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	<title>Marta Costa, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Il problema dei tre corpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Costa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 May 2024 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un gruppo di fisici è coinvolto in una serie di eventi: un suicidio, fenomeni fisici inspiegabili e strane allucinazioni di massa. La risposta potrebbe essere una presenza aliena. Questi temi portano a riflettere sulla necessità e nocività dell'evoluzione scientifica.</p>
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<p></p>
<p><em>Il problema dei tre corpi</em> è una delle serie tv Netflix più recenti, creata dai due noti produttori de <em><a href="https://www.1000-miglia.eu/?s=trono+di+spade">Il Trono di Spade</a>,</em> David Benioff e Daniel B. Weiss, e da Alexander Woo. Il nome dei produttori, il cast di qualità, i 200 milioni di dollari spesi per realizzarla… tutti fattori che avevano creato un forte hype già prima dell’uscita della serie tv. Ma le aspettative sono state soddisfatte o sono state frustrate?</p>
<p> </p>
<p><em>Il problema dei tre corpi</em>, ispirata all’omonima trilogia dello scrittore cinese Liu Cixin, tratta di un gruppo di fisici londinesi che si trova coinvolto in una serie di eventi sinistri: il suicidio di una collega, che si configura come l’ennesima morte di uno scienziato autorevole; dei fenomeni fisici inspiegabili che mandano in tilt gli scienziati di tutto il mondo; delle strane allucinazioni che sembrano causate da psicosi di massa…Tutte problematiche che in breve tempo trovano spiegazione con la possibilità di una presenza aliena. Ecco svelato il genere della serie, si tratta di un prodotto sci-fi sugli extraterrestri. È stata proprio questa scelta tematica a comportare le critiche di chi ritiene l’argomento ormai banale e poco impressionante.</p>
<p> </p>
<p>Tuttavia, questa serie tv è davvero così banale come appare ad alcuni? Ebbene, io ritengo che solo un approccio superficiale possa far pensare che il fulcro della serie sia semplicemente quello di presentare l’ennesimo mondo parallelo e distopico: il pretesto della presenza aliena è utilizzato per una ben più ampia e significativa riflessione su che cosa sia il progresso umano e dove questo ci stia conducendo. Il problema del progresso, infatti, è che presenta due facce opposte e complementari: da un lato sembra essere assolutamente necessario per la razza umana, dall’altro è esso stesso a essere la prima causa della distruzione e della sofferenza di uomini ed ecosistemi. Così, in questo dimenarsi tra necessità e nocività dell’evoluzione scientifica, i personaggi della serie tv intavolano i seguenti grandi interrogativi: il progresso è un dovere? Gli scienziati sono sempre nel giusto ed esenti da responsabilità morali? Quanto delle nostre disgrazie è dovuto alle invenzioni scientifiche? Non solo: la serie è anche capace di sviluppare dinamiche ben più vicine a noi, di problemi della vita quotidiana: relazioni amorose, lavoro, famiglia, malattie; tutte tematiche che – seppur sviscerate fin dalla notte dei tempi – sono trattate con una profondità che non cessa di comunicare qualcosa di nuovo allo spettatore.</p>
<p> </p>
<p>In altre parole, i personaggi sono sia persone immerse nelle problematiche della vita, sia impersonificazioni di problemi morali e di riflessioni filosofiche. Il tutto senza sottrarre spazio a un succedersi di eventi estremamente avvincente, che rende la serie fruibile anche a chi fosse poco interessato alla speculazione metafisica. A mio avviso, quindi, <em>Il problema dei tre corpi</em> riscopre una profondità spesso dimenticata dall’industria della serie tv ed è per questo motivo che ha riscosso già molto successo (in Italia, ad esempio, è una della serie tv più viste dell’anno) e – a buon diritto &#8211; ne sta riscuotendo sempre di più.</p>
<p></p>
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		<title>Nazionalismo e Ambiente: l’ideologia dietro ai disastri climatici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Costa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 07:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancata capacità di visione d'insieme, produttivismo, discriminazione: tre fattori chiave che impediscono azioni a favore dell'ambiente e addirittura sono la causa della devastazione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;">Al giorno d’oggi, i danni ambientali provocati dall’agire umano sono inconfutabili e largamente noti. Allora come mai i <strong>provvedimenti</strong> a favore dell’ambiente sono ancora <strong>molto timidi</strong> (se non addirittura inesistenti)? Tale lentezza d’azione è spiegabile analizzando il sistema nazionalistico dominante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>nazionalismo</strong> è l’ideologia che permette a un gruppo di riconoscersi sulla base di motivi territoriali, etnici e soprattutto culturali (lingua, usi e costumi, religione). Il nazionalismo si fonda pertanto su un’implicita differenziazione tra esseri umani: riconoscersi in un gruppo significa voler tracciare una differenza tra <strong>un “noi” e un “gli altri”.