professionisti vanno assolutamente consultati e ascoltati; ma quando il problema non è solo fisiologico, quando non c’è qualcosa di organico a giustificare il dolore, bisogna lavorare sull’emotività della donna e sulla rottura dei tabù. E quando c’è un problema organico o fisiologico, le pratiche offerte in studio possono aiutare e facilitare la scomparsa del dolore, insieme alla medicina allopatica. Faccio l’esempio classico dell’ulcera: la curerò seguendo le indicazioni del medico, certo, ma devo anche chiedermi perché il mio stomaco è sempre così contratto e sviscerando il problema potrò evitare di ricaderci periodicamente. Abbiamo anche perso il significato dei termini che usiamo, diciamo “hai il ciclo” invece di “mestruazione” e parlandone spesso con accezione negativa, ma questo non dovrebbe essere la normalità. Noi donne ci siamo allontanate dal nostro sentire, dalle nostre percezioni, come sostiene la scrittrice e psicanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés: alcune donne si trovano ad avere oggi “un istinto rovinato”, si sentono svuotate, smarrite, sconnesse dal loro nucleo più profondo e dalla natura, dalla Madre Terra e questo causa molta sofferenza. Mi sono quindi messa alla ricerca di sapienze antiche e tecniche moderne che, insieme, potessero restituire alla donna un benessere su diversi livelli: fisico, psicologico, emotivo, spirituale. Ho viaggiato molto per ricercare queste conoscenze: mi sono formata in Inghilterra, in Portogallo, in Israele, in Egitto, in Perù, in Messico e nel Piccolo Tibet. All’estero ho potuto sperimentare i benefici di un approccio sincretico e integrato che in Italia ancora manca. Così mi sono diplomata in Craniosacrale biodinamico (tecnica che deriva dall’osteopatia), con una specializzazione su bacino e utero e una sui traumi perinatali e postnatali, sono diventata Rieducatrice Certificata del pavimento pelvico, insegnante di Womb Yoga, uno yoga dedicato al corpo femminile, e ho studiato con molti maestri come Alexandra Pope a Londra (psicologa, esperta internazionale di mestrualità e ciclicità femminile), Giorgio Nardone (psicoterapeuta esperto di Problem Solving e Coaching Strategico Breve) e figure  più spirituali <em>(per saperne di più, consultare la sua biografia)</em>. E ho creato Mirya.</p>
<p><em>Ci racconti che cos’è Mirya e come è nato questo progetto?</em></p>
<p>Mirya è un centro per la salute e benessere delle donne, che ha sede in via Statuto 13, a Cuneo. Uno spazio arredato con l&#8217;intenzione di creare un&#8217;atmosfera intima, rilassante, luminosa. Al suo interno offro sedute individuali di Craniosacrale biodinamico, Problem Solving Strategico e altre tecniche e ho messo a punto tre percorsi per aiutare le donne (in gruppo, poiché credo nel potere trasformativo del gruppo e nella creazione di un rapporto solidale e supportivo tra le donne) a riappropriarsi della propria ciclicità, dei propri talenti, ad amare sé stesse, per avere anche relazioni più profonde con gli altri. Le donne si sono accontentate della superficialità relazionale che caratterizza il nostro tempo. Ma in realtà è qualcosa che le fa sentire spesso vuote e insoddisfatte, come se mancasse sempre qualcosa, e spesso non hanno strumenti per cambiare questa situazione, strumenti che io invece voglio condividere con loro. A partire da una profonda conoscenza del proprio corpo, dal recupero di una sessualità sana e profonda offrendo innanzitutto un luogo dove poterne parlare liberamente, senza giudizio. Inoltre ho ampliato l’offerta creando un team con diverse professioniste: fisioterapeute, che lavorano, con grande attenzione su edemi postoperatori, patologie linfoedematose post-traumatiche, buona funzionalità del perineo; una nutrizionista, che a partire dall’alimentazione lavora sull’importante connessione tra l’intestino e il resto del corpo; psicologi. Poi offriamo corsi di danza orientale e di Danza e Consapevolezza, una pratica espressiva che si basa su movimenti spontanei e liberi; corsi sulla gravidanza, sulla mestrualità, sulla menopausa, Shiatzu e Pilates.</p>
