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	<title>Annalisa Pepino, Autore presso 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>La vita che accade ogni giorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 14:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
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		<category><![CDATA[Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi ho preso il mio primo (e probabilmente unico) 30 e lode, e sebbene credo che gli esami universitari vadano spesso a fortuna… Alle volte mi convinco che invece qualcosa accada per una ragione. Che alle volte l’universo parli, o tenti di parlarti, e tu debba essere pronto ad accogliere ciò che ha da dirti. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Oggi ho preso il mio primo (e probabilmente unico) 30 e lode, e sebbene credo che gli esami universitari vadano spesso a fortuna… Alle volte mi convinco che invece qualcosa accada per una ragione. Che alle volte l’universo parli, o tenti di parlarti, e tu debba essere pronto ad accogliere ciò che ha da dirti. Forse questa è una di quelle volte. Questo esame è totalmente frutto della mia creatività. Ho scoperto di essere molto creativa e fantasiosa, e al tempo stesso quanto questo sia difficile da trasformare in un lavoro serio e ragionevole. Però non mi sono mai pensata, in un futuro, come regista o produttrice. Ho sempre saputo di avere in me creatività e mille idee… ma le ho viste come qualcosa che poteva rimanere lì, nell’immaginario, non riportabili alla realtà. Qualcosa che potesse contornare le mie passioni e basta. E invece, la professoressa a cui ho presentato tutto il progetto mi ha augurato di mettere in pratica tutto quello che avevo progettato. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io non ci ho mai pensato davvero, perché era tutto sempre nella mia mente, e invece da dopo l’esame, che è durato circa un quarto d’ora, mi sento in corpo un’energia diversa. Forse non diventerò mai una regista, una produttrice. Ma il solo essere consapevoli di avere una possibilità di provarci, mi fa sentire libera, che ho la possibilità di diventare tutto ciò che voglio. È un qualcosa che, secondo me, tendiamo a dimenticare. Ma possiamo davvero decidere, ogni giorno, chi essere, cosa ci piace, a cosa interessarci e come impiegare il nostro tempo. Siamo nati liberi e non è una cosa banale. Moltissima gente, più di quanta noi immaginiamo probabilmente, non ha questa possibilità. Anzi. Vive in una prigione costante. Di idee, fisica, di persone, di ambienti. E invece io no: io posso scegliere chi diventare! E voglio sfruttare al massimo questa possibilità che ho. Perché spesso mi sento come se fossi obbligata a fare una determinata cosa, solo perché il mio passato parla di quello. Studio teatro e cinema, allora devo lavorare in quell’ambito. Allora devo trovare qualcosa come tirocinio che sia strettamente connesso. Ma se volessi provare cose diverse? E se mi piacesse lavorare per tre mesi in un rifugio d’estate, e viaggiare per il resto del tempo? E se apprezzassi tantissimo ciò che studio all’università, ma non riuscissi a trovare un lavoro inerente che mi soddisfi? E se non trovo lavoro prima dei 30 anni? E se non continuo a studiare dopo la laurea triennale? Tutte queste domande temono la risposta. Nel senso che la probabile risposta potrebbe essere catastrofica, non tanto per me, quanto per le persone che mi circondano. A primo impatto. Ma se ci penso: c hi mi impedisce di fare ciò che mi rende felice? È qua la libertà. È qua la forza di dire: niente mi è impossibile. Il mondo non è fatto da cause ed effetti. Da motivazioni e conseguenze matematiche. Da scelte irreversibili. Posso davvero essere chi voglio, anche se questa società mi fa credere il contrario. Mi fa credere che bisogna studiare, poi laurearsi, nel giro di poco tempo trovare un buon lavoro, e sistemarsi. Se a tutto ciò si aggiunge la possibilità di avere un partner e mettere su famiglia, tanto meglio. E chi non rientra in questo progetto di vita? Che poi, sicuramente, sarebbero la maggior parte delle persone? Sono sbagliate? Sfortunate, sfigate, anormali, diverse? No, direi umane. Direi che sono perfettamente la normalità. Siamo perfettamente la normalità. E allora, forse basta solo rendersi conto che va bene sbagliare. Sbagliare mentre si cerca di capire chi siamo. Sbagliare nel tentativo di capire chi siamo. E accettare che cambiamo ogni giorno, senza mettersi contro questo scorrere continuo. Provare a stare in questo fiume che cambia sempre. E cambiare con lui, senza essere la roccia che lo blocca. Che poi, siamo pieni di rocce rigide che sembrano sempre sapere cosa è meglio, la strada più sicura, quella più retta, che non ci lascia la possibilità di immaginare, pensare, creare, di essere liberi. Ma se siamo invece consapevoli che “libertà” è il nostro secondo nome, quello di tutti noi, allora possiamo stare più tranquilli. Possiamo prendercela con calma. Possiamo cambiare ogni giorno e vivercela bene, senza colpe, senza pesantezza. Possiamo dire, la vita è una ed è nata libera. È stata creata per poter essere creata da noi, a sua volta. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo esame mi ha fatto ritornare alla mente questo. L’Universo forse cercava di dirmi questo, che sono libera. E che nessuno mi può togliere questa libertà che ogni giorno mi fa vivere come nuova, come se fosse sempre la prima volta. </span></p>
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		<title>Danzare i quattro elementi per riconnetterci con noi stessi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Hidden corners]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
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		<category><![CDATA[Fuoco]]></category>
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		<category><![CDATA[Onde danzanti]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>**Danzare i Quattro Elementi per Riconnetterci con Noi Stessi**  </p>
<p>Oggi il ballo è spesso associato alle discoteche o ai corsi di danza, ma in realtà è un’espressione innata dell’essere umano. La musica e il movimento permettono di riscoprire il proprio ritmo interiore e riconnettersi con sé stessi e la natura.  </p>
<p>Nella frenesia moderna, perdiamo il contatto con il nostro "sentire", allontanandoci dai ritmi naturali e bloccando energie vitali. La danza consapevole ci aiuta a riequilibrarci, utilizzando i quattro elementi per esplorare il nostro mondo interiore.  </p>
<p>Durante un’esperienza di danza collettiva, i partecipanti hanno iniziato con il “kundalini”, uno scuotimento liberatorio per eliminare tensioni e pensieri. Poi hanno danzato la **terra**, simbolo di stabilità e radicamento, seguita dall’**acqua**, che rappresenta il fluire delle emozioni. Il **fuoco** ha portato trasformazione ed energia, mentre l’**aria** ha donato leggerezza e libertà creativa.  </p>