</strong> Da ciò deriva che le nazioni si fondino sulla competizione per il prestigio nazionale, cioè su una continua crescita economica volta ad affermare la propria nazione sulle altre. Questo sentimento di <strong>competizione</strong> e presunta superiorità nazionalista ha una conseguenza negativa sulla salvaguardia ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto, volersi differenziare dagli altri uomini indica una mancata capacità di considerare l’umanità e lo spazio terrestre come <strong>entità uniche, compatte</strong>. Le nazioni si basano su un tratteggiamento di confini che rende frammentario lo spazio geografico e umano. Da ciò la duplice difficoltà a riconoscere problemi ambientali che avvengono al di fuori dei confini conosciuti e a riconoscere gli stretti rapporti tra la crisi di altre zone del mondo e il territorio nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendere atto che la crisi ambientale sia un <strong>fenomeno planetario</strong> significa uscire dalla logica nazionalista, una logica che – ricordiamo &#8211; permea la forma mentis europea da almeno due secoli (dalla Rivoluzione Francese) e quella mondiale da diversi decenni (dalle lotte anticolonialiste). In secondo luogo, la volontà di dimostrarsi migliori delle altre nazioni e di costruire di un orgoglio nazionale hanno condotto, nel mondo contemporaneo, al cosiddetto <strong>produttivismo</strong>, definibile come un’ideologia basata sulla convinzione che la produttività e la crescita di una nazione siano lo scopo ultimo dell’organizzazione umana. Il produttivismo è contemplabile solo in un contesto di infinite risorse e continua produzione. Tale caratteristica rende il produttivismo il principale colpevole dei disastri ambientali finora causati.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, il <strong>principio di differenziazione nazionalistico</strong> ha spesso condotto a fenomeni di razzismo e discriminazione (a questo proposito è superfluo citare degli esempi), che hanno portato a tenere in bassa considerazione sia i territori che gli abitanti di alcune zone geografiche: ci si sente meno in colpa a devastare il territorio di una popolazione lontana e del terzo mondo, rispetto alla quale si nutrono diversi pregiudizi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitolando, i tre fattori chiave che non solo impediscono un’azione in favore dell’ambiente, ma addirittura sono la causa stessa della sua devastazione, sono: la mancata capacità di avere una visione d’insieme, il produttivismo, la discriminazione razziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste però un altro elemento fondamentale nel determinare le azioni umane nei confronti dell’ambiente, ovvero la percezione umana del rapporto uomo-natura, ben più antica del nazionalismo. La tendenza, fin dai tempi più antichi, di porre l’uomo al centro del mondo (addirittura nella convinzione religiosa che il mondo fosse stato appositamente creato per lui), conduce a vedere <strong>la natura come un’entità subordinata</strong> all’uomo e di sua appartenenza. È stata tale concezione secolare a comportare l’inizio dell’<strong>Antropocene</strong>, la nuova era geologica in cui l’agire umano è in grado di modificare la litosfera, l’atmosfera, l’idrosfera e gli equilibri dei processi biologici.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo, studiosi e ambientalisti tentano di situarsi in un contesto anti-antropocentrico, ossia in un panorama che pone <strong>l’uomo allo stesso livello della natura</strong>, che colloca l’umanità all’interno del mondo naturale, che la concepisce come una parte del tutto. Forse questo atteggiamento sarebbe il più efficace per tentare di frenare ciò che ancora si può contenere, tenendo comunque presente che ormai le conseguenze delle azioni umane non saranno cancellabili.</p>
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		<title>“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Costa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jan 2024 11:30:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[#GittaSereny]]></category>
		<category><![CDATA[#psicologiadelcarnefice]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'intervista di Gitta Sereny a Franz Stangl, uno dei comandanti di Treblinka, per analizzare la fenomenologia del male.</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/in-quelle-tenebre-di-gitta-sereny/">“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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<p><strong>Un viaggio nelle profondità del male</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In Quelle Tenebre (<em>Into That Darkeness</em>, 1974) è un testo ancora poco conosciuto ma fondamentale per chi si interessa di <strong>fenomenologia del Male</strong>: si tratta di un volume che mette insieme la lunga intervista condotta, tra l’aprile e il giugno del 1971, dalla giornalista di origini ebraiche Gitta Sereny a uno dei comandanti del campo di sterminio nazista di Treblinka, Franz Stangl, detenuto nella prigione tedesca di Düsseldorf dal 1967. Sebbene il racconto della tragedia dei campi di sterminio sia ben delineato, il fulcro dell’intervista risiede nell’<strong>analisi della psicologia di un carnefice</strong>. Non si tratta di un carnefice qualunque: il male perpetrato ai danni dei prigionieri dei campi nazisti è, nell’immaginario europeo, il Male per eccellenza, il Male con-la-emme-maiuscola. Il solo campo di sterminio di <strong>Treblinka</strong> produsse circa <strong>un milione di morti</strong> e si contano solo settanta sopravvissuti. Per renderci conto del numero, le vittime corrispondono agli abitanti di Torino e cintura, mentre i superstiti sono persino meno del numero di studenti che possono sedersi in una sola delle aule delle nostre università.</p>