<p><em>Quindi corsi rivolti esclusivamente alle donne?</em></p>
<p>In realtà insieme allo psicologo Pietro Viano abbiamo creato un percorso anche per gli uomini che hanno bisogno di un sostegno emotivo che li legittimi alla sensibilità e di nuove informazioni per un rapporto più profondo con le donne che stanno cambiando.  E per le ragazze giovani abbiamo il Womb yoga, uno strumento per imparare a percepire il proprio corpo: sono convita che se una ragazza giovane impara ad avere una profonda percezione del suo corpo e della sua preziosità, ciò la aiuterà anche a essere più attenta agli stimoli esterni, a riconoscere le intenzioni del prossimo, a proteggersi.</p>
<p><em>Nel sito di Mirya troviamo anche alcuni racconti scritti da te. Che cos’è per te la scrittura?</em></p>
<p>Per me è sempre stata una forma di terapia per trasformare le emozioni in personaggi o scenari. Nello scrivere mi manca la costanza tecnica, nel senso che riesco a farlo solo quando sto sperimentando emozioni molto forti o in periodi di cambiamento. Credo che, soprattutto in questo momento, la scrittura possa avere una valenza terapeutica per tutti e possa essere un buon aiuto per dare forma alle emozioni che stiamo vivendo.</p>
<p><em>Qual è stato l’approccio di Mirya alla complessa situazione che stiamo vivendo, con una pandemia in corso? </em></p>
<p>Aprire ancora più il cuore e fluire con la situazione invece che andarle contro, osservare la paura e imparare a gestirla. Io dico grazie a tutte le professioniste di Mirya perché abbiamo creato molti eventi quotidiani sulla piattaforma di videoconferenza online Zoom, per dare una routine alle persone, per aiutarle a svegliarsi presto, cosa molto utile per chi tende alla depressione. Abbiamo subito attivato una meditazione mattutina per ritrovare la stabilità e l’amore e far fluire la paura, poiché dove c’è l’amore non può esserci la paura, e viceversa. E poi un risveglio tonico, pilates, yoga (uno dinamico e uno aperto a tutta la famiglia, pensato per chi ha bambini), rilassamento frazionato, serate tematiche. Ci sono più di sessanta persone che partecipano solo alla meditazione mattutina. Il nostro supporto è gratuito e aperto a tutti. E Mirya non vede l’ora di riaprirsi a chiunque voglia passare, anche solo per bere una tisana e informarsi. In seguito a ciò che sta accadendo ci impegneremo ancora di più a ripristinare il contatto con la natura. Un antico detto dei Nativi americani dice: “Ciò che fai alla Terra fai alla donna, ciò che fai alla donna, fai alla Terra”. Recuperare l’essenza delle donne significa recuperare anche un approccio più attento e rispettoso al pianeta.</p>
<p>Chi volesse contattare Isabella può trovarla al: 3343854922.</p>
<p>E per saperne di più su Mirya si può consultare la pagina Facebook <em>Mirya &#8211; Lo Spazio delle Donne</em> e il sito: https://www.mirya.it/ .</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/intervista-a-isabella-bodino-creatrice-di-mirya-centro-per-la-salute-e-il-benessere-delle-donne/">Intervista a Isabella Bodino, creatrice di Mirya: centro per la salute e il benessere delle donne</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>In Cuneo e provincia arrivano le proiezioni di SUITCASE STORIES &#8211; Storie di viaggio e migrazione: intervista con l’Associazione MiCò</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/in-cuneo-e-provincia-arrivano-le-proiezioni-di-suitcase-stories-storie-di-viaggio-e-migrazione-intervista-con-lassociazione-mico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2020 07:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[documentario]]></category>
		<category><![CDATA[MiCò]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Suitcase stories]]></category>
		<category><![CDATA[valigia]]></category>