<p>Questa pratica aiuta a vivere nel presente e a riscoprire la propria essenza, lontano dalle distrazioni digitali. Un’esperienza intensa e consigliata a tutti per riconnettersi con la propria anima e ritrovare equilibrio.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ballare, ai giorni nostri e nel mondo dei giovani, significa prima di tutto andare in discoteca, di notte, muovendosi al ritmo di musica. Oppure frequentare un corso di danza, hip-hop, balli occitani, tango argentino, e chi più ne ha più ne metta. Si distingue chi “è capace a ballare” e chi “non ha il senso del ritmo, non è capace”, come se fosse una dote di pochi eletti che sanno muoversi con la musica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Penso in realtà che ballare, come cantare, come suonare e qualsiasi altra azione che abbia a che fare con la musica e, più in generale, con l’arte in toto, sia una caratteristica intrinseca all’essere umano. La musica è qualcosa che esiste in ognuno di noi, ognuno ha un modo diverso di intenderla, rappresenta qualcosa che sente dentro in modo del tutto unico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Aprirsi e connettersi alle forze naturali è indispensabile per una vita integra e totale. Noi donne e uomini moderni siamo mossi dalla fretta, dal bisogno di fare ed essere performanti, sempre più lontani dal nostro &#8220;sentire&#8221;. Con il tempo ci siamo separati dai ritmi della vita naturale ed abbiamo bloccato in noi molte energie vitali che ci appartengono per diritto di nascita. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Partendo da questi presupposti, voglio raccontarvi come la danza, il ballo, il movimento, mi abbiano aiutato ad andare più in profondità dentro me stessa. Mi hanno permesso di esplorare meglio le connessioni con la natura e col mondo concreto che mi circonda, per vivere nel presente e non nella mia testa, o nel mondo digitale di cellulari e pc. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ogni elemento della natura offre qualità e strumenti unici per navigare nella complessità del nostro mondo interiore. Attraverso questa danza consapevole impariamo a gestire le emozioni, ad onorarle e abbracciarle come parti integranti della nostra esperienza quotidiana. Ogni elemento si riflette in noi in maniera differente, danzando ciascuno di esso possiamo percepire quale ci veste meglio, quale invece è distante da noi, quale fatichiamo a capire, e abbiamo così l’opportunità di ricalibrarci e ritornare alla nostra pienezza di energie. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ci siamo trovati una sera in una grande sala, con il pavimento in legno e una stufa che ha reso l’ambiente caldo e accogliente. Eravamo circa dieci-quindici ragazze e ragazzi giovani, più la “maestra”: colei che ci avrebbe guidato in questa “onda danzante”. Siamo partiti con “</span><b>kundalini</b><span style="font-weight: 400;">”: lo scuotimento. Ad occhi chiusi, con una musica tribale, le ginocchia semi piegate e tutto il corpo che ha iniziato a “scrollare”, come se dovesse togliersi di dosso quello che non voleva, tutti i pensieri, tutte le preoccupazioni, tutte le pesantezze. Scrollare braccia, gambe, testa, scuotere i capelli, la schiena che scende, i piedi ben ancorati a terra. È uno scuotimento concreto che fa bene al corpo, per sciogliere le tensioni, per trovarsi in quel momento lì, esattamente lì, presenti a noi e agli altri. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Abbiamo iniziato poi l’onda con il primo elemento: la </span><b>terra</b><span style="font-weight: 400;">. Danzare questo elemento evoca la compattezza e la solidità che troviamo dentro di noi, nel nostro scheletro e nei nostri muscoli. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Dopo la terra è venuta l’</span><b>acqua</b><span style="font-weight: 400;">: noi osserviamo in natura il suo fluire, ma anche dentro di noi: nei cambiamenti emotivi, nella capacità di lasciar andare morbidamente e con gentilezza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Terzo elemento è quello del </span><b>fuoco</b><span style="font-weight: 400;">. La forza e la chiarezza dell&#8217;elemento portano in sé la qualità della trasformazione e si manifestano in noi nel plesso solare. Il fuoco è calore ed energia vitale. Ultima l’impalpabilità dell&#8217;</span><b>aria</b><span style="font-weight: 400;">, che sentiamo sulla nostra pelle fuori di noi, ma che possiamo percepire dentro come respiro; essa crea spazi sempre più ampi, leggerezza ed infinite possibilità creative. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Una serata per ricollegarci con il nostro vero io, per lasciare da parte qualunque altro pensiero, e sentire la nostra anima nel profondo e nella sua semplicità. Consiglio questa esperienza a chiunque, perché io ne ho percepito i benefici sin da subito, e credo che sia un’attività che, al mondo d’oggi, possa davvero servire a tutti. </span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per informazioni riguardo le prossime “Onde danzanti”, o per avere dei chiarimenti, o semplicemente per capire un po’ di più, contatta il seguente numero, relativo all’organizzatrice! </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Pinuccia Alladio, MusicArTerapeuta nella globalità dei linguaggi: 3403328039</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>BARBONE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[aiutare]]></category>
		<category><![CDATA[senza tetto]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[unità di strada]]></category>
		<category><![CDATA[volontariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il toccante racconto di una serata di volontariato per strada a Cuneo, un gesto semplice che può fare una piccola differenza per un senzatetto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[


<p><span style="font-weight: 400;">“Ho finito anche le lacrime”</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Queste parole Guido (nome inventato), un senzatetto che vive per la strada a Cuneo, le ha ripetute più volte, ieri sera. Le ha ripetute quando parlava di Michele (nome inventato), uno dei suoi migliori amici, morto pochi mesi prima, anche lui in strada. Le ha ripetute parlando di altri suoi amici, che la morte ha preso con sé, alcuni anche sotto i suoi occhi. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È stata la prima volta che sono andata a fare </span><b>Unità di strada</b><span style="font-weight: 400;">. E non sapevo che aspettarmi, se no che avremmo incontrato quelli che chiamiamo comunemente “barboni”, e avremmo offerto loro un po’ di conforto. E così è stato, se non fosse che, quando senti con le tue orecchie parole così dure e vere, allora cambia tutto. Non è più solo un sapere che a Cuneo c’è gente che non ha casa, che vive per strada. È conoscere quella gente: è conoscere Guido, che attualmente alloggia in una delle piazze di Cuneo, un po’ riparato sotto un tetto. È vedere i suoi occhi, i suoi denti tutto fuorché sani. È sentire le sue battute, perché avrà perso tante cose, ma non l’ironia. E quindi si scherza, si ascoltano le sue storie, che spesso sono molto fantasiose perché a parlare è anche (e in gran parte) l’alcool. L’alcool che ti aiuta a sconfiggere il freddo e a non pensare. Forse le due difficoltà più grandi di chi vive così. L’alcool che non manca mai tra gli averi di Guido, ma che ieri sera non sembrava parlasse troppo. Infatti Guido ci ha raccontato della sua famiglia, mescolando francese e italiano, lingue che mastica entrambe molto bene. Abbiamo così scoperto che proviene da una famiglia di artisti, e che tra di loro si è sempre trovato bene. A girare con gli artisti. E quando poi gli abbiamo chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ci ha chiesto biancheria intima e coperte, ma non solo per lui: erano per lo più per i suoi amici. Questa solidarietà mi ha toccata nel profondo, questo pensare agli altri prima che a noi. Cosa per loro più che normale, perché chi vive in strada ha anche bisogno di avere persone fidate, a cui rivolgersi in caso di bisogno. E così ci ha detto che oggi un ragazzo gli ha portato il pranzo della mensa. E che un altro gli ha offerto le sigarette, e quindici euro. Ci ha detto che fatica a mangiare, che in questi ultimi giorni non ha mangiato quasi niente. Il suo “apparato intestinale”, come ha giustamente detto lui, fatica. Durante la notte è sempre più preda di dolori forti che, assieme al freddo invernale, gli impediscono di dormire. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io avevo i piedi ghiacciati, nonostante le calze spesse e le scarpe da montagna. E sentire lui, che in quella condizione ci vive, tutto il giorno, tutti i giorni, magari con l’eccezione di un pasto caldo in mensa, o di due orette all’interno di un bar, mi ha fatto pensare. A quanto abbiamo tutto. A quanto ci lamentiamo appena sentiamo un po’ di freddo, appena abbiamo un po’ male allo stomaco. Appena abbiamo un po’ fame e non possiamo soddisfare questo bisogno nel giro di cinque minuti. A quando non possiamo lavarci per un giorno. A quando <a href="https://www.1000-miglia.eu/la-solitudine-di-chi-sta-benissimo/">ci sentiamo soli</a>, non ascoltati, dimenticati. Ecco, tutto questo è la vita di chi è senzatetto. La vita quotidiana, le emozioni di tutti i giorni. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non ho potuto fare altro se non ascoltare. Gli abbiamo offerto una tisana calda, un po’ di calze spesse, che avrebbe dato a un suo amico, insieme a delle scarpe numero quarantacinque. Per lui abbiamo portato una coperta spessa. Ci ha chiesto anche lui delle scarpe, perché quelle che ha gli fanno male, e vorrebbe cambiarle. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Prima di andarcene gli abbiamo detto di non mollare. Sembrava quasi una presa in giro, dopo tutte le sofferenze che ci ha raccontato. Ma cos&#8217;altro possiamo fare se non dargli la speranza? Speranza che, parole sue, sta esaurendo. Dice che non cambierà la situazione, che non lo ascoltano, che non lo aiutano. Che il SERT non lo prende in carico, che non gli rispondono, che lui non ha più voglia.  </span><span style="font-weight: 400;">Più volte ha detto “Il mio fisico non ce la fa più, tra un po’ finisco pure io come gli altri”. E “come gli altri”, in sostanza, significa morto. Morto per strada, congelato, per infarto, o chissà per quali altri mille motivi. Come è possibile parlare così della morte? Me lo sono chiesta. E non lo so, so solo che le parole che ho sentito mi sono entrate dentro, e soprattutto la semplicità di come le diceva, come se fosse automatico. Senza paura, senza lasciare trasparire emozione, come fosse un’automatica causa-conseguenza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Sono grata di aver avuto la possibilità di trascorrere due ore fuori questo mercoledì sera. Se penso che da anni c’è gente che ogni mercoledì si trova a fare il “giro dei senzatetto”, o in termini più giusti, a fare “unità di strada”, allora ieri sera ho fatto pochissimo. Penso inevitabilmente a quanto sono fortunata. A quanto inutile sia ogni mia lamentela, ogni mia polemica, ogni mia difficoltà, se comparata alla loro. So che non serve fare paragoni e confronti. Sicuramente però conoscere aiuta ad essere più consapevoli. E aiutare, anche solo ascoltando e chiacchierando mezz’ora una sera con uno come Elia, è sempre meglio che non fare niente. Serve a ricordare loro il loro valore, perché ne hanno, nonostante siano considerati gli ultimi della società. Queste vite umane, sono vite come la nostra. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ringrazio Christian, e Ilaria, che fanno parte ormai da anni dell’Unità di strada, che ogni mercoledì sera esce a Cuneo e fa il giro. E ogni domenica mattina, dalle sette alle nove, offre colazione ai senzatetto. Senza il loro coraggio, la tenacia, la frequenza, la voglia, nessuno si disturberebbe di provare a conoscere e trovare soluzioni a questo problema, che a Cuneo affligge un numero contenuto di persone, ma che solo a Torino interessa ottocento persone. Ottocento persone che vivono per strada. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">“C’è bisogno di silenzio, c’è bisogno di ascoltare, c’è bisogno di un motore che sia in grado di volare”, diceva una canzone di Guccini e dei Gen Rosso, non a caso intitolata <a href="https://www.youtube.com/watch?v=4g-crFyd78o">“Lavori in corso”.</a> Possiamo essere noi i protagonisti, anche se in piccolissima parte, di questi lavori, perché i senzatetto non si sentano invisibili, ultimi, la feccia della società. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Possiamo fare qualcosa, anche nel nostro piccolo, perché tutto è meglio dell’indifferenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>ABBI DUBBI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 06:38:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[canzone]]></category>
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		<category><![CDATA[corpi]]></category>
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		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettacolo di circo diverso che mette in scena il mettere in dubbio le cose con un tocco d'ironia che caratterizza la compagnia "Treggì"</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/abbi-dubbi/">ABBI DUBBI</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[


<p style="text-align: center;"><span style="font-weight: 400;">Della <strong>compagnia di circo “Treggì”</strong> della scuola <em>“Fuma che n’duma”</em></span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Abbi dubbi! Spesso associamo l’essere indecisi, il non saper compiere una scelta, ad una debolezza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;"><strong><em>Abbi dubbi</em></strong> è il titolo di uno spettacolo di circo, che poi, di solo circo proprio non è, ma è anche un invito per chiunque stia leggendo queste parole, me compresa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Chi non è determinato, chi non è sicuro di ogni sua decisione, chi, dopo una domanda, resta lì, titubante, a pensare ad una possibile risposta, è qualcuno che probabilmente giudicheremmo come insicuro. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma spesso e volentieri, siamo noi stessi che non ci diamo la possibilità di avere dubbi. Ci lasciamo trasportare dall’idea del “si è sempre fatto così”, senza mettere in dubbio il modo in cui trascorriamo la nostra esistenza. Perché, se vissuta così, forse è proprio un trascorrere la vita, non un viverla. Nella quotidianità andiamo avanti col pilota automatico. Siamo convinti di essere sempre noi ad avere ragione, sicuri in ogni nostra scelta, e non mettiamo più in dubbio nulla. O forse, semplicemente, è molto più comodo non mettere in dubbio nulla, e continuare come si è sempre fatto. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ma è anche la società in cui viviamo ad assumere questo atteggiamento. E questo è un messaggio chiarissimo che ci urlano i protagonisti di questo spettacolo. Siamo abituati ad assumere per vero tutto quello che ci è stato insegnato, tutto quello che la tradizione, ogni giorno, ci tramanda. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“<em>Sei una sposa… devi trovare l’abito perfetto. Sei una segretaria… è meglio che tu abbia i tacchi.</em> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><em>Sei un imprenditore… devi mettere giacca e cravatta”</em>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Queste alcune delle parole di uno dei momenti in cui gli artisti fanno sentire la loro voce, che ci portano a pensare: ma noi, davvero, cosa vogliamo? Io, sotto tutto, nonostante tutto quello che mi dice la società, mia mamma, il mio fidanzato, la mia comunità, i miei professori: io, cosa voglio? Che scelta faccio? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutto parte in chiave ironica, fil rouge di molti spettacoli della compagnia, l’ironia, e in ciò che porta in scena: il “dubbio amletico”: a maggio, la sera a cena con gli amici, prendo la giacca o no? Il dubbio, che può apparire superficiale, dà la possibilità di introdurci in quello che i ragazzi hanno elaborato nei mesi di preparazione dello spettacolo, e in ciò che vogliono esprimere. Ogni scelta, piccola o grande che sia, fa parte di <a href="https://www.1000-miglia.eu/le-particelle-elementari/">noi</a>, fa parte della nostra storia. È una grande responsabilità! Ci identifica, fa capire chi siamo, e ci rende unici. Nessuno ha fatto tutte le scelte che abbiamo fatto noi, fino a questo momento della nostra vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Lo spettacolo non è un susseguirsi di numeri ed esibizioni, come un comune spettacolo di circo. È molto di più. È la storia di adolescenti, dai quattordici ai diciannove anni, che si sono messi in dubbio. Che si sono chiesti, ciascuno, quale fossero le scelte più difficili. Quali sono, ogni giorno, le difficoltà da affrontare. Senza giudizio, senza definirle piccole o grandi, perché è troppo soggettivo e dipende da persona a persona. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È la storia, urlata, cantata, danzata, narrata. È la storia raccontata in alto, sul trapezio (in cinque), o in aria, sui tessuti. È la storia di quando sei da solo e nessuno ti ascolta. È la storia di chi non ha paura di lasciarsi cadere nel vuoto, magari perché non ha altra possibilità. È la storia di chi ha bisogno degli altri per vivere. Di chi, in fondo, solo non è mai. È una storia di fiducia, di chi regge qualcuno sulle proprie spalle (letteralmente e non), perché riesca a stare in piedi. È la storia di chi è costretto per tutta la vita a sottostare alle scelte degli altri, fino ad un certo punto in cui no. In cui si chiede cosa vuole davvero, in cui ha dubbi. In cui si ribella, in cui scopre sé stess* e allora, improvvisamente, tutto inizia ad essere colorato, tutto inizia ad avere senso. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È una storia scritta, pensata, interpretata e raccontata interamente da venti ragazze e ragazzi, diversi tra loro ma che si muovono assieme. Che ci dicono in faccia che si, è necessario avere dubbi, sempre. Che chi non ha dubbi non vive davvero. Chi non si mette in discussione. Chi non fallisce mai, chi sembra sempre far tutto giusto, ha già perso in partenza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non è una debolezza mettersi in discussione, è la più grande forma di crescita personale che ognuno può provare. È la dimostrazione del nostro essere vivi, umani e, come tali, fallibili. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;"> I corpi sono immobili, alle volte. Più spesso, in posizioni scomode, con i muscoli tesi per lo sforzo di lanciarsi in aria, o di sostenersi con la sola forza delle braccia. Sono corpi scattanti, vivi, liberi, forti e deboli insieme, potenti e dolci, corpi giovani e pieni di energia, instancabili. Sono corpi in cui si legge tutto quello che siamo noi, e cioè un mucchio di incertezze. Perché solo così possiamo scoprire chi siamo davvero, solo essendo elastici mentalmente. Senza alcuna rigidità, senza alcuna cosa data per certa, per scontata. Ponendoci in una condizione di dubbio continuo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Abbi dubbi, allora, è l’augurio che faccio ad ognuno di noi. E se ancora avete dei dubbi (il che è positivo, a questo punto!), lascio che siano le parole che arrivano direttamente dalla canzone scritta per lo spettacolo, e che gli dà anche il titolo: </span></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Abbi Dubbi </strong><span style="font-weight: 400;">di Angelica</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando il sole scompare</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando sai già di esitare</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando vedi un cambiamento da affrontare </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando pensi di lasciare stare</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi se il tempo non ti aspetta</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando esprimi una certezza</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando pensi di essere imperfetta</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando senti una promessa eterna</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">scelte come note in un tempo senza fine</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">questo cammino incerto mi rende un po’ più vile</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">scegliamo il destino a passi leggeri </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">le piccole scelte, i nostri pensieri</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">ma dietro le semplici cose</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">si creano le nostre storie</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando non sai come amare</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando non ti puoi fidare</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando pensi di essere banale</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando premi troppo quel pedale</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando doni una carezza</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando corri troppo in fretta</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando scegli tra sinistra e destra </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">abbi dubbi quando avanzi verso la tempesta</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">scelte come note in un tempo senza fine</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">questo cammino incerto mi rende un po’ sottile </span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">scegliamo il destino a passi leggeri </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">le piccole scelte, i nostri pensieri</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">ma dietro le semplici cose</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">si creano le nostre storie</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">tra il chiarore dell’alba e il buio della sera</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">la melodia della scelta sempre contesa</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">dubbi si dissolvono come una candela </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">ad ogni passo incerto sto una vita intera</span></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Prossima replica: <strong>martedì 9 luglio</strong>, alle ore <strong>21,30</strong> al <strong>Tendone di Savigliano</strong> (</span><span style="font-weight: 400;">Via Snos 9, Savigliano)</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per info: </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span><a href="https://fumachenduma.it"><span style="font-weight: 400;">https://fumachenduma.it</span></a></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Instagram: @fumachenduma</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Instagram della compagnia: @treggì</span></p>
<p style="text-align: center;"> </p>
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		<title>UN GELATO DA SOLA &#8211; Una battaglia vinta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2024 12:20:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[essere sé stessi]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[gelato]]></category>
		<category><![CDATA[paure]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un estratto di vita che racconta di una battaglia contro i disturbi alimentari. Una battaglia che lei ha vinto. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[




<p><i><span style="font-weight: 400;">Il seguente testo è molto personale, e il tema è quello dei disturbi alimentari. </span></i><i><span style="font-weight: 400;">Spero che non provochi malumori, malesseri, e che possa arrivare alle persone nel modo semplice e naturale come è scaturito da me, quando l’ho scritto. </span></i></p>
<p> </p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi ho preso un gelato. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una banalità. Un fatto non degno di nota. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non è che ho fatto qualcosa di assurdo.  </span><span style="font-weight: 400;">Avessi detto “Oggi ho prenotato un aereo di sola andata per l’Australia”, sarebbe stato qualcosa di scioccante, più d’impatto. Invece per me è notevole anche questo, perché per lungo tempo mi sono preclusa un sacco di piaceri legati al cibo. Tranne quando non li ritenevo strettamente necessari. Come il gelato. Lo prendevo solo quando ero con altri, e quando anche gli altri lo prendevano; quando ero in giro, quando avevo fatto un qualche tipo di movimento per cui ritenevo di “meritarmi” la gioia del gelato. Oppure ad una festa, dove giustificavo il mio “trasgredire” al regime alimentare che mi ero creata col fatto che tutti lo prendevano, e che non potevo essere l’unica stupida che non lo mangiava. Quante cose ti fa perdere un disturbo alimentare? Quante cazzate ti ficca nella testa? Di quante cose ti priva? Quanti pensieri assurdi, assurdi, assurdi. Quanta privazione di gioia vera, la gioia del gelato per esempio: il sentire il fresco e il cremoso sulla lingua, dopo una giornata calda, dopo ore di lezione, sostituita invece da una “gioia bugiarda”. Una gioia che deriva dall’aver rispettato i rigidi limiti di quantità, di tipo di cibo, che la tua mente ti ha impostato. Come è possibile che si arrivi a preferire questa ultima alla prima, non ne ho idea. Però è una cosa terribile, terribile e assurda. E riconoscere quanto fosse assurda, una volta che ci si è liberati da questi pensieri assurdi, è la felicità più grande. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco perché mi sentivo di celebrare questo piccolo fatto, apparentemente del tutto degno di ignoranza. Un piccolo successo, che si somma a quei tanto piccoli quanto grandi passi verso la felicità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Che per me è prendere un gelato senza pensare. Prendere un gelato a Torino, in una nuova gelateria che ha aperto da poco vicino a Palazzo Nuovo, mentre mi avvio alla stazione per prendere il treno e tornare a Cuneo. Sono in anticipo, quindi ce la faccio. Entro, ci sono due bambini che stanno ordinando due coni belli grandi. Il bimbo ha già fatto la su richiesta, la bimba sta aspettando la gelataia, che infila un biscotto tra le due palline nel cono appena riempito. Inizio a guardare i gusti, per scegliere quale ordinare, e noto con piacere che il prezzo è contenuto, rispetto alla media delle gelaterie torinesi. La bimba ordina due gusti, poi, d’un tratto, esclama di punto in bianco: “No! Non nocciola, volevo il torroncino!”. Siccome ha praticamente urlato, io e la gelataia, una ragazza giovane e allegra, ci siamo spaventate, e ci mettiamo a ridere. Per fortuna il la ragazza aveva appena afferrato il cono, che era ancora da riempire. La bimba prende il gelato con un sorriso sulle labbra, e esce con quello che credo sia il fratellino più piccolo. Tocca a me! Gelato allo yogurt, piccolo, grazie. Cono croccante o wafer? Quello più croccante, per forza! Pago ed esco, felicissima come la bimba uscita pochi istanti fa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Tutto questo è così semplice e così naturale, che mi viene da pensare a quanto sono cresciuta e cambiata rispetto ad una volta. Una volta non sarebbe stato così. Una volta, prima di effettivamente scegliere o meno di prendere il gelato, nella mia testa si sarebbero affollate varie domande e varie pensieri e paure: Che ora è? Ha senso mangiare ora? Cosa ho mangiato a pranzo? Ho già mangiato un dolce oggi? Ma ho fatto dell’attività fisica? Cosa mangerò poi a cena? E se poi mamma ha fatto una torta, come faccio? Ma è il caso di prendere un gelato? Che senso ha? Non c’è nemmeno nessuno che lo prende con me, perché dovrei prenderlo da sola? Magari ne prendo uno al gusto di un frutto, almeno è più sano. Poi domani al massimo non mangio dolci. Ma da sola, non ha senso prendere un gelato. Non posso nemmeno poi farlo vedere a mia mamma, per dimostrarle che sono capace di prendere un gelato. Che non ho paura. Ma io paura ce l’avevo. Paura di essere me stessa, paura di permettermi di godere delle gioie che la vita mi offriva. Paura dei miei pensieri e di metterli a tacere. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">È per questo che ora celebro tutta questa naturalezza nella mia testa, la spensieratezza che ho raggiunto dopo tempo. Ed è per questo anche, che mi sento di parlare di questo, che è un problema che è così orrendamente attuale ed in crescita. Nei giovani, nelle ragazze, in noi giovani donne in particolare, è diffusissimo il disturbo alimentare, DCA. E ne parlo perché non ha senso tenere nascoste le proprie paure e le proprie debolezze. Ne consegue solo che esse si rafforzano e sopraffanno la persona. Invece è giusto parlarne, non nascondere, ma esternare, gridare al mondo quanto si sta male, consapevoli che nessuno è mai solo, ma soprattutto che è possibile una via d’uscita. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È possibile guarire. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È possibile tornare a magiare un gelato senza chiedersi il perché. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Seguendo semplicemente la propria voglia, il proprio essere, sé stessi.</span></p>
<p> </p>


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		<title>LA MIA RABBIA AMBIENTALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2024 19:43:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[carne]]></category>
		<category><![CDATA[conoscere]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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		<category><![CDATA[terra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sapere che non facciamo niente contro i disastri del cambiamento climatico scatena una rabbia in me che forse può far svegliare qualcuno.</p>
<p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/la-mia-rabbia-ambientale/">LA MIA RABBIA AMBIENTALE</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[


<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Non è vero che alle volte è meglio non sapere. Magari sul momento, è meglio per il nostro umore, non sapere la verità, non conoscere il vero. Ma alla lunga tutto ritorna, e quasi sempre ha conseguenze molto più negative che se avessimo conosciuto la verità prima, appena possibile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Questo mi è venuto in mente pensando al cambiamento climatico, al disastro che sta accadendo sotto i nostri occhi, sulla nostra terra, anche se noi continuiamo ostinati a rifiutarlo, a negarlo, a distrarci cercando disperatamente delle scuse, delle colpe da dare a qualcun altro. E invece no: è colpa nostra, di tutti noi, del genere umano di cui, fino a prova contraria, facciamo parte. È facile addossare tutta la colpa a chi ci governa, e in parte, secondo me, non è nemmeno totalmente sbagliato. I politici al potere seguono per lo più la logica del profitto, dei soldi, del guadagno, della produttività, della velocità, del “minor costo/sforzo, massimo risultato”. Tutto questo non è compatibile con la terra e con il suo ecosistema, non va di pari passo né con la nostra salute, né con quella del pianeta. E nonostante ciò, non sono/siamo in grado di pensare alle conseguenze delle nostre azioni a meno che non siano immediate. E il fatto è che sono immediate, accadono a milioni di persone, costrette a lasciare le loro abitazioni per disastri naturali, per impossibilità di vivere su un suolo diventato sterile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma fino a che non capitano a noi, non ci preoccupano. Non meritano <a href="https://www.1000-miglia.eu/agnostici-del-clima/">la nostra attenzione</a>. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Vorrei che tutti noi ci rendessimo conto che è necessario fermarci, ora. Smettere di maltrattare la terra, ma, se vogliamo essere più egocentrici ed egoisti e individualisti, aggettivi che mi sembra descrivano bene la società odierna, dobbiamo smettere di maltrattare noi stessi. A cosa è servito evolvere così tanto la scienza, se poi non ci fidiamo? Siamo pieni, pieni di dati che dimostrano che mangiare la carne proveniente da allevamenti intensivi ci fa male, siccome gli animali sono imbottiti di antibiotici; che mangiare frutta e verdura proveniente da chissà dove e non biologiche, ha conseguenze sulla nostra salute per l’uso di sostanza tossiche per l’organismo; che mangiare la carne più di tot volte a settimana, i salumi, non fa bene, ma peggiora la salute del nostro organismo. Nonostante tutti questi dati, ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti. Troppo abituati all’idea del “si è sempre fatto così”; del “sono cresciuto così”, del “non è mai morto nessuno”, del “tanto sono solo animali, non sono uomini”, del “è una cosa eccessiva e troppo radicale”, della critica continua, del giudizio continuo. Senza informarsi! Senza avere prove a sostegno della propria opinione, ma solo per parlare, parlare, parlare. Cercare la ragione solo con la parola ma senza il significato. Io non reggo questa contraddizione, questa società in cui mi ritrovo a vivere, in cui tutti vogliono avere ragione, in cui tutti vogliono prevalere. Dove è finito l’ascolto?  