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	<title>Marco Brero, Autore presso 1000miglia</title>
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		<title>Intervista col destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2016 09:34:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fissavo la sveglia da un po’. Solo che al buio non si vede niente. Provavo a fantasticare su che ora fosse. Il problema è che in quei momenti il tempo perde tutto il suo valore per cui non capisco mai se stiano passando minuti o ore. La sveglia mi spaventa, suonando e accendendosi. Sono le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fissavo la sveglia da un po’. Solo che al buio non si vede niente. Provavo a fantasticare su che ora fosse. Il problema è che in quei momenti il tempo perde tutto il suo valore per cui non capisco mai se stiano passando minuti o ore. La sveglia mi spaventa, suonando e accendendosi. Sono le 7,30 e devo scendere dal letto. È tutta la notte che penso e mi diverte la sensazione che mi rimane di essere nel bezzo di un romanzo scritto a quattro mani da me e da Joyce. Vi posso assicurare che non si capisce niente: è tutto così collegato che è impossibile non perdersi. Appena in piedi, tiro su la tapparella di camera mia e apro la porta. Un freddo gelido mi investe, portandosi dietro un brivido rivitalizzante. Vado in bagno sfruttando solo la luce del poco sole che c’è. Torno in camera per cambiarmi e prepararmi a questa giornata. Poi torno in bagno e, mentre mi rado, penso ancora un po’. Il corridoio tra camera e bagno è il sentiero perfetto per pensare camminando e perdendo meno tempo possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio colazione con le fette biscottate, una marmellata pessima che non vedo l’ora di finire e poi il caffè. Quello, invece, è buono e ne compro sempre un pacchetto nuovo ben prima che finisca l’altro perché non vorrei mai farmi trovare impreparato. Metto la camicia più blu che ho e il giubbotto con più tasche che ho. Ci infilo il taccuino e la penna, poi controllo che la penna avesse il tappo. Credo di avere l’interno della tasca piena di righe di penna. Prendo anche il registratore perché non si sa mai. Devo andare ad intervistare il destino, appuntamento alle 8,30 a casa sua, che dista un quarto d’ora con i mezzi dalla mia. Poi lo sanno tutti che con i mezzi non è mai veramente un quarto d’ora, quindi meglio partire prima. Voglio fare una buona impressione. È singolare come io, che ho sempre pensato che chi giudica dalle apparenze non meriti grande considerazione, abbia questa pretesa. La verità è che c’è chi fa retorica, chi esagera, ma tutti quanti, nessuno escluso, giudica su quello che vede, sente, percepisce al primo impatto. Per questo, credo, tutti i passanti che incontri guardano per terra, ascoltano la musica o fissano un punto all’orizzonte: non vogliono giudicare troppe apparenze, altrimenti sai che confusione! Prendo il bus. Convalido il biglietto. Forse sono l’unico. Ci sono stati anni in cui non lo facevo spesso. Non ne vado fiero. Guardo fuori dal finestrino e vedo il caos perfetto di tutti quelli che vanno per la loro giusta strada. Al mattino sanno tutti dove andare. Non mi sembra di notare nessuno che perde tempo come faccio io nel corridoio di casa. Avendo pensato a casa tocco la tasca dei jeans per controllare di aver preso le chiavi. Le ho prese. Una signora mi chiede se scendo per paura di perdersi la sua fermata. La faccio passare. La mia è quella dopo ancora.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la discesa della signora, prenoto la fermata. Devo ancora decidere quale tra due domande che ho in testa farò per prima. È importante cominciare bene un’intervista. Sono convinto che un’intervista perfetta nasca da una singola domanda. Poi tutto il resto deve venire da sé. Se anche solo qualche virgola è forzata, puoi avere per le mani un titolo, uno scoop sensazionale, una confessione esclusiva, ma ti sei allontanato dalla verità. E questo non è bene. Anche se tutti ti diranno: “Ottimo lavoro!”. L’autobus si ferma e io scendo. Mi ero appena abituato al freddo del bus. Quello fuori è un po’ diverso. Non ho preso i guanti per dare al destino una fredda stretta di mano. “Va bene la cordialità, ma voglio stare sulla realtà, sul concreto. Fuori fa freddo, per intenderci”. È questo quello che voglio fargli capire. Se non lo capirà mi sarò ghiacciato le mani inutilmente. Magari mi offrirà qualcosa di caldo da bere. Anche questo ha un significato in un’intervista. Seguendo le indicazioni che ho, arrivo davanti a un palazzo elegante dove probabilmente vivono studenti in affitto, pensionati e forse qualche famiglia. Se non ho sbagliato ci vive anche il destino. Suono il campanello. Soffio subito nelle mani per scaldarle un po’. Non mi piacerebbe, tra tutte le domande che posso scegliere, esordire con “Posso mettere le mani sul termosifone?”. Questa storia dei guanti è una grandissima stupidaggine. La prossima volta, se dovesse esserci li indosso e poi li tolgo un attimo prima di entrare. Infilo le mani in tasca e mi guardo intorno. Poi do un’occhiata al cellulare: il tipico gesto di chi aspetta un po’ nervosamente. Provo di nuovo a suonare il campanello. Sono sicuro di non avere sbagliato. Il destino mi sta aspettando, eppure non mi apre. Guardo verso l’alto chiedendomi quale potesse essere la sua finestra. C’è un filo della luce che ospita una fila di placidi piccioni. Sembra si stiano scambiando due parole, gli uni accanto agli altri. In quel momento, però, uno di loro decide di lasciar cadere dall’alto un suo ricordo biancastro, dritto sul mio giubbotto. Istintivamente dico “Noooo!” con faccia schifata. Recupero un fazzoletto e comincio a pulire. “Sarà il destino”, penso. La porta si apre.</p>
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		<title>Norwhy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 18:15:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[detenzione]]></category>
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		<category><![CDATA[Ministero della Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[norvegia]]></category>