		<category><![CDATA[viaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un documentario dell'associazione MiCò per raccontare viaggi e migrazioni: distinguere tra un "noi" e un "loro", nell'era della mobilità, è anacronistico...</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/in-cuneo-e-provincia-arrivano-le-proiezioni-di-suitcase-stories-storie-di-viaggio-e-migrazione-intervista-con-lassociazione-mico/">In Cuneo e provincia arrivano le proiezioni di SUITCASE STORIES &#8211; Storie di viaggio e migrazione: intervista con l’Associazione MiCò</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viaggi e migrazioni, siamo sicuri di sapere già tutto su questi temi così attuali? In vista delle prossime proiezioni dell’emozionante documentario<em> SUITCASE STORIES </em>ecco un’intervista con l’associazione MiCò, realizzatrice del progetto insieme al regista Francesco Scarafia e il giornalista Francesco Rasero.<br />
Un documentario per conoscere un po&#8217; di più, per conoscere in modo nuovo. Per viaggiare oltre i luoghi comuni grazie a chi ci apre la porta sulla sua storia di vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>1) Come nasce e di cosa si occupa l&#8217;associazione MiCò?<br />
</em>MiCò in piemontese vuol dire “Anch’Io”: questo nome sottolinea la nostra <em>vision</em> improntata all’accoglienza e alla cittadinanza attiva. Siamo un’APS (Associazione di Promozione Sociale) nata a Cuneo nel 2015. Abbiamo molteplici obiettivi: creare una rete non istituzionale autofinanziata a sostegno di richiedenti asilo e rifugiati in uscita dai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS); promuovere la cultura dell’accoglienza e dell’inclusione e contrastare le discriminazioni e l’intolleranza; realizzare progetti di inclusione sociale e lavorativa per i migranti; promuovere l’Intercultura, intesa come dialogo tra le culture, come <em>processo</em> complesso che implica la de-costruzione delle nostre categorie e l’ascolto curioso dell’altro e di sé.<br />
MiCò è attualmente costituita da un gruppo intergenerazionale di volontari, molti dei quali erano già attivi nel 1992 nell’accoglienza di famiglie in fuga da Sarajevo. Con la nuova ondata migratoria, si è sentita la necessità di ripetere l’esperienza. Sosteniamo i beneficiari nella ricerca della casa e del lavoro, nella conoscenza del territorio e nella creazione di una rete sociale. Numerosi sono stati i/le ragazzi/e entrati/e e usciti/e dal progetto, dopo un periodo definito di sei mesi o un anno, con cui sono stati mantenuti i legami creati. Oggi fanno parte del progetto tre ragazzi, due del Mali e uno dal Senegal, che vivono nello stesso appartamento, e un ragazzo del Gambia che è ospite di una famiglia. Questo progetto di Terza Accoglienza, il <em>Social network solidale</em>, è totalmente autofinanziato tramite quote private. I/le volontari/e son organizzati/e in tre gruppi operativi: <em>Busso alla porta</em>, che si occupa di questioni pratiche legate all’accoglienza; <em>Entefanag </em>(che significa “anch’io” in lingua bambara), che organizza e comunica azioni per creare una cultura di rispetto e inclusione, parlando della migrazione con prospettive e linguaggi nuovi e insoliti; e il gruppo <em>Azione politica,</em> che agisce insieme ad altre realtà del territorio attraverso la rete <em>Minerali Clandestini</em>.<br />
Micò intraprende anche altri progetti finanziati, promossi e realizzati da un’<em>équipe</em> professionale formata dalle psicoterapeute Elena Elia ed Elisa Dalmasso e dagli antropologi Giulia Marro e Claudio Naviglia. <em>SUITCASE STORIES &#8211; Storie di viaggio e migrazione</em> (Italia, 2019, 23’) è uno di questi progetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>2) Come nasce nello specifico l&#8217;idea di SUITCASE STORIES?<br />