Dove è finito l’aiuto reciproco? Nemmeno l’amore esiste più, perché se esistesse, i genitori avrebbero a cuore il futuro dei propri figli, e la loro priorità sarebbe quella di accertarsi che essi possano avere una vita felice, e lunga, e sana. Cosa che, se continuiamo così, non accadrà. Io penso che ci manchi il coraggio e la voglia di cambiare idea e prospettiva. La voglia e il coraggio di mettere al primo posto questo, è la nostra salute! Si dice sempre “la salute prima di tutto”, ma se si guarda ai fatti, sembra una battuta. Nessuno si interessa di tentare di fare del bene, anche se nel suo piccolo. Tutti si sminuiscono troppo, paradossalmente, quando si tratta di fare qualcosa, quando si tratta di agire consapevolmente e, probabilmente, controcorrente. Perché è una minoranza quella che ha coscienza di tutto ciò, e che si impegna, nel suo piccolo, e che si informa. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A mio parere, se riuscissimo già solo a risolvere il problema della disinformazione, sarebbe una grande vittoria. Rendere tutti, obbligatoriamente, coscienti della situazione della terra, che poi quella della nostra salute, e che quindi dovrebbe essere, come ho già detto, la nostra priorità. Dovrebbe essere la principale preoccupazione dei politici, del governo, dello stato, di chi ci tutela. Immagino come farebbe aprire gli occhi alla comunità e al popolo italiano vedere, per esempio, il documentario che ho appena visto al cinema “Food for Profit”. Dovrebbe essere obbligatorio e no, non lo dico perché sono un’estremista, una pazza, no. Lo dico perché sento dentro di me una rabbia così energica che non posso far altro che cercare modi per buttarla tutta fuori. E sono convinta quando dico che vorrei che tutti sapessero. Perché la verità ora è che pochi, troppo pochi sanno. Non dico di stravolgere la nostra vita: dico che bisogna darsi la possibilità, siccome c’è, di conoscere. L’uomo è fatto di conoscenza, l’uomo è curioso, vuole sapere, solo sapendo si arricchisce, migliora, evolve, cresce. E l’uomo deve in qualche modo recuperare quella consapevolezza vecchia come Socrate, del “so di non sapere”. Deve fare un passo indietro. Deve essere umile. Deve avere il coraggio di mettersi dietro a cose che non conosce. Ammettere che non le conosce. E avere al contempo, quindi, la voglia di conoscere. Lo stimolo. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Basta questa indifferenza, basta questa ipocrisia del dire “non è normale questo caldo, non è normale che non nevichi”. Se non è normale, perché stiamo fermi? Ce lo facciamo passare sopra senza cambiare nulla, senza pensare di poter fare la differenza. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Immagino come sarebbe stupendo se, dopo aver preso coscienza dei fatti, smettessimo di comprare quel petto di pollo ultrascontato al supermercato. Se smettessimo, quindi, di finanziare quelle enormi lobby che provocano, da sole, un’enorme parte di inquinamento atmosferico. In quelle fabbriche di morte, che non esagero a paragonare a campi di concentramento per animali, non vi è nulla che giochi a nostro favore. Niente che giovi alla nostra salute fisica, al nostro benessere mentale, alla nostra vista, al nostro olfatto. Alla nostra morale, alla nostra etica. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io scrivo queste cose per difendere una e una sola cosa: l’informazione. Non è vero che è meglio non sapere. Bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi ciò che ogni giorno finanziamo, contribuiamo a far continuare, consumando prodotti che provengono da allevamenti intensivi. Guardare negli occhi e con gli occhi cosa stiamo facendo. Perché siamo noi, e non è vero che la colpa è di chi ci governa. I soldi li versiamo noi, fino a che continueremo a pagare per far sussistere queste fabbriche enormi, allora saremo nel torto quando diremo “e ma il cambiamento climatico”, “e ma è colpa dei politici che non sanno governare”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Scrivo con questa energia e questa rabbia perché CREDO che possiamo ancora cambiare. Se non ci credessi sarei rassegnata e non mi sprecherei a scrivere. Ma siccome sono giovane, sono colma di speranza, di energia, di buona volontà, sono propositiva, io spero. Io combatto, fino a che ho le energie. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi se non noi? Chi se non io? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutti, tutti, tutti possiamo fare la differenza. Se non inizi tu, non inizierà mai nessuno. <a href="https://zeroco2.eco/it/magazine/attivismo/lotta-cabiamento-climatico/">Ora</a>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>La conversazione (è) necessaria, da un libro di Sherry Turkle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Segnalibro]]></category>
		<category><![CDATA[cellulare]]></category>
		<category><![CDATA[connessione]]></category>
		<category><![CDATA[empatia]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti umani]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio mette in luce come l'uso sempre più massiccio di dispositivi tecnologici, seppur mettano in contatto molto più facilmente, tendano a deteriorare i rapporti umani</p>
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										<content:encoded><![CDATA[




<p style="text-align: justify;">Di recente ho sostenuto un esame in università dal titolo “Storia e teoria dei media digitali”; contrariamente a quanto può sembrare dal nome, si è rivelato estremamente attuale e interessante, al punto che mi ha spinto a citare in questo articolo uno dei libri di studio (cosa abbastanza inusuale: solitamente, dopo un esame, non vedo l’ora di liberarmi dei volumi letti e riletti).<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">L’argomento è la conversazione, quella che avviene tra due persone, in un gruppo, con noi stessi. E’ un tema che mi è molto vicino, a cui sono sensibile soprattutto pensandolo in rapporto alla tecnologia. La tesi sostenuta dall’autrice, in sostanza, è che l’avvento dei media digitali, e soprattutto dello smartphone, abbia ridotto notevolmente la nostra capacità, voglia, necessità, facoltà, desiderio di conversare. Che la abbia, quindi, decisamente modificata, a favore di una conversazione che avviene dietro gli schermi e non più dal vivo. Questo ha causato diverse conseguenze, soprattutto in noi giovani: apatia, mancanza di lessico, chiusura in noi stessi, timidezza maggiore, non capacità di sentire e metterci nei panni dell’altro, pigrizia, indifferenza verso gli altri, e potrei andare avanti a lungo (ma qua ve lo risparmio: <a href="https://www.solotablet.it/i-miei-libri/100-libri-per-una-lettura-critica-della-tecnologia/conversazione-necessaria">leggetevi il libro</a>!)<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Io mi rendo conto quotidianamente di quanto questo sia vero, e ne sono altamente preoccupata. <b>Mi fa paura pensare ad un mondo in cui la gente preferisce davvero videochiamarsi piuttosto che vedersi di persona</b>, toccarsi, stringersi, sentire l’altro, che non vuol dire solamente avere un contatto fisico, ma un contatto visivo, percepire le emozioni, i battiti, guardare negli occhi e ascoltare. Mi fa paura come le persone possano preferire risolvere i propri problemi scrivendosi messaggi su Whatsapp piuttosto che dal vivo, come possano preferire comunicare i propri sentimenti tramite delle parole virtuali, che sono così fredde e quasi “fantasma”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Mi fa paura che non siamo più in grado di capire l’altro, e non abbiamo voglia di fare quella fatica in più per vedersi dal vivo e parlarsi in “live”, qui e ora. Perché è vero: senza telefono, e tutto ciò che gli gira attorno, è tutto molto più faticoso. È più faticoso dirsi le cose che non vanno dal vivo, ma anche le cose che vanno: quanto è difficile, per esempio, dire ad una persona quello che provi guardandola negli occhi, avendola a un passo di distanza? Ma quanto è, infinitamente, più vivo? Quanto è più vero, quanto vale di più, rispetto che stare coricato sul letto scrivendo un messaggio e aspettando una risposta, sperando di non avere un “visualizzato”.