		<category><![CDATA[Senior Advisor]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha destato scalpore negli ultimi giorni il discorso del re Harald V di Norvegia, che, in breve tempo, si è conquistato uno spazio nella grande piazza pubblica di Internet. Con semplicità disarmante il sovrano, 79 anni, ha detto che i norvegesi sono quelli del Nord, del Centro e del Sud e anche i provenienti da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ha destato scalpore negli ultimi giorni il discorso del re Harald V di Norvegia, che, in breve tempo, si è conquistato uno spazio nella grande piazza pubblica di Internet. Con semplicità disarmante il sovrano, 79 anni, ha detto che i norvegesi sono quelli del Nord, del Centro e del Sud e anche i provenienti da Afghanistan, Pakistan, Polonia, Svezia o Siria, che vivono in Norvegia, oppure le ragazze che amano ragazze, i ragazzi che amano ragazzi e ragazzi e ragazze che si amano gli uni con gli altri o ancora chi crede in Dio, chi in Allah, chi in tutto e chi in niente. Il discorso si è concluso con una frase di grande significato: ”Spero che possiamo prenderci cura l’uno con l’altro. Che possiamo rinforzare il nostro Paese con fiducia, solidarietà e generosità”. E nella suddetta grande piazza pubblica di Internet c’è chi ha detto che è uno statista illuminato, chi ha affermato che è un buonista lontano dalla gente, chi è convinto che sia un discorso che deve far capire all’Europa quali sono i valori da difendere e chi, invece, sostiene che è facile parlare in questo modo in un’isola felice come la Norvegia, uno di quei Paesi scandinavi che si piazzano sempre ai primi posti nelle classifiche positive europee. Dal mio punto di vista, si può giudicare in modi diversi questo discorso, ma, di certo, non si tratta di retorica, perchè la Norvegia crede realmente nella fiducia e nella solidarietà, nonostante siano attitudini umane rare e difficile, oserei dire addirittura innaturali, viste le costanti mostruosità del nostro tempo, perpetrate da uomini verso altri uomini. Interessandosi ai temi del carcere, della pena e della rieducazione non ci si può non imbattere nel modello Norvegia, che scommette su chi ha sbagliato, in modo da non avere un pericolo o un peso per la società, ma una nuova risorsa. Ci sono dietro questioni etiche e politiche di non poco conto e sarebbe troppo facile schierarsi in una delle due opposte fazioni: chi vuole il perdono assoluto e gratuito, in nome del pietismo, e chi invece sbatterebbe i criminali in galera, garantendo loro che non vedranno più la libertà, per far desistere chi ha intenzione di delinquere. Entrambi sono atteggiamenti lontani dalla giustizia. Nessuno ha la verità in tasca, ma noi proviamo a dare una chiave di lettura sul tema, per incuriosire, far nascere un interesse e, sarebbe importantissimo, delle prese di posizione. Per approfondire le questioni di pubblica sicurezza, così attuali ai nostri giorni, abbiamo provato a osservare l’esempio della Norvegia con i tassi più bassi di recidività e con un alto numero di persone che hanno saputo cogliere la seconda opportunità, a loro riservata, arrivando addirittura a eccellere nei campi più disparati. Per cercare di capire come si vede il sistema carcerario norvegese direttamente da Oslo, abbiamo rivolto qualche domanda a <em>Ingeborg Margrethe Svanes</em>, Senior Advisor del Ministero della Giustizia e Pubblica Sicurezza di Norvegia.</p>
<p><strong>La Norvegia spende molto per ciascuna persona che è in prigione (85000 € all’anno secondi i nostri dati). Pensa realmente che ri-educare sia un vero affare?</strong></p>
<p>Esiste un principio di normalità nella politica di correzione norvegese che significa che la punizione sta nella restrizione della libertà e nessun altro diritto viene rimosso dalla corte di giustizia. Perciò il colpevole condannato ha gli stessi diritti come tutti coloro che vivono in Norvegia. L’ Education Act si applica a chi è in prigione e ci sono anche altri programmi e attività disponibili per i detenuti. L’Agenzia di correzione (agenzia specifica del governo norvegese, ndr) tenta di prevenire le recidive offrendo ai colpevoli, attraverso le loro stesse iniziative, delle occasioni per cambiare il loro comportamento criminale.</p>
<p><strong>La Norvegia ha uno dei sistemi carcerari più moderni in Europa e nel mondo. È possibile esportarlo all’estero, secondo Lei?</strong></p>
<p>La Norvegia mira attraverso la cooperazione internazionale ad assicurare che le sanzioni penali siano comminate in accordo con le leggi e normative internazionali, in particolare la Convenzione dei Diritti Umani. Ci terrei anche a menzionare che attraverso EEA Grants (contributi finanziari, a cui partecipano anche Islanda e Lichtenstein per la riduzione delle disparità economiche e sociali nell’area economica europea (EEA), ndr) la Norvegia sta finanziando varie misure per migliorare gli standard nel sistema carcerario in diverse nazioni europee dell’Est.</p>
<p><strong>Le politiche europee in questi anni sono molto concentrate sulla sicurezza e i cittadini sembrano votare politici che promettono di “chiudere i criminali in galera e buttare via le chiavi”. Cosa insegna l’esperienza norvegese a proposito di ciò? </strong></p>
<p>In accordo con il principio di normalità, il progresso durante la detenzione dovrebbe essere mirato il più possibile al ritorno in comunità. Più è chiuso un sistema, più sarà difficile il ritorno alla libertà. Perciò uno procederà verso un rilascio graduale da prigioni ad alta sicurezza a prigioni di sicurezza minore e possibilmente passando per centri di riadattamento alla vita sociale per ex detenuti (halfway house). Il rilascio su licenza è favorito e il Servizio di Correzione userà i loro poteri descrizionali per organizzare un processo dove lo sconto della pena è influenzato da rischi, esigenze e risorse individuali.</p>
<p><strong>Potrebbe menzionare alcune storie esemplari di persone che vengono da una prigione che hanno completamente cambiato la loro vita? Sono il vero orgoglio della scelta della Norvegia in campo giudiziario?</strong></p>
<p>Uno studio indipendente pubblicato nel 2010 mostrava che il numero di persone che sono state rilasciate dal carcere e sono risultate nuovamente colpevoli entro due anni era al 20%. Per leggere di più circa lo studio si veda:</p>
<p><a href="http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2819934.823.xpewptatwc/Nordic+relapse+study+abstract+.pdf">http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2819934.823.xpewptatwc/Nordic+relapse+study+abstract+.pdf</a>. Posso anche rimandare a uno studio sulla recidiva nelle nazioni nordiche che potrebbe essere interessante. Si veda <a href="https://brage.bibsys.no/xmlui/handle/11250/195255">https://brage.bibsys.no/xmlui/handle/11250/195255</a> per più informazioni.</p>
<p><strong>Secondo Lei, come potrebbe migliorare ulteriormene il sistema carcerario norvegese? </strong></p>
<p>Il Servizio di Correzione ha abbozzato una strategia per le operazioni del periodo 2014-2018, in cui gli obiettivi e le misure sono descritti in maggiore dettaglio. Si veda: <a href="http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2766216.823.fvprryqpxf/Operations+Strategy+2014-2018.pdf">http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2766216.823.fvprryqpxf/Operations+Strategy+2014-2018.pdf</a>. In più, le informazioni che riguardano il Servizio di correzione norvegese in generale è disponibile in inglese al sito: <a href="http://www.kriminalomsorgen.no/">www.kriminalomsorgen.no</a>.</p>
