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	<title>Perdersi tra gli schermi Archives - 1000miglia</title>
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	<description>Ottimismo, informazione, svago, riflessione</description>
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		<title>Sicilia tra amore e silenzi: un romanzo di Giacomo Pilati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Pirrera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 18:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Perdersi tra gli schermi]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Essenza]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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		<category><![CDATA[Silenzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Penso sia sempre complicato trovare le parole giuste per parlare di un libro che ti sta veramente a cuore. Come si fa a trascrivere le emozioni che una lettura ti suscita e spiegarne i motivi?  Chiamarlo semplicemente “libro preferito” sembra banale e definirlo emozionante o toccante non rende giustizia alla profondità delle emozioni che le [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Penso sia sempre complicato trovare le parole giuste per parlare di un libro che ti sta veramente a cuore. Come si fa a trascrivere le </span><b>emozioni</b><span style="font-weight: 400;"> che una lettura ti suscita e spiegarne i motivi? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Chiamarlo semplicemente “libro preferito” sembra banale e definirlo emozionante o toccante non rende giustizia alla profondità delle emozioni che le sue pagine possono farti vivere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E allora, prima di me, scelgo di far parlare la </span><b>protagonista</b><span style="font-weight: 400;">: </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«Però non è possibile. Perché io sono una femmina. E lei pure […]. Questo difetto senza Dio, solo mio deve restare. Perché io a lei non la voglio fare patire. Me lo porto io per tutti e due. Come le vecchie col lutto […]. Per rispetto a lei mi tengo il cuore di nero. E non la cerco più.»</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In queste brevi frasi si concentra l’</span><b>essenza</b><span style="font-weight: 400;"> del libro </span><b>Minchia di re</b><span style="font-weight: 400;"> di </span><b>Giacomo Pilati</b><span style="font-weight: 400;">, pubblicato nel 2004 ed edito da Mursia. Una storia che mescola amarezza e orgoglio, stupore e angoscia, ammirazione e malinconia. Il titolo fa un po’ rimanere perplessi, ma invita a scoprirne il significato cercandolo tra queste pagine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ambientato alla fine dell’Ottocento in una piccola </span><b>isola siciliana</b><span style="font-weight: 400;">, il racconto segue Pina, che si innamora di Sara, un amore scandaloso e </span><b>inconcepibile</b><span style="font-weight: 400;"> per la società e soprattutto per il padre di Pina. Per sopravvivere, Pina deve diventare Pino, indossando i panni di un </span><b>uomo</b><span style="font-weight: 400;">. La narrazione attraversa la sua vita dall’adolescenza fino alla vecchiaia, raccontata con intensità e realismo, mostrando la durezza della vita, la sottomissione, l’ipocrisia sociale e il peso della religione in una Sicilia di fine secolo. Ma non manca la bellezza dei paesaggi, l’odore del mare, la spensieratezza dell’infanzia, i «brividi di vita» a cui Pina è tanto affezionata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nel 2009, questa storia è stata portata sugli schermi con Viola di Mare, il film diretto da </span><b>Donatella Maiorca.</b><span style="font-weight: 400;"> Girato nelle suggestive coste siciliane, offre un&#8217;ambientazione e dei colori perfetti, dando vita e voce alle protagoniste che avevano già conquistato il mio cuore attraverso le pagine del libro. La pellicola regala una nuova dimensione alla storia con immagini e suoni che catturano proprio l&#8217;essenza dei personaggi e del mondo in cui si muovono.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In un’intervista del 2009, dopo l’uscita del film, viene chiesto a Pilati che rapporto abbia la storia con il luogo in cui è ambientata. La </span><b>Sicilia</b><span style="font-weight: 400;"> è solo uno sfondo o è inscindibile dalla storia? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«La Sicilia è la vera protagonista di questa storia. I silenzi, gli appannamenti, le bocche cucite, la resina degli alberi che si appiccica alle pietre, il sole implacabile e il mare ovunque. Un natura fatta di odori ma anche di carne, di sguardi, di colori, di fumo, di nuvole e di pensieri, di odio e di irraggiungibili passioni. Con il coro greco – altro attore fondamentale del libro – che annuisce, condanna, giudica, deplora e perdona. Ma senza farsi vedere. Una sfumatura. Un colpo di luce. Un fulmine. Un occhio puntato come un indice sulle manovre della vita. Un coro invisibile che diventa verbo. E’ la trama eversiva che porterà le due prime donne del romanzo a sfuggire al coro e al suo spietato controllo, a rilanciare alla fine il tema universale dell’amore a tutti i costi libero dal pregiudizio.»</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Pina è </span><b>realmente esistita</b><span style="font-weight: 400;">, la sua storia, scoperta per caso dall’autore, è stata ricostruita da lui stesso con grande sensibilità, dipingendo una società che fatica ad accettare qualcosa di diverso dalla tradizione e costruendogli intorno questa storia d’amore che soffre per farsi spazio in quel contesto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per tornare allo stesso rapporto con l’isola, anche il linguaggio ne è una forte dimostrazione. Le espressioni e sintassi tipiche del dialetto siciliano con cui è arricchito, da siciliana quale sono, mi hanno fatto pensare che non c’erano proprio modi migliori per esprimere dei concetti se non in </span><b>dialetto.</b></p>
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		<title>Mickey 17 di Bong Jong-Hoo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Zimarino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 15:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Perdersi tra gli schermi]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Mickey]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>**"Mickey 17"** di Bong Joon-ho è un film di fantascienza che esplora colonialismo, clonazione ed etica scientifica. **Mickey (Robert Pattinson)** è un "sacrificabile" in una missione di colonizzazione sul pianeta **Niflheim**: ogni volta che muore, la sua coscienza viene trasferita in un corpo stampato in 3D. Viene sfruttato dai tirannici **Kenneth (Mark Ruffalo)** e **Qwen (Toni Collette)**, simboli di una società cinica e imperialista. La svolta arriva grazie a **Nasha (Naomi Ackie)**, compagna di Mickey, che si oppone al genocidio degli autoctoni e guida la ribellione contro i tiranni. Alla fine, il sistema coloniale crolla, la stampante di corpi viene distrutta e viene ristabilito l’equilibrio tra uomo e natura.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Mickey 17 segna il ritorno sul grande schermo del grande regista coreano sette anni dopo il successo di </span><i><span style="font-weight: 400;">Parasite</span></i><span style="font-weight: 400;">. È un film che, nonostante il tono apparentemente scanzonato e a tratti comico, mette in evidenza il cinismo e l’egoismo di una società al collasso, che vede nel colonialismo interplanetario l’unica soluzione ai propri problemi. Catalizzatore di questo sentimento anti-terrestre è Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), politico cialtrone ma tirannico, burattino nelle mani della moglie Qwen (Toni Collette). Vittima della loro utopia colonialista è il “sacrificabile” Mickey (Robert Pattinson). Ladruncolo in fuga dai suoi strozzini, Mickey è raffigurato come una creatura inetta e parassitaria all’interno della società capitalista, che, d’altro canto ha l’esigenza di inquadrarlo in una funzione produttiva. Entra qui in gioco Kenneth Marshall, che gli propone di lavorare come cavia per un esperimento estremo: sul nuovo pianeta Niflheim, dovrà sacrificare la propria vita per il progresso umano qualora sarà necessario, mentre la sua memoria verrà re-impiantata in un corpo stampato in 3D, in modo da tenerlo in vita, pur in un corpo artificiale. Mickey viene ucciso nelle maniere più brutali per poi venire “ristampato” 17 volte: ma finché la crudeltà è per amor di scienza, tutto sembra concesso. Al tema del colonialismo subentra quello della clonazione e del difficile equilibrio tra l’etica e la scienza. Il regista non sembra concentrarsi tanto su una presunta “sacralità” del corpo umano: ormai, con le nuove tecnologie, il corpo diventa un oggetto replicabile, che nelle mani di uno scienziato-artigiano può essere aggiustato senza problemi. Le domande sono altre: fino a che punto la scienza può sopravvivere senza etica? E fino a che punto l’uomo può spingersi senza incontrare resistenza da parte dell’equilibrio naturale? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">A queste domande, si danno diverse risposte: all’interno del film, l’etica viene ristabilita grazie alla pietà di Nasha (Naomi Ackie), compagna di Mickey, che, sebbene non contesti la visione positivista di Kenneth e del gruppo di neo-colonialisti, arriva a un punto di rottura quando la coppia di tiranni </span><i><span style="font-weight: 400;">impongono</span></i><span style="font-weight: 400;"> a Mickey la sofferenza e il sacrificio in maniera gratuita e ingiustificata. In questo senso, Nasha si pone come mediatrice: da un lato, la sua figura esalta l’etica personale e la pietà rispetto alla crudeltà dei tiranni, dall’altro propone un nuovo tipo di colonialismo, basato sul rispetto dello stato di natura. Alla fine del film è infatti Nasha che consente lo sbarco degli esseri umani su Niflheim, non dopo aver difeso gli </span><i><span style="font-weight: 400;">striscianti</span></i><span style="font-weight: 400;">, esseri autoctoni simili ai tardigradi, dal genocidio pianificato dai tiranni Kenneth e Qwen. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Proprio loro, alla fine, vengono riconosciuti come i veri parassiti della società. Il mezzo con cui avviene questo riconoscimento è il cibo, da cui entrambi sono ossessionati: Kenneth nel mangiarlo, Qwen nel crearlo tramite sadici esperimenti culinari. È particolare come la regia catturi spesso Kenneth dal basso verso l’alto: la mascella alzata e la posa volitiva alludono perfettamente alla rappresentazione classica di Hitler e Mussolini, ma la cialtroneria, l’ignoranza e una certa inadeguatezza rispetto al contesto sembrano alludere a Donald Trump. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Alla fine, Mickey e Nasha riescono a sconfiggere i cattivi: quasi come in una sorta di deposizione dell’imperatore, sono i soldati stessi che si rivoltano contro la coppia di tiranni, riconoscendone la crudeltà. Allo stesso tempo, viene ristabilito l’equilibrio tra uomo e natura e la stampante di corpi umani, simbolo di quell’equilibrio infranto, viene distrutta. Il finale è dunque utopico: ristabilito l’equilibrio tra l’uomo e la natura e tra l’uomo e la scienza, il progresso dell’umanità può ripartire.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Alle problematiche estremamente attuali (e a tratti anche perturbanti nella loro violenza), dunque, viene dato un finale forzatamente rassicurante. Naturalmente, non si può chiedere a un film fantascientifico di risolvere queste problematiche, anche perché, se ci avesse provato, si sarebbe persa tutta la </span><i><span style="font-weight: 400;">verve</span></i><span style="font-weight: 400;"> comicamente grottesca del film. Tutto sommato, Bong Jong-Hoo è riuscito a girare un film godibile e divertente, con un cast eccezionale (Robert Pattinson si conferma uno dei migliori attori della sua generazione), ma che non dimentica di far riflettere lo spettatore su certe tematiche d’attualità. </span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
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		<title>Nosferatu di Robert Eggers</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giulia Zimarino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 14:41:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Perdersi tra gli schermi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia, il 2025 si apre con un horror d’autore, figlio diretto del Nosferatu di Murnau. Il filone cinematografico inaugurato nel 1922, segue, con più o meno variazioni, le vicende di Dracula (Bram Stoker, 1898), anche se il nome potrebbe trarre in inganno: Nosferatu, o conte Orlok, è un nome che non appare nel libro [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;">In Italia, il 2025 si apre con un horror d’autore, figlio diretto del Nosferatu di Murnau. Il filone cinematografico inaugurato nel 1922, segue, con più o meno variazioni, le vicende di Dracula (Bram Stoker, 1898), anche se il nome potrebbe trarre in inganno: Nosferatu, o conte Orlok, è un nome che