</em>Nella primavera dello scorso anno siamo stati contattati da un regista di Bra, Stefano Scarafia, e un giornalista di Carmagnola, Francesco Rasero. Stavano cercando un’associazione cuneese con cui co-progettare un reportage da proporre a <em>Frame, Voice, Report!</em>, un bando europeo con l’obiettivo di aumentare l’impegno dei cittadini per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu. Li abbiamo incontrati e ci siamo trovati sulla stessa lunghezza d’onda.  L’idea iniziale prendeva spunto da <em>Airport security</em>, reality americano in cui gli intervistati potevano raccontarsi davanti alle telecamere attraverso oggetti che stavano trasportando in valigia. Noi di MiCò abbiamo proposto di inserire nei luoghi di transito, oltre all’aeroporto di Levaldigi, anche la stazione ferroviaria e quella dei bus, il Movicentro. Questo per dare uno spaccato più ampio delle migrazioni nel territorio cuneese: quelle iniziate decenni fa, che ora vedono persone spostarsi in aereo per far visita ai paesi d’origine, e quelle recenti, che vedono ancora molti in attesa del riconoscimenti di uno status valido per ottenere documenti per viaggiare o per restare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>2) </em><em>Come avete scelto i protagonisti delle storie di vita e di viaggio che il documentario racconta? Quali sono state le reazioni e quanta la disponibilità dei protagonisti di fronte alla richiesta di raccontarsi?<br />
</em>Questa fase non è stata semplice, perché volevamo riuscire a coinvolgere protagonisti di età, sesso e provenienza diversi. Abbiamo quindi attivato molti canali per incontrare persone provenienti da paesi più o meno lontani: Ilham, quindicenne nata in italia da genitori Marocchini; Fejzian, giovane praticante avvocato che a dodici anni ha lasciato l’Albania per raggiungere il padre; Ousseni, della Costa d’Avorio, che da sei anni raccoglie la frutta nel saluzzese; Belowe, giovane mamma originaria della Nigeri; Clarence, camerunese in Italia da tre anni, che ha fondato un’associazione per aiutare i migranti ad integrarsi in Piemonte; Nisveta, originaria di Sarajevo, arrivata in Italia come profuga di guerra; Dabo, maliano, che non ha ancora conosciuto la sua piccola nata dopo l’inizio del suo viaggio; e Alexandra, rumena, mediatrice culturale. Insieme a queste storie vi è anche quella di Paolo e Lucia che hanno scelto di far diventare la loro casa quella che quarant’anni fa era meta di vacanza e dalla Sardegna si sono così spostati a Cuneo.<br />
Partecipare alle riprese è stato straordinario: i protagonisti non avevano un copione da seguire, venivano messi a loro agio dal regista e si aprivano passo dopo passo rispondendo alle domande del giornalista. Chi ha mostrato un oggetto estratto dalla propria valigia ha raccontato storie di quotidianità, intrecciate con ricordi passati e speranze per il futuro. Storie che arrivano da lontano, che richiamano odori, suoni e colori cari ai protagonisti, che li ricordano con nostalgia e sorrisi malinconici.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>5) Che cosa vi piacerebbe portare nella provincia di Cuneo e fuori con la diffusione di SUITCASE STORIES, con i diversi spaccati di realtà che offre?<br />
</em>La nostra intenzione è quella di raccontare la migrazione da prospettive differenti rispetto alla retorica dominante. Vogliamo dare la possibilità di ascoltare le parole di chi vive sulla propria pelle la migrazione, attraverso il racconto intimo e personale, per umanizzare il fenomeno e raccontare dettagli che spesso vengono omessi. Facendo questo, il nostro desiderio è quello di portare i cuneesi a riflettere sul fatto che siamo tutti inseriti in regimi di mobilità. Viaggiamo continuamente per lavoro, per studiare, per conoscere, per divertirci, per abitare e ri-abitare i luoghi. Risulta quindi anacronistico distinguere ancora un &#8220;noi&#8221; stanziale e un &#8220;loro&#8221; che migra. E risulta fuorviante rispetto alla realtà: tutti siamo in mobilità, solo in modalità, tempi, spazi e confini diversi. Questo cambio di prospettiva e di paradigma può aiutare a osservare i fenomeni migratori con un&#8217;altra consapevolezza, nella direzione di un&#8217;accettazione della diversità che ci accomuna tutti.  Questa riflessione condivisa, su cosa siano la migrazione e il viaggio, è un elemento che accomuna tutte le presentazioni del documentario che organizziamo in provincia nei cinema, nelle scuole o all’interno di eventi di paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>6) Dove si può trovare il documentario e quando e dove saranno le prossime proiezioni in Cuneo e provincia?<br />