<p>Ringraziamo la signora Svanes per la disponibilità dimostrata nel rispondere alle nostre domande e sottolineamo come non è detto che quello norvegese sia un modello esportabile in Italia, per le diverse condizioni socio-economiche, ma la scelta dei valori in cui si vuole credere e la gentilezza, disponibilità, competenza e trasparenza delle istituzioni, nei confronti di un ragazzo qualunque di un altro Paese che vorrebbe conoscere informazioni a loro modo delicate, dovrebbero essere posti in cima alla lista delle priorità, sia parlando di Italia sia del tormentato e, ad oggi, quasi impercettibile governo europeo.</p>
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		<title>In prigione in prigione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Aug 2016 12:37:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Poche parole aizzano le folle e le esaltano come: “Chiudere in cella e buttare via la chiave!”; poco importa quale sia l’odioso reato commesso. L’omicida, lo stupratore, il ladro (non l’evasore che è persona per cui è più facile sentire una strana e incomprensibile solidarietà), lo spacciatore o il politico corrotto devono marcire, chi più chi meno, in galera. La questione è delicata perché tocca da vicino le opinioni, mette in discussione la sicurezza personale del singolo, della propria famiglia e (oserei dire soprattutto) dei propri beni. Del resto, nessuno meglio di Fabrizio De André nel suo monologo in musica “Sogno numero due” ha sottolineato quale sia “il ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia”. Nell’ottica di chi è innocente e onesto, dal proprio punto di vista, consegnare alle forze dell’ordine i colpevoli o anche solo i sospettati di esserlo è una ulteriore garanzia di controllo e sicurezza, ma non è con la caccia all’uomo e il giustizialismo esasperato che una società può pensare di stare in piedi. Le norme e le leggi sono fatte per essere rispettate e la loro applicazione deve essere precisa, sensata e inflessibile. Detto ciò, il sistema carcerario italiano è ampiamente insufficiente e, anche se non è così immediato rendersene conto, addirittura pericoloso. La criminalità organizzata spesso si serve delle carceri per raccogliere manovalanza fedele, che non ha prospettive dopo il ritorno alla libertà, per i loro traffici illeciti. L’attuale polemica sul terrorismo dovrebbe far riflettere sul fatto che proprio le carceri sono la migliore palestra per l’indottrinamento, non certo di stampo religioso, ma improntato alla violenza e alla strage, nei confronti di sbandati, vittime di lavaggi del cervello al limite dell’alienazione. Insomma, le carceri vanno rivoluzionate per tentare di assicurare veramente i criminali alla giustizia. Ad oggi, la somiglianza con un covo di criminali ancora più pericolosi è la più fedele ed è, perciò, inaccettabile. In attesa che si apra un vero dibattito costruttivo a livello sociale e parlamentare, in barba a chi continua a spostare il centro dell’attenzione su altri argomenti in modo da poter essere sicuro che non si parli mai di niente, non resta che tentare di andare ad analizzare l’esempio di altri Paesi. Premesso che è doveroso pesare il contesto nella lettura dei dati tra i diversi Stati europei, salta immediatamente all’occhio il tasso di recidività a due anni in Norvegia è al 20% (fonte PLOS One, rivista peer-reviewed a libero accesso della Public Library of Science). In Italia la recidività si aggira addirittura attorno al 70%. Innegabile è il fatto che, quali ne siano le cause, il sistema detentivo italiano è un fallimento. In Norvegia gli accorgimenti sono relativamente semplici: ad esempio, le guardie carcerarie non fanno parte delle forze di polizia, ma compiono un percorso di studi a sé in cui seguono corsi, tra gli altri, di psicologia e la loro formazione è finalizzata al corretto rapporto con il detenuto. Purtroppo la questione centrale in Italia è il sovraffollamento, che contribuisce a creare un ambiente completamente ostile a chi è incarcerato. In Norvegia, che evidentemente non vive di questi problemi, si ritiene che la sola privazione della libertà (per tempi più o meno lunghi a seconda del reato) sia più che sufficiente come pena e quindi il sistema carcerario si adopera per dare l’opportunità a chi ha commesso crimini di uscire dalla propria cella definitivamente, con nuove competenze date dalla formazione sia scolastica che tecnica e, quindi, nuove possibilità nel vasto mondo fuori dal carcere. È tutt’altro che inusuale leggere di imprenditori norvegesi che hanno dato il via alla loro attività dopo essere usciti dal carcere. La prigione di Bastoy, isola formata da un gruppo di case in cui i detenuti sono liberi di lavorare in una segheria per mantenersi, dove si trovano soltanto cinque guardie non armate e il battello di congiunzione con la terraferma è guidato da uno dei detenuti stessi, è un modello internazionale, per chi deve scontare gli ultimi cinque anni di pena per determinati reati. C’è da dire che imitare semplicemente il programma norvegese sarebbe stupido, oltre che impensabile. Un Paese che non è capace di garantire opportunità serie e concrete neanche ai cittadini onesti, non si può permettere di farlo per chi è in carcere e quindi è andato contro alle leggi di quello stesso Paese. Però, non è più accettabile ad oggi che il carcere umili, alieni e prepari chi ci è detenuto a crimini ancora peggiori, se possibile. Nessuno ha le risposte in tasca: far partire progetti di lavoro e formazione che oggettivamente abbattono i tassi di recidività ha un costo importante e in un Paese che deve centellinare le proprie risorse, a fronte di livelli spaventosi di disoccupazione, di un’economia in deflazione e di un’emergenza migranti inedita, a cui vanno aggiunti gli inenarrabili sprechi, certamente verrebbe sollevata una polemica legittima. C’è chi ha provato a rispondere all’emergenza con attività di teatro con volontari, ma, ammesso che ciò abbia un’effettiva utilità, è un’ encomiabile azione minima, a cui va dato un seguito in termini molto più concreti. Forse cominciare a mettere in campo argomenti seri, costringere l’opinione pubblica a confrontarsi con la realtà del nostro sistema carcerario e della condizione della giustizia in Italia e provare a sostenere la tesi che urlare a squarciagola “In prigione, in prigione”è inutile e pericoloso. Perchè se continuiamo a voler buttare le chiavi siamo complici e colpevoli e potremo un giorno avere come la sensazione di sentire nelle orecchie un fastidioso sussurro: “In prigione, in prigione, proprio tu, andrai in prigione, e che ti serva da lezione!”.</p>
<p>Marco Brero</p>
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		<title>Alla ricerca di..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Apr 2016 13:36:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alla ricerca di chi? Alla ricerca di cosa? C’è chi è alla ricerca di pace e chi è alla ricerca di un guizzo. C’è chi è alla ricerca di un sogno e chi è alla ricerca del tempo perduto. C’è chi è alla ricerca di un progetto serio e preciso e chi è alla ricerca [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla <strong>ricerca</strong> di chi?</p>