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo esseri sociali, <b>abbiamo bisogno dell’altro</b>: il telefono ci illude, facendoci credere di poter avere queste relazioni con gli altri tramite messaggi, videochiamate, post su Instagram, una vita online. La vita vera è al di fuori. Come sono al di fuori le nostre principali esigenze per sopravvivere: dormire, mangiare, respirare, stare con gli altri: sono cose che non è possibile fare col cellulare.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Oltre che a ridurre la relazione con gli altri, il telefono azzera anche la relazione con noi stessi, che è invece essenziale per la crescita personale e per il benessere dentro e fuori. A causa del telefono <b>non abbiamo più un momento di “nulla”</b>. In cui non facciamo assolutamente niente, in cui siamo fermi senza alcuno stimolo dall’esterno, ma semplicemente noi, in pace. Tendiamo a considerare questi momenti come “noia”, quando sono invece i momenti in cui c’è la maggiore probabilità che ci vengano idee, illuminazioni, insomma che nascano cose belle e positive per noi stessi. Non siamo più capaci di non far nulla, appena abbiamo un momento libero infiliamo la mano in tasca e stringiamo tra le mani il cellulare, come se fosse l’oggetto che ci salva dal momento di “vuoto” in cui, altrimenti, saremmo caduti. Ma non è così. Il cellulare ci sa intrattenere, ma è un intrattenimento passivo, che ci lascia ancora più vuoti di come eravamo prima. Alziamo lo sguardo dallo smartphone e fissiamo con occhi vitrei ciò che abbiamo davanti, prima di ricollegare dove siamo e cosa stiamo facendo, uscendo dalla bolla in cui il cellulare ci isola.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">Forse sono stata troppo severa, troppo negativa, troppo pessimista. Ma queste parole mi sono venute così, istintivamente, da dentro, dopo una mezza giornata che ho passato <b>del tutto scollegata</b>. Avevo bisogno di quiete e pace, ho deciso (non a cuore leggero, non è una scelta così semplice e facile, purtoppo), di non guardare più il telefono fino a quando lo avessi ritenuto necessario (fino ad adesso, sono sei ore!). E sono incredula per quanto sia riuscita a respirare, ad ascoltarmi, a fare le cose con più calma; mi sono data il tempo per pensare, per stare con me, e sto davvero molto meglio di questa mattina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p style="text-align: justify;">In una giornata in cui non vi serve il cellulare per esigenze strettamente pratiche, ve lo consiglio: praticate questa <b>disconnessione per <a href="https://www.1000-miglia.eu/non-e-una-recensione-di-perfect-days/">riconnettervi con il vostro io interiore</a></b>. Sono sicura che gli effetti non potranno che giovare alla nostra salute e alla nostra vita.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/la-conversazione-e-necessaria-da-un-libro-di-sherry-turkle/">La conversazione (è) necessaria, da un libro di Sherry Turkle</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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		<title>CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Feb 2024 07:20:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Impressioni della mostra fotografica di Michele Pellegrino alla Camera di Torino, durante l'inaugurazione. Le foto ritraggono le valli nei dintorni di Cuneo e la gente che le abitava.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Torino, 13 febbraio 2024</strong></p>



<p style="text-align: justify;">Non ero mai stata prima d’ora all’inaugurazione di una mostra. C’é una differenza tra visitare una esposizione, girare a zonzo tra le opere esposte, e invece avere la consapevolezza del perché e del come si è scelto di far vedere proprio quel soggetto lì, proprio in quel luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">È quello che mi è successo martedì 13 febbraio, quando mio papà mi ha invitata all’<a href="https://camera.to/mostre/michele-pellegrino-fotografie-1967-2023/"><strong>inaugurazione</strong></a> di tre mostre fotografiche alla <strong>Camera di Torino</strong>. All’inizio, non mento, non sapevo bene come comportarmi: sono una studentessa universitaria che ancora non sa cosa vuole fare nella sua vita e della sua vita, ma l’interesse e l’amore che provo nei confronti della cultura in generale bastava a motivare, almeno a me, il perché fossi lì. Anzi, forse proprio il fatto di non sapere su cosa concentrarmi, su quale strada prendere, ma essere aperta a tutte, ha giocato in mio favore.</p>
<p style="text-align: justify;">Esco da lezione di Teatro educativo e sociale con qualche minuto di anticipo, e mi avvio verso la Camera che è vicinissima alla mia università. Fuori vedo giornalisti, chi con delle cartelline in mano, chi con le videocamere e microfoni, chi semplicemente senza niente se non sé stesso e un’aria tranquilla stampata in volto. Seguo mio papà dentro, e scrivo “1000Miglia” nello spazio indicato con “testata”, nel registrarmi all’entrata: mi fa stranissimo! Pensare di <strong>essere lì per poi scrivere</strong>, è una cosa che mi sembra così lontana dalla mia vita che ora è prevalentemente studio, mentre i lavoretti che ho svolto fino a questo momento sono sempre stati qualcosa di lontano dal mio percorso di studi: il Dams. Invece ora mi sembra di stare facendo qualcosa legato a quello che sto studiando: qualcosa che c’entra con il mio possibile futuro lavoro? Chissà…<br /><br /></p>
<p style="text-align: justify;">“Divertiti”, mi dice Fabri (mio papà), e allora faccio proprio come mi sento. Giro con le mani incrociate dietro la schiena, come Socrate, (o almeno, come io mi immagino facesse Socrate), e inizio a osservare le fotografie di <strong>Michele Pellegrino</strong>, che è nato proprio a Cuneo, nel 1934, e che è inoltre presente lì in quel momento. Da subito ciò che vedo mi colpisce, perché le prime foto sono quelle di montagna, <strong>ritraggono le valli</strong> che frequento io d’estate soprattutto, ma anche in inverno. C’è il Lago di san Bernolfo, sopra i Bagni di Vinadio, ripreso in una luce calda e con un’atmosfera bloccata nel tempo. Osservare la bellezza di luoghi in cui sono stata, mi ha suscitato un sentimento di gratitudine e di orgoglio per la mia terra. Proseguo e vedo volti lontanissimi da quelli che per la maggior parte del tempo invece scorrono sullo schermo del mio telefono, sulle riviste di moda, sui giornali.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scatti di Michele riportano l’indole di<strong> gente che non desidera apparire</strong>, che non sa nemmeno il perché dovrebbe mai lasciarsi fotografare, e che magari, infatti, nemmeno era del tutto d’accordo. Su quei volti sono segnate le fatiche di una vita vissuta nelle terre dure e sconfinate della montagna, in alto, lontani da tutto e da tutti. La fatica concreta di procurarsi il cibo giorno dopo giorno, di riscaldare la casa, di crescere i propri figli sani e forti. Niente a che vedere con i ritratti di oggi, dove vedo tanta voglia di apparire, tanta ansia di ricevere approvazione per avere degli occhi così ben truccati, dei corpi così tonici, perfetti, una pelle liscia e senza cicatrici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che vedo mi riporta con la mente ad una realtà che sembra essere ormai lontana nel tempo, e nello spazio, ma non del tutto estinta; mi fa venire voglia di cercare quelle persone<strong> che ancora non sono state toccate dalla società di oggi</strong>, così piena di falsità e superficialità, quelle persone che ancora pensano un pensiero alla volta: prima mungo la mucca, poi faccio il formaggio, poi pianto i semi, poi accendo il fuoco. Mi affascina sapere che ancora esistano persone così. Proseguo e i miei occhi incontrano gli edifici austeri e isolati dei monasteri, e poi gli sguardi indecifrabili delle coppie in prossimità del matrimonio; chissà cosa passava nelle loro menti, quali erano i loro pensieri, se da lì a poche ore si sarebbero sentiti liberi e infinitamente felici oppure se sarebbe iniziata per loro una vita che non avrebbero mai desiderato.