<p style="text-align: justify;">Le domande che spinsero la Sereny a interfacciarsi con questa difficile esperienza furono: come può la coscienza di un essere umano convivere con la consapevolezza di essere stato parte di tale massacro? Com’era possibile che Stangl si commuovesse per la foto di un gattino, che fosse un padre amorevole e un buon marito e che contemporaneamente coordinasse l’organizzazione di un luogo tanto atroce?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono, a nostro avviso, le stesse domande che spingono gli appassionati di <em>true crime</em> a seguire documentari, podcast e libri sui serial killer più temibili. L’interesse per la biografia, ma soprattutto per la <strong>psicologia di assassini</strong> come Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Gacy e altri ancora è infatti un diverso contesto in cui calare lo stesso studio sulla fenomenologia del Male. Anzi, riteniamo che sia stata proprio la tragedia dei campi di concentramento a scatenare l’interesse e l’inquietudine verso questo tipo di personaggi, definiti – a livello collettivo – “mostri”, ma inevitabilmente e scomodamente appartenenti alla razza umana.</p>
<p style="text-align: justify;">L’umanità del secondo dopoguerra realizzò, dopo un lungo periodo di oblio, di essere capace di azioni a dir poco raccapriccianti. Questo spinse, e spinge ancora oggi, a voler <strong>indagare</strong> quel male e chi lo ha compiuto. A muovere tutto ciò è dunque la volontà di <strong>conoscere il Male</strong> per esorcizzarlo? Oppure la sete di conoscenza deriva dal più sinistro desiderio di <strong>dimostrare la distanza</strong> tra questi soggetti e noi “persone normali”, per dimostrare in maniera paradossale che queste persone non appartengono all’umanità?</p>
<p style="text-align: justify;">Il volume di Sereny dà implicita risposta a entrambi gli interrogativi, in una discesa nelle tenebre di una figura complessa, la quale risultò talmente scossa dall’esperienza, da morire d’infarto solo poche ore dopo il termine dell’ultima giornata di interviste, il 28 giugno 1971</p>
<p style="text-align: justify;">Proponiamo questo volume in occasione della <strong>Giornata della Memoria</strong> <strong>2024</strong> che, pur con tutte le complicazioni che l’odierno <a href="https://www.1000-miglia.eu/?s=israele">conflitto tra Israele e Palestina</a> comporta, <strong>deve continuare a essere celebrata</strong>, proprio perché la tragedia dei campi e della guerra è un trauma non ancora superato e con pericolosi risvolti sul presente. In altre parole, ricordare non significa parteggiare o meno per un determinato schieramento dell’odierna guerra, ma <strong>significa riconoscere le colossali proporzioni dell’impatto</strong> che Shoa e Seconda Guerra Mondiale hanno avuto dal 1945 ad oggi. Per concludere, laddove Eric Hobsbawm aveva definito il Novecento “<em>the short century</em>”, il secolo breve (iniziato con la Prima Guerra Mondiale e finito, secondo lo storico, con la caduta del muro di Berlino), rileggiamo il <strong>Novecento</strong> come un secolo che <strong>ancora sconfina nel nuovo millennio.</strong></p>
<p> </p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="414" height="658" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur.jpg" alt="" class="wp-image-9476" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur.jpg 414w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/gkody0ur-189x300.jpg 189w" sizes="(max-width: 414px) 100vw, 414px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Franz Stangl a Treblinka con indosso la giacca bianca che lo contraddistingueva, ricordata da diversi sopravvissuti</em>. Foto presa dal libro</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img decoding="async" width="419" height="630" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1.jpg" alt="" class="wp-image-9474" srcset="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1.jpg 419w, https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2024/01/marta-costa-1-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 419px) 100vw, 419px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Franz Stangl durante le interviste, primavera 1971</em>. Foto presa dal libro</figcaption></figure>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/in-quelle-tenebre-di-gitta-sereny/">“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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