</em>Il documentario è disponibile online sul sito <a href="http://www.suitcasestories.it"><em>www.suitcasestories.it</em></a> suddiviso in tre puntate oppure in versione integrale. Sta avendo inizio anche un tour di proiezioni a partire dalla prima serata lunedì 3 febbraio alle 21 al Cinema Teatro Magda Olivero di Saluzzo, inserita nell’appuntamento <em>DIRITTI/ROVESCI</em>. Nelle settimane successive il documentario toccherà diversi paesi della Granda, circuito dei Presìdi di Piemonte Movie aderenti a <em>Movie Tellers – narrazioni cinematografiche</em>: giovedì 13 febbraio a Cuneo al Cinema Lanteri; mercoledì 19 febbraio a Barge al Cinema Comunale; martedì 25 febbraio a Savigliano al Cinema Aurora; giovedì 27 febbraio a Dronero al Cinema Iris; martedì 10 marzo a Bra al Cinema Vittoria; giovedì 12 marzo a Busca al Cinema Lux e martedì 17 marzo a Ceva al Cinema Sala Borsi.</p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/in-cuneo-e-provincia-arrivano-le-proiezioni-di-suitcase-stories-storie-di-viaggio-e-migrazione-intervista-con-lassociazione-mico/">In Cuneo e provincia arrivano le proiezioni di SUITCASE STORIES &#8211; Storie di viaggio e migrazione: intervista con l’Associazione MiCò</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>Associazione Youth4Youth: scambi internazionali per giovani</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/associazione-youth4youth-scambi-internazionali-per-giovani/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2019 15:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[viaggiare]]></category>
		<category><![CDATA[youth4youth]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.1000-miglia.eu/?p=7050</guid>

					<description><![CDATA[<p>E voi che aspettate a fare un salto nel mondo, fuori e dentro di voi?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l&#8217;ombra che non c&#8217;era” scriveva Josè Saramago sull’arte di viaggiare e osservare il mondo, nel suo <em>Viaggio in Portogallo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Partire, conoscere e conoscersi, portare il proprio contributo, imparare nuove skills, ampliare le proprie vedute e tornare arricchiti: che cosa di tutto ciò può effettivamente sperimentare un giovane che oggi decide di investire in un’esperienza internazionale?  E quali sono le occasioni concrete che vengono offerte ai giovani cuneesi, al di fuori del forse a tutti noto progetto Erasmus in ambito universitario? Per rispondere a queste domande ho deciso di intervistare Monica Mano, fondatrice, presidente e project manager di <em>youth4youth</em>, una delle associazioni che opera nel cuneese proprio in questo campo…</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong> Com’è nata e di cosa si occupa l’associazione <em>youth4youth</em>?</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><em>Youth4youth</em>nasce undici anni fa, nel 2008, in seguito ad un mio viaggio all’estero fatto nel 2007, in cui ho avuto l’opportunità di conoscere una persona che mi ha mostrato come poter viaggiare in Europa ad un costo davvero conveniente e come riuscire a coinvolgere i giovani in esperienze internazionali in cui condividere idee e scambiare conoscenze. Ho deciso di fondare <em>youth4youth, </em>un’associazione nata nell’ambito del più ampio progetto<em>Erasmus+, </em>per offrire queste possibilità anche ai ragazzi cuneesi, in aggiunta e in alternativa alle opportunità già presenti in ambito scolastico, universitario e parrocchiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Youth4youth </em>si occupa di scambi giovanili, cioè offre l’opportunità di fare un’esperienza residenziale condivisa con altri giovani provenienti da diversi paesi, della durata dai 6 ai 21 giorni, per partecipare a dibatti e scambi di idee e competenze su tematiche specifiche, attraverso varie modalità espressive (teatro, musica, arte, sport e altro ancora). L’UE