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando ascolto, durante la conferenza stampa, i racconti di Michele, tutto mi sembra ancora più vero e concreto. Racconta di come lui ha sempre cercato di cogliere la verità, che non necessariamente significa bellezza. Parla di quando era arrivato in Valle Stura “un americano”, come lo chiama lui, che aveva iniziato a fotografare la montagna, e se ne era innamorato. Le sue foto erano state esposte, premiate, all’interno di alcune mostre, e ogni anno il fotografo tornava a Cuneo, chiamato per documentare la bellezza dei paesaggi alpini. Michele afferma che quando vide le fotografie scattate dallo straniero, non riconobbe i luoghi che lui pure conosceva come le sue tasche, avendo passato la vita in quei posti (riporta l’esempio di Vinadio: “nella didascalia c’era scritto Vinadio, ma a me non pareva proprio per niente Vinadio!”).  Questo perché lui era sempre stato interessato a riportare la vita di chi ci viveva, in montagna, di chi sapeva cosa voleva dire avere a che fare ogni giorno con le fatiche e le sofferenze che un luogo così porta, mentre <strong>“l’americano”, aveva colto forse solo la bellezza superficiale della Valle</strong>, senza indagare a fondo cosa significasse davvero un filo d’erba, una roccia, una sorgente, per gli abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Bello come Michele abbia deciso di donare tutto il suo portfolio alla fondazione CRC nel 2017, così che “finalmente”, dice lui, “la gente ha potuto conoscere cosa stava succedendo davvero nelle valli cuneesi, che si stavano lentamente, ma inesorabilmente, spopolando”. Lo dice con orgoglio, con soddisfazione, ma non lascia trasparire il dolore che, sotto sotto, tutto questo gli provoca. E la collaborazione con Camera sicuramente riesce a realizzare <strong>la volontà</strong> più forte e urgente del fotografo, quella <strong>di raccontare tutto ciò che lui aveva ascoltato, visto, vissuto, nell’arco di una vita</strong>. E nel profondo io mi sento di ringraziare Michele, per la forza che ha avuto nell’intrufolarsi nelle case di chi non accetta altri, di chi non desidera farsi conoscere, di chi non può incontrare nessuno all’esterno della clausura. Per aver avuto il coraggio di portare avanti la passione, pensandola proprio come una priorità, senza fretta e aspettando il momento perfetto, oppure cogliendo proprio l’istante di uno sguardo, una lacrima, un pensiero che si fa fotografia.</p>
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		<title>Non è una recensione di Perfect days</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/non-e-una-recensione-di-perfect-days/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Annalisa Pepino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2024 07:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[perfectdays]]></category>
		<category><![CDATA[Tokyo]]></category>
		<category><![CDATA[Wenders]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo ci insegna cos'è la felicità.</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Andare al cinema la domenica sera, in inverno, col freddo fuori e la pioggia, suona proprio bene. Io e la mia amica andiamo con largo anticipo, siccome il giorno prima i miei non sono riusciti a vedere il film per la troppa gente che aveva prenotato il biglietto prima di loro. Paghiamo e attendiamo fuori. Non so cosa aspettarmi: ho visto il trailer, ma non conosco bene il regista, non ho visto nessun altro suo film, nonostante mio padre rimarchi sempre la bellezza della storia di “Il Cielo sopra Berlino”. Sono però convinta che valga la pena guardare <a href="https://www.mymovies.it/film/2023/perfect-days/">Perfect Days</a>, perché la mia amica è appassionata di cinema più di quanto lo sia io e ha insistito perché andassimo insieme. Ci avviamo nella sala, ben riscaldata, le luci si spengono, sullo schermo compare lo stemma del Festival di Cannes, inizia la magia. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Le recensioni che avevo letto non mentivano: non smetteresti mai di guardarlo. Ed è stato così anche per me. Nonostante nelle immagini che vedevo, non ci fosse un’adrenalina che non ti fa stare fermo, né un’ansia per un giallo da svelare, né la paura di un thriller. C’è la vita quotidiana di una persona umile, che ha trovato il suo modo di esistere nel mondo. Da subito mi sono sentita vicina, empatica nei confronti di Hirayama, calma e quieta nel vedere il suo modo di vivere la vita.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Lunghi piano-sequenza, che rivelano nulla di più che le azioni quotidiane che anche io ogni giorno compio: svegliarsi, lavarsi i denti, vestirsi, lavorare, mangiare, scattare fotografie, bersi qualcosa al bar, leggere un libro prima di dormire. Eppure il tutto è straordinario, perché il modo in cui il protagonista compie tutto ciò non è, probabilmente, il modo in cui lo facciamo noi: è sereno, sempre, e calmo, felice, tranquillo. Ma soprattutto, in ogni suo gesto c’è una cura e una delicatezza che mi manca, che manca a questo mondo in cui le cose si fanno perché si deve, non perché si vuole. Le cose che faccio sono per lo più fatte senza cura, di fretta, senza attenzione,  invece Hirayama mi insegna il contrario. Mi dice che ogni giorno conta. Che ogni attività che svolgo è importante, senza gerarchia, che ogni cosa che faccio necessita della stessa cura. Anche se il suo lavoro è lavare i bagni pubblici, ogni giorno, tutto il giorno, per una paga piccola e ristretta. Mi insegna che non bisogna <a href="https://www.1000-miglia.eu/norwegian-wood/">fare qualcosa di assurdo, per essere sereni</a>. Perché essere felici è una mia volontà, dipende solo e soltanto da me. E vorrei smetterla di incolpare cause esterne, altre persone, il fato, il destino. Smetterla di pensare al prossimo periodo di vacanza, al prossimo mese senza esami, al prossimo viaggio, rimandando la felicità solo quando avrò raggiunto quel periodo, quella libertà, quel momento, quella persona. “Adesso è adesso”, come dice Niko, la dolce nipote di Hirayama. Non ha senso focalizzarsi su ciò che manca, ed essere sempre infelici. Allora guardo piuttosto a tutto ciò che ho. Mi concentro su poche cose, ma fatte bene. Il segreto sta proprio nelle piccole cose, “quelle che fanno bella la nostra vita”. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Grazie alla luce sempre calda che a volte è data dallo sguardo stesso del protagonista, e grazie alla quasi assenza delle parole, dei dialoghi, tutto è reso semplice, tutto scorre via veloce e leggero. L’atmosfera che arriva è calorosa e calma, non c’è fretta, né paura. C’è consapevolezza di stare vivendo attimo per attimo un momento unico ed inimitabile. Ho imparato quanto è bello il silenzio, quanto è difficile praticarlo, perché in realtà davvero parliamo troppo, diciamo troppo, non siamo più in grado di ascoltare o ascoltarci, troppo presi dal far valere la nostra opinione, far conoscere la nostra vita, condividere quello che facciamo. Non sappiamo stare da soli. Ma è solo in questa capacità che, forse, ritorniamo noi stessi, nella nostra semplicità di essere umani. Uomini e donne che si svegliano la mattina, si lavano, lavorano, danno spazio alle proprie passioni, e dormono. Quanto cambierebbe la mia vita se fossi in grado di apprezzare ogni piccolo gesto, di dare importanza a ogni piccola cosa che faccio? Quanto sarei più felice e serena se riuscissi a non pensare sempre al dopo, al domani, al futuro, ma godere della possibilità di adesso? </span></p>
<p><br style="font-weight: 400;" /><br style="font-weight: 400;" /></p>
<span class="et_bloom_bottom_trigger"></span><p>The post <a href="https://www.1000-miglia.eu/non-e-una-recensione-di-perfect-days/">Non è una recensione di Perfect days</a> appeared first on <a href="https://www.1000-miglia.eu">1000miglia</a>.</p>
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