<p>Alla ricerca di cosa?</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di pace e chi è alla ricerca di un guizzo.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un sogno e chi è alla ricerca del tempo perduto.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un progetto serio e preciso e chi è alla ricerca di un abbozzo, uno schizzo.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca del coraggio di chiedere e osare e chi è alla ricerca del perché di un rifiuto.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un affare: una moto usata e ben tenuta e chi è alla ricerca di un compratore.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un motivo per tirare a campare e chi è alla ricerca di una cura.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un famigliare e chi è alla ricerca dell’autografo di un calciatore.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca della propria occasione e chi è alla ricerca dell’ennesima avventura.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un brivido estremo e chi è alla ricerca di un po’ di serenità.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un posto nel mondo e chi è alla ricerca di un buon ristorante.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di una vacanza alternativa e chi è alla ricerca di un appartamento in città.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di qualcosa di nuovo e chi è alla ricerca anche se ne ha già viste tante.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca dell’ispirazione e chi è alla ricerca di un’idea innovativa.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di giustizia e chi è alla ricerca di vendetta.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un vecchio disco in soffitta e chi è alla ricerca di una cotta estiva.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca insieme a tanta altra gente e c’è chi è alla ricerca senza nessuno che lo aspetta.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di una posizione di rilievo e chi è alla ricerca della felicità.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un bagno perché non ce la fa più e chi è alla ricerca di informazioni.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di un’isola tutta per sé e chi è alla ricerca dell’aldilà.</p>
<p>C’è chi è alla ricerca di spiegazioni e chi è alla ricerca di soddisfazioni.</p>
<p>In fondo è bello che ci sia tutta questa ricerca continua, futile, lenta, infruttuosa, contorta, interrotta, scientifica, costosa, sbagliata, distratta, fantasiosa, provocatoria, artistica, comica, sospetta, comprensibile, condivisa. Non importa come sia la ricerca di ognuno, l’importante è che esista una ricerca. Solo così non si ha la certezza di trovare qualcosa, ma quantomeno se ne ha la possibilità. Il sale della ricerca sono le domande, i dubbi, il confronto, tutte cose che fanno bene. Non abbiate paura di essere alla ricerca, né di dire di essere alla ricerca. Forse qualcuno vi imputerà di non essere ancora arrivato, ma voi sappiate che state mettendo il vostro impegno per rimanere in movimento, alla ricerca, mai rassegnati, sempre aperti a nuove opportunità. Così c’è scritto da qualche parte del nostro DNA: siamo esseri umani alla ricerca di riempire lo stomaco e il portafoglio, alla ricerca di qualcosa di buono da tenere nei nostri ricordi o da raccontare ai nipotini, alla ricerca di un’occupazione e alla ricerca della libertà, alla ricerca di noi stessi e del nostro futuro. Siate sempre alla ricerca, dentro voi e negli altri, dell’energia che ci vuole, per rimanere sempre alla ricerca.</p>
<p>Alla ricerca di chi?</p>
<p>Alla <strong>ricerca</strong> di cosa?</p>
<p>Marco Brero</p>
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		<title>It&#8217;s only rock and roll</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2016 17:41:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Signore e signori, ma voi ve ne accorgete quando la storia vi passa davanti? Non sembra sia così evidente per tutti, ma, piano piano e inesorabilmente, tutto scorre, le cose cambiano. E in questa rivoluzione impercettibile l’ombelico sta in un’isola che è un piccolo pezzo di terra in mezzo all’oceano, che è un pezzo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Signore e signori, ma voi ve ne accorgete quando la storia vi passa davanti? Non sembra sia così evidente per tutti, ma, piano piano e inesorabilmente, tutto scorre, le cose cambiano. E in questa rivoluzione impercettibile l’ombelico sta in un’isola che è un piccolo pezzo di terra in mezzo all’oceano, che è un pezzo di nostalgia in mezzo alla frenesia, che puzza di sigaro e ha i colori della bandiera, delle foglie del tabacco e dei Tropici. A Cuba è cambiato il mondo, sta cambiando il mondo e, come in tutti i lenti processi storici, la memoria sceglie di selezionare dei simboli, delle particolarità, perché ricordare tutto sarebbe troppo difficile. E quindi quando nomini Cuba a te viene in mente il faccione barbuto di Ernesto Che Guevara e forse ti chiedi perché il fotografo Alberto Korda non si era preso i diritti per la foto più famosa e riprodotta del Guerillero Heroico. Poi ti rispondi che Alberto Korda era cubano, credeva nella rivoluzione e non voleva guadagno per sé, ma per tutti e così capisci che forse nella storia le cose vanno quasi sempre in una certa direzione, ma c’è lo spazio per gli uomini e il loro libero arbitrio. Oggi Cuba non è solo più Che Guevara, Fidel Castro, i sigari, le spiagge, il Buena Vista Social Club, Guantanamera e il rum di L’Havana. <span style="line-height: 1.7em;">Da qualche tempo, dopo operazioni diplomatiche complesse, l’isola più grande dei Caraibi, punto di riferimento di un’ideologia con le sue ragioni e con le sue contraddizione si è aperta al mondo. Qualcuno ti dice: &lt;&lt;Se non sei mai stato a Cuba, vacci ora! Prima che cambi tutto, che gli Americani ci portino le industrie e i fast food&gt;&gt;. </span><span style="line-height: 1.7em;">Forse hanno ragione, Cuba fino a poco tempo fa poteva avere il sapore di un angolo di mondo che nella sua polvere e nel suo sudore manteneva ancora la purezza di un tempo passato, mentre l’inevitabile americanizzazione sporcherà questo candore ideale. Eppure, anche i nostalgici e i romantici dovranno rendersi conto che questo cambiamento darà al “Isla Grande” e ai suoi abitanti maggiori libertà: quella di viaggiare e addirittura quella di ascoltare la musica. Infatti, a Cuba il regime dei Barbudos aveva vietato di passare in radio e di acquistare i dischi dei gruppi rock americani e britannici, colpevoli di rappresentare un Occidente devoto agli eccessi del capitalismo. Un cubano non dovrebbe conoscere né Elvis Presley né i Beatles, eppure, per fortuna, la musica non si può sequestrare e, quindi, gli echi delle note del rock ‘n roll sono arrivati fino a L’Havana e dintorni. Ma quando il 25 marzo 2016, due giorni dopo la visita storica del Presidente Obama, a sancire ufficialmente il disgelo, alla Ciudad Deportiva della capitale si sono esibiti i Rolling Stones, quasi tutti avranno pensato quello che il leader dello storico gruppo britannico, Mick Jagger, ha urlato nel microfono: “Los tiempos estàn cambiando, finalmente”. Un concerto gratuito a cui hanno partecipato 250000 persone e che ha simbolicamente dato inizio a una nuova era. Certo, tra molti anni ci ricorderemo di Obama a Cuba, ma più probabilmente la nostra memoria assocerà al disgelo e al riavvicinamento tra Cuba e l’occidente una folla sotto un palco che canta “I can’t get no satisfaction” con tutta la soddisfazione del caso. It’s only rock ‘n roll, cantano gli Stones, eppure ha un significato simbolico che sposta di almeno un po’ il corso della storia e, se ci pensate, questo è l’intento delle canzoni, che non hanno un potere fisico, ma possono avere un valore simbolico che abbatte i muri e unisce i popoli. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, l’Iran proibì la musica rock. La risposta fu affidata al gruppo punk rock dei The Clash che furono protagonisti di un pezzo di successo mondiale, dal forte contenuto sarcastico: “Rock the casbah”. Quindi Cuba e la linguaccia dei Rolling Stones sono soltanto un’altra tappa compiuta da quei rockettari, spesso imprigionati in problemi di droga o alcolismo, che, però, con la loro musica sono stati in grado di suonare, in qualche modo, la libertà, forse senza neanche volerlo seriamente. È strano assegnare a un certo tipo di musica un ruolo così importante, eppure è proprio chi la proibisce a conferirle importanza. Da nostalgico e romantico, anche io in cuor mio spero che i cubani vedano il cambiamento imminente come un’opportunità, ma non un obbligo. Spero che non perdano la loro identità e che non vogliano a tutti i costi riconoscersi in modelli a cui non hanno mai potuto guardare. Il mondo occidentale e gli Stati Uniti d’America non offrono per forza delle soluzioni giuste, ma, in ogni caso, sono un’opzione, che prima a Cuba era stata arbitrariamente esclusa. Spero vivamente che Cuba e i cubani mantengano i loro colori, i loro odori, i loro suoni e le loro tradizioni, perché non è vero che si conservano solo chiudendosi entro se stessi. Mick Jagger sul palco ha detto che è sempre bello visitare una nuova città. Signore e signori, sarà anche solo un concerto, sarà anche solo stato un affare di poche ore, sarà anche stato considerato una piccola Woodstock da parte di quelli che a Woodstock volevano andare, ma non potevano, insomma sarà anche stato solo rock ‘n roll, ma, come dice il pezzo dei Rolling Stones, mi piace.</span></p>
<p>Marco Brero</p>
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		<title>Leicester, ovvero là dove osano le Volpi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2016 22:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se prendi una cartina europea dove sono scritti i nomi di tutti gli Stati e guardi all’incirca sopra la seconda N di “ENGLAND”, è probabile che ti imbatterai nella città di Leicester. È la decima città d’Inghilterra per popolazione, sembra sia un bel posto da visitare, con la chiesa di Saint Mary de castro, che nelle foto sembra un dipinto di Turner e, se sei appassionato di musica, potresti sapere che proprio a Leicester è stato fondato il gruppo alternative rock dei Kasabian. Ma se oggi si digita Leicester su Google tutti i riferimenti vanno alla squadra di calcio: il Leicester City FC. Anche se è un club storico, fondato nel 1884, il Leicester non ha mai avuto grande spazio nella storia del leggendario campionato inglese. Non ha mai vinto la Premier League, ma in compenso ha trionfato tre volte in Coppa di Lega, l’ultima nel 2000. Se si guarda al recente passato si registrano ben più infamie che lodi. I Foxes (cioè le volpi, come vengono soprannominati i calciatori che militano in questa squadra) nel 2004 sono retrocessi in Championship (Serie B inglese) e, dopo anni di campionati mediocri, addirittura in League One (il corrispettivo della Lega Pro italiana, nel 2008). Dopo essere prontamente risaliti di una categoria, il ritorno in Premier avviene nel 2014. L’anno scorso la stagione si è chiusa al quattordicesimo posto. Niente di tutto ciò spiega l’improvvisa fama delle magliette blu del Leicester City FC. Tutta la fama è spiegata dagli ultimi sei mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il Leicester City FC ha 53 punti in 26 partite giocate, ha segnato 48 gol e soprattutto occupa il primo posto in classifica davanti a squadre blasonate come Arsenal, Manchester City, Manchester United, Liverpool, Chelsea e a squadre abituate a sorprese negli ultimi anni come Tottenham, Everton e Southampton. La stagione è ancora lunga, ma quello che sta succedendo è qualcosa di storico e totalmente inaspettato. I bookmakers inglesi quest’estate erano disposti a pagare ai temerari profeti della vittoria del campionato da parte del Leicester circa 5000 volte la posta, ora buttare una sterlina sull’impresa dei Foxes frutta soltanto 70 centesimi. Come sempre, da buoni assalitori di carri dei vincitori, noi italiani ci prendiamo qualche merito, perché alla guida dei ragazzi che stanno comandando in Premier League c’è un allenatore italiano, romano di Testaccio: Claudio Ranieri; lunga carriera, ma magri trionfi, mai troppo compreso, ma già conosciuto oltremanica per aver allenato il Chelsea, nei primi difficili anni di costruzione di una squadra che poi avrebbe vinto tutto quello che un club può sperare di vincere. È proprio l’allenatore ad aver rivelato il segreto della sua squadra: la grande serenità dell’ambiente e la massima disponibilità dei giocatori. Infatti, a leggere i nomi che compongono la rosa del Leicester non si trovano campioni affermati o stelle luccicanti, ma una serie di bravi giocatori, che non hanno mai vinto nulla e quindi ardono dal desiderio di cominciare a sollevare trofei. Sempre dalle parole del coach si è scoperta qualche curiosità su alcuni degli eroi del King Power Stadium. Il giocatore, forse, di maggior talento è Riyad Mahrez, un giocatore che fa della velocità, della fantasia e della classe il suo marchio di fabbrica. Il difetto di questo tipo di atleti è, in genere, lo scarso impegno, invece, il franco-algerino è il primo ad arrivare agli allenamenti. Il centrocampista N’golo Kante va ogni santo giorno a correre,anche prima dell’allenamento. Quando Ranieri gli ha chiesto il motivo, ha risposto che nelle banlieu di Boulogne,la città in cui è cresciuto, quando diceva che avrebbe voluto diventare calciatore, tutti lo sbeffeggiavano dicendogli che con i suoi piedi non sarebbe andato da nessuna parte. Kante gioca oltre che con i piedi, anche con i polmoni, il cuore e la testa, e, se ben allenati, questi fanno sicuramente la differenza nel gioco del calcio. Ma le storie curiose non finiscono qui. Il portiere è il danese Kaspar Schmeichel, figlio