sostiene il progetto finanziando vitto, alloggio e una parte del viaggio ai partecipanti, a cui viene chiesto solo un contributo minimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Youth4youth </em>è attiva anche nell’ambito dell’ESC (European Solidarity Corps), ex EVS (European Voluntary Service), che dà la possibilità ai ragazzi di trascorrere un periodo di volontariato all’estero di durata dai 6 ai 12 mesi in diversi ambiti (sportivo, attività ludico-educative con i bambini, attività di salvaguardia ambientale nei parchi naturali), con l’intera copertura di viaggio, vitto e alloggio fornita dai contributi UE. I volontari che vogliono iscriversi al portale online di ESC necessitano di un’associazione che li prepari all’esperienza e <em>youth4youth </em>si occupa di questo aspetto, oltre che di raccogliere i feedback sulle diverse esperienze di volontariato, dopo averle monitorate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro principale target sono i giovani dai 14 ai 18 anni, ma offriamo opportunità anche alla fascia di età 18-25. Ultimamente stiamo anche ampliando la possibilità di fare esperienza con noi anche agli adulti e ai giovanissimi dagli 11 ai 14 anni, in particolare proponendo campi estivi a livello nazionale in cui poter lavorare sulla consapevolezza di sé e sulle emozioni. In generale <em>youth4youth </em>offre spazio e opportunità a chiunque desideri portare proposte e collaborare in modo attivo all’interno di un’associazione che ha voglia di crescere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;" start="2">
<li><strong> Quali sono secondo te i vantaggi più grandi che i giovani possono ottenere partecipando a questo tipo di esperienze?</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Sicuramente quello di trascorrere del tempo totalmente immersi in un ambiente interculturale, che oltre a permettere ai ragazzi di apprendere nuovi modi di comunicare e nuove modalità di vedere le cose, amplia anche la loro capacità di sperimentare concretamente nuove abilità pratiche. Inoltre, i partecipanti possono scoprire nuovi luoghi ad un costo pari a zero o comunque limitato, all’estero e anche in Italia. Terzo, i ragazzi possono ottenere lo Youthpass, una certificazione europea delle competenze acquisite, che può essere inserito nel cv e può dimostrare la propria intraprendenza e apertura verso nuove possibilità, una maggior capacità di cercare e trovare nuove soluzioni, e l’acquisizione competenze di vario tipo.</p>
<ol style="text-align: justify;" start="3">
<li><strong> Quali sono i valori fondanti di <em>youth4youth</em>?</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Inclusione e apertura a 360 gradi: lavoriamo con tematiche LGBT, e per offrire opportunità anche a ragazze e ragazzi con minori possibilità e provenienti da ogni cultura. Vogliamo stimolare nei ragazzi azioni di cittadinanza attiva per la creazione di una comunità migliore, proponendo attività basate su condivisione, rispetto reciproco, cooperazione e competizione positiva. E infine volgiamo invertire la tendenza a lamentarsi della mancanza di opportunità, creando nuove soluzioni e sperimentando nel frattempo gratitudine per ciò che c’è e compassione per ciò che può essere migliorato.</p>
<ol style="text-align: justify;" start="4">
<li><strong> Puoi raccontarci qualcosa sugli scambi che avete in programma per quest’estate?</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Ci sono tre importanti progetti previsti per l’estate e l’autunno 2019!</p>