non appare nel libro di Stoker, ma viene ideato da Murnau a causa dei problemi avuti con i diritti d’autore. Il film si differenzia dal romanzo originale per l’ambientazione, che viene spostata da Londra a Wisborg, in Germania, e per i nomi di alcuni personaggi. Nosferatu venne presto riconosciuto come uno dei capisaldi del cinema europeo, tanto che Werner Herzog, nel 1979, ha voluto omaggiare Murnau con un remake del film, nonostante i diritti di Dracula fossero scaduti. La nuova versione di Robert Eggers differisce da quella di Herzog, mantenendosi più fedele alla versione originale di Murnau, ma introducendo anche delle variazioni d’autore. <br />Lily-Rose Depp, nel personaggio della protagonista Ellen Hutter, spicca tra tutto il cast con un’interpretazione meravigliosamente angosciante, complici gli splendidi costumi di Linda Muir e la claustrofobica fotografia di Jarin Blaschke. Per tutto il film, la luce sembra costruita quasi interamente per sottolineare lo stato mentale di Ellen: fredda e naturale nei momenti di lucida inquietudine, calda e artificiale nei momenti di possessione. Un discorso a parte va fatto per il conte Orlok, interpretato da Bill Skasgård, il cui volto viene svelato progressivamente man mano che si avvicina a Wisborg. Non è un caso che, proprio nel finale, il volto del conte è l’unico a venire completamente illuminato, peraltro da una luce che non è né fredda né artificiale, ma calda e naturale: la luce solare. Ed è proprio il sole che appare simbolicamente solo in chiusura di film, che brucia via i residui del male rappresentato, appunto, da Nosferatu. <br />Tra questi due protagonisti, Ellen e Nosferatu, il rapporto è ambiguo: se da un lato Ellen si dimostra attratta dal vampiro da lei stessa richiamato in giovane età, dall’altro trova conforto nell’amore rassicurante del marito Thomas. Allo stesso modo il conte, ossessionato dalla carne della donna, arriva a “suicidarsi” pur di possederla (non si era accorto del mattino imminente o aveva deciso di godere del sangue di Ellen fino alla fine?).<br />Non è chiaro se questa ambiguità sia voluta o sia il frutto di una sceneggiatura formalmente ben fatta, ma approssimativa nello spiegare le azioni dei personaggi. In ogni caso, non sempre gli eventi risultano “spiegati” in maniera chiara. Sicuramente risulta approssimativa la fuga di Thomas dal castello, come anche la morte di Harding per peste. Anche di Ellen, si dice che viene presa dalla “malinconia” fin dalla più tenera infanzia: in alcuni punti sembra che si tratti una precoce possessione da parte di Nosferatu che, in realtà, lei libera solo successivamente spinta dall’odio del padre nei suoi confronti. Dall’altra, sembra che sia proprio l’odio del padre per la “diversità” della figlia a renderla malinconica: una strizzata d’occhio allo stereotipo dell’irrazionale femminile che, non venendo inglobato nell’ordine maschile, si sfoga nella lussuria fisica. E infatti sembra quasi che sia Ellen, più di Nosferatu, a rappresentare una sorta di “mostruoso sessuale” che, oscillando tra la lussuria del Conte e l’amore “borghese” di Thomas, finisce per godere, un po’ forzatamente, un po’ volontariamente, di entrambi gli amanti, finendo per sacrificarsi sull’altare della morte, che assume le perverse connotazioni dell’estremo piacere. Del resto, il film dipinge un ottimo quadro di come le donne venivano viste e volute nella società vittoriana: demoni emotivi e carnali che potevano trovare redenzione sacrificandosi per un bene maggiore. <br />Il film di Eggers possiede un cast eccezionale, una regia estremamente originale e un apparato visivo curatissimo, accompagnato da un montaggio sonoro che ben si adatta al tono gotico della pellicola. A livello tecnico, l’unica pecca sono i <em>jumpscares</em>, inserti decisamente inutili in un film esteticamente raffinatissimo che, in tutte le scene, punta ad angosciare lo spettatore, più che a spaventarlo. Nella sceneggiatura, non si può fare a meno di notare una certa “velocità” nelle spiegazioni, che mal si adatta al lento ritmo del film , il quale avrebbe avuto bisogno di dialoghi molto più riflessivi. In conclusione, un notevole horror d’autore che, senza la cura dell’apparato visivo e senza le notevoli interpretazioni di Depp, Hoult e Defoe, sarebbe stato un reboot non eccelso, ma senz’altro godibile per gli appassionati.</p>
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