di Peter, campione d’Europa con la Danimarca nel 1992 e leggenda del Manchester United. A fine carriera, nel 2002, papà Peter si trasferì al Manchester City, portandosi dietro il figlio che finì a giocare nelle giovanili. Kaspar ha girato mezza Inghilterra, calcando anche i campi pesanti della Championship e addirittura approdando in Scozia. Alla fine si è stabilito al Leicester, dove ha trovato la sua dimensione e sogna di ripetere l’impresa del papà, che quegli Europei del 1992 li vinse con la sua Danimarca, sicuramente tutt’altro che favorita (ripescata per la partecipazione al posto della Jugoslavia, allora in guerra). Tra tutte le altre storie quella più simbolica è sicuramente quella di Jamie Vardy. Quando nasci a Sheffield e ti piace il calcio è probabile che la tua vita vada così: sogni di giocare in una delle due principali squadre della città, club storici d’Inghilterra (qui si tenne il primo derby calcistico al mondo), poi finisci per lavorare nelle industrie metalmeccaniche della zona. Vardy, scartato dalle giovanili dello Sheffield United, finisce per impiegarsi come operaio e per giocare a calcio soltanto nel tempo libero nei campionati locali, quelli che gli inglesi chiamano non-league. Accade poi che viene scoperto e portato al Leicester. Se già sembra di trovarsi davanti ad una favola, il destino si fa ancora più generoso. Vardy a 28 anni è capocannoniere attuale della Premier League con 18 gol, ma soprattutto, comunque andrà a finire, è entrato nella storia con un record straordinario: ha segnato almeno un gol in 11 partite consecuitive, superando un calciatore fenomenale che ha giocato nel Manchester United, nel Real Madrid e nella nazionale olandese, Ruud Van Nistelroy, che si era fermato a 10. Per Vardy è arrivata anche la convocazione nella Nazionale inglese e nonostante la corte delle principali concorrenti, ha deciso di restare a Leicester per provare a giocarsi il titolo. Gli allenatori avversari, anch’essi sbalorditi dalla sorpresa in maglietta blu, vengono attaccati dai giornalisti che sottolineano come il valore della rosa e i fatturati siano completamente diversi tra il Leicester e i grandi club della Premier. Se si guardassero soltanto questi parametri i Foxes sarebbero dovuti arrivare quart’ultimi. Invece, nel calcio, il denaro aiuta ad acquistare campioni, ma non a valorizzarli e a costruire una squadra organizzata e coesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo del Licester sta tutto qui. Gli addetti ai lavori dicono anche che il Leicester al contrario dei principali concorrenti al titolo non gioca le coppe europee, quindi disputa meno partite e può gestire al meglio le forze. Inoltre ha subito un terzo degli infortuni rispetto alle altre squadre, per cui l’allenatore ha quasi sempre potuto mettere in campo la formazione che riteneva migliore. Queste sottolineature assomigliano molto alla ricerca di alibi per quei grandi team che nonostante la loro forza economica non riescono a competere con i ragazzi di Ranieri. Non sappiamo come andrà a finire, il Leicester sa che questa è un’occasione più unica che rara, ma sa anche che ha i mezzi per portare a termine un’impresa straordinaria. Il calcio fa gravitare denaro e interessi, spesso illeciti, ma è grazie a storie come questa che non si snatura. Perché al di là di tutto rimane una questione semplice: basta far entrare un pallone in più nella porta avversaria. Poi se questo avviene di fronte a un pubblico in delirio, caldo e numeroso, nella città di Leicester, poco abituata a vivere occasioni di questo tipo è tutto infinitamente più bello. Anche perché sappiamo che quello stesso pubblico, in qualunque caso, si alzerà in piedi ad applaudire, perché il calcio non è altro che uno spettacolo appassionante in cui, spesso fino all’ultimo, non si sa come va a finire.</p>
<p style="text-align: justify;">Marco Brero</p>
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		<title>Austronomia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Nov 2015 23:39:06 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un mondo che prigioniero è (di gas serra e inquinamento di ogni genere) a volte compaiono anche buone notizie, che non sono il frutto di chissà quale miracolo, ma semplicemente di una politica oculata e lungimirante. Lo stato della Bassa Austria, il più esteso dei nove che compongono l’Austria, con capitale Sankt Polten ha recentemente raggiunto l’obiettivo di produrre il 100% dell’energia necessaria tramite fonti rinnovabili. Il premier Erwin Proell ha dichiarato che sono stati compiuti pesanti investimenti per migliorare l’efficienza energetica ed espandere l’uso delle rinnovabili. Dal 2002 la cifra impiegata a questo scopo ha sfiorato i tre miliardi di euro e grazie a questi soldi si sono potuti costruire, per esempio, dei “parchi solari” oppure sono state rinnovate le centrali idroelettriche sul Danubio. Ora il 63% dell’energia della Bassa Austria proviene dall’idroelettrico, il 26% dall’eolico, il 9% dalle biomasse e il restante 2% dal solare. In Austria, nel suo complesso, il 75% dell’energia arriva da fonti rinnovabili e solo il restante quarto proviene da combustibili fossili. Nel 1978 l’Austria con un referendum aveva deciso di abolire lo sfruttamento dell’energia nucleare (si ricordi che il disastro di Chernobyl sarebbe avvenuto solo 8 anni più tardi, infatti in Italia l’abolizione è arrivata puntuale nel 1987). Anche dal punto di vista dell’occupazione, la “green energy” è una scommessa assolutamente vinta: in Bassa Austria sono stati creati 38000 posti di lavoro, anche se entro il 2030 l’intenzione è di portarli a 50000. Siamo all’inizio di una sensibilizzazione ormai sempre più necessaria che deve riguardare tutti i Paesi del mondo? Sicuramente la speranza è questa e un altro indizio confortante è la notizia rilanciata qualche giorno fa dal quotidiano argentino La Nacìon. Il discutibilissimo governo Kirchner ha infatti approvato un piano che porti il Paese a produrre il 20% della propria energia tramite fonti rinnovabili (a fronte del misero 1% attuale) entro il 2020. Il primo step è raggiungere l’8% nel 2017. Gli esperti, considerando il potenziale ambientale dell’Argentina, hanno ben presto fatto notare come queste stime siano poco ambiziose e come si possa fare molto di più a Buenos Aires e dintorni. Un punto importante, però, del decreto-legge varato dal governo della Presidenta è il fatto che i fruitori di grandi quantità di energia debbano, in accordo con le proporzioni statali, fare in modo di ottenere almeno parte dell’energia di cui necessitano in forma pulita. E in Italia come stiamo messi a percentuali? Per la verità, i livelli in Italia sono abbastanza buoni, anche se doverosamente migliorabili. Secondo Terna, nel primo semestre del 2015 l’Italia ha coperto il 37,1% del fabbisogno energetico del Paese tramite le energie rinnovabili, mantenendo stabili rispetto all’anno precedente le fonti bioenergetiche, ma