<p style="text-align: justify;">In Germania, a Oldenburg, avrà luogo “TRANS YOUTH”, dall’8 al 17 luglio 2019. Parteciperanno giovani dai 15 ai 25 anni provenienti dai 6 paesi coinvolti nel progetto: Germania, Slovenia, Spagna, Italia, Polonia, Portogallo. Questo scambio prosegue il lavoro svolto lo scorso anno con “EQUAL LOVE” e offre ai giovani uno spazio per confrontarsi su tematiche oggi molto vive: l&#8217;orientamento di genere e la sessualità. Con questo scambio vogliamo aumentare la consapevolezza su questi temi, promuovendo l’educazione al sesso sicuro e all&#8217;espressione sessuale sana, poi sensibilizzare su questioni politiche riguardanti i diritti LGBT e incoraggiare la tolleranza nella comunità locale creando un blog sulla vita di un adolescente appartenente a una delle categorie LGBT. Poi abbiamo l’obiettivo di dare vita a un opuscolo con alcuni suggerimenti dei giovani coinvolti nello scambio, per genitori che si trovano a rapportarsi con figli adolescenti (in generale) e LGBT (in particolare), per creare nuove opportunità di dialogo e apertura sul tema nella comunità locale. Tutto questo in un contesto che offra libera espressione ai partecipanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli altri due scambi avranno luogo in Portogallo a settembre:</p>
<p style="text-align: justify;">“BACK2NATURE” si terrà a Covilha, dal 4 al 13 settembre, ed è rivolto ai giovani tra i 18 e i 25 anni, provenienti da Spagna, Italia, Slovenia, Regno Unito, Macedonia, Cipro e Portogallo. Sarà un&#8217;esperienza multiculturale di 10 giorni nella splendida campagna del Portogallo, accanto alla Riserva Naturale Serra da Estrela. Nel programma sono previsti seminari sull&#8217;ecologia, la sostenibilità, l&#8217;arte nella natura e diverse attività interculturali che si svolgeranno divisi in sqadre! Lo scopo dello scambio è promuovere uno stile di vita sano e ogni partecipante riceverà un certificato Youthpass a dimostrare il processo di apprendimento svolto, le maggiori capacità sviluppate e le conoscenze apprese.</p>
<p style="text-align: justify;">“Colours of Equ(ALL)ity&#8221; si svolgerà a Valbom dal 17 al 23 settembre e si rivolge sempre ai giovani tra i 18 e i 25 anni, ma provenienti da Spagna, Italia, Grecia e Portogallo. Il tema è uno dei valori e obiettivi fondamentali dell’Unione Europea: la parità tra donne e uomini, contrapposta all’ancora attuale fenomeno dell&#8217;iniquità di genere. In questo scambio i giovani, attraverso attività mirate alla comprensione di sé stessi, della propria comunità e del mondo in cui viviamo, saranno supportati a ideare e apportare cambiamenti positivi anche legati al raggiungimento della parità tra i sessi.</p>
<p style="text-align: justify;">E voi che aspettate a fare un salto nel mondo, fuori e dentro di voi?</p>
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		<title>Sfilata al polo della sostenibilità: l&#8217;associazione Nonsolonoi mostra al pubblico i capi migliori del progetto Margherita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Silvestri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 12:08:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una sfilata per ridare vita ad abiti di seconda mano: il lato umano del verbo riusare. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Si è svolta sabato 16 aprile la sfilata <em>Il capo da capo, </em>organizzata <em>dall’Associazione Onlus NonSoloNoi</em>, per promuovere alcuni dei più bei capi esposti nel negozio realizzato dal Progetto Margherita. Ho intervistato i membri dell’Associazione a gennaio, in concomitanza con l’inaugurazione della loro nuova sede a Borgo San Giuseppe, scoprendo le loro iniziative di integrazione, accoglienza, sostenibilità e creazione di posti di lavoro sul territorio cuneese, raccolte nei tre macro-progetti di Tulip (sartoria sociale), Zafferano (coltivazione dello zafferano con il coinvolgimento della sfera sociale) e Margherita (luogo di raccolta e offerta al pubblico di capi di abbigliamento e oggettistica, ma anche di incontro e dialogo). Ho deciso, a distanza di tre mesi, di tornare a respirare l’aria del Polo per vedere i suoi progressi, partecipando a questa sfilata dall’interno, ovvero come una dei ragazzi, adulti e bambini volontari che hanno indossato sulla “passerella” gli abiti scelti da Anna, una dei membri dell’Associazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stata subito favorevolmente colpita dal grande via vai di persone di diversa nazionalità che girovagavano e acquistavano abiti e accessori nel grande negozio: il Progetto Margherita funziona e sta raccogliendo i suoi frutti! Ma allora perché organizzare una sfilata di promozione? Credo che la volontà profonda di dare vita a questo evento sia stata quella di far conoscere il Progetto Margherita e la tematica del riuso da un punto di vista innovativo. Nell’immaginario comune la parola ‘riuso’ è infatti spesso associata ad aggettivi che connotano negativamente un capo d’abbigliamento quali ‘passato di moda’, ‘di bassa qualità’, ‘senza più valore’: i capi e gli accessori esposti al negozio del Polo smentiscono completamente questi pregiudizi. Innanzitutto, sono il frutto di un accurato smistamento da parte delle operatrici del Polo che si occupano di selezionare per esporre al pubblico, a un prezzo base di offerta, solo il materiale effettivamente non danneggiato, e di curarlo ulteriormente rimettendolo a tutti gli effetti a nuovo. E se ci si riflette sono proprio i vestiti che hanno meglio resistito all’usura (e che quindi possiedono un certo grado di qualità) quelli che riescono a passare questa prima selezione e possono rivivere una nuova vita. Inoltre, tra i diversi abiti esposti (si può trovare davvero di tutto -abiti casual, eleganti, sportivi, perfino un abito da sposa-, per tutte le categorie -uomo, donna, bambino-, e per tutte le stagioni) non è infrequente trovare vestiti di note marche di qualità e vestiti che non sono mai stati indossati e arrivano con ancora l’etichetta<strong><em>.  </em></strong>Alla qualità del prodotto si aggiungono poi altri vantaggi: la sostenibilità ambientale insita nell’attività del riciclo (le attività del Polo rientrano tutte nell’ambito dell’economia circolare, della quale c’è un urgente bisogno!) e, come si è detto, l’opportunità lavorativa e di integrazione che questa attività offre alle sue operatrici. Una sfilata dunque per dare la giusta dignità agli abiti che ritrovano nuova vita e valore grazie al Polo, ma anche un momento di incontro, di conoscenza, di condivisione e di divertimento. La sfilata è stata organizzata da un gruppo di volontari del Polo (i vestiti sono stati scelti da Anna e a presentare è stata la simpaticissima Luisa), e ha visto la partecipazione di una quindicina di indossatori volontari, di cui molti giovani e giovanissimi, e di una discreta quantità di pubblico. Personalmente mi porto a casa una giornata di sorrisi, la bellissima accoglienza del Polo, dove ognuno può sentirsi a casa, la piacevole scoperta del successo che sta avendo questo negozio molto speciale, e… uno dei vestiti che ho indossato: un abito nero con stampe floreali lungo fino ai piedi, di tessuto leggero e morbido ma resistente, a soli 3 euro!</p>
<p style="text-align: justify;">Se ho suscitato la vostra curiosità e volete farvi di persona un’idea delle attività dell’Associazione e dei frutti dei suoi progetti non perdetevi i prossimi eventi:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">dal 18 al 25 aprile da Beertola, a Cuneo in Via Monsignore Dalmazio Peano 8/B, ci sarà un’esposizione di abiti “in cornice” realizzati da Tulip in occasione della Feshion Revolution;</li>
<li style="text-align: justify;">il 27 aprile al Polo della Sostenibilità, a Borgo San Giuseppe in Via Savona 42, ci sarà il lancio della collaborazione di Tulip con la scuola di circo clown “Fuma che ‘nduma”, per la quale Tulip realizzerà gli abiti di scena;</li>
<li style="text-align: justify;">il 12 maggio alla Casa del Fiume a Cuneo in Via Porta Mondovì 11a, ci sarà uno spazio espositivo di Tulip in occasione di un intervento sull’economia circolare in ambito tessile;</li>
<li style="text-align: justify;">il 18 maggio al Polo ci sarà una nuova sfilata dei vestiti e degli accessori del Progetto Margherita, <em>Il capo da capo #2</em>;</li>
<li style="text-align: justify;">il 31 maggio ci sarà al Crocevia46, a Cuneo in Corso Dante Alighieri 46, una sfilata degli abiti realizzati da Tulip all’interno di una Giornata Ecologica con uno spettacolo, musica dal vivo e clownerie.</li>
</ul>
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