incrementando la produzione sia a livello eolico che solare che geotermoelettrico. Ogni Paese ha caratteristiche diverse sia di conformazione del territorio sia di popolazione, ma anche di disponibilità energetica (petrolio, gas naturale…), quindi è difficile uniformare il mondo intero. Quel che è certo è che viviamo su un pianeta al collasso che necessita dei piccoli gesti consapevoli di ognuno, ma anche dei piani intelligenti e studiati dei governi. Speriamo che gli allarmi lanciati dagli esperti riguardo il costante peggioramento dei livelli di gas serra registrati e il susseguente surriscaldamento della Terra non rimangano ancora una volta inascoltati e che, per una volta almeno, chi ha la possibilità di decidere lo faccia nel migliore dei modi. Abbiamo appena visto chiudere in Italia un Expo che ha rilanciato, anche solo marginalmente, le questioni dell’alimentazione; ora la necessità è che l’Expo del 2017 che si terrà ad Astana, in Kazakistan, con il tema “Future energy” si apra con un discorso chiaro da parte di chiunque lo terrà: “per la tutela dell’ambiente in campo energetico abbiamo fatto tanto, ma resta ancora molto da fare”. Se si continuerà ancora a sottovalutare la questione, vivremo sulla nostra pelle gli effetti disastrosi del cambiamento che non siamo riusciti a portare.</p>
<p>Marco Brero</p>
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		<title>Il vecchio petrolio e il mare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2015 18:03:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo in piena corsa per le energie rinnovabili, abbiamo menti illuminate che lavorano quotidianamente per pensare a soluzioni pulite per usare le risorse del pianeta, senza danneggiarlo troppo. Eppure anche se l’allarme che continuamente viene sbandierato è quello del termine delle riserve di petrolio, sono sicuro che l’“oro nero”, che è il nostro presente, sarà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo in piena corsa per le energie rinnovabili, abbiamo menti illuminate che lavorano quotidianamente per pensare a soluzioni pulite per usare le risorse del pianeta, senza danneggiarlo troppo. Eppure anche se l’allarme che continuamente viene sbandierato è quello del termine delle riserve di petrolio, sono sicuro che l’“oro nero”, che è il nostro presente, sarà ancora per un bel po’ di tempo il nostro futuro. Quindi il petrolio è vecchio, ma ancora troppo potente per essere superato da altre fonti di energia, magari migliori dal punto di vista ambientale. Uno dei tanti effetti collaterali del petrolio, forse non il più grave, ma sicuramente il più impattante dal punto di vista visivo, è la possibilità di incidenti nel suo trasporto. Innumerevoli sono i casi di navi petroliere che hanno rilasciato il loro prezioso carico direttamente in mare, generando chiazze di colore scuro, come grandi e fastidiosi nei, nella meraviglia di mari ed oceani. Gli scienziati in mancanza di alternative hanno studiato un sistema che consentisse di limitare i danni e lo hanno chiamato “chemical harder”, che in italiano si può tradurre con “pastore chimico”. Infatti, fino a poco tempo fa si cercava di abbassare la tensione superficiale dell’acqua in modo da radunare le gocce di petrolio proprio come se fosse un gregge di pecore. In questo modo il petrolio può essere bruciato in maniera controllata ed eliminato. Il problema è che il composto chimico in questione è un derivato del silicone che, dunque, alleggerisce il problema ambientale, ma è comunque altamente inquinante per il mare ed il suo ecosistema. Alcuni scienziati hanno così studiato una nuova soluzione, cercandola proprio nel luogo più ovvio, cioè nell’ecosistema oceanico: la maggior parte delle piante acquatiche contiene la molecola del fitolo, uno dei componenti della clorofilla. Sperimentando, hanno osservato che se dosata in maniera opportuna poteva dare gli stessi effetti del silicone utilizzato comunemente, con l’enorme vantaggio di essere completamente biodegradabile (anche in tempi brevi: circa un mese). Dopo che sono stati effettuati tutti i test del caso, ora il fitolo può considerarsi una soluzione ecologica ed efficace per un problema grave ed enormemente dannoso. Il recente disastro della British Petroleum nella contea di Santa Barbara, negli Stati Uniti, nonostante sia l’ennesimo, sembra abbia sensibilizzato l’opinione pubblica a stelle strisce, a dimostrazione del fatto che al di là di ideologie e di propaganda politica più o meno in buona fede, l’interesse verso l’ambiente si sta leggermente diffondendo e concretizzando. In attesa che compaia accanto a lavoro, scuola, sanità e politiche sociali nelle agende delle massime istituzioni globali, la scienza progredisce fornendo agli uomini soluzioni a problemi che essi stessi si creano. All’Università di Eindhoven, in Olanda, sono stati progettati dei pannelli colorati dalla duplice funzione. Potete già ammirarli se passate per l’autostrada nei pressi di Den Bosch (uno snodo particolarmente affollato di automobili, un po’ come il nostro Barberino del Mugello o il passo del Brennero) . Essi, infatti, servono come barriera sonora, per ridurre anche l’inquinamento acustico creato dal traffico congestionato, e inoltre sono in grado di sfruttare sulla loro intera superficie la luce solare che li colpisce costantemente durante il giorno. Sono stati chiamati concentratori luminescenti di luce solari e i loro inventori non pongono limiti, nel senso che la loro superficie colorata e attraente potrebbe prestarsi a moltissimi altri usi. 1 km di autostrada fornisce sufficiente energia per il fabbisogno di 50 abitazioni. Immaginate se le automobili utilizzassero combustibili ecologici… Le strade da parziale causa dell’inquinamento, diventerebbero una soluzione. E se si smettesse di utilizzare il petrolio potremmo anche evitare di ricorrere al fitolo delle alghe per limitare i danni. Gli interessi sono ancora troppo tiepidi ed economicamente conviene ancora (soprattutto alle grandi industrie di petrolio e gas) utilizzare le vecchie fonti di energia, ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che abbiamo tutti i mezzi per sostenerci in modo pulito e rispettoso. La scienza dimostra che basta volerlo!</p>
<p>Marco Brero</p>
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		<title>The strand magazine 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2015 09:51:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella foga di voler partire, di voler andare aveva avuto da subito due problemi: era partito troppo presto e non trovava più i complimenti di moto a luogo. Erano una delle tante cianfrusaglie non messe nello zaino. Attenzione, non perché non fossero utili.  Partire per dove? Andare dove? Avrebbe dovuto comprare quella benedetta armonica, ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella foga di voler partire, di voler andare aveva avuto da subito due problemi: era partito troppo presto e non trovava più i complimenti di moto a luogo. Erano una delle tante cianfrusaglie non messe nello zaino. Attenzione, non perché non fossero utili.  Partire per dove? Andare dove? Avrebbe dovuto comprare quella benedetta armonica, ma di negozi di musica aperti alle sei e mezza del mattino, non ce n’è. Non sapeva suonare l’armonica e questo è un fatto di poca importanza. Eppure in quel momento era per lui fondamentale. Io penso che i migliori siano quelli che non sono consapevoli di quello che sanno fare, ma, al contrario, si lamentano sempre di quello che non sanno fare. Non so quale sia l’opinione di Mike in proposito e non so neanche se ci abbia mai pensato. Per lui, forse, fino a quel momento la vita era un curriculum, cioè una lista più o meno vera di cose che si sanno fare più o meno bene. Invece, ora, al primo posto della nuova lista sarebbe comparsa la dicitura: non so suonare l’armonica. Secondo me, un ottimo punto di partenza. Ha cominciato a camminare con un passo deciso, come di chi ha un obiettivo, una destinazione. E poi ha cominciato a rallentare, vedendo un signore steso a terra, in fondo alla via. Avvicinandosi si rese conto, che aveva un cartone steso addosso, insieme ad un forte odore di alcol. Lo scosse per una spalla. L’uomo si girò lanciandogli un’occhiataccia: &lt;&lt;Aho, ma che voi? Famme dormì. Che sei uno sbirro?&gt;&gt;. &lt;&lt;No, no, mi scusi&gt;&gt; &lt;&lt;E che fai? Me dai del lei? Senti, a fighetto, ndo vai a quest’ora? Vedi de circolà. Non è che me dai du spicci? Pe compramme da magnà. C’hai l’aria de uno che in tasca c’ha pure più de du spicci?&gt;&gt;. In quel momento, Mike pensò a molte cose e poi, lasciatemelo dire, fece quella più giusta. &lt;&lt;Non vado da nessuna parte. Mi fermo un po’ qui&gt;&gt;. Si sedette e la sua lunga camminata incontro al mondo fu di meno di 200 metri. &lt;&lt;Aho, ma che t’ho fatto? &gt;&gt; &lt;&lt;Niente, non ha voglia di parlare un po’?&gt;&gt; &lt;&lt;Prima de tutto, se me dai del lei me fai sentì un signore, uno rispettabbile, quindi piantala! E poi, no, nun c’ho voglia de parlà. Che ore so’? C’ho voglia de dormì&gt;&gt; &lt;&lt;Come mai parla con l’accento romanesco?&gt;&gt; &lt;&lt;Ho capito: tu ‘sta voglia proprio non ce l’hai, eh! Comunque parlo de Roma, perché so stato per strada 5 anni a Roma. Poi per forza parli a ‘sta maniera&gt;&gt; &lt;&lt;E come ci è arrivato qui?&gt;&gt; &lt;&lt;In mezzo alla strada?&gt;&gt; &lt;&lt;No, a Torino!&gt;&gt; &lt;&lt;E che te devo dì. C’ho avuto problemi a Roma, me hanno detto de venì a Torino. Ché se sta bene. C’ho messo dei mesi pe arrivacce&gt;&gt; &lt;&lt;Se l’è fatta a piedi?&gt;&gt; &lt;&lt;Ma che stai a scherzà? Me fermavo nelle stazioni. Facevo amicizia coi bigliettai o coi capotreni. E poi dopo un po’ me facevano fa un tratto, senza famme pagà&gt;&gt; &lt;&lt;E perché ci rimane a Torino? Facendo così si può girare l’Italia?&gt;&gt; &lt;&lt;Ma che me prendi in giro? Ma tu me sembri strano forte. Me stai a fa un sacco de domande: ma manco m’hai chiesto come ho fatto a finicce in mezzo a una strada. Credi che me trovo bene a sta seduto per tera&gt;&gt; &lt;&lt;Secondo me, non si sta male&gt;&gt; &lt;&lt;Ce dovresti provà. Ma da ndo vieni tu?&gt;&gt; &lt;&lt;Da laggiù, il mio appartamento è qui vicino&gt;&gt; &lt;&lt;No ma intendevo da che famiglia vieni. Se sente che sei un figlio di papà&gt;&gt; &lt;&lt;E come faccio a non farlo sentire?&gt;&gt; &lt;&lt;Te devi fa delle domande. Le cose nun so così perché devono esse così. Ce sta ‘na spiegazione e te devi fa lo sforzo de chiederte perché?&gt;&gt; &lt;&lt;E lei perché è in mezzo a una strada?&gt;&gt; &lt;&lt;Fatte gli affarracci tua&gt;&gt; &lt;&lt;Che ne dice di andare a un bar a fare colazione? Offro io. Sia chiaro&gt;&gt;. L’uomo appoggiò la mano sulla spalla di Mike, lo fissò dritto negli occhi e poi alzandosi gli disse:&lt;&lt;E che te credevi? Che pagavo io?&gt;&gt;</p>
<p>Marco Brero</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>The strand magazine 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Brero]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2015 09:31:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[armonica]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Torino]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“C’era una volta il West” è uno di quei film che continuano a trasmettere in televisione perché, anche se ha quasi cinquant’anni, continua a piacere. Non che Mike mostrasse una particolare passione per gli spaghetti Western, ma nell’annoiata sera di un mercoledì qualunque non aveva di meglio da fare. In realtà, già da qualche tempo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“C’era una volta il West” è uno di quei film che continuano a trasmettere in televisione perché, anche se ha quasi cinquant’anni, continua a piacere. Non che Mike mostrasse una particolare passione per gli spaghetti Western, ma nell’annoiata sera di un mercoledì qualunque non aveva di meglio da fare. In realtà, già da qualche tempo, stava pensando che non gli succedeva niente, che in quel preciso momento della sua vita nulla faceva e nulla gli capitava. Perciò cercava l’ispirazione e si sa che, in genere, quando proprio si è disperati, lei arriva dal vecchio: un vecchio solaio, un vecchio conto in sospeso, una vecchia promessa, una vecchia canzone o, per l’appunto, un vecchio film. E, infatti, l’ispirazione venne, e questo è un bene, altrimenti non ci resterebbe nulla da raccontare. Non fu tanto il film in sé la ragione dell’improvvisa illuminazione, quanto la sua musica: Ennio Morricone, “Man with a harmonica”. “Potrebbe essere il nome di un quadro” – pensò – “un quadro cubista, in cui c’è l’uomo, c’è l’armonica, ma se non te lo dicono, non te ne accorgi”. Quella musica aveva acceso in lui un senso epico, una voglia di viaggio e di estrema semplicità: un uomo (lui), un’armonica (non ne aveva una, ma sarebbe andato a comprarla) e uno zaino con un cambio, un rasoio e i documenti. E il cellulare? Qualcuno, di certo, l’avrebbe cercato; magari, non avendo avvisato nessuno, si sarebbero preoccupati. Non gli importava più di tanto, ma non voleva comunque scatenare un’inutile caccia all’uomo. Ci dormì su, dopo aver preparato lo zaino. Il mattino dopo, lasciò un messaggio sulla segreteria telefonica della madre: “Vado via per un po’. Non mi cercate. Mi faccio sentire io. Ciao”. Niente cellulare, dunque. Con quello a portata di mano era convinto che sarebbe tornato a casa troppo presto. Dove sarebbe andato? Serve veramente andare lontano per fare un lungo viaggio? Mentre allacciava le scarpe, fischiettava la melodia che aveva ormai piantata in testa. E così decise di cominciare vagando a caso, per le vie di Torino, alla ricerca di un negozio. Tornò indietro a prendere qualche banconota, altrimenti non avrebbe saputo come comprare l’armonica. Poi partì.</p>
<p><strong>Marco Brero</strong></p>
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